Pino Danese



Dalla frontiera di Przemil a Kiev la strada per qualche tratto è buona, ma solo per qualche tratto. Velocità tra 50 e 80 km/ora. Spesso si fatica ad indovinare il regime di rotazione del motore e si inserisce la marcia osservando il tachimetro. A Leopoli pernottiamo nel parco di un villaggio nuovo di zecca con lago, bosco ed annessi. A Kiev ci siamo fermati nel camping esistente nella zona della città denominata Gitomer, a 22 km dal centro, a 3 km dalla stazione della metropolitana.

Kiev è la capitale dell’Ucraina; conta 2.850.000 cittadini su 48.000.000 di ucraini; è tra le più anti-che città russe; prende il nome dal fratello maggiore Ki di una famiglia di sciiti che poi assunsero il titolo di Zar. E’ di sette secoli più antica di Mosca e di tredici di S.Pietroburgo. Nel 1240 è stata as-sediata per sei mesi dai mongoli: prima aveva 100.000 abitanti, dopo l’assedio ne contava appena 4.000.
Nella sua Università Politecnica si è formato il padre della scienza spaziale russa Korolov. In questa città ha sede sia la progettazione sia la produzione dell’Antonov, il più famoso aereo civile russo. La città è insignita della stella d’oro per aver resistito lungamente all’assedio nazista.
Schevchenko Taras è il poeta equivalente al nostro Dante Alighieri.

Monastero delle Grotte di Kiev.
Quando tutti i terreni erano proprietà dei latifondisti, ai monaci ortodossi non era concesso costruire in superficie, tanto che questi si sono ridotti ad utilizzare grotte sotterranee. Quando l’atteggiamento cambiò, si trasferirono in superficie e nel tempo progredirono enormemente fino a divenire un problema per il governo di allora che dovette bloccarne l’espansione: erano a loro volta divenuti proprietari di 500.000 ettari di terreno, con annessi e connessi, nel senso che anche li i contadini erano legati alla terra ed al proprietario (la nostra guida corpulenta ha tradotto benissimo con “servi della gleba”).
Trasferendo dalle catacombe alla superficie anche le tombe, i monaci constatarono la perfetta mummificazione delle salme (ad opera dell’aria molto asciutta che circolava) ed anche per questo molti confratelli in seguito sono stati santificati.
Lo stile della Cattedrale dell’Assunzione con i tetti dei campanili a pera (e non a cipolla) e con stucchi, contraddistingue il barocco ucraino.
Gli Sciiti seppellivano i loro morti con tutti i loro beni come gli egizi: molti dei gioielli osservati avevano il tipico gusto dei ricchi ornamenti egizi o persiani. La collana rigida, denominata grivna, ha dato il nome alla moneta ancor oggi in uso. Negli Sciiti era il figlio minore ad ereditare il trono (per questo il primogenito Ki ha cercato fortuna altrove e stabilitosi qui ha fondando la città di Kiev).
Si dice che queste regioni un tempo fossero percorse persino dai Vichinghi che scendevano dal Nord fino al Mar Nero attraverso i grandi fiumi e piccoli trasbordi delle loro navicelle.
Non dimentichiamo che anche in tempi assai vicini a noi (sotto gli Asburgo) una via fluviale, composta dalla Drava (che nasce in Italia a Dobbiaco in val Venosta) che confluisce nel Danubio, collegava egregiamente le Alpi al Mar Nero per consentire i piccoli traffici commerciali di allora.
Varie. Un euro per 33 rubli. Un litro di gasolio per 13.75 rubli. Una pagnotta di pane da circa mezzo chilo per due Grivne. Costo passaggio pulmino fino al primo Metrò una grivna. Costo taxi una grivna al km, trenta per il centro.
Il pernottamento a Poltava, dentro il serraglio-parcheggio dell’Hotel, dove dall’una alle cinque della notte la custode lasciava liberi i suoi tre mastini, ci fa toccare con mano come vengono risolti sbri-gativamente i problemi della sicurezza in quei posti:”da questa a quest’altra ora non uscite dal camper…i bau bau sono liberi.” Vitto si da da fare per organizzare una cenetta nel ristorante dell’Hotel (intanto Lucio, Claudio e Pino si distendono un po’ raccogliendo in pochi minuti tre borse di luma-che) e tutto va bene: ottimo ambiente, grande tavolata, un abbondante secondo con verdura ed una bibita per otto euro a testa. La cena ci rimette in sesto.

Il giorno seguente a Belgorod abbiamo pernottato nel posteggio dell’Hotel Inturist. Dall’alto di uno dei terrazzini dell’Hotel il guardiano ha sorvegliato il nostro sonno. Mentre ci si apprestava a ripartire ci hanno riferito che le nostre antenne TV paraboliche hanno attirato l’attenzione preoccupata dei “servizi”: quindi per prudenza, per un po’ di sere niente telegiornali e partite di calcio. Mentre ci si incolonnava all’uscita del parcheggio, negli specchietti vedevamo un tizio che dal-la coda risaliva la fila offrendo chissà cosa a ciascun equipaggio. Solo quando è arrivato al primo equipaggio, dove c’era la nostra guida ucraina, abbiamo potuto capire via cb che aveva saputo del nostro arrivo, della nostra intenzione di andare a Rossosch e che si offriva di accompagnarci almeno fino fuori città. Era un graduato della polizia ucraina che in precedenza aveva accompagnato un gruppo di alpini di Verona nelle zone della “ritirata”.

D’ora in poi, ovunque andremo, la notizia del nostro arrivo e della nostra intenzione si diffonderà velocemente.
In questo “viaggio della memoria” percorso a ritroso, durante le tappe di avvicinamento a Rossosch siamo passati per Valujki. La località dove si consumò la seconda grande tragedia della ritirata. Breve la sosta. Qualche foto all’ingresso del paese. Un attimo di raccoglimento scrutando tutto intorno le mute colline testimoni della più cocente delle umiliazioni. Come non pensare alla colonna di 3000 uomini per gran parte della Divisione Vicenza, che il 26 gennaio, dopo avere aspramente combattuto più e più volte, convinti di avere ormai la strada libera davanti, a sorpresa venne arrestata frontalmente dal fuoco delle mitragliatrici provenienti dal paese e dal terrapieno della ferrovia, dal mitragliamento aereo, dagli attacchi dei partigiani sulla destra, della cavalleria cosacca uscita dal boschetto sulla sinistra, affiancata da carri… mentre finivano le ultime munizioni davanti all’abitato.
Il giorno seguente toccò la stessa sorte a ciò che restava della Divisione Cuneense ed a qualche su-perstite dell’eroica Div. Julia aggregato che avevano seguito lo stesso itinerario, sorpresi dalla cavalleria cosacca sbucata a sorpresa da dietro il terrapieno della ferrovia. A niente è valso il rifiuto di arrendersi del battaglione Mondovì, il quale pure, dopo alcune ore di aspra battaglia, dovette cedere. Non sono riusciti a sfondare l’accerchiamento e, con le forze e le munizioni, finì anche ogni speranza di salvezza. Solo i fortunati trovarono la via della prigionia nei campi di lavoro dell’interno e della Siberia e pochi di questi tornarono poi a casa.

Successivamente siamo risaliti verso Nord alla volta della più celebrata Nikolajevka, oggi Livenka, obiettivo finale più fortunato delle truppe in ritirata. Arrivati sull’altura che domina il paese, subito sono venute in mente le caratteristiche topografiche del posto tante volte descritte nei libri: il paesetto con il campanile da cui i russi controllavano le mosse e tenevano sotto tiro gli alpini ch e cercavano rifugio nel paese, la collina degradante verso la ferrovia ed il paese, il valloncello che doveva portare al sottopasso dal quale passare sotto al terrapieno della ferrovia, un po’ coperti dal tiro nemico. Tutto corrispondeva alle descrizioni e ci si poteva arrivare di filata ma, prima che ci sorprendesse l’imbrunire, abbiamo deciso di recarci al cippo eretto a ricordo dei nostri caduti che, per raggiungerlo, un anziano del paese che montava un vecchio sidecar Dneper continuava ad indicarci di tornare indietro. Natasha ha trova una persona che si è offerta di accompagnarci e ci arriviamo in pochi minuti.

Posteggiati i camper sul ciglio della strada, abbiamo preso una carrareccia che dopo duecento metri portava ad una radura con il cippo tante volte visto sulle foto. L’erba intorno era rasata di fresco per uno spazio conveniente. Il posto è luminoso, aperto verso la strada e nello stesso tempo raccolto dal bosco che lo abbraccia per metà. L’emozione era forte, ognuno cercava il raccoglimento a modo suo. Gli occhi gonfi ed il nodo alla gola impediva di fare o dire qualcosa di adeguato. Il paesano che ci ha accompagnato con la sua auto, in disparte, ci osservava in silenzio ed ho pensato a cosa gli passasse per la mente. Mi ha preso un senso di inadeguatezza verso la situazione: il gruppo era muto.
Il nostro Gianluigi ha salvato la situazione leggendo un brano di un racconto sulla ritirata, qualcuno ha deposto alcuni segni simbolici come il pane, il vino, credo due calzettoni di lana, dei fiori, cubetti di ghiaccio... Poi il canto-preghiera di Ludovica mi ha rotto ogni freno e la commozione è stata grande. Gliene sarò per sempre grato per avere così bene interpretato i sentimenti altrimenti inespressi.
Il paesano chiede di poter andarsene. Anche noi, fatte alcune foto, piano, piano ci incamminiamo verso la strada e con i camper raggiungiamo il paese, passiamo sotto il campanile e per l’unica strada andiamo verso la ferrovia.


Qui sembra che il tempo si sia fermato. Le casette di legno, i recinti, gli orticelli, la strada bianca senza traccia di marciapiedi, le oche e le galline per strada, qualche povera scorta di legna scaricata alla rinfusa davanti al recinto, per lo più assi marce. Sembra che, salvo il tubo del metano che passa alto sopra le finestre, sia rimasto tutto come allora. La gente ci guarda muta, senza espressione. Sicuramente non siamo i primi a questo pellegrinaggio ed indovina chi siamo e perché siamo qui. Nessun tentativo di approccio da parte dei bambini, quasi assenti per la verità. Non ho avuto la sensazione di un’accoglienza, di un’apertura. Anzi.




Tutti abbiamo chiuso il camper e ci siamo avviati verso la ferrovia, a due passi. La collina ed il boschetto dalle cui pendici si è riversata la calca di sbandati, una strada campestre a serpentello che la risale e, sul fondo, il valloncello coperto da una fitta e rigogliosa boscaglia.

Tracce lasciate da mucche al pascolo, una carrareccia che scende nel boschetto ed infine il sottopasso la cui conquista nella mattinata del 25 gennaio da parte del 6° Alpini della Tridentina, consentì di passare oltre il terrapieno, per perderlo e riprenderlo nel pomeriggio con il sopraggiungere del 5° alpini, con l’appoggio dell’artiglieria disponibile, qualche carro armato tede-sco e la massa di disperati che seguiva (italiani, tedeschi, ungheresi), disarmati, con slitte, cariaggi di vario genere, che, dopo qualche tentennamento influenzato dalle sorti della battaglia, scesero dalla collina a valanga travolgendo tutto.
Per gli incerti, estraggo la fotografia d’epoca del tunnel e confrontiamo: è questo.Il gruppo si muove in silenzio. Qualcuno parlotta col vicino. La commozione mi impedisce di parlare: tutt’intorno il terreno conserva le reliquie di una generazione di padri e di tanti giovani senza futuro travolti dalla disperazione di non poter tornare a casa, “a baita”.
    
Siamo all’imbrunire, il cielo a pecorelle, il sole è basso sopra alla ferrovia ed ai tetti delle casupole allineate ai lati della strada. Un camion con due giovani passa veloce sollevando senza rispetto una nuvola di polvere e, guadagnati i nostri mezzi, ritorniamo piano piano sui nostri passi, passando sotto il campanile contro sole e percorrendo la salitella che esce dal paese; vediamo il vecchio col side alle prese con il serbatoio vuoto, e dopo un po’, il prato ed il cippo… il cuore si stringe, ma dobbiamo andare. Dobbiamo arrivare a Rossosh in serata, passando per Varvarovka, dove il Morbegno sacrificò 3000 dei suoi effettivi per aprirsi la strada verso Nikolajevka.
Ad ogni cartello cercavo di intuirne la pronuncia per ricordare un nome, un fatto, un sacrificio. Ogni paese sul far della sera doveva essere conquistato per trovare riparo dai rigori della notte e dallo sferzare della tormenta.
Arrivati a Rossosh, una cittadina ordinata di circa 110mila abitanti, siamo entrati nel parcheggio situato a lato della strada principale, all’altezza del monumento circolare eretto a ricordo dell’offensiva Ostrogosk-Rossosh che ha segnato l’inizio della riscossa per i sovietici e della tragedia per i nostri.
E qui terminano le emozioni della prima “giornata della memoria” veramente tosta.


A presto sarà in rete anche il seguito sino alla conclusione del viaggio