Piero Marenco

ALIM MOROZOV "DALLA LONTANA INFANZIA DI GUERRA"

di Piero Marenco

Nel 1942 l'autore di queste pagine aveva dieci anni. La sua città, Rossosch, abbandonata dai reparti dell'Armata Rossa in ripiegamento, fu per qualche mese sede del comando del Corpo d'Armata Alpino, fino al successo dell'offensiva sovietica e alla ritirata delle truppe di occupazione. Ancora una memoria della campagna di Russia: ma questa volta dall'altra parte, dal punto di vista di un ragazzo che vive la sua infanzia nel tempo della guerra e dell'occupazione straniera. Tedeschi e italiani, giochi di ragazzi e lotta per la sopravvivenza, incontri umani con gli occupanti e speranze di liberazione, i giorni drammatici di gennaio: le pagine autobiografiche di Morozov sono improntate ad una profonda pietà senza indulgenza verso la "prepotenza inumana, distruttrice" della guerra.
Alim Morozov è professore di storia. Vive a Rossosch, dove ha dato vita ad un piccolo museo e collabora a numerose iniziative di amicizia tra la popolazione russa ed i nemici di Ieri.


Prefazione del libro di Mario Rigoni Stern

Era nell'inverno del 1942, in gennaio, quando incontrai per la prima volta i ragazzi russi, i "malenki", che la guerra aveva resi orfani, o dispersi, o vagabondi, o conviventi con vecchie "bàbusckc" o, anche, piccoli partigiani.
Lungo la ferrovia, in quel freddissimo inverno che aveva fermato i tedeschi alle porte di Mosca, l'inverno più freddo nella memoria storica, questi ragazzi si avvicinavano furtivi alla nostra tradotta per chiedere un pezzo di pane o di galletta sfidando le ire e qualche volta le fucilate delle sentinelle tedesche. "Ital'janski dai galieta!" dicevano spalancando i grandi occhi nel viso affilato sotto rustiche e grandi berrette.
Quando arrivammo a Rikovo, come uccelletti attirati dalla fame, vennero in molti attorno alle cucine del Cervino per offrire i loro servizi: provveder l'acqua e la legna per il rancio, lavare le marmitte per avere in cambio un tozzo di pagnotta rimasta in fondo ai sacchi della spesa o un mestolo di minestra. Dopo qualche giorno fu come se anche loro fossero "in forza" al battaglione.
Ma anche gli altri reparti del CISR avevano i loro ragazzi da sfamare. Molte volte nascevano affetti, e più d'uno in misere condizioni venne ricoverato nei nostri ospedali. In quel tempo, sempre a Rikovo, un bambino ebreo fu salvato dalla deportazione, o meglio dalla eliminazione, dalla pietà di un ufficiale medico.
Durante la ritirata del gennaio 1943 ne abbiamo incontrati dentro le isbe o nascosti nei ripostigli sotterranei che aspettavano che passasse la battaglia e il ritorno dei loro soldati. Ci guardavano piangendo con occhi imploranti: "Mir! Mir!" Pace, pace sembrava chiedessero.
Ecco, ora un "malenko" svelto e vivace, intelligente e scaltro visse la sua guerra a Rossosch dove c'era il comando del Corpo d'Armata Alpino e ci racconta la sua storia, che è un po' anche la nostra.
In quell'estate del 1942, dopo che i reparti dell'Armata Rossa in ripiegamento avevano abbandonato la cittadina, giunsero i tedeschi all'inseguimento verso il Don, la Volga e Stalingrado; erano quelli della famosa 6a Armata di von Paulus. Dopo, verso la fine di agosto, sopraggiunsero gli italiani: erano gli alpini che arrivavano a piedi, da lontano, impolverati, con i grandi zaini e lunghe file di salmerie...
Il ragazzo Alim Morozov osserva tutto questo, cerca di capire e poi si arrangia come sanno i ragazzi; e con la madre e un gruppetto di donne anziane e simpatiche cerca di sopravvivere. Ora che le scuole non funzionano, con una banda di ragazzi trascorre la maggior parte del suo tempo a frugare e recuperare tra le scorie della guerra, dove ogni cosa abbandonata ha un particolare fantasioso valore. Proprio come facevamo noi, nel nostro paese sull'Altipiano, dove era passata la Grande Guerra.
A loro, ai malcnki, ma anche alle donne e agli altri abitanti rimasti a Rossosch, non ci vuole molto a capire che questi ital'janski sono ben diversi dai soldati tedeschi e presto si instaura un modo di vivere tollerante e, persino, amichevole. Tanto che i nomi propri italiani e russi si mescolano e si pronunciano come in qualsiasi paese, anche se la fredda e spieiata guerra ogni tanto fa sentire la sua presenza: un poliziotto che ha tradito i suoi, una ragazza che passa dai tedeschi agli italiani, un aeroplano che sorvola basso le case, spari lontani, rumori di battaglie, l'impiccagione di una donna "che si era appropriata di beni dell'esercito".
Ma intanto si avvicina l'inverno, dal fronte arrivano i feriti e i primi congelati; poi le salme dei caduti e, incessante e violento, il rumore della battaglia. Gli aerei bombardano le retrovie e i comandi. Alim, con altri amici, va nei pressi dell'ospedale italiano, dove lavora sua madre, per frugare nelle tasche delle divise insanguinate che vengono gettate nella discarica delle immondizie. Un giorno scambia una divisa in buone condizioni con una borsa portacarte dove scopre una carta topografica con segnato tutto il nostro dispositivo di difesa lungo il Don. Senza comprendere l'importanza che potrebbe avere per i suoi compatrioti, con questa carta e con i pennini gioca alla guerra.
E arriva il 14 gennaio 1943 quando i carri armati russi T34, ala di una offensiva invernale che per loro segnerà una grande riscossa, si presentano nella città dove ha sede il comando del nostro Corpo d'Armata Alpino. Alim ci racconta la sua paura e la sua speranza, la battaglia per le vie, l'abbandono della città da parte degli italiani, i caduti nostri e suoi. Il triste passaggio dei prigionieri. E i mucchi di lettere abbandonate dove c'erano gli uffici della Posta Militare: lettere che non furono mai recapitate, né lette.
Alim, caro "malenko", cresciuto tra gli orrori della guerra, anche tu, ora, sei diventato nonno, "dièduska", e guardi ai tuoi nipoti come tutti i nonni del mondo, e racconti la tua storia perché ami la pace. Noi, tuoi "nemici" vediamo in te tutti i ragazzi russi che allora soffrirono e piangevano, e la tua gente, e le donne che di noi avevano pietà e pena. Grazie per questa tua storia che ci illumina di pace e di speranza.

Mario Rigoni Stern

Epilogo del libro desiderato e scritto da Alim Morozov

Passarono gli anni. Gli avvenimenti restavano nel passato sempre più lontani ma il vano tran tran quotidiano non riusciva ad offuscarli a sostituirli nel ricordo. E chissà perché dei lunghi anni di guerra rammentavo più spesso l'occupazione. Volevo capire meglio che cosa era avvenuto allora nella nostra steppa presso il Don. Già negli anni '50, quando studiavo all'università di Voronez l'interesse per la guerra occupava il primo posto nei miei studi. Cercavo di trovare nella nostra letteratura storica e memorialistica testimonianze sull'8° armata italiana ma le mie ricerche non diedero risultato. E non potevano darne perché per la nostra storia ufficiale era un tema troppo ristretto particolare. Gli storici ed i memorialisti di quei tempi nei loro lavori rivolgevano l'attenzione alle battaglie di Stalingrado, di Kursk ed anche ai famosi attacchi di Stalino che portarono al trionfo nel 1945. Bisogna inoltre considerare che nei decenni che seguirono la guerra il tema legato al destino dell'esercito italiano a Rossosch era praticamente precluso ai ricercatori per motivi politici. In Italia i parenti dei caduti o dei dispersi nelle steppe del Don e del Severskij Donec cercavano insistentemente i propri figli, mariti e fratelli. Il governo italiano ed i giornalisti si rivolsero non una sola volta alla dirigenza del nostro paese con la richiesta di trovarli, o almeno di dare la possibilità di visitare le tombe dei caduti. Generalmente queste richieste rimanevano senza risposta. Tuttavia ci furono casi in cui l'alta dirigenza sovietica nelle sue dichiarazioni era obbligata a reagire. Ricordo che una volta N.S.Chruscèv, desiderando chiudere per sempre questa delicata questione, disse: "Che cosa cercate? Essi sono bruciati nel fuoco della guerra".
Probabilmente il mio interesse per il destino degli italiani nell'ultima guerra era alimentato dalle mie impressioni personali, derivanti da quei quattro mesi in cui mi capitò di vivere accanto agli alpini. Sarebbe interessante sapere che cosa successe agli autisti degli autobus dell'ospedale, Filippo ed Alfredo, se è rimasto tra i vivi il cuoco Tescari se riuscirono ad uscire dalla gelida ed innevata Russia i sergenti Pietro e Antonio e tutti gli altri avventori della mensa dei sergenti.
Con gli anni questo interesse perse intensità, poiché niente dava motivo di sperare che un giorno ci sarebbe stata di nuovo la possibilità di rivolgersi direttamente agli abitanti della lontana penisola appenninica.
Ma gli alpini veterani non abbandonavano il tentativo di "aprirsi un varco" in tempo di pace verso le rive del Don. Mi capitò per caso di incontrare uno di questi gruppi nell'estate del 1976 o 77 a Rossosch. Dal loro minibus con la targa di Charkov uscirono alcuni uomini dai cappelli con la penna e si diressero verso l'edificio dove durante l'occupazione erano dislocate la caserma dei soldati, la mensa e la posta del Corpo Italiano degli Alpini.
Senza credere molto che fossero quegli stessi alpini che qui avevano sofferto trenta e più anni fa, mi affrettai verso l'automezzo. Con gli italiani c'erano due accompagnatori. Non è necessario essere troppo perspicaci per indovinare che erano del KGB. Provai ad interrogarli sui passeggeri del minibus, ma mi fecero subito capire che a loro questo non piaceva e che ritenevano semplicemente fuori luogo rivolgere la mia richiesta agli italiani.
Presto gli alpini veterani ritornarono. Per strada fermarono una vecchietta. Probabilmente quella nonnina aveva riconosciuto in loro gli ex occupanti. Iniziò a dire loro qualcosa ed essi in risposta, interrompendosi l'un l'altro, si affrettavano a dividere con lei i propri ricordi. Gli accompagnatori guardavano questa scena di strada non pianificata con evidente disapprovazione. Uno di loro disse in fretta all'autista: "Accendi il motore", dopo di che si rivolse a me chiedendomi come arrivare a Pavlovsk. Avevo con me una macchina e senza esitare acconsentii a condurli su quella strada. Con gli italiani non riuscii a scambiare nemmeno una parola.
Quell'inaspettato passaggio dei veterani alpini a Rossosch preoccupò il capo della locale sezione del KGB. Egli, come poi mi raccontarono, si lamentò alla direzione regionale del suo dicastero dei colleghi di Char'kov per non averlo messo al corrente in anticipo di quella visita. Non so se questo reclamo ebbe qualche conseguenza, ma la reazione dei locali dipendenti del Comitato di Sicurezza Statale ad un caso che sembrava così innocente è molto eloquente. Di visite nelle nostre steppe del Don di parenti dei soldati e ufficiali italiani caduti o dispersi allora, negli anni '70, non se ne poteva proprio parlare. La guerra fredda tra i paesi dell'Europa occidentale e orientale stava come una sorda parete sul cammino degli stranieri verso la provincia russa. E solo isolati pionieri, come Mario Rigoni Stern, riuscivano a superarla. L'incontro con Stern nel suo secondo viaggio, nel maggio del 1988, mi aiutò a capire quale profonda traccia aveva lasciato la guerra nelle mentì e nelle anime degli italiani. Tornato a casa, lo scrittore raccontò del suo viaggio sul giornale torinese "La stampa" ed anche in un libro pubblicato per quella particolare occasione. Questi appunti di viaggio di Mario Rigoni Stern, il suo documentario Ritorno sul Don furono un prologo al pellegrinaggio di centinaia di veterani verso quei luoghi in cui, nell'inverno 1942-43, dovettero vivere una tragedia.
A Rossosch i primi gruppi di turisti italiani arrivarono nel maggio-giugno del 1989. Questi viaggi erano organizzati dalla piccola agenzia turistica della città di Alba “La rondine”. Presto, dopo “La rondine”, vennero da noi dei turisti tramite le ditte “Trestrevel” e “IOT”. Un poco alla volta si delinearono i tragitti dei viaggi, che abbracciavano un vasto territorio da nord verso sud, lungo il Don, da Verchnij Karabut e Belogor e a Bogucar, e da ovest a est, dal Don a Valniki e Livenka (Nikolaevka).
I veterani che avevano partecipato alla campagna in Russia ed i parenti dei caduti ebbero infine la possibilità di vedere le steppe del Don di cui tanto si era parlato e scritto negli anni del dopoguerra in Italia. I turisti erano sopraffatti dalle emozioni. Le messe in memoria lungo le rive del Don provocavano lacrime a molti. Dopo la preghiera, le onde del Don accoglievano le corone ed i mazzi di fiori vivi di mogli, sorelle, fratelli, amici, figli, figlie e nipoti dì coloro che mezzo secolo prima non erano ritornati al focolare domestico. Gli abitanti dei paesi vicini venivano a vedere gli italiani pregare. La maggior parte comprendeva il dolore degli ospiti, soprattutto gli anziani, che ricordavano i duri anni dì guerra.
Io ho accolto ed accompagnato tutti i gruppi di turisti italiani che in questi anni hanno visitato Rossosch. Generalmente il lavoro con il gruppo di visitatori iniziava con la precisazione, ed a volte con il completo cambiamento, del piano di viaggio. Nel fare questo era necessario considerare, nei limiti delle possibilità, tutti i desideri dei turisti. Non di rado la discussione sull'itinerario da seguire era molto tempestosa. Nella maggior parte dei casi bisognava in 2-3 giorni visitare 10-15, a volte anche 20, paesi situati alle diverse estremità del territorio sopra citato. I veterani della divisione "Tridentina" volevano recarsi nei paesi Verchnij Karabut, Belogor , Basovka, Ucrainskaja Bujlovka, Sergeevka, Podgornoe, Opyt; gli alpini della “Cuneense” insistevano per l'itinerario verso Annovka, Niznij Karabut, Staraja Kalitva. La cosa più difficile era accontentare i desideri dei veterani della divisione “Julia”, i quali nel dicembre del 1942 furono trasferiti dalla zona di Kurennaja, Saprino e Semejka sotto Novaja Kalitva e Ivanovka. Ma a loro interessava anche Loscina, Popovka, Novopostojalovka, Postojalyi. Nel gennaio del 1943 tutte le divisioni del Corpo Italiano degli Alpini dopo Postojalyj retrocessero per un tratto insieme, ma a Seljakino ed a Varvarovka le loro strade si divisero. Ed ora, proprio come mezzo secolo fa, i desideri dei veterani sulla direzione degli itinerari si dividevano.
I parenti dei dispersi spesso mi chiedevano se non ero a conoscenza di casi in cui degli italiani, dopo la prigionia, fossero rimasti per sempre in Russia. Nella loro anima continuava ad ardere la speranza e non volevano assolutamente abbandonarla. Io sapevo che dopo la liberazione della Russia c'erano stati non pochi casi in cui i nostri ufficiali avevano lasciato per un po' di tempo degli autisti italiani al volante di automezzi - preda bellica, che avevano utilizzato meccanici italiani per lavori di riparazione. Ma nella situazione di allora lasciare per tanto tempo dei prigionieri di guerra nelle unità era impossibile. Ufficiali di particolari reparti riuscivano ben presto a scoprire i soldati nemici inseriti illegalmente e li mandavano ai campi di concentramento per prigionieri di guerra.
Tuttavia non c'è regola senza eccezione ed io mi permetto di raccontarvi un fatto veramente stupefacente. Nel museo della città di Rossosch è conservata una cartolina dal fronte che l'ex soldato italiano, ed a quel tempo soldato dell'esercito sovietico, Salvatore Grancagnolo spedì nell'aprile del 1944 alla famiglia Kovalenkov dall'esercito operante. Egli era stato fatto prigioniero a Rossosch nel gennaio del '43 e nei primi tempi venne utilizzato come meccanico riparatore dei mezzi di trasporto abbandonati nella ritirata del Corpo Italiano degli Alpini. Viveva liberamente e continuava a visitare la famiglia Kovalenkov nella cui casa era dislocato il deposito dello Stato Maggiore dell'artiglieria armena. I Kovalenkov avevano presentato Salvatore al capo di quello Stato Maggiore e l'avevano convinto a prendere il soldato italiano esperto in meccanica in una delle sezioni del deposito. La data della scoperta di Grancagnolo rivela che egli prestò servizio nell'esercito sovietico per più di un anno. Cercai di trovare le sue tracce in base al numero della posta da campo nell’archivio di guerra, ma là mi risposero che quel numero non era nell'elenco dell'unità. In effetti egli non poteva essere inserito sotto il suo cognome. Probabilmente il compilatore aveva annotato quel fortunato siciliano alla russa.
Nell'estate del 1991, accogliendo un gruppo di turisti, un italiano molto vivace e socievole mi chiese di mostrargli l'oleificio. Secondo quanto diceva durante l'occupazione li era dislocata l'unità automezzi in cui egli aveva prestato servizio. D'un tratto mi sfuggì la domanda: “Voi avete conosciuto Salvatore Grancagnolo?” “Oh, Salvatore, Salvatore! - esclamò il turista - Sì, abbiamo prestato servizio nello stesso reparto!”
Risultò che prima di partire per la Russia Raffaele, così si chiamava il turista, aveva parlato al telefono con Salvatore. Probabilmente egli fu l'unico soldato italiano tra quelli fatti prigionieri che era riuscito a rimanere nell'esercito sovietico fino alla fine della guerra e poi a ritornare a casa indenne.
La campagna di Russia si trasformò in una tragedia per tutti coloro che vi avevano preso parte, tedeschi, ungheresi, rumeni, finnici, spagnoli, ma le misere condizioni dei soldati e degli ufficiali italiani nella maggioranza dei casi già allora incontravano la sincera compassione della popolazione dei territori occupati. Un paradosso? Affatto. Semplicemente gli italiani, tra la maggioranza degli oppressori, capirono molto prima la disastrosa inutilità della loro partecipazione agli ambiziosi disegni dei loro dirigenti. I contadini della penisola appenninica erano vicini e comprendevano i bisogni e le speranze dei contadini delle immense steppe del Don. Invece dell'odio reciproco, occupanti ed occupati trovarono un linguaggio comune. I semplici rapporti umani presero il sopravvento sulle direttive e le istruzioni della dirigenza militare fascista. Ciò è suffragato da innumerevoli fatti. Se si dovesse descriverli tutti, ne uscirebbe un grosso libro.
Moltissimi veterani della guerra in Russia con cui mi incontrai a Rossosch ed in Italia cercavano prima di tutto di sottolineare la bontà dei contadini russi ed ucraini, i quali, nel gennaio del 1943, vedevano nei gelati soldati italiani non dei conquistatori, ma dei poveracci che una forza malvagia aveva condannato al martirio.
Per l'ex sottotenente dei 2° reggimento della divisione “Cuneense”, Veniero Aimone Marsan, il ricordo più caro è l'incontro, in un piccolo paesino della regione di Voronez, con la madre di quattro bambini che aveva diviso con lui le sue magre riserve di cibo. Egli è convinto che quel pezzo di pane contadino raffermo e quel piatto di acqua bollente gli diedero le forze per non cadere sulla strada che la loro colonna percorreva verso il campo di concentramento dei prigionieri di guerra. Il sergente Luigi Venturini del 3° battaglione genieri della divisione “Julia” arrivò con un gruppo di turisti per trovare a Popovka la donna che cinquant'anni fa gli aveva salvato la vita. Egli cadde prigioniero sotto Valujki e, mentre veniva trasferito al campo, si ammalò di tifo. La malattia sopraffece Venturini presso l'ultima casa di Popovka. La colonna dei prigionieri andò avanti e lui restò sulla neve. La padrona di casa, una donna non più giovane, ebbe pietà di quell'italiano che stava gelando sulla strada. Lo trascinò nella sua casetta, gli diede da bere del latte caldo e poi, con una slitta trainata da una mucca, portò il sergente alla stazione di Podgornoe, dove continuava a funzionare l'ospedale italiano. Là Io aiutarono a sopravvivere.
Venturini desiderava molto incontrare la sua salvatrice, ma non c'era assolutamente tempo per questa ricerca. Mi rivolsi all'amministrazione del paese ed alla milizia locale, interrogai gli anziani abitanti di Popovka, ma le mie domande rimanevano ogni volta senza risposta. E solo da pochissimo tempo sono riuscito ad incontrare una delle abitanti di quel paese che ricordava il nome ed il cognome di quella donna - Fèkla Juchnevic. Purtroppo era morta da molto tempo.
Del suo desiderio di trovare un'altra sconosciuta salvatrice, una donna russa, mi ha scritto l'invalido di Milano Pietro Fabbris. Egli non ricorda né il nome del paese, né il nome di colei che non era passata accanto a lui, soldato italiano gravemente ferito, senza fermarsi, ma l'aveva accolto in casa sua, l'aveva scaldato e nutrito.
Nell'ottobre del 1993 l'ex sottotenente di prima nomina dell'89° reggimento della divisione “Cosseria”, Giuseppe Bortoluzzi, rese omaggio alle donne russe a nome dei veterani che combatterono in Russia. !Nei momenti più duri della nostra ritirata, - disse - quando noi gelavamo nelle steppe del Don, le vostre madri, le vostre sorelle e le vostre mogli aprivano la porta al nostro bussare, dividevano il caldo delle loro abitazioni e l'ultimo pezzo di pane. Grazie al loro aiuto, alla loro compassione, molti di noi ora sono vivi. Noi questo lo ricorderemo e saremo sempre grati alle generose donne russe!.
D'altra parte sono a conoscenza di non pochi fatti in cui i medici militari e gli infermieri italiani prestarono soccorso agli abitanti di Rossosch. Ricordo che subito dopo l'occupazione nella nostra città passavano di bocca in bocca intere leggende sullo straordinario chirurgo dell'ospedale italiano numero 23 Giancarlo Parenti. Nella sua sala operatoria lavorava un'infermiera di Rossosch Anna Stepanovna Popova. Nel settembre e nell'ottobre del 1943 i feriti nell'ospedale erano pochi. Durante l'occupazione gli ospedali in città non funzionavano, per cui gli abitanti spesso si rivolgevano ai medici italiani. Parenti aiutava volentieri i malati. Anna Popova svolgeva il ruolo di intermediatrice tra i pazienti del posto ed il chirurgo militare.
Mano a mano che si avvicinava l'inverno i feriti aumentavano e dalla seconda metà di dicembre iniziò il loro arrivo in massa. Tra i feriti non c'erano solo italiani, ma anche tedeschi, belgi, perfino francesi. Un giorno un inserviente italiano si avvicinò ad Anna Popova e le sussurrò piano: “Hanno portato dei russi”. Nel!'accettazione Anna vide tre carristi gravemente ustionati. Parenti li aiutò a sopravvivere. La Popova ricorda che, quando nella sala operatoria c'era poco lavoro, Parenti le diceva: “Vai a parlare con i tuoi”.
Alcuni giorni dopo la liberazione di Rossosch portarono all'ospedale italiano il sottotenente sovietico Nikolaj Poliècuk, gravemente ferito, ed il carrista Stepanov. Vennero entrambi operati da Parenti. Il sottotenente era stato ferito da una pallottola dum-dum. Sul petto aveva un piccolo buco, ma sulla schiena una ferita tale, che nemmeno il palmo di una mano riusciva a coprire. Si dovette fare l'operazione seduti. Prima di prendere lo scalpello, il chirurgo versò un bicchiere di cognac e lo offrì a Poliscuk: “Vuoi bere?”. Quello rispose “Sì”. Portò il bicchiere alla bocca ed ebbe un accesso di tosse. Parenti gli prese il bicchiere e disse: “Bevo io alla tua”. Conoscevo bene Nikolaj Timofeevic Polièèuk e spesso lo sentii ricordare con belle parole il chirurgo italiano, il suo salvatore.
Durante la ritirata Giancarlo Parenti cadde prigioniero alla stazione di Podgornoe. Lo portarono a Rossosch con altri prigionieri. Fin dal primo interrogatorio si qualificò come chirurgo ed espresse la propria disponibilità a continuare a lavorare in un ospedale. L'ufficiale del reparto speciale che lo interrogava era dubbioso, al che Parenti gli propose di chiedere di lui alla “russa Anna”. L'ufficiale trovò l'infermiera Anna Popova nell'edificio dove due giorni prima era dislocato l'ospedale italiano e che allora era stato trasformato in ospedale da campo per la 3° armata corazzata. La Popova confermò le parole del chirurgo italiano ed egli fu subito preso in un ospedale russo. I medici militari sovietici stimavano molto la professionalità di Parenti. Grazie alle parole di Anna Stepanova Popova egli fu presto mandato a Mosca su un aereo speciale. Del destino di Parenti so poco. In particolare so che dopo la prigionia ritornò in Italia, ottenne grande notorietà come bravissimo chirurgo e fu insignito di alte onorificenze della Repubblica Italiana.
L'insegnante di Novaja Kalitva, Raisa Kazaeva, che nel 1942 aveva due anni, fu salvata dai medici dell'89° reggimento della divisione “Cosseria”, quando si ammalò di polmonite. E di simili casi di soccorso alla popolazione locale da parte di medici militari italiani ne ho sentito più di uno.
Ogni volta che incontravo un gruppo di turisti dall'Italia speravo sempre di vedere uno di quei sergenti che nell'autunno e nell'inverno del 1942 si riunivano al tavolo della casa in cui eravamo alloggiati. Invano, sembra che nessuno di loro sia tornato in patria. Il pensieroso Pietro, il raffinato Antonio, il cuoco Tescari sempre indaffarato, gli autisti degli autobus dell'ospedale, gli inseparabili Filippo e Alfredo, burloni e grandi attori, sono rimasti solo nell'archivio della mia memoria.
Tuttavia ebbi l'opportunità di incontrare moltissimi veterani che parteciparono alla tragica campagna sul Don e che ebbero la fortuna di ritornare a casa. Essi volevano vedere quei luoghi in cui mezzo secolo fa ad ogni passo erano inseguiti dal pericolo di morire. Con gli alpini veterani Leonardo Caprioli, Luigi Grossi, Guido Vettorazzo, Mario Gariboldi, Ferruccio Panazza scalammo i ripidi pendii del Don presso Belogor'e, a cui essi a quel tempo avevano dato i nomi delle famose vette alpine: “Monte Bianco” e “Monte Cimone”. Cercai la trincea di Nelson Cenci insieme a lui a Ukrainskaja Bujlovka e con Vittorio Cristofoletti incontrai il direttore della scuola di Verchnij Karabut per consegnargli 10 mila dollari raccolti dai veterani del battaglione “Verona” per le necessità della scuola.
Con il romano Andrea Emma cercammo a Rossosch il luogo in cui, nel gennaio del 1943, egli venne ferito e la scuola in cui era dislocato l'ospedale dove i medici russi gli prestarono il primo soccorso. Cercai di aiutare lo scrittore ed avvocato Bruno Zavagli a trovare la casa di Rossosch in cui era acquartierato. Girammo insieme tutta la periferia nord-occidentale della città, ma in mezzo secolo di trasformazioni era stata costruita una via e quella casa era irriconoscibile. L'insegnante di Rovereto Guido Vettorazzo fu più fortunato: trovammo, vicino a Novaja Kalitva, il terreno con i bunker sfondati e le trincee piene di erbacce in cui, nel gelo di dicembre, s'erano rifugiati gli alpini del battaglione “Tolmezzo”. Vicino a questo posto si trova l'altura “Cividale” (chiamata da noi “Malleva Gora”), dove ci recammo anche con i veterani di Udine. Per circa un mese qui si svolsero ininterrotti sanguinosi scontri. L'altura passò diverse volte di mano. Sulla terra delle sue dolci pendici fu versato copioso sangue italiano e russo. Qui in un mese ogni giorno perirono decine, centinaia di giovani assetati di vita. Chi può rispondere alla domanda: perché morirono?
Sergio Dalla Rosa non può ricordare senza piangere le battaglie del dicembre del 1942. Egli fu fortunato. Fu tra coloro che ritornarono in Italia.
Allora Sergio, un uomo di altezza superiore alla media, pesava 36 chilogrammi. Passò un anno intero in ospedale. La madre ed i parenti più vicini per molto tempo non seppero che era tornato. Poco prima della ritirata, Sergio aveva casualmente scambiato la sua divisa con quella di un soldato del suo reparto. La piastrina di rame su cui erano incisi il nome, il cognome, il luogo e la data di nascita del suo possessore era cucita dietro al bavero. Il soldato che indossava la divisa di Dalla Rosa morì. Per questo la madre di Sergio ricevette la notizia della morte del figlio che, in realtà, era vivo.
Quando Sergio iniziò a stare meglio scrisse una lettera a casa. Dopo una settimana venne in ospedale la sorella. Non riconobbe il fratello - a ventun'anni sembrava un vecchio.
Sergio Dalla Rosa non ama ricordare la guerra. Mi raccontò solo di un episodio al fronte. Durante le battaglie di dicembre vicino al villaggio di Ivanovka, il sacerdote del battaglione lo mandò in avanscoperta a raccogliere i caduti. I cadaveri dei soldati, italiani e russi, giacevano velati di neve sulla fascia neutrale. Sergio voleva strisciare verso i morti, ma l'ufficiale che comandava i soldati nella prima trincea non glielo permise. Aveva perfettamente ragione: perché deve morire ancora un soldato?
Sergio ritornò al comando senza i caduti. Cercò di spiegare la situazione al cappellano, ma quello non volle ascoltarlo, lo chiamò vigliacco e minacciò di mandarlo sotto processo per aver disobbedito ad un ordine. Ma prima di farlo il sacerdote ordinò a Sergio di andare in prima linea insieme a lui. Appena vi si avvicinarono la difesa russa iniziò un fuoco d'artiglieria. Vicino alla trincea scoppiò un ordigno e Sergio si spaventò molto, pensando che quell'ufficiale che gli aveva impedito di strisciare sulla linea neutrale fosse morto. Per fortuna questo venne loro incontro illeso e convinse il cappellano dell'insensatezza del suo ordine.
Secondo Dalla Rosa al fronte troppo spesso venivano dati ordini stupidi e per questo erano morti molti soldati. Egli odia la guerra e dopo mezzo secolo ricorda ancora i suoi commilitoni, quei ragazzi che rimasero per sempre sulle steppe del Don.
Sergio e sua moglie Dominga in Italia visitano spesso un monumento solitario che si erge sul limitare di un boschetto. Sotto di esso riposa il prigioniero di guerra sovietico Ivan Kuznecov, partigiano nella brigata garibaldina “Granisci”. Portano sempre con sé dei fiori e li depongono ai piedi del modesto monumento. Alla periferia nord di Rossosch dall'agosto del 1990 si trova il monumento ai soldati italiani. Qui ho incontrato alcune volte una donna dai capelli bianchi con un mazzo di fiori. La guerra ha lasciato migliaia e migliaia di tombe che hanno diviso, ma ora avvicinano i nostri popoli.
Adesso la strada per Rossosch è ben nota ai turisti italiani. È il sesto anno che essi vengono qui nei mesi primaverili ed estivi. Nel 1992-93 per iniziativa dell'Associazione Nazionale Alpini e del suo presidente, Leonardo Caprioli, gli alpini veterani hanno costruito nella nostra città un asilo infantile. L'hanno chiamato “Casa del sorriso”. Questo meraviglioso regalo ai bambini di Rossosch, un piccolo pezzo d'Italia a Rossosch, decora la città e ricorda continuamente ai suoi abitanti che nel lontano paese del sole hanno centinaia di buoni conoscenti, mentre una gran parte dei cittadini di Rossosch ha instaurato con gli alpini dei rapporti di vera amicizia. Nei giorni prima di Natale e dell'anno nuovo i postini locali hanno le borse piene di buste colorate con auguri e notizie dalla lontana Italia.
Questo è bellissimo e si vorrebbe durasse per sempre.

Alim Morozov