CRONACA DI UN RADUNO
Capodanno nel Gargano. Che idea attraente per noi abitanti del
freddo nord! Sole, aria tiepida, quasi primaverile, ecc. ecc.
Perché ci si costruisca degli stereotipi vorrei proprio
capirlo. Pioggia e sferzate di vento siberiano ci hanno dato il
benvenuto a Vieste il 27 dicembre. La stessa sera, alla presentazione
del raduno nell'accogliente salone del camping Baia degli aranci,
situato sul litorale ad un tiro di schioppo dalla città,
i musi lunghi erano tanti. Saranno state le preghiere (o le imprecazioni),
fatto sta che il giorno dopo Giove pluvio se n'era andato a sfogarsi
i nervi altrove. Un sole brillante illuminava il cielo azzurro
ancora percorso da bianche nuvole. Restava il vento freddo, nostro
compagno inseparabile durante tutto il soggiorno, ma si sa che
questo è un inverno eccezionalmente rigido.
Ore 8 si parte per Peschici. La strada segue l'andamento sinuoso
della costa rocciosa a volte interrotta da belle spiagge di sabbia.
Alla nostra sinistra, terminata la serie dei campeggi immersi
nel verde e tutti chiusi in questa stagione, il panorama si trasforma
continuamente. Uliveti ben curati e ciuffi di fichi d'India, poi
la macchia mediterranea punteggiata dal bianco della roccia calcarea,
poi i boschi di conifere, soprattutto pini marittimi e pino d'Aleppo,
che lascerebbero immaginare un paesaggio alpino se non ci fosse
il mare sempre presente con le sue grigie onde strisciate di schiuma
salina bianca che lambiscono rabbiosamente le rocce e le spiagge.
Qua e là s'innalzano alcune delle torri d'avvistamento
fatte costruire nel '500 da Pietro di Toledo quale difesa contro
le incursioni dei pirati Saraceni ed i trabucchi, le antiche macchine
da pesca riportate in auge di recente.
Peschici appare come un bianco anfiteatro affacciato sulla spiaggia
e sul porticciolo. L'impatto visivo è molto scenografico.
Il borgo antico è il naturale prolungamento della roccia
del promontorio che si erge dalle acque del mare, mentre la zona
nuova ne è il proseguimento omogeneo: una striscia di case
bianche che s'inoltra timidamente nel verde del bosco.
Fondata da popolazioni slave nel 970 d.C. Peschici fu chiusa
in un cerchio di mura volute da Federico II, un sovrano di origine
sveva che ritroveremo citato spesso durante le nostre visite nelle
varie località del Gargano. Di queste mura rimangono poche
tracce visibili (sono diventate i muri perimetrali delle case
costruite a ridosso) e la porta attraverso la quale si entra nel
centro storico. Attraverso stradine a saliscendi, fiancheggiate
da case bianche col tetto piatto, si raggiunge la chiesa Madre
di Sant'Elia, patrono del paese. Poi si sale fino al Castello,
cioè a quanto resta di un'antica postazione militare difensiva
situata sulla punte estrema del promontorio. Sullo spiazzo si
apre la porta di una chiesetta dedicata a San Michele, patrono
del Gargano, la cui effigie, in abito da centurione romano, ci
osserva da lunotto sopra il portale. Da lassù, novanta
metri a strapiombo sul mare, il panorama è superbo. Il
cielo è finalmente sgombro di nuvole, l'azzurro intenso
si confonde con il blu del mare.
Si riprende il cammino lungo la strada litoranea tra boschi,
macchia mediterranea, costa rocciosa e mare. All'uscita da una
curva appare Rodi Garganico, un piccolo gruppo di case raggruppate
su di un promontorio. Scopriremo che Rodi non è così
piccolo. Una ragnatela di stradine sale dal livello del mare fino
al punto più alto dov'è situato il santuario della
Madonna della Libera. In questa chiesa dalla facciata settecentesca
si venera un'immagine lignea della Vergine che si dice sia qui
giunta da Bisanzio nel 1453. Il lindo paese di Rodi, già
colonia cretese, poi greca, poi alleata degli Svevi ed infine
sotto la giurisdizione degli Spagnoli ha certamente avuto un passato
prospero. Lo raccontano alcuni ricchi particolari delle case:
elaborate ringhiere di balconi, portali scolpiti ed altri elementi
di abbellimento. In questo paese si rifugiò Gioacchino
Murat in fuga dopo la caduta di Napoleone. Curiosi sono i manifesti
funebri bordati di un allegro color fucsia.
Il pomeriggio è dedicato alla conoscenza dei prodotti
locali. Si visita l'azienda agricola Cimaglia che produce olio,
vino, miele e formaggi. Dopo il rinfresco alcolico gentilmente
offertoci siamo tutti allegri, i musi lunghi sono scomparsi. C'è
il sole, il vento non sembra più tanto freddo, il mare
è azzurro. Rientrando al campeggio si riesce perfino a
sentire l'intenso profumo degli eucalipti sotto i quali sono parcheggiati
i nostri camper. La serata trascorre tra la proiezione di diapositive
e un po' di musica.
Cielo azzurro, sole, mare calmo. La giornata successiva comincia
al meglio. Oggi sono in programma le visite a Lucera e Troia.
Pino, che ieri ha accompagnato il gruppo del nostro pullman, ha
lasciato il posto alla simpatica Francesca che c'intrattiene illustrando
le caratteristiche dell'ambiente naturale garganico, questo grande
promontorio calcareo solcato da corsi d'acqua sotterranei che
scavano grotte e caverne. Con parole che svelano un amore profondo
per questa terra ci racconta del suo passato storico e di come
divenne la Via sacra dei Longobardi che verso l'anno 1000 diedero
il via alla costruzione di tanti santuari.
Allontanandosi dal mare il paesaggio è completamente diverso.
I boschi costieri sono sostituiti da distese di campi coltivati
ad ortaggi o arati in attesa della semina. Ricordo questi campi
quando ci venni la prima volta nel mese di luglio. Erano un mare
giallo di splendidi girasoli. Sulle prime pendici daune, campi
e vigne convivono gli uni accanto alle altre. Ci stiamo dirigendo
ad una tappa di … ristoro mangereccio-alcolico, tanto per
sopportare il viaggio fino a Lucera. La sosta avviene presso la
Cooperativa Agricola Fortore di Torremaggiore dove ci offrono
crostini di pane conditi con il profumato olio pugliese, taralli
e vino.
Rifocillati e di buon umore riprendiamo il viaggio. Lucera, probabilmente
dall'etrusco luc eri, ossia Bosco sacro, appare, al primo impatto,
come un grosso paese cresciuto in fretta e senza regole se non
quelle della fantasia. Il centro storico cui si accede attraverso
Porta Troia reca tracce medievali e settecentesche spesso accostate
ad anonime case moderne. La Cattedrale fu costruita a partire
dal 1301 su di una precedente moschea e ne conserva il ricordo
nella piccola torre poligonale che ha tutto l'aspetto di un minareto.
La volle Carlo II d'Angiò per festeggiare la sua vittoria
sui saraceni. La facciata è un insieme di motivi architettonici
francesi accostati all'arte locale. Non possiamo visitare l'interno,
è mezzogiorno e la chiesa è già chiusa. Di
fronte alla cattedrale si erge il Palazzo Vescovile, una bella
costruzione del '700 la cui facciata è assai bisognosa
di restauro. Per puro caso (una coppia di sposi che sta facendo
delle fotografie) e per pochi minuti riusciamo a vedere il cortile
interno già restaurato. Troviamo invece aperta la chiesa
di San Francesco. Semplice ed austera, com'è nello stile
francescano, espone sotto l'altare maggiore il corpo in cera di
San Francesco Antonio Fasani, ricostruito sulle spoglie.
Il tempo a nostra disposizione per visitare Lucera è finito.
Purtroppo non vedremo né il teatro romano, né il
Castello. Abbiamo un appuntamento con il ristorante La Balconata,
un bel locale dove ci serviranno un ottimo pranzo di piatti pugliesi.
Giungiamo a Troia nel primo pomeriggio. La città dista
pochi chilometri da Lucera. Praticamente si guardano dall'alto
di due colline dirimpetto. Tra di loro solo gli uliveti ed una
grande distesa di campi. Lasciati i pullman c'incamminiamo lungo
le stradine lastricate che salgono verso la Cattedrale. Si sbuca
da uno stretto vicolo nella piazzetta e ci si trova di fronte,
all'improvviso, la sua splendida facciata. Bianca e solenne, impreziosita
da colonne, sculture, archi ciechi e da un magnifico rosone traforato
come un pizzo, comunica un'emozione intensa in cui si mescolano
stupore e meraviglia. La guida ci fa osservare che il rosone,
oltre ad essere in pietra e di stile orientaleggiante, ha un'altra
particolarità che lo rende unico, è diviso in undici
spicchi. Bellissima anche l'abside semicircolare con colonne e
capitelli sormontati da sculture allegoriche. Sui muri esterni
si notano, tra altre immagini, la stella di David e la mezzaluna
mussulmana. Un omaggio alle maestranze di fede diversa che lavorarono
all'ampliamento della primitiva chiesa di Santa Maria, un ampliamento
che consistette nello spostare in avanti la facciata trasformando
la vecchia chiesa a croce greca nell'attuale a croce latina. L'interno
a tre navate su colonne ha conservato la semplicità dello
stile romanico. Degno di nota è il colorato affresco del
XV secolo rappresentante la Vergine dormiente.
Accanto alla Cattedrale è il Palazzo vescovile. In due
sale ristrutturate di recente è esposto parte del Tesoro:
paramenti sacri e oggetti di culto tra cui un calice attribuito
a Benvenuto Cellini. Sulla stessa piazza si trova l'ex Monastero
delle Benedettine, una costruzione del 1600. Sette sale del pianterreno
ospitano il Museo Diocesano. Troviamo esposti dei bellissimi gruppi
scultorei in cartapesta, molto espressivi, poi paramenti liturgici,
arredi di sacrestie, polittici e tele di argomento sacro, capitelli
ed altari provenienti da chiese distrutte o sconsacrate.
Sarebbe molto piacevole passeggiare per le strade di Troia (offre
tanti angoli caratteristici) se non ci fosse il vento freddissimo
che s'infila dappertutto. Eppure un troiano (si, si chiamano proprio
così gli abitanti della moderna Troia) mi dice che questa
è arietta. Arietta? Mi prende in giro, forse? Comunque
noi proseguiamo, intirizziti ma decisi a vedere il più
possibile di questa città che sta entrando nel cuore. Andiamo
alla chiesa di San Basilio Magno, la più antica. L'esterno
è molto semplice, dell'interno non si vede nulla della
struttura. È interamente occupato da un bellissimo presepe.
Due ragazzini che fungono da sorveglianti m'informano con orgoglio
di averlo allestito insieme con i compagni della scuola media.
Un mese di lavoro tutti i pomeriggi. Il risultato è veramente
ammirevole.
Si ritorna sulla strada principale per andare a visitare il Museo
Civico allestito a Palazzo D'Avalos. Raccoglie opere pittoriche
e scultoree di Vincenzo Curcetti e Nicola Fiore, due artisti troiani
e, nel seminterrato, reperti di epoca pre-romana, romana e medievale,
nonché gli stemmi dei D'Avalos e di altre famiglie nobili
vissute nel territorio.
Un'altra giornata di visita sta finendo. Un ultimo sguardo alla
Cattedrale più suggestiva che mai sotto la luce dei riflettori
sullo sfondo di un cielo stellato illuminato dalla luna piena.
Per chi ha ancora energie da spendere questa sera si balla nel
salone del campeggio.
È sorto un altro giorno e noi siamo pronti per un altro
giro. Ancora in compagnia di Francesca percorriamo la litoranea
verso Manfredonia. Il panorama è stupendo. Boschi che raggiungono
il mare, promontori di roccia a strapiombo su baie, calette e
spiagge, il bianco agglomerato di Mattinata adagiato tra mare
e monti. Ogni tanto ai lati della strada si vedono le tracce della
recente nevicata. Di questo evento atmosferico ce ne accorgeremo
meglio a Monte Sant'Angelo. Lassù è tutto bianco,
la neve è dappertutto, nemmeno le strade sono state pulite,
percorrerle è spesso un'impresa. Sfidando il vento ci affacciamo
per qualche attimo al belvedere. Manfredonia è ai nostri
piedi, 843 metri più in basso, distesa tra il mare e la
pianura fitta di uliveti; le vecchie case a schiera di Monte Sant'Angelo
si confondono con la roccia bianca a cui sono addossate. Dietro
di noi si staglia il profilo maestoso del castello con le sue
torri. Attenti a non scivolare scendiamo verso la Basilica, uno
dei luoghi di culto più frequentati fin dall'antichità,
la chiesa che concludeva la Via Sacra Longobardorum, il luogo
di sosta e di preghiera dei Crociati che andavano a combattere
o tornavano dalle battaglie in Terrasanta. La facciata a doppio
arco precede una scala intagliata nella roccia che pare scendere
nel ventre della terra. In fondo una specie di atrio chiuso da
arcate e dal portale romanico che dà accesso alla basilica.
I battenti in bronzo furono eseguiti a Costantinopoli nel 1076.
I 24 pannelli con inserti d'argento raccontano dell'Arcangelo
Michele che apparì in sogno al vescovo di Siponto per ben
tre volte. Si entra in una chiesa tutta particolare. La parte
in fondo, dove spicca l'altare bianco, è l'antica grotta
la cui volta irregolare pare appoggiarsi sulla statua marmorea
di San Michele da alcuni attribuita ad Andrea Sansovino. L'Arcangelo
è raffigurato mentre schiaccia con il piede un essere mostruoso
col viso di scimmia, artigli di leone e coda di serpente (forse
il male?). La grotta è preceduta da una navata aggiunta
ai tempi di Carlo d'Angiò ed arricchita di stalli lignei
intagliati e cappelle di gusto barocco. Datata circa mille anni
è la bellissima cattedra vescovile in pietra con lo schienale
ad intreccio ed i leoni alla base.
Il nostro tour odierno è ad argomento religioso. Dall'Arcangelo
Michele a Padre Pio, cioè dalle apparizioni di Monte Sant'Angelo
al misticismo di un frate moderno di San Giovanni Rotondo. Ci
arriviamo all'ora del pranzo. Anche qui esiste il problema strade
piene di neve. Rivolgiamo una muta preghiera al frate delle stimmate
e… andiamo a rifocillare il corpo prima di confortare lo
spirito. Il paese, o meglio la città vista l'estensione,
digrada dalle pendici del monte al fondo valle. È ancora
evidente la traccia dell'economia agricola oggi affiancata da
quella turistica ed ospedaliera, grazie all'umile frate francescano
che la Chiesa ufficiale ha già proclamato Santo.
Oggi non c'è molta folla; forse la neve ha tenuto lontano
tanta gente benché sia domenica. Si può passeggiare
tranquillamente dalle bancarelle al nuovo Santuario costruito
tra il 1956 ed il 1959, ammirare i mosaici dell'altare maggiore
e delle cappelle laterali, visitare senza affanno la cripta dove,
sotto un monolito di granito nero, è sepolto padre Pio,
sostare con calma nella chiesetta della Madonna delle Grazie,
soffermarsi sulla soglia della sua cameretta, camminare lungo
le bacheche che espongono gli oggetti che gli appartennero, restare
stupiti di fronte alla raccolta delle migliaia (o milioni?) di
lettere indirizzategli da tutto il mondo. Mi soffermo ad osservare
la costruzione della nuova chiesa progettata da Renzo Piano. Le
linee tonde che si alzano dalla terra al cielo e poi ripiegano
verso la terra mi sembrano rispecchiare la personalità
di padre Pio, un mistico attento ai bisogni materiali della gente.
Volgo lo sguardo al grande ospedale e ne sento la conferma. Il
Padre stesso volle chiamarlo "Casa sollievo della sofferenza"…
terrena dalle malattie.
Purtroppo causa la neve ed alcuni lavori, il percorso della Via
Crucis è chiuso. Non rimane che dare uno sguardo alla lunga
scalinata ai cui piedi un padre Pio sorridente ci benedice e sembra
darci l'arrivederci ad una stagione migliore.
È sorto l'ultimo giorno del 2001. Con il sole e l'immancabile
vento partiamo per la Foresta Umbra, nome che non ha nulla da
spartire con l'Umbria, ma deriva dal latino e vuol dire pressappoco
ombrosa. Lassù c'è la neve. Più si sale,
più è bianco. Le mucche che pascolano libere sotto
gli alberi fitti ed un gruppo di mufloni li vediamo dal finestrino.
Nei 1000 ettari del parco vivono anche cinghiali, gatti selvatici,
lepri, daini ed un tipo particolare di capriolo che non si è
mai mischiato con altri della sua specie. Oggi sono tutti rintanati
chissà dove.
Ci dirigiamo a Vico del Gargano, un paese ai margini della Foresta
Umbra ed in vista del mare. Il centro storico di origine medievale
è un intrico di stradine lastricate sormontate da arcate.
Sul punto più alto si trova ciò che rimane del castello
edificato intorno al 1240 da Federico II di Svevia. Di fronte
si trova la Chiesa Madre dedicata a Santa Maria del Suffragio
e contemporaneamente a San Valentino, patrono del paese. Scopriamo
che Vico è un altro luogo da innamorati, sebbene l'origine
del culto a questo Santo sia assai più…pratica. Dunque,
ci racconta Pino, Vico aveva ed ha un altro Santo protettore (di
cui non ricordo il nome) che si festeggiava durante l'inverno.
Ne occorreva uno primaverile che proteggesse gli agrumeti. Fu
scelto Valentino. Dal 1618 i vichesi, il 14 febbraio di ogni anno,
ne portano in solenne processione le reliquie adornate di arance
e limoni. Poi, come diceva Totò "da cosa nasce cosa"….,
ed ecco nascere il "Pozzo del crepacuore", "l'Acqua
del moroso", ecc. ecc.
Dal sacro della religione alla sacralità del lavoro duro.
Tanto m'ispira ricordare la visita al Trappeto Maratea, un antro
oscuro scavato sottoterra dove uomini ed animali lavoravano le
olive per ricavarne l'olio. Già gli antichi usarono questa
grotta; infatti, alcuni scavi hanno accertato trattarsi di una
chiesa paleocristiana poi utilizzata come frantoio fin dai tempi
di Federico II (ancora lui!). Questo illuminato sovrano aveva
ideato un lavoro a catena. Gli animali alla macina delle olive,
gli uomini alla spremitura ed alla raccolta dell'olio. Una serie
di tubature e contenitori favoriva lo svolgimento del lavoro.
Il Trappeto fu anche luogo di sepoltura fino alla fine del 1800.
All'uscita troviamo una brutta sorpresa: piove. Salta il progettato
pranzo al sacco sul lago di Varano, ma… ci aspetta un'esperienza
unica. Pranzeremo nella Grotta San Michele, una chiesa-grotta
(o grotta-chiesa) con tanto di altare dedicato all'Arcangelo.
Dopo qualche minuto di perplessità ogni gruppo si cerca
un angolo dove accomodarsi. Sembriamo i pellegrini che andavano
ad espiare i peccati in Terrasanta, o un gruppo di profughi che
fuggono i bombardamenti. L'imbarazzo dura poco, sostituito dall'allegria
che la situazione insolita finisce per scatenare.
Alle venti siamo puntuali nel salone del ristorante del campeggio
per il cenone. Il menù abbondante e vario consiste in buona
parte di piatti tipici della cucina pugliese compresi i dolci
con le mandorle, anche se non manca il panettone, il dolce natalizio
per eccellenza. Sapori nuovi e tradizioni particolari, come, ad
esempio, i cavatelli con i ceci, contribuiscono ad ampliare la
conoscenza di questa terra dove l'olio è re. Dopo il brindisi
di mezzanotte tutti a ballare. Il complessino non è granché,
meglio quando è sostituito dai dischi. Ci dicono che da
queste parti sono pochi coloro che desiderano lavorare in una
notte come questa.
Siamo all'ultimo giorno del raduno, 1° gennaio 2002. Chi
non ha fatto le ore troppo piccole ha potuto assistere alla messa
in una chiesetta di Vieste. Gli altri si ritrovano il pomeriggio
per visitare la città che ci ospita da parecchi giorni,
ma non abbiamo ancora visto se non nella parte più recente
e commerciale, quella che si stende nella zona pianeggiante.
Assai pittoresco è il centro storico arroccato sulla piccola
penisola che si protende nel mare in vista del famoso Pizzomunno.
Le lunghe spiagge sabbiose ai due lati del promontorio fanno pensare
ad ali di gabbiani in volo. Vicoli e scalinate salgono alla Cattedrale
tra case bianche con le scale esterne e verdi agavi. La chiesa,
costruita nella seconda metà dell'XI secolo, ha subito
distruzioni, saccheggi e terremoti che ne hanno modificato l'aspetto.
Ciò che vediamo oggi, all'esterno ed all'interno, è
un insieme di stili appartenenti ad epoche diverse. Appartiene,
ad esempio, al XVIII secolo il soffitto che non è altro
che un copertura lignea dipinta con le immagini della Madonna,
di San Giorgio protettore di Vieste e di San Michele Arcangelo
protettore del Gargano. Fu su di una roccia vicina alla Cattedrale,
chiamata "chianca amara" che nel 1554 Dragut il pirata
fece decapitare 5000 viestani. In questa zona esisteva anche un
quartiere ebraico testimoniato dalla Via Judeca.
Su tutto il quartiere domina il Castello fatto erigere da un
conte normanno. Danneggiato dai Veneziani fu ricostruito ed ampliato
da Federico II (sempre lui!) nel 1240, poi rimaneggiato nei secoli
successivi. Ha la peculiarità di essere a pianta triangolare
con tre bastioni a punta di lancia che incorporano quelli circolari
più antichi.
In tutto il territorio di Vieste si sono trovate delle necropoli
paleocristiane. Si tratta di caverne scavate nelle roccia dove
si riunivano i primi cristiani per pregare e seppellire i loro
congiunti. Ne visitiamo alcune abbastanza distanti dal centro
abitato, cioè quelle che si sono salvate dalle distruzioni
operate dai cavatori di pietra. Da non dimenticare la visita ad
una bellissima raccolta di conchiglie.
Siamo veramente alla fine; l'indomani ciascuno riprenderà
la strada di casa portando con sé dei bellissimi ricordi
e credo tanta voglia di ritornare. È stato un bellissimo
ed impegnativo raduno e non si chi ringraziare per primo. Vado
alla rinfusa, così come mi viene in mente. Intanto chiarisco
che la parola impegnativo è rivolta a chi, o coloro, che
ne hanno curato l'organizzazione, poi agli accompagnatori. Tenere
insieme tante persone, a volte indisciplinate, non è uno
scherzo. Grazie ai proprietari del campeggio Baia degli aranci
per la loro gentilezza, affabilità e disponibilità
e grazie ai cuochi ed ai camerieri che hanno lavorato per noi
in una notte di festa. Grazie agli autisti dei pullman sempre
puntuali e pazienti, alle guide che ci hanno illustrato le bellezze
di questa terra meravigliosa. Ho dimenticato qualcuno? Non me
ne voglia, sappia che in fondo al mio cuore c'è un grazie
anche per lui.