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UN
RADUNO TRA VIAGGIO, TURISMO, CULTURA, STORIA E RICORDI
"DAL DON AL MAR NERO"
CON
GLI ALPINI IN RUSSIA
DAL VOLUME DI CARLO CHIAVAZZA “SCRITTO
SULLA NEVE”
ricordo del papà attraverso un vecchio
disco, di Giovanni Scotti
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Ho ricevuto
un e-mail di Giovanni Scotti:
"Come sempre Ti ringrazio per le notizie che mi
mandi, proprio in questi giorni ho ritrovato un vecchio
disco, 33 giri, che avevo regalato a mio papà
non so quanti anni fa, ma probabilmente più di
30 anni, è un racconto che parla degli Alpini
in Russia, ricordo che mio padre lo ascoltava spesso
assorto in un silenzio che forse solo ora riesco a comprendere."
Chi fosse interessato ad avere più notizie sull'argomento
può inviare un e-mail a: giovanniscotti@alice.it
Piero Marenco
COLLANA LA QUERCIA, EDIZIONE PONTE NUOVO – BOLOGNA
Adattamento discografico di Giuseppe Cantamessa
Con gli attori:
Renzo Montagnani, Roberto Villa, Marco Bonetti,
Carlo Bonomi, Gianni Bortolotti, Ettore Conto e la
regia di Pino Gilioli
Canta il “Coro Tre Pini” diretto da Gianni
Malatesta
Quando l’8 febbraio 1943 il bollettino di guerra
russo n. 630 confermò la riconquista di Stalingrado
e lo sfondamento del fronte tedesco nella grande ansa
del Don, ci fu un solo elogio del comando supremo
sovietico verso le truppe nemiche: “Soltanto
il Corpo d’Armata Alpino Italiano deve ritenersi
imbattuto sul suolo di Russia”.
Con questo disco noi vogliamo ricordare le imprese
degli Alpini in Russia, quelle gesta semplici e generose
che suscitarono l’ammirazione anche del Comando
militare sovietico.
E’ la sorte di tre divisioni, la Julia, la Cuneense
e la Tridentina; è la cronaca di una drammatica
marcia tra le nevi della steppa, una marcia piena
di combattimenti, irta di difficoltà, terribile
per il gelo.
Gli alpini erano schierati sul Don, il fiume diventato
ti ghiaccio per i rigori polari dell’inverno
1943.
Incominciò la Julia a staccarsi dalle trincee
per appostarsi lungo il fianco di Rossosch allo scopo
di ostacolare l’Armata Rossa che aveva sfondato
il fronte verso sud. Inchiodata nelle buche tra lastroni
di ghiaccio, la Julia combatté sino allo stremo
delle forze, si fece decimare piuttosto di cedere
un palmo di terreno.
Ma gli avvenimenti incalzarono: la Cuneense e la Tridentina
dovettero ritirarsi dalle posizioni sul fiume.La Cuneense
ebbe la sua epica giornata a Popowka quando scatenata
e tetragona lottò contro i carri armati.
Fu la battaglia all’ultimo sangue. Gli alpini
della Cuneense ritornarono in pochi; così pure
accadde per la Julia.
Non ci sono adii per chi muore combattendo ma solo
ammirazione e ricordo.
La Tridentina continuò la marcia per quindici
giorni, con undici sfondamenti. Aprì la via
verso la Patria a se stessa, ai resti delle divisioni
alpine, ai superstiti sbandati di vari raggruppamenti
italiani, tedeschi, ungheresi, rumeni.
Quella lunga marcia è oggi diventata leggenda
la cui narrazione riempie il cuore di fierezza e di
stupore.
Ed è la leggenda alpina che continua a rinnovarsi
nella visione umana ed eroica dei suoi figli migliori.
Nel ricordo dei pochi superstiti che tornarono dalla
lunga marcia, noi vogliamo oggi onorare gli alpini
che rimasero in terra di Russia e renderli perennemente
presenti nel nostro cuore come se di ciascuno di essi
noi potessimo dire: E’ TORNATO
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Ecco il pozzo di Podgornoje.
Qui tutte le mattine, Ivan, l’anziano, rompeva
il ghiaccio con un grosso sasso. Poi le donne venivano
ad attingere l’acqua. Sembrava un rito celebrato
nelle ore antelucane come in Italia il suono delle campane,
all’alba.
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La marcia per aprire la sacca incomincia
da questa salita ghiacciata. Gli automezzi, appena lasciata
Podgornoje, arrancavano su questa pista. Molti non riuscivano
a superare il dislivello e scivolavano pre-cipitando
in basso. Venivano incendiati
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Opit era una piccola città
ai piedi di uno sbarramento di colline. Le divisioni
Julia, resti della Cuneense e la Tridentina sostarono
in attesa della battaglia di Postojali.
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La benzina incomincia a scarseggiare
e gli automezzi vengono lasciati in soste forzate.
Ancora per un giorno si andrà
avanti nella speranza di trasportare tutti i feriti
sui camion, poi la speranza svanirà nel grande
gelo che tutto livella.
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Ora la benzina è finita.
Gli automezzi saranno abbando-nati, fracassati, distrutti,
incendiati. E’ una necessità di guerra
ma il cuore degli autisti soffre come se dovessero dare
addio a una creatura vivente. Da questo momento gli
alpini non avranno che poche slitte per trasportare
i feriti e i congelati.
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A Sheliakino si spara. E’
una guerra per costoni, una battaglia di accerchiamento.
Le batterie sparano, gli alpini avanzano sulla neve
contro l’insidia dei carri armati e dei nidi di
mitragliatrici. E’ un momento eroico di ansia
e di morte. Seguirà la gioia della travolgente
marcia oltre gli sbarramenti nemici
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Lungo il cammino che segue la ritirata
molte isbe sono bruciate durante gli assalti ai centri
abitati. Enormi roghi crepitanti sotto la cappa di un
fumo denso segnavano la via agli sbandati e intiepidivano
sinistramente e per pochi istanti l’atmosfera
gelida della steppa biancastra. Non Avremmo voluto bruciare
nulla, ma a volte, dietro il riparo della fragile capanna,
i partigiani lottavano sino al totale annientamento,
perivano essi e l’isba assieme.
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Le isbe, capanne di fango e di
paglia, sono state le regge degli alpini. Esse han-no
salvato dal freddo mortale nelle notti polari migliaia
di soldati oppure hanno ospitato i feriti intrasportabili.
Qualche volta bruciando sono state la causa in-volontaria
della morte di amici cari. Rifugio, ca-sa, tomba. Quante
isbe potrebbero narrare storie che il mi stero della
morte ha dissolto nel nulla!
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Gli alpini della Julia, della Cuneense
e della Tridentina con gli altri reparti di divisioni
sfaldatesi sono ancora decine di migliaia. La loro colonna
si allunga sui dossi delle colline, tra la neve puntellata
dagli steli secchi delle piante dei girasoli. Quarantamila
si chiamano sbandati, gli altri sono i combattenti.
Tra pochi giorni questa colonna di uomini non sarà
più che la metà. Gli altri moriranno.
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L’unico pezzo da 150 in posizione
di sparo mentre sul fianco della collina salgono gli
alpini segnalatori. Sembra un quadro tranquillo, una
manovra militare senza rischi. Tra mezz’ora il
cannone sparerà tutti i suoi colpi e il dosso
della collina diventerà una bolgia infernale.
A bombe a mano gli alpini conquisteranno la posizione
tenuta dai Russi per aprirsi un varco alla volta dell’Italia.
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Una pagina a sé meritano i muli e gli alpini
conducenti di muli: tutti e due testardi e violenti, cocciuti
e dall’animo tenero e rassegnato. Migliaia di muli
non sono più tornati e hanno condiviso la sorte
dei loro alpini. “In vita ed in morte, nel bello
e nel brutto, nella gioia e nel dolore, fedele senza tentennamenti”:
questa la realtà, l’elogio più toccante
che si deve fare a questi quadrupedi dalla psicologia
difficile, dai garretti di ferro, nati per la montagna,
travolti dalla bufera.
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La marcia di avvicinamento a Nikolajewka
ha soste forzate e attese sulla neve biancastra e ghiacciata.
A volte basta un palo della luce elettrica a richiamarci
il volto di persone lontane e far nascere il desiderio
di comunicare con loro. Si attende. Non c’è
né speranza né disperazione. Si attende,
in breve riposo, di rifarsi dalla stanchezza e ricominciare
tutto da capo.
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Giunti a Nikolajewka le katiusce
tedesche sparano a tutto andare. Dodici bombe per volta
partono da queste macchine ora avvolte nel fumo acre.
Il fragore mette a dura prova i timpani. “Avanti,
sparare, sparare, sparare …..”. Ogni colpo
porta una speranza agli sbandati, che attendono a poca
distanza: la speranza di conquistare questa città
nella quale troveranno rifugio per la notte.
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Ecco gli sbandati in attesa davanti
a Nilolajewka. Attendono pazienti e innvervositi che
la Tridentina operi la conquista della città.
Sono momenti drammatici. La massa informe sul cocuzzolo
piatto di una collina con i piedi affondati nella neve.
Tra due ore la Tridentina scatterà all’assalto
e sfonderà.
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Un’ultima foto di fronte
alla città di Belgorod. E’ il 10 febbraio
1943, sedici giorni dopo la battaglia di Nikolajewka.
Sono rimasti in pochi gli alpini. Qui sembrano una squadra
di scolari a passeggio sulla neve. La tragedia si è
conclusa: pochi i tornati, la maggior parte non risponderà
più al richiamo dei cuori di coloro che li attendono.
Con il freddo linguaggio burocratico verranno definiti
“i dispersi”. Una parola che sa di morte
e di croce nera.
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Per informazioni è possibile telefonare al numero 0143-837604
, inviare fax al numero 0143-824406 o e mail a piero.marenco@tin.it
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