| |
Torna all'indice delle pagine speciali |
LE
PARALIMPIADI QUESTE SCONOSCIUTE
Gli articoli le e foto ci sono state
inviate da Angelo fabbri, collaboratore
di "Insieme",
giornalista, accreditato dal nostro giornale alla manifestazione.
Il
simbolo delle paralimpiadi le tre cocce coreane, il
corpo, lo spirito, la mente. Le cocce coreane sono quelle
sotto, le più grosse sono il simbolo stilizzato
realizzato dall'Italia
|
I
giochi paralimpici invernali 2006 si sono tenuti a Torino dal
10 al 19 marzo, negli stessi luoghi dove si sono precedentemente
svolte le ultime Olimpiadi invernali, alla loro ventesima edizione.
Ben 39 i paesi partecipanti con 437 atleti. A distanza di 46
anni l’Italia, per la seconda volta, è stata investita
del ruolo di organizzatrice di paralimpiadi: i primi giochi
che si configurano come Paralimpiadi nascono, infatti, a Roma
nel 1960 a seguire delle Olimpiadi estive, che si svolsero in
quell’anno nella stessa Roma.
La storia delle paralimpiadi invernali per atleti disabili ebbe
inizio nel 1976 a Ornskoldsvik, in Svezia, ma già nel
1974 si era tenuta in Francia, a Grand Bornard, la prima edizione
dei campionati del mondo di sci alpino e nordico per perone
amputate e per non vedenti. In quella prima paralimpiade vi
fu anche una prima dimostrazione di sci su slittino.
Nel 1980 a Geilo in Norvegia si tenne un secondo evento e, sempre
nel 1980, in occasione dei campionati del mondo invernali di
Sarajevo, trenta atleti parteciparono ad una gara di slalom
gigante su monosci (nel lontano 1948 erano state apportate delle
modifiche ai bastoncini degli atleti: su questi erano montati
piccoli sci, che fungevano da stabilizzatori).
Nel 1984 e nel 1988 i Giochi paralimpici si disputarono in Austria
ad Innsbruck e in questa occasione furono ammessi sciatori seduti
nelle specialità di sci alpino e sci nordico.
Nel 1992 i giochi si tennero a Tigne-Albertville (Francia),
per la prima volta negli stessi luoghi della precedente olimpiade:
in quest’occasione si ebbero le prime dimostrazioni di
sci alpino e nordico per atleti con disabilità intellettiva.
Nel 1994 a Lillehammer viene introdotta come disciplina l’Ice
Sledge Hockey, versione paralimpica dell’Hockey.
Nel 1998 i giochi paralimpici si tennero a Nagano in Giappone
e furono i primi giochi organizzati fuori dell’Europa.
I giochi del 2002 si tennero a Salt Lake City e la Nazionale
Italiana conquistò ben nove medaglie: tre d’oro,
tre d’argento e tre di bronzo.
|
|
|
|
|
Hockey
su ghiaccio: la nazionale italiana |
|
|
Volata
nello sci nordico
|
|
|
| Sci
alpino seduti, il monosci. |
|
|
Melania
Corradini, con Teo |
|
|
Obelix
con Teo |
|
|
L'allegra
brigata |
|
|
Sci
di fondo seduti. |
|
A
Torino 2006 hanno partecipato 437 atleti disabili provenienti
da 39 paesi, tra i quali, per la prima volta, anche due atleti
provenienti dalla Mongolia.
La rappresentativa azzurra era composta da 39 atleti (33 uomini
e 6 donne).
Più di 1000 i giornalisti accreditati a questi giochi.
Anche gli atleti disabili, come tutti gli atleti normodotati che
partecipano a gare nazionali internazionali e olimpiche, sono
stati sottoposti agli esami antidoping durante l’arco delle
gare.
Cinque le discipline:
• Sci alpino: discesa, super-G, slalom e slalom gigante.
• Sci nordico: fondo
• Biathlon.
• Curling
• Hockey sul ghiaccio o Ice Sledge Hockey.
Nelle specialità di sci alpino, sci nordico e biathlon
gli atleti sono divisi, per le loro differenti disabilità,
nelle seguenti categorie:
1) Visually impaired: comprende atleti che hanno disabilità
visive di vario grado. Gli sciatori non vedenti o ipovedenti utilizzano
le stesse attrezzature degli sciatori normodotati e sono accompagnati
da una guida; le tecniche di guida utilizzate sono differenti,
a seconda del grado di disabilità dell’atleta:
- Sciatori non vedenti (classificati con la sigla B1): la guida
indica la traiettoria all’atleta con un interfono o un megafono
che è posizionato sulla propria schiena.
- Sciatori ipovedenti (classificati come B2- B3): in base alle
capacità tecniche dell’atleta, può essere
sufficiente la sola presenza fisica a precedere della guida.
2) Standing: questi atleti possono presentare necessità
diverse secondo il tipo d’amputazione degli arti inferiori
o superiori.
- Amputazione arti superiori: gli atleti con amputazione totale
o parziale o con disarticolazione degli arti superiori utilizzano
la stessa attrezzatura degli atleti normodotati, con la sola eccezione
dei bastoncini dal lato dell’amputazione.
- Amputazione arti inferiori: secondo il livello dell’amputazione,
l’atleta utilizza uno o due sci. Nel caso in cui l’amputazione
si trova al di sotto dell’articolazione del ginocchio, l’atleta
può decidere se fare uso di una protesi. Dovendo rimanere
in equilibrio su di un solo arto inferiore, l’atleta utilizza
due stabilizzatori al posto dei bastoncini.
3) Sitting: con questo termine è individuato l’atleta
che ha una disabilità ad entrambi gli arti inferiori (amputazione
doppia) o con lesioni vertebro-midollari (para e tetraplegia,
ecc) e che, non potendosi reggere in posizione eretta, usa un
particolare attrezzo, chiamato monosci, per lo sci da discesa,
slittino per lo sci di fondo.
Si possono così riassumere nella seguente tabella le varie
categorie d’atleti:
B1 non vedenti totali
B2/3 Ipovedenti con menomazione visiva
LW1 Invalidità ad entrambi gli arti inferiori
LW2 Invalidità in uno degli arti inferiori
LW 3 Invalidità in entrambi gli arti inferiori con ridotta
funzionalità dell’anca.
LW4 Invalidità in uno degli arti inferiori meno grave di
LW2
LW 5/7 Invalidità d’entrambi gli arti superiori.
LW6/8 Invalidità in uno degli arti superiori
LW9 Invalidità in uno degli arti superiori e in uno degli
arti inferiori
LW 10 Invalidità agli arti inferiori, nessun equilibrio
funzionale da seduto.
LW 12 Invalidità agli arti inferiori, buon equilibrio funzionale
da seduti.
Nel curling e nell’hockey partecipano
solo gli atleti della categoria LW 10-12.
Le gare si sono svolte in quattro comuni:
Sestriere Borgata – per lo sci alpino
Pragelato – per lo sci di fondo e il biathlon
Pinerolo – per il curling
Torino – per l’hockey
La cerimonia d’apertura di questa IX edizione dei giochi,
si è svolta, come la precedente delle Olimpiadi, nello
stadio Olimpico di Torino: 25.000 persone hanno riempito in
ogni sua parte lo stadio. La cerimonia in ogni sua parte ha
un significato ben preciso: danzatori e ballerine in carrozzina,
giocatori di basket in carrozzina, e poi. Il buio! Nel silenzio
appare sul palco centrale un’enorme scalinata, un muro
invalicabile, quel muro invalicabile che ogni giorno il disabile
si trova di fronte. E’ il muro dell’indifferenza
e dell’ignoranza. Due grandi personaggi dello sport creano
una prima breccia: Reinhold Messner, che ha dedicato tutta la
sua vita a scalare le vette più impervie e difficili
del nostro pianeta e Alex Zanardi, il pilota che perse le gambe
in un terribile incidente in Germania pilotando una macchina
da gran turismo, ma che ha ripreso la sua vita con la forza
di lottare ancora in pista con gli altri. Alex porge una freccia
ad una bimba di 12 anni, non vedente, la quale, camminando spedita
lungo la passerella, la porge ad un’arciera in carrozzina.
Non è una qualsiasi; si tratta, infatti, di Paola Fantato
campionessa del mondo di tiro con l’arco. Paola con la
sua gran precisione scocca la freccia, che infrange quel muro
e lo fa crollare. La cerimonia prosegue con la sfilata delle
delegazioni: atleti in carrozzina, non vedenti accompagnati
dalle loro guide. Né più né meno, come
nella precedente olimpiade, si odono cori, grida di gioia, applausi.
La bandiera italiana è portata da Melania Corradini,
giovane atleta di 19 anni amputata all’arto superiore
sinistro. Quindi il bellissimo passo a due eseguito da Simona
Atzori con Luca Alberti. Simona, ballerina di danza classica,
senza braccia, danza in maniera sublime con il suo partner,
(La possiamo pure ammirare sulla copertina del libro di Candido
Cannavò “E li chiamano disabili”, un libro
che consiglio vivamente a tutti di leggere, ne vale la pena!)
A seguire l’accensione del braciere. La fiaccola entra
nello stadio accompagnata dai campioni dello sport dei nostri
giorni, passa così di mano in mano, creando una catena
umana e arriva ad Arnoldo Rustioni, ultimo tedoforo della catena
umana che passa la fiaccola a Silvia Bettaglio, una bimba di
dieci anni non vedente. Silvia sale con qualche incertezza,
Arnoldo la aiuta e la fiamma si accende nel braciere: i giochi
possono iniziare.
Tutti noi conosciamo la storia della bandiera olimpica, il significato
dei cinque cerchi che simboleggiano l’universalità
dello sport, che viene praticato nei cinque continenti. I cinque
cerchi sono stati disegnati da De Coubertin nel 1913 e sono
stati presentati al Congresso Olimpico di Parigi nel 1914. Questi
cinque cerchi che campeggiano sulla bandiera olimpica sono di
proprietà del Comitato Olimpico Internazionale (CIO),
che ha sede a Losanna. A sua volta l’IPC, Comitato Internazionale
Paralimpico, è un organismo autonomo con una propria
organizzazione. Esso è diviso in Federazioni nazionali,
ha sede a Bonn; la sigla IPC campeggia su fondo azzurro sulla
bandiera paralimpica e, al posto dei cinque cerchi, compaiono
tre gocce di colore rosso, verde e azzurro. Sono le tre gocce
coreane che rappresentano il corpo,la mente e lo spirito, e
questo è il loro significato: “laddove non basta
il corpo arriva la mente, se non arriva la mente basta lo spirito”.
Il motto di queste paralimpiadi è stato “Passion
lives here” ovvero “la passione vive qui”.
L’11 marzo sono iniziate le gare e tutti gli atleti disabili
si sono confrontati mettendo in gioco le loro capacità
e le loro doti.
A Pragelato Plan, come detto, si sono svolte le gare di sci
nordico e di biathlon. Osservare gli atleti che, seduti sui
loro slittini, si spingono con la sola forza delle braccia lungo
l'anello, lo stesso delle precedenti olimpiadi, ha dell’incredibile.
Lo sforzo è immane. Salite e discese affrontate con forza
e tenacia; in discesa e in curva occorre frenare, ma non si
può fare lo spazzaneve e gli sci dello slittino non hanno
lamine: lo sforzo si fa ancora più grande. C’è
chi gareggia in piedi con un solo braccio, o è privo
di entrambe le braccia, oppure gareggia con un arto inferiore
leso o dotato di una protesi: la spinta è data dall’uso
di una sola racchetta o dalle sole gambe. Si può vincere
una medaglia d’oro con la sola forza delle gambe, come
è avvenuto nella gara sulla distanza dei 15 km femminile,
per l’atleta della Polonia. Gli atleti non vedenti gareggiano
con una guida, che, a voce, indica la cadenza e il percorso.
Per le gare di biathlon le regole sono le stesse di quelle dei
normodotati con un'unica differenza: l’atleta disabile
non porta il fucile in spalla, ma lo trova nella sua zona di
tiro. I non vedenti al poligono sparano con un fucile al laser,
la distanza del bersaglio è di dieci metri, e il bersaglio
ha un diametro di due centimetri: un segnale acustico avverte
dell’avvicinamento all’obiettivo.
Le gare di sci alpino si sono svolte a Sestriere Borgata: una
bella pista, una buona pendenza! Gli atleti scendono in velocità,
senza problemi di equilibrio, di tenuta della pista, qualsiasi
sia il loro problema, con una sola gamba, con una sola o senza
racchette, opportunamente adattate, al bisogno, in bastoncini
direzionali o, anche in questa specialità, seduti su
uno slittino monosci. Che dire poi degli atleti non vedenti
che scendono con sicurezza e padronanza e affrontano la pista
seguendo i comandi convenzionali della guida, un miracolo dell’affiatamento
maturato nel comune allenamento dei due atleti. Sulla pista
non vedi due atleti che scendono, ne vedi uno solo con la sua
ombra: il ritmo e il sincronismo dei movimenti fanno assumere
alla discesa i connotati di una danza. E così è
per Silvia Parente e per la sua guida, Lorenzo Migliari, suo
fidanzato nella vita. Silvia è cieca dall’età
di due anni a causa di un retinoblastoma e scia da quando aveva
sei anni. Al Sestrière ha vinto quattro medaglie: oro
in gigante, bronzo in discesa, super G e speciale. Lo stesso
affiatamento è stata la forza delle vittorie e delle
medaglie di Gianmaria Dal Maistro e della guida e amico Tommaso
Balasso, simpaticamente chiamati Tom e Jerry.
Onore al merito anche a Daila Dameno: due medaglie in queste
paralimpiadi nello slalom sitting (seduto). Daila scende bilanciandosi
tra i paletti con solo l’uso della testa, perché
la sua lesione alla colonna vertebrale ha provocato la paralisi
di tutti e quattro gli arti. Come nelle normali gare di sci
non mancano le cadute. Così purtroppo è capitato
a Melania Corradini, giovanissima, appena diciannovenne, che
come la Kostner è stata la nostra portabandiera nella
cerimonia di apertura: la sua caduta sfortunatamente le ha procurato
un infortunio, che ha impedito la sua partecipazione alle gare
successive. Ho incontrato Melania sulle tribune, tra il pubblico,
dispiaciuta per il suo ritiro, ma pronta a riprendere le competizioni
con grinta e passione: decine di ragazzi l’hanno subito
circondata per un autografo, che lei ha dispensato con dolcezza
e con un sorriso per tutti.
A Pragelato, invece ho incontrato Enzo Masiello alla sua prima
paralimpiade invernale, ma già partecipante a paralimpiadi
estive. L’ho incontrato nel box dopo il controllo medico.
Masiello non ha vinto medaglie, ma ha avuto dei buoni piazzamenti
che lo rendevano soddisfatto delle proprie prestazioni.
A Torino ho potuto assistere alla partita di hockey su slittino
della Nazionale italiana contro il Canada, in una atmosfera
veramente entusiasmante e un tifo fantastico. Lo stadio era
completamente esaurito, oltre 4000 spettatori a tifare per la
nostra Nazionale che, alla sua prima partecipazione alle paralimpiadi,
ha messo tutto il cuore e la passione in una partita che l’ha
vista di fronte a una grande squadra, vincitrice al termine
delle gare della medaglia d’oro.
Tutti i media hanno raccontato di grande evento delle paralimpiadi
e ciò ha richiamato sulle tribune di Pinerolo, Sestriere
Borgata, Pragelato Plan e Torino migliaia di persone. Moltissime
le scuole presenti con le loro scolaresche: ragazzini e ragazzine
che sventolavano bandiere italiane in mezzo a una grande tifoseria
proveniente da tutto il mondo a sostenere gli atleti del proprio
Paese. Un pubblico veramente partecipe oltre ogni barriera,
oltre ogni limite. E se è vero che questo è stato
il motto di queste paralimpiadi, i ragazzi delle scuole e il
folto pubblico lo hanno dimostrato, tifando per i propri atleti,
ma sostenendo con incitazioni e applausi tutti gli atleti, esprimendo
così la propria ammirazione per le doti che ciascuno
di loro ha espresso nella propria gara: determinazione, impegno,
resistenza allo sforzo, padronanza del gesto atletico.
Ancora mi preme segnalare come le paralimpiadi di Torino 2006
si sono svolte veramente all’insegna della solidarietà.
L’accoglienza per gli spettatori disabili è stata
solamente eccezionale. Protagonisti di questa accoglienza i
volontari, attenti e premurosi, sempre cordiali. Ottimo il servizio
delle navette che trasportavano i disabili, gentili in tutto
gli autisti. Un episodio mi piace segnalare: domenica 20 marzo
ero parcheggiato con il mio camper in uno dei piazzali di parcheggio
di Pragelato con altri camper, quando alle 8,30 è sopraggiunto
un camper targato Roma. Il conducente mi si è avvicinato
chiedendomi se c’erano navette per disabili, che partivano
da Pragelato per i siti di gara, in quanto a bordo aveva una
ragazza in carrozzina. L’amico camperista non aveva avuto
modo di prenotare la navetta: ciò creava dei problemi,
ma subito l’autista, con la sua disponibilità,
risolveva la questione proponendosi per fare due viaggi.
Momenti piacevoli sono stati anche le pause delle gare: il pubblico
era intrattenuto dal disk-jockey e dai ragazzi dell’animazione,
che subito hanno coinvolto mio figlio Matteo. Al termine di
una gara, invece, un ragazzino giapponese si è simpaticamente
avvicinato a Matteo per regalargli una bandana del suo paese,
mentre poi il papà ha voluto fotografarli insieme. Matteo
ha avvertito e apprezzato la sollecitudine espressa nei suoi
confronti, rammaricandosi del fatto che non sempre ciò
avviene nei suoi confronti di persona disabile..
L’insegnamento che ci viene da queste Paralimpiadi è
che la realtà della disabilità non va guardata
con compatimento, ma con la ricerca e la promozione di quelle
risorse, che ancora integre e possibili di potenziamento possono
consentire una qualità di vita dignitosa, pienamente
integrata e volta a obiettivi da raggiungere con piena soddisfazione.
Questo, però, non deve far dimenticare che purtroppo
chi vive in una condizione di disabilità deve fare i
conti, quotidianamente, con gli ostacoli che impediscono ancora
di vivere pienamente la propria vita. Ci si scontra, infatti,
con le barriere della burocrazia e con tutte quelle barriere
che noi cosiddetti normodotati alziamo ogni giorno, dalle barriere
architettoniche a quelle sociali e culturali, che limitano,
se non addirittura impediscono la partecipazione della persona
disabile alla vita sociale. Queste paralimpiadi ci hanno fatto
toccare con mano come lo sport sia un mezzo straordinario di
riabilitazione, in quanto potenzia il fisico recuperando al
massimo i potenziali residui, sviluppa la mente nelle sue capacità
di concentrazione e di controllo, tempra lo spirito nella forza
di volontà all’impegno e alla determinazione, favorisce
la vita di relazione creando occasioni di incontro e di confronto
con gli altri..
Certo è necessario comprendere che le strutture sportive
devono essere accessibili e prive di qualsiasi ostacolo per
consentirne l’accesso e la pratica sportiva anche alle
persone con disabilità. Occorre pure potenziare numericamente
la formazione di tecnici dello sport specializzati in ginnastica
adattata, ma forse ancora in Italia bisogna ancora creare la
cultura dello sport come parte integrante della vita dell’uomo
sin dalla sua infanzia.
Se vogliamo ragionare sui numeri, consideriamo il fatto che
nel nostro paese i tesserati al CIP sono solo ventimila, molto
pochi se si considerano i disabili che potrebbero fare sport,
e ancor più pochi se confrontati col numero degli atleti
disabili che fanno sport nelle altre nazioni. Consideriamo poi
che l’Italia è architettonicamente accessibile
ai disabili solo per il 30 %, mentre Vancouver, città
canadese dove si svolgeranno le prossime olimpiadi invernali
e a seguire le paralimpiadi, lo è al 90%.
Non voltiamo pagina dopo queste Paralimpiadi, lasciandole cadere
nel dimenticatoio, una parentesi e poi tutto torna come prima,
con i problemi di sempre, come per molte realtà e molte
persone è avvenuto dopo l’anno internazionale del
disabile del 2003. Facciamo sì che ci sia un seguito,
perché ci rivedremo a Pechino nel 2008 e a Vancouver
nel 2010. Prima, inoltre ci saranno altre gare, anche se limitate
per partecipazione, ma non meno importanti e poi, soprattutto
c’è la vita di ogni giorno, fatta di sforzi, di
impegno e di generosa solidarietà.
Grazie CIP! Grazie a tutti gli atleti della Nazionale italiana
degli sport invernali e a tutti gli atleti delle nazionali che
hanno partecipato alle Paralimpiadi di Torino 2006.
Grazie a Tiziana Nasi, responsabile e organizzatrice di queste
nostre Paralimpiadi; grazie a Luca Pancalli, presidente del
Comitato Italiano Paralimpico.
|
|
|