QUARNARO,
ISTRIA E DALMAZIA: L’ITALIA DIMENTICATA
del
Dott. Marco Carion
“Né
più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che ti specchi nell’onde
del greco mar, da cui vergine nacque
Venere, e fea quell’isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque
cantò fatali ed il diverso esiglio,
per cui, bello di fama e di sventura,
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.”
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Così
nel 1803 il grande poeta Ugo Foscolo pubblicando, a Milano, una
versione riveduta delle sue Poesie apparse l’anno precedente
sul “Nuovo Giornale dei letterati”, descrive nel celeberrimo
Sonetto “A Zacinto”, il proprio sentimento di esule:
un sentimento molto intimo, profondo e carico di tristezza dato
dal non poter più rivedere la terra natia, “le sacre
sponde” da cui è stato costretto a fuggire, dal non
poter più contemplare la bellezza della sua isola che si
specchia nelle onde di quel mare che non è un semplice
specchio d’acqua ma, come cantavano Omero e Teocrito, il
luogo incantato “da cui vergine nacque Venere”.
Solo chi è stato strappato alle proprie radici, solo chi
ha dovuto abbandonare le proprie origini, la propria casa e la
propria storia può veramente intendere la profonda sofferenza
e tristezza dell’esilio ma soprattutto, solo un esule sa
quale immenso dolore sia il non poter mai più ritornare
a casa, il non poter riposare in eterno tra le calde ed accoglienti
braccia della terra genitrice a cui non resta che accontentarsi
del canto di un figlio perché “a noi prescrisse il
fato illacrimata sepoltura”.
Questi versi presi in prestito da un delle più belle pagine
della letteratura Italiana nonché Europea, descrivono in
pieno, ciò che è stato l’esodo dei profughi
giuliano dalmati, descrivono soprattutto quale sia stato l’animo
dell’esule, quali le sue sofferenze e quanta la sua tristezza
nel dover abbandonare così, da un giorno all’altro,
per scelte altrui, la propria casa, la propria vita, quelle poche
cose che giorno dopo giorno si era riusciti a costruire.
Il sottoscritto è sicuramente troppo giovane per dare spiegazioni,
giudizi o sventagliare verità storiche più o meno
oggettive sull’argomento, ma per due ragioni molto diverse
tra di loro si trova in una posizione “fortunata”
(il virgolettato rende l’idea della fortuna …) e si
è preso l’onere e l’onore (in verità
molto più onore che onere) di tentare di raccontare, a
chi ancora non la conoscesse, la storia di una piccola parte d’Italia
in terra straniera. La mie fortune stanno in primo luogo nell’essere
un appassionato di storia e soprattutto di studio della storia,
di quelle metodologie cioè che portano ad uno studio sistematico,
specialistico ed approfondito degli avvenimenti storici basato
su fonti certe, dati incontrovertibili e … una laurea in
storia; mentre la mia seconda “fortuna” sta nell’essere
figlio e nipote di profughi giuliano dalmati, figlio e nipote
di esuli, figlio e nipote di persone che con un mitra alla tempia
hanno dovuto decidere nel giro di pochissime ore di abbandonare
tutto ed andarsene verso un qualcosa che non c’era.
Il viaggio “Istria e Dalmazia: alla ricerca delle radici
italiane” organizzato dal Camper Club La Granda vuole andare
a scoprire luoghi intrisi di storia e di storie, luoghi che da
sempre sono al centro di feroci polemiche, battaglie e sanguinose
guerre ma che da tempo immemorabile sono considerati come un secondo
paradiso terrestre, per la bellezza delle coste, l’infinta
quantità di piccole grandi isole, i verdi e rigogliosi
boschi della zona settentrionale e che , non per caso, vennero
scelti dagli imperatori romani, dai loro discendenti bizantini,
dai turchi, dai dogi veneziani, dagli imperatori austrungarici
e dai più eminenti italiani come luoghi di idilliaca e
beata residenza.
L’appartenenza
al mondo latino sia dell’Istria che della Dalmazia è
un dato storicamente certo ed ampliamente documentato: la colonizzazione
romana di queste terre avviene intorno al II° a.C. con la
fondazione della città di Aquileia (Forum Julii) e successivamente
con la nascita della X° Regio Venetia et Histria, colonia
di diritto latino con il compito di proteggere l’Impero
dalle invasioni dei popoli orientali. Sin da subito tale provincia
gode di una forte indipendenza, e nel 56 d.C. la X° Regio
stipula un patto difensivo con Roma e da quel momento tutti gli
appartenenti a questa provincia vengono insigniti del privilegio
di cittadini dell’Impero Romano, pur mantenendo il proprio
governo autonomo ed indipendente. In Dalmazia la penetrazione
romana è quasi contemporanea tanto che nel 180 a.C. Polibio
cita già il popolo dalmata come appartenente alla sfera
latina. Nel 156 a.C. Roma conquista la zona dell’Illiricum
(odierni balcani e ungheria), e dopo un periodo di scontri ed
assestamenti, nel 10 d.C. sotto il regno di Augusto la provincia
viene divisa in due zone, la Pannonia a nord e la Dalmatia a sud,
in cui la cultura e lingua latina rappresentano le basi sociali
e culturali dei popoli.
La caduta dell’Impero Romano nel 476 d.C. e le conseguenti
invasioni dei popoli barbari provenienti per la maggior parte
dalle zone orientali dell’odierna Europa, non portarono
a grandi sconvolgimenti sociali e culturali nella penisola istriana
che strenuamente difese la propria radice latina e non permise
l’accesso nel proprio territorio alle tribù d’origine
slava (solo nel X°/XI° alcuni minuscoli gruppi di etnia
non latina si insediarono nella penisola).
In Dalmazia invece le spinte della tribù Avara di origine
slava, portò la popolazione a lasciare l’entroterra
agli invasori e a spingersi sempre più verso le coste e
le isole raccogliendosi in città fortificate come Zara,
Spalato e Ragusa. Sino a circa agli inizi del XII° sec. la
Dalmazia restò sotto la protezione dell’impero bizantino,
per poi passare di mano varie volte tra Venezia e l’Ungheria.
Più omogenea fu invece la gestione del potere in Istria
dove a partire dall’anno 800 d.C. per quasi 1000 anni, sino
al 1797 questo restò nelle mani dei Dogi Veneziani. Dopo
la sovranità Veneziana in Istria arrivarono gli austriaci
che vi regnarono per 121 anni (Pola divenne il più importante
scalo marittimo della marina austrungarica) cedendo, alla fine
della prima guerra mondiale con il trattato di Versailles la zona
della Venezia Giulia all’Italia. Il trattato venne completato
da altri due: quello di Rapallo del 1920 che assegna all’Italia
le città di Zara e le isole di Cherso, Lussino, Lagosta
e Pelagosa; e quello di Roma del 1924 che assegna la città
di Fiume all’Italia. Nell’arco di tempo di reggenza
austriaca troviamo l’eroico e celeberrimo tentativo del
Vate Gabriele D’annunzio e dei suoi legionari di ridare
Fiume all’Italia (o sarebbe meglio dire di ridare l’Italia
a Fiume) che, all’urlo di “O Fiume O Morte”
si impadronirono della città con un’azione di forza
il 12 settembre 1919, dichiarandola libera dalla giurisdizione
austriaca.
Da questa seppur brevissima introduzione storica è molto
facile vedere come le “radici Italiane” che vogliamo
ricercare in questo viaggio non siano solamente un’invenzione
dell’irredentismo così come un certo tipo di storia,
o meglio di politica, ha voluto far credere, ma 670 anni di dominazione
Romana e 980 di dominazione Veneziana in Istria; 1100 anni di
impero Romano prima e Bizantino poi, unito da quasi 500 anni di
potere dei Dogi Veneziani in Dalmazia, fanno si che le radici
di queste due “Provincie” siano da sempre estremamente,
saldamente ed indissolubilmente legate alla cultura, storia e
tradizione della penisola Italica e, in un secondo momento, della
nazione Italiana.
Se
da un lato rendersi conto di una tale radice comune tra l’Italia
e questi territori è solamente una pura formalità
logico-storica, dall’altro, ed è quello che a noi
più interessa, ci può forse aiutare a comprendere
meglio quello che è accaduto “di recente” cioè
60 anni fa, può aiutare ognuno di noi nell’edificazione
di quella coscienza storica che dovrebbe far parte del bagaglio
culturale di qualsiasi persona, perché solo tramite questa
coscienza saremo in grado di comprendere ciò che è
avvenuto, tenendoci distanti dalle fuorvianti e raccapriccianti
logiche politiche e di partito che per decenni hanno fatto sì
che tale argomento fosse uno dei più grandi tabù
della storia italiana contemporanea.
Ma … cos’è stato l’esodo dei profughi
giuliano dalmati? Chi sono questi esuli? Perché se ne sono
andati dalla loro terra? Perché non se n’è
parlato, o meglio se n’è parlato molto poco, male
e a sproposito? Bene a queste domande sono molto poche le persone
in Italia che sappiano o, attenzione, VOGLIANO, dare un risposta!
L’esodo
della popolazione giulano dalmata è cronologicamente collocabile
all’incirca tra il 1944 e la fine degli anni Cinquanta,
periodo in cui alla frontiera orientale d’Italia circa 250.000
(le cifre di questo esodo, come vedremo in seguito, sono logicamente
suscettibili delle più disparate interpretazioni e manipolazioni
a seconda del credo politico di chi ha condotto l’indagine)
persone, in massima parte italiane, dovettero abbandonare le proprie
sedi storiche di residenza, vale a dire le città di Fiume,
Zara, le isole del Quarnaro e tutta l’Istria, passate sotto
il controllo jugoslavo gestito dal maresciallo J. Tito.
All’indomani dell’8 settembre 1943 nei territori precedentemente
assegnati all’Italia si intrecciarono due ordini di avvenimenti
che si accavallarono l’uno all’altro influendo in
maniera più che rilevante sullo sviluppo futuro di queste
regioni: da un lato i proclami di annessione alla Jugoslavia lanciati
dal CPL (Comitato Popolare di Liberazione) dell’Istria,
dallo ZAVNOH (Consiglio territoriale antifascista di liberazione
nazionale della Croazia) e dall’AVNOJ (Consiglio antifascista
popolare di liberazione della Jugoslavia); e dall’altro
da una durissima ondata di vendette e violenze a danno di qualsiasi
cosa o persona che fosse italiana. Questa ondata di violenza anti-italiana
è stata più volte interpretata e, a volte giustificata,
come vendetta per i torti e le violenze subite dai croati, dagli
sloveni (e in parte dai serbi) durante il ventennio fascista e
che quindi, basandosi sull’idea che “sei Italiano?
Allora sei fascista!” si sono arrogati il diritto di farsi
giustizia da soli.
Ora, a bocce ferme, possiamo anche dire che l’equazione
ITALIANO=FASCISTA non sia poi così falsa, anzi possa essere
presa per vera nella maggior parte dei casi ma, dall’altro
lato, bisogna essere storicamente onesti e rendersi conto del
fatto che al tempo, il non essere fascisti, per lo meno ufficialmente,
non era contemplato, o eri con il regime o eri contro, ed essere
contro significava morte certa o vita da fuggiasco. Probabilmente
il tessuto sociale e culturale di quegli anni non era pronto per
simili ragionamenti, la vendetta la fece da padrona e il quadro
degli eventi che l’analisi storica ci offre a partire dall’autunno
del 1943 è articolato in logiche composte da “giustizionalismo
sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali
e faide paesane oltre ad un disegno di sradicamento del potere
italiano – attraverso la decimazione e l’intimidazione
della classe dirigente – come precondizione per spianare
la via a un contropotere partigiano che si presentasse in primo
luogo come vendicatore dei torti, individuali e storici, subiti
dai croati dell’Istria.” (R. PUPO, Il lungo esodo,
2006 p.75). In tutta l’Istria e Dalmazia si scatenò
una vera e propria “caccia all’italiano” in
cui il movimento di liberazione italiano (in gran parte partigiani
della prima ora scappati dalla dittatura nazista instauratasi
in Italia dopo l’8 settembre, ansiosi di vendicare torti
subiti altrove) ed elementi nazionalisti croati, si fecero trovare
pronti di fronte all’occasione offerta loro dalla dissoluzione
dell’apparato statale italiano di una vera e propria “resa
dei conti”. Se tutto questo da un lato può in un
certo qual modo essere non giustificato ma compreso come “un
atto di ribellione e di sfogo in seguito ad una pressione a lungo
accumulata e che trova rapidamente una via di sfogo” (G.
VALDEVIT, Foibe: l’eredità della sconfitta, in Foibe:
il peso del Passato, 1997, p. 20), dall’altro la storiografia
moderna e la cultura moderna si ritrovano concordi nel dire che
a violenza non si deve mai rispondere con altra violenza e che
quella perpetrata ai danni della popolazione italiana in Istria
e Dalmazia è stata una vera e propria opera di “pulizia
etnica”.
Molto particolare fu l’esodo degli Zaratini, gli abitanti
di Zara, che iniziò già nel settembre del 1942 spinti
dalla paura che procurava la vicinanza del fronte partigiano e
dalle voci circa la ferocia anti-italiana che l’avanzata
sovietico-slava portava con sé. La città di Zara,
perla della Dalamazia venne poi ripetutamente ed inspiegabilmente
attaccata dalle truppe alleate che tra il 2 novembre 1943 e il
31 ottobre 1944 la bombardarono dal cielo per ben 54 volte uccidendo
2000 dei 22.000 abitanti e radendo al suolo il 40% delle abitazioni
(delle restanti, più del 90% era inagibile), trasformandola
così in una città fantasma, abbandonata e rasa al
suolo. I pochissimi che rimasero in città (si parla di
non più di 1000 anime) dovettero sopportare anche le violenze
che accompagnarono la presa del potere jugoslava, e venne ufficialmente
impedito loro di lasciare Zara mentre, qualche mese prima nel
maggio del 1944, anche l’ultimo piroscafo che collegava
Zara a Trieste veniva affondato nei pressi dell’isola di
Lussinpiccolo.
La
rabbia e la ferocia di questa vendetta anti italiana costrinse
quindi decine e centinaia di migliaia di italiani a lasciare le
proprie terre d’origine, a lasciare la propria casa (a volte
anche qualche componente della famiglia), le proprie attività
e i propri beni personali per “scappare”, per correre
verso quella che speravano fosse la madre patria pronta ad accoglierli
e che invece, purtroppo, si rivelò ingrata e tutt’altro
che ospitale.
Ciò che più fa impressione è il come ciò
si accaduto: persone, famiglie intere, giovani, anziani donne
e bambini si sono trovati a dover decidere del futuro proprio
e delle proprie famiglie nel giro di qualche giorno, con l’incubo
di essere uccisi da un momento all’altro, di sparire dietro
all’angolo di un palazzo per un’imboscata, per il
tradimento di un vicino invidioso o ansioso di farsi giustizia
secondo un proprio codice, con la certezza in quei casi di non
ritornare mai più. Spesso e volentieri queste decisioni,
a differenza di quanto purtroppo per decenni in Italia si è
creduto, sono state prese con un mitragliatore puntato alla tempia
o con l’acre odore di saliva di uno sputo dei partigiani
e dei militanti croati che colava lungo il viso o, peggio ancora,
mentre si assisteva all’esecuzione dei propri cari.
Le persone che “esodarono” furono secondo stime scientifiche
all’incirca 250.000. C’è una parte di letteratura
storica che parla di 300.000 o addirittura 350.000 profughi, ma
uno dei censimenti più attendibili quello di Colella, parla
di cifre che variano dai 220.000 ai 250.000 e sono queste le cifre
su cui gli storici tendono a basarsi. Purtroppo il balletto delle
cifre, dei numeri, per anni l’ha fatta da padrone e continua
ad essere motivo di grandi discussioni ed accuse reciproche, ma
credo che una società come la nostra che si ritiene civile
e democratica avrebbe dovuto scandalizzarsi ed indignarsi anche
per uno, un solo esule o un solo infoibato, poco importa quanti
siano stati 100, 1000 o 100.000, ciò che importa è
che questi numeri rappresentano persone, vite umane che nel migliore
dei casi sono state completamente distrutte e rivoluzionate, vite
che sono state messe in gioco, a tavolino, dagli allora potenti
della terra che non curanti di quello che potesse succedere tracciavano
confini in base ad imprecisate teorie linguistiche, etniche o
geografiche, senza mai nemmeno guardare quale fosse la reale situazione
di chi quei luoghi li viveva.
Pur essendo l’Istria, la Dalmazia e i Balcani in generale
terre abituate a grandi cambiamenti, abituate a spostamenti massicci
di intere popolazioni, la particolarità dell’esodo
giuliano dalmata (l’uso della locuzione esodo, nella storiografia,
non è casuale ed è in riferimento al grande esodo
biblico)sta nel fatto che a sparire fu pressoché l’intera
componente nazionale italiana residente nei territori passati
alla Jugoslavia, costituendo un momento di fortissima cesura storica
nella zona dell’alto adriatico in quanto con la partenza
della popolazione italiana, l’Istria e la Dalmazia vennero
completamente decapitate sia politicamente (la quasi totalità
delle cariche pubbliche, degli uffici pubblici e di tutte le istituzioni
necessarie al funzionamento di una società, erano in mano
alla componente italiana della popolazione) che umanamente dato
che a esodare furono in maggioranza persone semplici, operai e
piccoli commercianti.
Questo tipo di migrazione è quindi completamente nuova,
estremamente differente da quelle sino ad ora registrate, anche
perché i precedenti flussi migratori avvennero in periodi
“non sospetti”, in periodi cioè pre-nazionali
in cui era praticamente impossibile connotare politicamente il
mutare dell’equilibrio tra la componente slava e quella
di tradizione latina, dato che non era ancora stato elaborato
quel concetto di “Nazione” e di appartenenza ad una
nazione che nascerà solo con il romanticismo. Ciò
che quindi impressiona di più dell’esodo delle popolazioni
giuliano dalmate è che questo riguardò in toto una
componente sociale che si definiva su base nazionale e proprio
per questo motivo costretta ad abbandonare la propria terra che
venne, immediatamente, a sua volta sottoposta ad un difficilissimo
processo di rinazionalizzazione alternativa.
Famiglie intere sono state sradicate dalla propria terra, a forza,
senza nessuna possibilità di scelta veniva consegnato loro
un foglio di carta, della durata di una settimana, che dava la
possibilità di emigrare “dietro propria richiesta”
come recita il quasi offensivo lasciapassare su cui venivano stampigliate
più stelle rosse possibili, su cui la lingua italiana passava
in secondo piano mentre la parola Jugoslavia prendeva il sopravvento
su tutto, e che terminava con un inquietante ma altamente grottesco
MORTE AL FASCISMO = LIBERTÀ AI POPOLI.
Questo voleva dire essere profughi, esuli, voleva dire sopportare
i soprusi degli invasori pur essendo in casa propria, voleva dire
morire per la semplice colpa di essere italiani. E a morire furono
molti, tanti troppi per le strade, in città, nelle campagne,
sulle montagne e una parte considerevole in quel vergognoso capitolo
storico che sono le foibe. Per sessant’anni in Italia e
nel mondo s’è parlato pochissimo, anzi quasi non
si è parlato di foibe, di cosa fossero, di chi ci sia finito
dentro e, soprattutto di chi abbia prima pianificato il suo utilizzo
e poi utilizzate gettandovici dentro migliaia di persone, di Italiani.
Quello delle foibe è stato senza dubbio alcuno uno dei
momenti più tristi e più brutti della recente storia
italiana, non solo nel momento in cui avvennero i fatti, ma per
tutti gli anni di silenzio che sono poi succeduti. Aprire una
discussione sulle foibe vorrebbe dire adentrarsi in un terreno
assai oscuro e ricco di insidie, in cui troppi hanno parlato e
spesso a sproposito. Spesso la storia prende colore, siamo abituati
a sentire parlare di storia “rossa” e di storia “nera”
e i libri ci raccontano che da che mondo è mondo la storia
la fanno i vincitori, ma nel caso di un fatto come quello delle
foibe, chi ha il coraggio e la forza di dichiararsi vincitore?
Chi ha il coraggio, la forza e la fermezza d’animo di scrivere
una storia delle foibe e non lasciarsi trasportare da uno o dall’altro
lato? Chi dovrebbe scriverla questa storia, i titini che uno dopo
l’altro infoibarono nel solo autunno del 1943, 600 italiani?
O gli italiani stessi, quei partigiani dei vari CLN che vedendo
nella Jugoslavia di Tito e nel suo governo di stampo filosovietico
l’unica risposta possibile alle angherie subite durante
il fascismo si unirono agli aguzzini jugoslavi uccidendo e gettando
nelle foibe di Basovizza, Monrupino, Opcina, Semich e tante altre
ancora, centinaia di fratelli, di propri connazionali in un momento
in cui il territorio era già stato conquistato dalle truppe
slave e quindi si trovava in fase di occupazione e non più
di conquista? La storia delle foibe, per dare giustizia a chi
purtroppo vi è finito dentro, ha un suo giusto autore,
esiste una persona o un gruppo di persone che se non altro per
pietà dei tanti connazionali seviziati, torturati e poi
uccisi nelle cavità carsiche avrebbe o avrebbero dovuto
raccontare ciò che accadde. Quel libro, quelle memorie
sono però rimaste in bianco, gli autori e cioè la
classe politica italiana che governò subito dopo la caduta
del fascismo, che comandava le varie associazioni partigiane,
che aveva in mano la rivolta e i rivoltosi, gli stessi dirigenti
di partito che autorizzarono gli spari sulla folla del 5 maggio
1945 a Trieste e lo scempio di piazzale Loreto, gli unici veri
e possibili autori di una storia delle foibe … tacquero
e anzi avvallarono silenziosamente ciò che stava succedendo,
(esistono decine di documenti, di carteggi privati tra i partigiani
titini, Tito stesso e i dirigenti del CLN italiano e dei principali
partiti che lo componevano, in cui personaggi che in seguito occuperanno
alte cariche dello stato italiano danno il via libera all’uccisione
di centinaia di italiani, purché, si legge, tutto sia fatto
nel massimo riserbo !!!), imponendo poi un assordante silenzio
per i successivi 60 e più anni.
In
mancanza di una storia che faccia giustizia, naturalmente sempre
di giustizia storica si parla, a noi non rimane altro da fare,
quando visiteremo le foibe e i luoghi dell’esodo, che portare
rispetto per chi oggi non c’è più, portare
rispetto per delle persone che hanno voluto essere italiane sino
all’ultimo istante, che per l’Italia sono morte e
hanno sofferto, che per restare attaccate alle proprie radici
hanno sopportato anni di bugie e di silenzi, di campi profughi
con le ingiurie e gli sputi dei “fratelli italiani”
che al loro arrivo in Italia li berciavano e li insultavano chiamandoli
fascisti e traditori e che per anni li hanno emarginati socialmente
in veri e propri ghetti come non fossero degni di essere fratelli,
di essere italiani. Portiamo quindi rispetto per le persone e
per la storia, al di fuori di qualsiasi ideologia politica e di
partito, senza dover sempre collocare il rosso contro il nero,
gli uni contro gli altri, la violenza ad altra violenza, perché
se c’è una cosa che la storia ci insegna è
che la morte e la sofferenza non hanno nessun colore.
Ho
ascoltato questi racconti più di una volta, in religioso
silenzio, cercando di ascoltare non solo con l’udito ma
pure con lo sguardo mentre mia nonna, sua sorella e suo fratello,
mia madre e mia zia mi raccontavano cosa fosse stato questo esodo,
cose volesse dire essere profughi, ed in ognuno di loro ho sentito
la loro voce tremare e ho visto i loro occhi inumidirsi quando
parlavano di quei giorni, delle loro città, delle difficoltà
e della tristezza del dopo.
Ricordo che mia nonna, donna dalle qualità morali altissime
che non avrebbe fatto del male neppure ad una mosca, per la quale
già la parola “stupido” sembrava una parolaccia
e che sempre, ma dico sempre aveva parole buone per tutti, si
trasformava al ricordo di ciò che aveva visto con i propri
occhi, e ho ancora chiaro nella mia mente il rumore, anzi direi
il frastuono del ribollire del sangue nelle sue vene e del suo
silenzio quando un giorno le chiesi <Nonna, cosa ricordi dell’esodo
e di ciò che avveniva in quei giorni?> e lei, guardandomi
fisso con i suoi grandi occhi fattisi di ghiaccio mi immobilizzò
con il suo sguardo e non mi disse nulla, mentre alcune lacrime
piene di tristezza solcavano il suo viso segnato dalle fatiche
di una vita.
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