GLI SPECIALI DEL CAMPER CLUB
AU REVOIR MAURO
di Beppe Tassone

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Caro Mauro,
l’ultima volta che Olivia ed io ti abbiamo incontrato eri all’ospedale di Cuneo, in un letto del reparto di ematologia.
Era stata una telefonata, poche ore prima, a svelare il dramma che stavi vivendo: una brutta influenza, la convalescenza dalla quale faticavi ad uscire e poi il ricovero per accertamenti.
La luce era soffusa, in quel reparto d’ospedale, una camera a tre letti con vista su casa mia, a due passi pure dalla tua.
Quando entrammo nella stanza non ti dimostrasti felice, i tuoi occhi ebbero un movimento quasi di stizza, non volevi mostrarti com’eri, con la sentenza ormai pronunciata e la prospettiva di un ultimo viaggio verso l’ospedale di Bari, la tua città natale, previsto due giorni dopo.
Cercasti in tutte le maniere di farci andare via: “Non è un bel posto, è meglio che ve n’andiate…” eri lo stesso di sempre, attaccato alla vita, disincantato e sciovinista, criticone e un po’ narcisista, caratteri pregnanti di un’esistenza che per oltre trent’anni ha intersecato più volte la mia.
Da quando, ancora eri un alto dirigente dell’Amministrazione Provinciale di Cuneo e ti dilettavi dell’ars politica, frequentavi quegli ambienti dell’area laica (allora li chiamavamo partiti intermedi) che aveva fatto della discussione, dell’analisi, della progettazione il proprio obiettivo.
Io ero poco più che un ragazzino, tu un dirigente ormai arrivato: esperienze diverse le nostre ed anche analisi che si diversificavano, tu vicino a La Malfa, io a parlarti di Saragat e di Romita (sembra un secolo fa)…
Già allora la nostra amicizia, e quella con Reno che aggiungeva al dialogo le ragioni di Lombardi e di Nenni si consolidava in lunghe passeggiate nelle quali di tutto si parlava e su nulla si concordava.
“Sono inguaiato assai”, dicesti a me e ad Olly mentre soffrivi in quel letto che t’immobilizzava tra una flebo ed una trasfusione (“per darmi la forza di sopportare il viaggio fino a Bari…”), l’unico momento nel quale dalla tua dura scorza emerse la debolezza dell’uomo che soffre e che, anche a fatica, cerca di aggrapparsi agli altri e mostra se stesso…ma poi ci mandasti via.
Olly tornò il giorno dopo, mentre stavi per partire, per donarti un pupazzetto: “Ce lo riprenderemo quest’estate quando ti verremo a trovare”, una bugia che sapeva di pronunciare ed alla quale tu annuisti, sapendo che non poteva essere vera.
Andato in pensione, ma non potevi stare con le mani in mano, apristi un negozio di fotografia: lì Alessio ha trascorso i suoi primi anni.
Arrivavamo, col passeggino, verso le sei di sera, le montagne del cuneese facevano da cerchia, ci si sedeva, si parlava, si ragionava…si concordava su nulla e ci si dava appuntamento per la sera dopo.
Sempre noi, tu, Reno ed io: lì, quando nacque il Camper Club la Granda e poi il giornale Insieme, emerse la tua collaborazione che dura fin dal primo numero di questo giornale.
Allora erano solo quattro pagine, ma rappresentavano una scommessa e tu, la domenica, partivi con l’auto ed andavi nella vicina Francia, il tuo grande amore, forse una ragione di vita e prendevi appunti.
“France mon amour” s’intitolava la rubrica della quale eri il titolare: perché la Francia per te era qualcosa di più di una nazione appena al di là delle montagne a venti chilometri da casa.
I tuoi vestiti sgargianti, le camicie colorate, la perenne gauloise fra le dita, il modo del tutto diverso con il quale trattavi i clienti e, soprattutto, “le clienti” francesi la diceva lunga sull’amore che portavi per quello stato.
Andavi a Menton (tua seconda città), passeggiavi sul lungo mare, una pression ( e quella birra te la gustavi anche mentre raccontavi dell’ultimo viaggio effettuato) ed un piatto di buiabes …
Intanto scrivevi e ti spingevi sempre più in là impreziosendo Insieme con articoli mai banali nei quali i luoghi e la loro bellezza si fondevano con lo spirito della gente, con l’umore del momento, con l’analisi della situazione…
Per il “nostro” giornale ti sei spinto sempre più distante: lo facevi perché amavi la Francia, ma soprattutto perché volevi che anche chi ti leggeva l’amasse nella stessa maniera totalitaria ed assoluta.
Quando ti sei trasferito ad Aosta ci siamo persi di vista, ma il telefono ha funzionato perfettamente e gli articoli giungevano per posta.
Per la tua nuova rubrica, che doveva far sorridere, ma anche ragionare, “Non ci sto...” hai scritto articoli memorabili che giungevano puntuali, scritti a macchina su carta gialla (acquistata in Francia, me ne ero accorto guardandola contro luce).
Ti ho sempre taciuto delle “grane” che alcuni tuoi articoli mi hanno provocato: suscitavano reazioni.
A volte si arrabbiavano le femministe, altre i solidali, altre i leghisti, altre i meridionali, altre ancora gli ecologisti ed i cattolici: la tua capacità di criticare ha toccato in questi anni tutti i settori, nessuno ne è stato chiamato fuori.
Così, quando giungeva la tua lettera con l’articolo, mentre lo leggevo mi chiedevo.”Chi sarà questa volta il primo a scrivermi o a telefonare protestando?”.
Nessuno sapeva che tu, barese di nascita, ma piemontese d’adozione, fosti tra i primi a vedere con simpatia l’esperienza leghista, che credevi nell’autonomia forte, ma anche in uno stato autorevole, che eri convinto che dire la verità facesse bene sempre e comunque e che tacerla era solo indice di debolezza.
Alla vigilia di Natale sei tornato a Cuneo ed io ne ero felice: pregustavo delle passeggiate, qualche discussione (litigammo sul fumo e mi desti del talebano…), una ancor maggior collaborazione con Insieme.
Invece la malattia, prima un’influenza che forse tale non era, poi le complicazioni…e la leucemia.
Sullo scorso numero di Insieme è stato pubblicato il tuo ultimo articolo: mentre ne correggevo la bozza tu già eri a Bari e l’ultima telefonata era stato un filo di voce che mi ripeteva quel “son inguaiato assai” dal quale traspariva tutta la tua acquisita piemontesità.
Fosti proprio tu a farmi notare la differenza del “non sta tanto bene” pronunciata da un barese o da un cuneese.
Nel primo caso si tratta di un raffreddore, neanche potente, nel secondo di una malattia in fase terminale…e tu “non stavi tanto bene”.
Ora veleggi nel mondo dei laici e, se è dato, sicuramente stai fumando in santa pace una gauloise seduto al tavolino chez la mer con un bicchiere di pression davanti, mentre giunge dalla cucina l’aroma della buiabes e Edith Piaff canta la canzone che più di tutte m’hai insegnato ad amare “Non, je ne regret de rien”.
Rien de rien, caro Mauro, non bisogna mai rinnegare il passato e… la vie en rose!
Au revoir Mauro, mon ami ... a bientôt !

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