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di Lucio Viganò
Da tempo ormai questa rubrica del giornale, originariamente
nata per esaminare il va-riopinto mondo della moderna tecnologia,
si è dovuta spesso soffermare su argomenti che riguardano
lo scottante tema della sicurezza informatica; questo perché
le continue minacce cui è sottoposto un sistema, dal semplice
computer casalingo ai sofisticati server aziendali, rivestono una
tale importanza da richiedere una grande attenzione ed un notevole
impegno per informare ed aggiornare chi, non essendo particolarmente
appassionato, non segue costantemente l’evoluzione di questa
branca della tecnologia.
Dopo aver visto da vicino, nello scorso numero di Insieme, la preoccupante
diffusio-ne delle botnet, con milioni di computer zombie finiti
nelle mani dei criminali informatici, oggi esaminiamo una tipologia
particolare di malware, i rootkit. Particolare perché questi
programmi non sarebbero di per sé dannosi in assoluto, ma
possono divenire molto pericolosi se finiscono nelle mani sbagliate.
Un rootkit infatti non è un virus, né un trojan e
neppure assomiglia lontanamente al malware che abbiamo visto ed
esaminato durante questo lungo excursus sulle infezioni informatiche.
Un rootkit è un programma che sfrutta le tecniche di occultamento
all’interno del sistema ospite per conseguire i più
disparati scopi, spesso del tutto leciti. Alcuni dei migliori antivirus,
ad esempio, utilizzano i rootkit per contrastare efficacemente tutte
le possibili minacce. Essendo infatti occultati a bassissimo livello
nel cuore del sistema operativo, essi sono utilizzati dai programmi
antivirus proprio perché riescono a controllare il sistema
senza pericolo di essere visti e quindi neutralizzati dai virus,
sempre più aggressivi, eventualmente penetrati nel computer.
Le tecniche di occultamento dei rootkit sono spesso usate anche
da quei programmi, come ad esempio i sistemi operativi, che supportano
la condivisione tra più fruitori dello stesso ambiente di
lavoro o di svago, consentendo ad ognuno di creare i propri files
e le proprie cartelle, invisibili agli altri utenti della postazione.
I rootkit sono stati, sino a pochi anni fa, perfetti sconosciuti
per la quasi totalità degli internauti e materia di studio
e di conoscenza solamente per gli addetti ai lavori; ancora oggi,
infatti, se si chiede ad un campione di utilizzatori di computer,
appartenenti a diversi strati sociali e con diverse conoscenze informatiche,
che cosa sia un rootkit, nella stragran-de maggioranza dei casi
si otterrà una risposta negativa, mentre per contro tutti
conoscono a vario livello i virus o ne hanno almeno sentito parlare.
I lettori più attenti, tuttavia, ricorderanno senz’altro
un episodio accaduto circa tre anni fa, che ha occupato per breve
tempo le cronache dei quotidiani ma ancor più le riviste
di settore. Era il 2005 quando una grossa multinazionale dell’home
entertainment fu trascinata con grande scalpore in tribunale, per
aver venduto un CD musicale contente un rootkit che si installava
sul computer quando si tentava di riprodurre il contenuto musicale
con quel sistema. Il software aveva il compito di control-lare e
limitare il numero di possibili copie del CD, in ossequio al principio
di tutela della proprietà intellettuale dell’opera.
L’accusa mossa alla casa discografica è stata non tanto
di aver tentato la difesa del di-ritto d’autore, principio
sacrosanto di cui nessuno ha mai messo in dubbio la legittimità,
quanto di aver perpetrato il proprio disegno all’insaputa
dell’utente, installando sul pc del malcapitato un rootkit
capace di modificare in modo permanente il sistema operativo della
macchina, anche se questo non avrebbe comportato danni o malfunzionamenti,
ma si sarebbe limitato a svolgere il compito per cui era stato progettato.
Secondo l’accusa, la multinazionale avrebbe dovuto indicare
a chiare lettere sulla confezione la presenza del software anticopia
e la sua capacità di intrusione e ma-scheramento; l’accettazione
della clausola da parte dell’acquirente avrebbe dovuto pertanto
essere esplicita, ma la cosa avrebbe sicuramente provocato un crollo
delle vendite dell’album, cosa che deve aver fatto impallidire
i responsabili di marketing dell’azienda, spingendola a tentare
il colpaccio.
È andata male, però. Condannata dal tribunale, la
casa discografica è stata costretta a fare pubblica ammenda,
ad interrompere la produzione dei CD sotto accusa ed a ritirare
dal commercio quelli già immessi nei circuiti di vendita;
ha dovuto inoltre dif-fondere una patch per consentire la rimozione
del rootkit da quei sistemi in cui si era abusivamente installato.
Un danno d‘immagine colossale ed una perdita economica secca
per la multinazionale.
Questo episodio ha però portato alla ribalta il fenomeno,
aumentando la popolarità di queste tecniche di occultamento
fino ad allora quasi sconosciute. Qualcuno però sostiene,
forse a ragione, che l’episodio narrato abbia portato nuova
linfa al variegato mondo della criminalità informatica; sempre
in cerca di nuove strategie di attacco capaci di eludere anche i
più blasonati antivirus, i cyber criminali sembra abbiano
molto gradito la possibilità di adattare le tecniche di occultamento
tipiche del rootkit ai propri malvagi scopi; ecco allora che improvvisamente
abbiamo visto questo tipo di sof-tware assurgere a nuovo paradigma
per un ulteriore e ben più temibile filone di minacce informatiche,
diffuse utilizzando le tecniche viste sopra. Si prende cioè
un rootkit adeguatamente progettato o adattato, lo si installa nel
sistema operativo della vittima designata e sfruttando le sue capacità
di occultamento si infila un virus, un trojan o qualunque altro
malware, che grazie alle capacità elusive del rootkit diviene
totalmente invisibile anche all’antivirus più aggiornato
e sofisticato, cosicché esso può svolgere il proprio
lavoro indisturbato.
L’evoluzione è stata veloce ed immediata, tanto che
per questa nuova minaccia è sta-to coniato un neologismo,
ghostware, software fantasma, ad indicarne la peculiarità
rispetto ad altri tipi di malware informatici conosciuti. Anche
in questo caso, il compito di contrastarne l’avanzata è
demandato all’onnipresente antivirus, anche se per ora il
compito si rivela piuttosto arduo: è più difficile,
infatti, combattere ciò che non si vede; alcuni produttori
di sistemi antivirus si sono specializzati nella messa a punto di
tool di rivelazione e rimozione di ghostware che, proprio per i
motivi visti sopra, non sempre riescono ad ottenere risultati soddisfacenti.
Solo il tempo ci dirà se sarà possibile sconfiggere
o perlomeno tenere sotto controllo questa nuova minaccia, riconducendola
nel campo, ormai sovraffollato, di virus, trojan, spyware, keylogger
e dialer vari di cui abbiamo fatto la sgradita conoscenza attraverso
queste pagine della rivista; per ora, rimettiamoci ancora una volta
ai sempre attuali canoni di prudenza e buon senso nell’utilizzo
di internet e dell’informatica in genere.
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