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di Lucio Viganò
La diffusione di internet, se da una parte ha prodotto
un miglioramento della vita quotidiana e molte opportunità
di sviluppare nuove relazioni umane, dall’altra ha determinato
un parallelo sviluppo di truffe e frodi di vario genere, tanto da
aver costretto il legislatore a prevedere una nuova tipologia di
reato, sconosciuta sino a qualche anno fa: la frode informatica.
Una truffa ultimamente molto diffusa, particolarmente insidiosa
perché colpisce l’utente medio di internet carpendone
la buona fede o, se vogliamo, sfruttandone l’ingenuità
e la disattenzione, è comunemente conosciuta con il nome
di Phishing, che alcuni esperti di problemi sociali e di costume
vorrebbero far derivare da una storpiatura dell’inglese “to
fish”, in italiano pescare, appunto, proprio perché
la tecnica utilizzata è del tutto simile a quella del pescatore,
che lancia la propria esca aspettando che il pesce abbocchi; è
evidente che nel nostro caso il pesce è l’utente sopra
descritto.
Il phishing è impiegato per ottenere, mediante l'utilizzo
di messaggi di posta elettronica fasulli, appositamente creati per
apparire autentici, l'accesso ad informazioni personali e riservate
dell’utente preso di mira. Grazie a questi messaggi, il malcapitato
è ingannato e portato a rivelare i propri dati sensibili,
ad esempio numero di conto corrente, nome utente e password, numero
di carta di credito ecc.
Ma come avviene tutto ciò? Come abbiamo detto sopra, la posta
elettronica è di gran lunga il veicolo preferito per perpetrare
questo tipo di reato; chi possiede una o più caselle e-mail
si rassegni, perché con ogni probabilità il nome della
propria casella è già finito nelle mani di qualche
malintenzionato, che prima o poi se ne servirà per lanciare
la propria esca, se non l’ha già fatto. Come questo
possa accadere, sarà l’argomento che tratterò
prossi-mamente su queste pagine. Per ora torniamo al nostro utente
virtuale, che per comodità chiamerò Mario Bianchi.
Un giorno il nostro signor Bianchi riceve nella propria casella
di posta elet-tronica un messaggio apparentemente proveniente dalla
propria banca, che lo invita a cliccare su un link riportato nel
corpo dell’e-mail (si chiama link o collegamento un indirizzo
internet come quelli che si digitano nell’apposito spazio
quando si vuole aprire una pagina web; in questo caso l’indirizzo
è gia compilato e basta cliccare su di esso perché
la pagina cui si riferisce si apra automaticamente). La richiesta
è motivata da esigenze di sicurezza, di pericolo di perdita
dei propri dati o addirittura di tutela dalle truffe informatiche!
L’invito può a volte avere un tono vagamente minaccioso,
paventando al nostro signor Bianchi la perdita dell’accesso
al proprio conto corrente nel caso non ottemperasse a quanto richiesto.
Spesso la mail è scritta in un italiano stentato, con parecchi
errori di ortografia e con un costrutto del tutto simile a quello
che si ottiene con i programmi di traduzione automatica; questo
fatto dovrebbe già di per sé ingenerare sospetto e
diffidenza perché nessuno, soprattutto una banca, userebbe
mai un tale linguaggio per rivolgersi ai propri clienti. Ma se la
nostra vittima è particolarmente ingenua e clicca sul collegamento
presente nel messaggio, aprirà automaticamente una pagina
web in tutto e per tutto simile a quella della propria banca dove,
in un apposito modulo presente sul sito, verrà invitato ad
inserire i dati riservati appartenenti al proprio conto corrente.
Al termine di questa procedura, il furfante si troverà in
possesso di tutti gli elementi necessari per accedere al conto corrente
del povero signor Bianchi, o per utilizzarne a piacimento la carta
di credito. Un giochetto da ragazzi, quindi. Nella migliore delle
ipotesi, il truffatore si servirà dei dati carpiti per creare
false identità, che utilizzerà per compiere altre
truffe in rete, sempre a nome del nostro signor Bianchi.
Il problema è quindi molto serio, tanto che i principali
istituti bancari sono stati costretti a contattare i propri correntisti,
avvertendoli del pericolo e fornendo loro indicazioni su come evitare
la trappola. Anche l’ABI, l’Associazione Bancaria Italiana,
ha reso pubblico un decalogo di norme utili per evitare di incorrere
nel tranello, con lo scopo di arginare il fenome-no e di limitarne
i danni.
È tuttavia evidente che il principale accorgimento da adottare
resta quello di usare la testa. Così come nessuno di noi
fornirebbe i propri dati personali ad uno sconosciuto incontrato
casualmente per strada, analogamente occorre diffidare delle richieste
pervenute via internet, anche se apparentemente provenienti da siti
o da indirizzi noti, soprattutto se le richieste riguardano i nostri
rapporti con le banche o gli istituti che rilasciano le carte di
credito. Nessuna banca, infatti, chiede i dati personali dei propri
clienti via mail; in caso di necessità convoca il cliente
presso la sede stessa dell’istituto, secondariamente, si deve
accedere al sito della propria banca solo ed esclusivamente digitandone
personalmente l’indirizzo nell’apposita barra del browser
di navigazione, evitando accuratamente di rispondere a siti o a
mail che ce ne propongano il collegamento automatico, in particolar
modo se non richiesto specificatamente da noi; infine, da ultimo
ma non per ulti-mo, installare e tenere quotidianamente aggiornato
l’antivirus.
Con queste semplici ma efficaci precauzioni, potremo tranquillamente
navigare in internet in tutta sicurezza, cogliendo il meglio che
questa tecnologica ci offre per renderci la vita più comoda
e, perché no, più piacevole, senza correre inutili
rischi o peggio vederci prosciugato il nostro conto corrente.
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