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di Lucio Viganò
Recentemente, dalle pagine di questo giornale (Insieme n. 121 -
3/2009), affrontando il tema del social network, conseguenza dell'evoluzione
di internet in questi ultimi anni, ho accennato al più vistoso,
emblematico e travolgente fenomeno di questi tempi: Facebook, il
social network per antonomasia, quello che, surclassando tutti i
rivali, è riuscito a raggiungere la ragguardevole cifra di
200 milioni di utenti iscritti (dato di aprile 2009), di cui, secondo
le ultime stime, 6,5 milioni solo in Italia, con un tasso di crescita
valutato intorno al 961%. Per l’importanza che riveste nel
mondo delle relazioni umane e non solo, ritengo importante riservare
qualche attenzione a questo evento, dedicandogli questo numero di
Insieme con l’auspicio che possa essere utile a qualcuno.
Nato nel febbraio 2004 da un’idea di Mark Zuckerberg, all’epoca
studente all’università di Harvard, come elemento di
aggregazione per studenti dell’ateneo, Facebook si è
esteso via via ad altre categorie di utenti sino a diventare, nel
2006, strumento di libero accesso a chiunque, purché maggiore
di 13 anni. Il motivo di tanto successo va indubbiamente ricercato
nella facilità con cui si può stringere amicizia con
altri utenti, con i quali scambiare e condividere interessi, foto,
filmati, commenti ed altro ancora. Gli utenti registrati possono
creare il proprio profilo, corredandolo di foto ed informazioni
personali; scambiano messaggi pubblici o privati e si iscrivono
a gruppi creati da altri utenti e dei quali condividono interessi,
scopi e finalità. L'attenzione per Facebook è altissimo,
soprattutto tra le persone nella fascia di età 25-40 anni,
tanto che recentemente numerose aziende hanno interdetto l'accesso
al sito dai computer aziendali, dopo aver verificato un vistoso
calo della produttività lavorativa.
Grazie a Facebook amici, vecchi compagni di scuola o colleghi che
si erano persi di vista si sono ritrovati, nuove amicizie sono nate
in tutto il mondo, stabilendo un sicuro primato nel campo delle
relazioni umane. Tanta popolarità non poteva sfuggire a personaggi
dello spettacolo, della politica e finanche alle aziende, che hanno
trovato in questo social network un facile ed originale modo per
mettersi in mostra e farsi pubblicità.
Infatti la pubblicità è il vero motore di Facebook,
attraverso cui il sito ricava i propri guadagni, che sono stimati
in parecchi milioni di dollari a settimana e che hanno reso ricchissimo
il fortunato ideatore di questo social network.
La vertiginosa crescita di questa realtà, inattesa forse
anche dagli stessi ideatori, ha tuttavia creato qualche problema,
in modo particolare per quanto riguarda la privacy dei propri iscritti.
La notevole quantità di dati sensibili immessi dagli utenti,
se da un lato favorisce l'aggregazione, il nascere di nuove amicizie
o il rifiorire di quelle vecchie, dall'altro rappresenta una fonte
infinita di dati sensibili che possono far gola ai malintenzionati,
come è già accaduto in diversi casi; il furto di identità
è infatti l'evento sgradito più comune che si possa
verificare.
Le regole di Facebook, d'altro canto, nate probabilmente per disciplinare
una struttura le cui stime di crescita erano certamente inferiori
alle attuali, si sono rivelate inadeguate e non agevolano certamente
la tutela dei dati personali degli utenti; secondo quanto riportato
sulla carta dei diritti e dei doveri degli iscritti, la cui ultima
revisione risale al 1 maggio 2009, (http://www.facebook.com/terms.php?ref=pf),
l'utente, all'atto dell'upload del materiale (foto, video, commenti),
attribuisce al social network un implicito consenso all'utilizzo
del materiale, particolarmente foto e video, secondo una “licenza
mondiale non esclusiva, trasferibile e gratuita”, tacitamente
approvata al momento dell'iscrizione; in parole povere, tutto diviene
proprietà del social network, che ne può pertanto
disporre come meglio crede. Il consenso decade solo nel momento
in cui l'utente decide di annullare la propria iscrizione. Tuttavia
gli amministratori del sito avvertono che “anche dopo la cancellazione
dell'account, il materiale di proprietà dell'utente potrebbe
rimanere memorizzato in qualche backup sui server del sito per un
ragionevole periodo di tempo”; secondo i responsabili del
social network non sarà tuttavia accessibile dall'esterno.
Concetto peraltro molto relativo, perché il ragionevole periodo
di tempo è una variabile molto aleatoria, che si presta a
interpretazioni molto soggettive. Pur considerando che non è
certamente impresa da poco gestire qualcosa come 200 milioni di
iscritti nel mondo, che quotidianamente intervengono dinamicamente
sul sito web con attività legate agli scopi della comunità,
appare evidente che le regole sopra menzionate mostrano una scarsa
propensione alla tutela dei dati sensibili degli utenti.
Evidentemente il problema, pur con le inevitabili differenze tra
un caso e l'altro, è comune a tutti i social network nati
in questi ultimi anni sull'onda del web 2.0, tanto che recentemente,
a margine della trentesima Conferenza Internazionale delle Autorità
di protezione dei dati, tenutasi a Strasburgo nel mese di ottobre
2008, le 78 Autorità Nazionali che ne hanno preso parte hanno
stilato una “Risoluzione sulla tutela della privacy nei servizi
di social network” nella quale è stata evidenziata
con urgenza la necessità che “I fornitori di servizi
(di social network, N.d.R.), devono informare adeguatamente gli
utenti sulle conseguenze che potrebbe avere l'immissione in rete
di dati personali. Devono inoltre garantire che i dati degli utenti
non siano estratti dai motori di ricerca se non con il loro previo
consenso. Agli utenti deve essere consentito di limitare la visibilità
dell'intero profilo, così come di recedere facilmente dal
servizio e di cancellare ogni informazione pubblicata sul social
network”. (Garante per la protezione dei dati personali –
scheda informativa del 20 ottobre 2008: http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=1560428).
Si può leggere anche il comunicato stampa alla pagina:
http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=
1560474.
Effettivamente, da quanto sopra si evince che non vi è la
certezza che agli utenti sia sempre assicurato un rapido e facile
diritto di accesso e rettifica dei propri dati personali.
L'allarme delle Autorità garanti della privacy è principalmente
dovuto alla facilità con cui i membri di Facebook e di altri
analoghi social network, soprattutto tra le giovani generazioni,
immettono enormi quantità di dati personali con assoluta
leggerezza in spregio alle più comuni regole del buon senso,
come se questi siti fossero immuni dai problemi che affliggono la
rete; la facilità con cui si abbassa la guardia quando ci
si trova in questi siti, dovuta fondamentalmente all’illusoria
convinzione di essere tra amici, è la causa principale dei
reati che vengono perpetrati nei confronti degli utenti di social
network; recentemente si sono verificati casi emblematici di false
identità, a danno di personaggi del mondo dello sport ma
anche della politica, a conferma, se mai ve ne fosse bisogno, che
sulla rete nulla può ritenersi sicuro al cento per cento
e dietro un'apparenza di nor-malità può celarsi chiunque...
Il web 2.0, cresciuto vertiginosamente in maniera incontrollata,
è un'entità sovranazionale assimilabile ad una vera
e propria giungla, dove le fasce più deboli, prive del necessario
raziocinio, rischiano di soccombere. Solo ora si sta cominciando
a prendere coscienza del problema e si stanno timidamente studiando
i modi di stabilire un minimo di regole di civiltà, salvaguar-dando
nel contempo i diritti costituzionali dei cittadini, anche se il
rischio di qualche abuso non può essere ignorato. Qualcuno
infatti parla già di “controllo della rete, limitazione
delle libertà individuali” ed altri ammennicoli simili,
sulla falsariga del Grande Fratello di Orwelliana memoria.
Nell'attesa che la giungla divenga un po' meno selvaggia, è
utile raccomandare agli appassionati dei social network, soprattutto
a giovani e giovanissimi, di divulgare con molta parsimonia i propri
dati personali, evitando accuratamente commenti, foto o video che
in qualche modo possano ricondurre ai propri orientamenti politici,
religiosi, sessuali o alle proprie condizioni sociali e economiche.
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