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di Lucio Viganò
Negli ultimi due numeri di Insieme abbiamo visto come nel
futuro prossimo cambierà il nostro modo di fruire dell'intrattenimento
domestico, con la TV ad alta definizione ed i nuovi supporti ottici
di memorizzazione – il DVD o Digital Versatile Disc nei due
nuovi formati, il Blu ray e l'HD-DVD – in grado di visualizzare
convenientemente la notevole mole di flussi digitali tipici dell'alta
risoluzione. In questo numero del giornale esamineremo il terzo
dei cambiamenti promessi a breve dalla tecnologia applicata ai contenuti
multimediali: la TV via internet, o IPTV (Internet Protocol Television),
come viene chiamata nel gergo degli addetti ai lavori.
Vediamo allora il significato di questo standard di trasmissione.
La sigla IPTV identifica una modalità di diffusione di contenuti
televisivi in formato digitale attraverso la connessione internet
a banda larga (adsl nel linguaggio comune). La IPTV nasce come conseguenza
dello sviluppo di internet, che nel giro di pochi anni ha visto
aumentare enormemente la disponibilità della connessione
in banda larga come fenomeno di massa. Ciò è dovuto
all'evoluzione di questo tipo di comunicazione che il progresso
ha favorito, con la parallela discesa dei costi all'origine e quindi
delle tariffe applicate all'utente finale. Per la verità
in Italia non è esattamente così, visti i prezzi ancora
troppo alti rispetto al resto dell'Europa, Francia in testa; ma
questo è un altro discorso, che vede chiamata in causa la
cronica mancanza di concorrenza, male endemico e a tutt'oggi incurabile
di questo Paese. Ora, dato che per la normale navigazione in internet
non è indispensabile disporre di grandi ampiezze di banda,
è evidente che una buona parte delle potenzialità
che la rete può esprimere non sarebbe adeguatamente sfruttata;
ecco allora spiegato l'impegno degli operatori di telefonia, che
hanno individuato nella multimedialità, termine che è
di grande attualità in questo periodo, la grande scommessa
del futuro. L'IPTV si affianca allora alla TV satellitare ed al
digitale terrestre come terzo polo in grado di trasmettere contenuti
di alta qualità ad un pubblico che si presume sarà
sempre più attento ed esigente. Ma sarà veramente
così?
Attualmente In Italia solo Fastweb - ma altri operatori nel campo
della telefonia si stanno velocemente attrezzando - ha proposto
ai propri clienti una formula di abbonamento onnicomprensivo, dove
spicca l'offerta di canali televisivi facenti parte del palinsesto
dell'emittente satellitare Sky, diffusi però attraverso la
connessione adsl oppure, dove possibile, attraverso la fibra ottica.
Anche in questo caso, tuttavia, similmente alla TV digitale satellitare
o terrestre, è necessario un decoder specifico per poter
usufruire dei contenuti sul proprio apparecchio televisivo o sul
computer di casa. È però tutta da verificare la grande
scommessa dell'industria di settore, che vuole trasformare il nostro
salotto di casa in un centro multimediale digitale, pieno di decoders,
parabole e telecomandi; la perplessità è che l'utente
medio, quello cioè che non è particolarmente incline
a padroneggiare oggetti ad alto contenuto tecnologico, rischi di
essere disorientato da una miriade di offerte di cui non comprende
appieno la portata e, soprattutto, la convenienza e l'utilità;
nel timore di compiere una scelta avventata, questo potenziale cliente
potrebbe rinunciare all'acquisto. Le continue incertezze, le contraddizioni
ed i rinvii che hanno accompagnato in Italia l'esordio del digitale
terrestre, non fanno ben sperare.
Anche alcuni operatori nazionali di telefonia mobile hanno investito
moltissimo sulla multimedialità, proponendo ai propri clienti
il tvfonino, apparecchio che, come dice il neologismo, racchiude
un telefonino ed un micro apparecchio televisivo mobile, con il
quale gustare (a pagamento), i programmi televisivi su uno schermo
di ridottissime dimensioni.
Ci piacerebbe sapere, però, qual'è la molla che dovrebbe
far scattare nell'utente l'irrefrenabile desiderio di guardarsi
un qualsiasi programma televisivo mentre, poniamo, si trova con
la famiglia in città a fare shopping, o durante una passeggiata
in riva al mare, oppure seduto al tavolo di un bar davanti ad una
coppa di gelato; o magari sull'autobus mentre si reca al lavoro.
Il tutto su un piccolo schermo che impedisce l'accurata visione
dei dettagli; in controtendenza quindi con i costruttori di televisori
da salotto, che tentano – giustamente – di convincerci
che nella visione di uno spettacolo televisivo le dimensioni dello
schermo fanno la differenza.
Ma le indagini di mercato pre-vendita, quelle cioè che testano
il gradimento e l'impatto sul pubblico di un nuovo prodotto prima
del lancio in grande stile, sono forse passate di moda? E ancora,
i produttori valutano adeguatamente un fattore importante, tipico
delle società avanzate come la nostra e cioè l'invecchiamento,
costante e progressivo, della popolazione? È risaputo che
nell'età avanzata l'essere umano diviene refrattario ai cambiamenti
ed alle innovazioni.
La realtà è che per invogliare la gente ad investire
somme di denaro in queste nuove tecnologie, occorrerebbe prima di
tutto migliorare il prodotto, vista la quantità di programmi
scadenti diffusi oggigiorno dalle TV pubbliche e private; in questo
campo, la concorrenza non ha in genere migliorato l'offerta, salvo
pochi, isolati casi; dall'avvio della liberalizzazione delle frequenze,
si è avuto un generale livellamento verso il basso della
qualità delle trasmissioni televisive.
Ed allora, per vedere l'infinita serie di programmi spazzatura che
quotidianamente ci vengono propinati, non serve tutta l'innovazione
tecnologica che ci viene proposta; per questi prodotti, la vecchia,
cara TV esistente basta e avanza.
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