|
di Elisabetta Grazia
La casetta si trovava appollaiata sulla montagna, al termine di
un largo prato scosceso, circondata da un folto bosco di abeti,
isolata , distante dalle altre povere case montane e dal piccolo
paese con il campanile svettante quasi a raggiungere le alte cime
che circondavano la valle, scura e impervia. Un ruscello scorreva
nelle vicinanze della casetta abitata da una famiglia di valligiani
dediti all’agricoltura, povera in quella regione ed al pascolo
di qualche mucca. Una famigliola come tante. I giovani genitori
avevano una bella bambina, bionda, dalle guance colorite come le
pesche, di nome Lucia. Ormai aveva quasi cinque anni e certamente
il prossimo anno sarebbe andata alla piccola scuola del villaggio.
Lucia era seduta accanto al fuoco scoppiettante dove i “ciocchi”
bruciavano avvolti da vampate di lingue di fuoco. Il paiolo di rame
appeso al gancio annerito dal fumo della legna ardente era pieno
di una bella polenta gialla che brontolava e sbuffava allegramente.
La Mamma della bimba aveva apparecchiato il vecchio tavolo in attesa
del marito che era fuori, sotto il portico a spaccare la legna.
Lucia sentiva il colpo duro dell’accetta che calava sul legno
seguito da un rumore scrosciante del pezzo che si apriva in due
per poi accatastarlo per l’ inverno. Dopo pochi minuti il
Babbo entrò spingendo la porta non prima di aver ben battuto
rumorosamente i piedi sui sassi esterni per pulire gli scarponi.
La Mamma si avvicinò al fuoco, afferrò il paiolo della
polenta e la versò fumante sul legno del tavolo all’uso
contadino. Accomodò la bimba sul suo seggiolino mentre anche
il Babbo sedeva con la moglie e dopo una breve preghiera iniziavano
la cena. Il pane scuro tipico delle vallate alpine veniva affettato,
i cucchiai affondavano nella polenta e consumavano la povera cena
al lume di una candela tremolante. Il vento giocava fra il tetto,
gli alberi vicino alla casetta e con soffocati sibili si allontanava
per lasciare il posto ad altre ventate frammiste a neve che ormai
avvolgevano la casa, gli alberi, il villaggio. Terminata la cena
la famigliola si sedette vicino al fuoco ravvivato da nuova legna.
Lucia, come tutti i bambini sarebbe andata a letto presto, non avrebbe
certamente atteso la mezzanotte della “ Notte Santa del Natale”.
Era curiosa di come sarebbe stata la notte magica, tanto attesa.
Non riusciva ad immaginarsela. Allora chiese al Babbo: dimmi per
favore cosa avverrà, come sarà, come sarà…
dimmelo Babbo! Così con voce dolce recitò per la sua
bambina questa poesia:
-Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.
Il Campanile scocca
Lentamente le sei.
-Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
un po’ di posto avete per me e per Giuseppe?
-Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe
Il campanile scocca
Lentamente le sette.
-Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
-Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto
Il campanile scocca
Lentamente le otto.
-O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
-S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.
Il campanile scocca
Lentamente le nove.
-Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
-Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi, persiani, egizi, greci…
Il campanile scocca
Lentamente le dieci.
-Oste di Cesarea… - Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame:
non amo la miscela dell’alta e bassa gente..
Il campanile scocca
Le undici lentamente.
La neve! – Ecco una stalla! – Avrà posto per
due?
-Che freddo!- Siamo in sosta.- Ma quanta neve. quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…
Maria già trascolora, divinamente affranta…
Il campanile scocca
la mezzanotte Santa.
E’ nato!
Alleluia! Alleluia!
E’ nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaie
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!
Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.
E’ nato! E’ nato il Signore!
E’ nato nel nostro paese!
La notte che già fu sì buia
risplende d’un astro divino.
E’ nato il Sovrano Bambino.
E’ nato!
Alleluia!
Alleluia!
Lucia ascoltò in silenzio, pensosa e commossa, poi il giusto
sonno dei bambini ebbe il sopravvento e s’addormentò
dolcemente abbracciata al Babbo. Entrambi i genitori presero la
bambina, la portarono nella sua stanzetta e la coricarono coprendola
con le coperte del suo lettino. Prepararono i pochi doni di Natale
per la loro adorata Lucia disponendoli accanto agli alari del caminetto
ed anch’essi si coricarono felici aspettando il “Santo
Natale”.
Il racconto è tratto dalla raccolta delle: “Novelle
natalizie”
di Maria Grazia Vimercati Merlini.
La poesia “Notte Santa” è di Guido Gozzano, poeta
torinese (1883-1916).
|