ROSA INSIEME
"Quando il mondo è sotto-sopra…"

di Greta Pirovano

“Carnevale: ogni scherzo vale”: ogni anno i festeggiamenti per il Carnevale con rito romano e, successivamente, con rito ambrosiano cominciano in tutta Italia e in tutto il mondo, pervadendo con lo spirito giocoso e spiritoso ogni via di città e paesi.
I bambini conoscono il Carnevale come la festa delle maschere, quando ci si traveste con i costumi dei personaggi dei cartoni animati o degli eroi dei fumetti e dietro ai carri colorati si sfila lanciando coriandoli e stelle filanti. I grandi sanno che è Carnevale quando gli scaffali dei supermercati strabordano di chiacchiere e dolci vari.
Spesso capita che ogni città abbiamo la propria “maschera”, un personaggio che simboleggia sinteticamente lo spirito di un popolo o di una particolare cultura locale, che rappresenta per alcune caratteristiche fisiche o di comportamento gli abitanti della zona da cui quella maschera proviene. Certo è che le maschere non nascono a caso, per pura invenzione di una mente fantasiosa: la maschera non è un personaggio inventato, di fantasia, non è creato di punto in bianco, ma deriva sempre il suo aspetto, il suo comportamento, la sua parlata, la sua condizione da quelli della cultura di cui è simbolo. Basti pensare a Pulcinella, piuttosto che Arlecchino, Brighella, Pantalone, Colombina, Burlamacco… e tanti altri.
Ogni singola maschera si porta dietro di sé una storia, la storia di quella particolare comunità che rappresenta e che nel personaggio carnevalesco si identifica.
L’origine delle maschere però è molto complessa e, vi sembrerà strano, discende dalla storia del teatro; vi dirò di più, se non fosse stato per il teatro e, in particolare per quella forma di spettacolo nota come Commedia dell’Arte, le maschere probabilmente non sarebbero mai esistite.
Dovete pensare infatti che la maschera nasce a partire ben dal V secolo a.C., il secolo d’oro del teatro greco, per intenderci quel tempo che vede all’opera i tre più grandi drammaturghi del mondo greco classico e del mondo contemporaneo, Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Eschilo in particolare, che si confrontava con i suoi colleghi nel teatro di Dioniso, ad Atene, in occasione dell’agone drammatico, una vera e propria gara di drammaturgia a premi, cominciò ad utilizzare le maschere come strumento di scena fondamentale. Il loro utilizzo era dovuto ad un fatto tecnico: dato che solo gli uomini erano ammessi a calcare la scena, le maschere servivano innanzitutto per far sì che il pubblico potesse distinguere i caratteri maschili da quelli femmili. I primi solevano indossare maschere di legno (o prima ancora di sughero) dalla colorazione scura, mentre ai secondi spettavano maschere di colore chiaro. E non solo: l’utilizzo della maschera permetteva maggiore versatilità degli attori che, nel corso della medesima opera, potevano agilmente cambiare personaggio e dunque letteralmente mutare identità semplicemente togliendo la maschera con cui avevano appena recitato, per indossarne un’altra corrispondente ad un carattere diverso e rientrare in scena, nelle vesti di un altro personaggio.
In realtà poi nella storia del teatro l’uso delle maschere viene accantonato, complice il fatto che la civiltà latina della Roma imperiale si specializza nello spettacolo circense, che dunque non necessita di maschere e, nel successivo Medioevo, il teatro è fatto di spettacoli ludici di acrobati, mangiafuoco, giocolieri, tersicorei (ballerini), che si esibiscono in numeri in cui la parola e dunque la caratterizzazione umana e psicologica dei personaggi sono elementi secondari e comunque non sarebbero compresi dalle genti semplici dei villaggi e dei paesi ove le formazioni di giro portano i loro spettacoli.
Le maschere dunque ricompaiono nella storia del teatro solo circa a metà del ‘400, periodo che corrisponde alla nascita, come dicevamo prima, della Commedia dell’Arte. Quest’ultima, che costituisce la più importante e longeva forma ancora in voga di teatro, era (ed è) teatro d’attore, ovvero una forma di teatro popolare che non mette in scena grandi tragedie di difficile comprensione, oltre che veicolatrici di grandi e profondi messaggi, né si avvale di quel sottile e tagliente sarcasmo tipico della grande commedia.
Ebbene, quella dei Comici dell’Arte è essenzialmente “commedia dei caratteri”, nel senso che il repertorio delle compagnie teatrali si basa sulla messa in scena di azioni sceniche che hanno come protagonisti dei personaggi canonizzati, ovvero stabiliti secondo caratteristiche e stereotipi statici che connotavano quel carattere o quell’altro. Per capire, facciamo qualche esempio: c’è il vecchio ricco e brontolone, il servo astuto e affamato, il figlio giovane e dissipatore, la giovane donna inquieta e desiderosa di maritarsi, la servetta civettuola, l’uomo dotto, il soldato sbruffone, il forzuto stupido, la donna di facili costumi e così discorrendo.
E’ proprio da questi caratteri che nascono le maschere e molte di esse diventano l’icona di questa o quella città italiana, attraverso l’attribuzione di un dialetto locale. E’ il caso dei servi affamati (Brighella, maschera bergamasca e padana; Pulcinella, napoletano; Arlecchino, di origine bergamasca ma poi convenzionalmente veneziana), del soldato (Capitan Spaventa), dell’uomo saccente (il dottor Balanzone), della servetta (Colombina)…
Ogni attore dunque si specializza in un carattere, quindi in una maschera.
Le maschere, di cui abbiamo capito il motivo per il quale devono la loro esistenza al teatro, vengono diciamo così prese in prestito poi da quella che può a buon diritto definirsi la festa più grande e importante della tradizione alpina e padana: il Carnevale.
E’ intuitivo capire l’utilizzo delle maschere nel Carnevale, partendo dalla constatazione che quest’ultimo, che in epoca moderna ha assunto in un’ottica molto banale e semplicistica il significato di “occasione per lo scherzo e per la burla”, in realtà ha sempre avuto motivazioni molto più profonde e pregnanti, legate alla condizione sociale delle collettività che lo festeggiano, o meglio, che lo festeggiavano.
Il Carnevale infatti è uno straordinario ed abnorme tentativo (utopico, si direbbe a posteriori) di sovvertire l’ordine esistente. Si parla di ordine sociale, nel senso che il Carnevale è il momento in cui a tutti, nessuno escluso, è consentito essere “altro da sé”, l’occasione in cui impersonare per puro gioco e divertimento l’identità di chi non potremmo mai essere. Ed ecco dunque che il povero diventa principe, l’uomo diviene donna, il servo diventa padrone, il chierico Cardinale e così via.
Il Carnevale perciò è il momento in cui è legittimo e anche consentito dal potere costituito sospendere il tempo della quotidianità in cui ognuno appartiene al proprio ceto, senza possibilità di promozione, per vivere un tempo diverso, in cui ognuno può vivere (pro tempore) una condizione diversa dalla propria usuale.
Dunque con queste premesse, di cosa si può servire il popolo desideroso di vivere un tempo straordinario e diverso, se non delle maschere? In questo modo può, esattamente come facevano gli attori di Eschilo nell’Atene di cinque secoli prima di Cristo, occultare la propria vera identità, per fingere di essere un'altra persona, quella appunto rappresentata dalla maschera che intende indossare.
Il mondo alla rovescia che il Carnevale mette in scena non potrebbe essere vissuto allo stesso modo, se non ci fossero le maschere e i connessi travestimenti!
Evitando di ricostruire la storia del Carnevale, cosa per altro impossibile, dato che le sue origini risalgono letteralmente alla notte dei tempi, ricordiamo solo che, per esempio, nell’epoca della civiltà latina (la Roma dei primissimi secoli dopo Cristo) il Carnevale costituisce la fase conclusiva dei Saturnali, ciclo festivo dedicato al culto dei morti. Considerato che queste celebrazioni erano il tempo in cui simbolicamente i defunti “tornavano alle loro case”, si capisce come anche in questo caso non si poteva prescindere dall’uso delle maschere, intese come rappresentazioni tramite cui si evocano i defunti, credendo e facendo credere che il mondo dei morti torni temporaneamente a popolare lo spazio e il tempo in cui si snoda l’esistenza dei vivi.
Tornando, in chiusura, alle maschere che dicevamo prima essere discendenti della Commedia dei caratteri, ne citiamo una per tutte, la più famosa, la più rappresentata: Arlecchino.
Il suo nome originario in realtà è “Zanni”, forma dialettale bergamasca di “Gianni”, a sua volta diminutivo del nome Giovanni, molto diffuso nelle zone in cui questa maschera si origina. Lo Zanni di cui parliamo altro non è che un umile e povero valligiano bergamasco che, come molti suoi coevi, all’inizio della primavera abbandona le valli bergamasche per recarsi a Venezia, città della fiorente borghesia mercantile, dotata di un grande porto commerciale, che avrebbe potuto offrire lavoro e dunque guadagno a molti uomini, nonché mariti e padri di famiglia. Capitava spesso però che il povero bergamasco, ignaro e privo di astuzia, si facesse facilmente derubare o frodare da personaggi invece molto più astuti e maligni di lui: un allibratore ingannevole, una meretrice, un oste disonesto, nonché pratiche come il gioco d’azzardo inducevano il curioso quanto poco furbo Zanni a spendere la sua paga, dilapidando i guadagni che avrebbe dovuto portare con sé a casa, dalla famiglia, al termine della stagione di lavoro. Da qui dunque nasce il personaggio di Arlecchino, il servo ingenuo che per sopravvivere nell’ambiente ostile in cui è immerso affina incredibili doti di astuzia e furbizia che lo portano ad avere la meglio nelle peripezie quotidiane che affronta. E’ c’è di più: sapete per quale motivo Arlecchino indossa quel vestito a losanghe tutto variopinto?? Anche per rispondere a questo quesito bisogna chiamare in causa il povero Zanni: egli partiva dalla sua dimora alpina con indosso una grande e informe giubba da lavoro che, al suo ritorno, essendo logora e malconcia per via del lavoro, veniva ricucita e rattoppata dalle mogli, utilizzando pezze e frammenti di stoffe diverse, naturalmente anche di diverso colore, che facevano dell’originario indumento una sorta di capolavoro di patchwork multicolore.
Dopo questa spero piacevole digressione sul Carnevale, auguro a tutti di festeggiarlo al meglio e, magari, anche un po’ più consapevolmente rispetto alla sua storia e alla storia delle maschere, vero e proprio elemento principe di questa festa.

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