|
di Marzia Pulici
Se vogliamo mangiare una polenta “come si deve”, lontana
dalle molteplici imitazioni moderne che la preparano in cinque minuti
e fra poco anche nel microonde, dobbiamo usare gli stessi utensili
di un tempo e la stessa modalità di preparazione e di cottura
delle nostre nonne; è quasi ormai scomparso il tradizionale
paiolo attaccato alla catena del camino, ma lo sostituisce adeguatamente
una bella ramaiola (paiolo di rame) posta sopra un fuoco deciso
e vigoroso, ma non troppo perché non si bruci, una robusta
spatola di legno e abbondante olio di gomito per lavorarla rimestando
con energia e regolarità per circa un’ora.
La ricetta originale, che poi ogni cuoco personalizza con i propri
“tocchi d’autore” , prevede l’uso di un
litro di acqua con 300 gr. di farina per una polenta bella soda,
250 gr. per una consistenza media e 200gr. per quella molle e sale
a volontà; anche qui si apre la diatriba per stabilire quale
consistenza sia la migliore e soprattutto la più fedele alla
polenta antica, ma è preferibile lasciare la risposta al
gusto di ciascun consumatore e ancor meglio scegliere di abbinare
un tipo piuttosto che l’altro alla pietanza che le si accompagna.
La polenta per eccellenza ha ovviamente come ingrediente principale
la farina di mais, cereale che contiene carboidrati, facilmente
digeribile e con il pregio di procurare un ottimo senso di sazietà
dopo averne mangiata una quantità non esagerata; è,
per questo, un alimento adatto ed utile a tutte le età.
Ma lo sapevate che anche la letteratura si è degnamente occupata
della polenta? Se ne trova ampio cenno per esempio nel Codice Palladiano
e nelle Satire di Persio; nel 1700 si trovano notizie di un “Accademia
dei Polentai” nella città di Pisa e in tempi più
vicini a noi di un” Circolo della Polenta”, con sede
a Parigi e con iscritti molti artisti e letterati italiani e del
quale esiste un curioso stemma a mosaico con una bella polenta tutta
d’oro rappresentata al centro. E’ della fine del 700
l’Ode alla Polenta, scritta da un tale Ludovico Pastò
che così declamava:
…la me piase dura e tenera,
in fersora e su la grela,
in pastizo, in la paela;
coi sponzioli, coi fongheti,
col porselo, coi oseleti,
cole tenche, coi bisati,
con le anguele per i gati;
e po’ insoma in tuti i modi,
la polenta xe ‘l mio godi!
Un certo Jacopo Faoen scrisse poi i versi intitolati “il Mais
e la Polenta” che così recitano:
…l’acqua gurgita e rigurgita,
mena vortici e capitomboli,
stride e crepita fuor dal margine,
balza e trabocca e lungi lungi le bolle scocca.
Su dunque subito, su versa tutta
in mezzo ai vortici che l’acqua erutta
la farina e via pian piano
colla mestola, colla spatola,
col matterello lungo un’asta,
abbrancato nella mano
manipola, rimescola, voltala e rivoltala
sopra il foco che la cuoce,
che l’asciuga e la svapora,
che l’informa, che diventa giallo bionda,
tonda, tonda, la balsamica polenta!
Insomma dopo tutte queste curiose notizie sulla nostra bene amata
polenta, direi che sarebbe proprio il caso di elevarla al rango
di cibo etnico consacrato da secoli di consumo; è un vero
e proprio gioiello culinario che andrebbe inserito nello slow food
dei nostri tempi moderni, nel tentativo di ritrovare il gusto e
il valore di mangiare come rito e non come gesto meccanico dettato
dalla necessità, come ormai troppo spesso succede.
Buon appetito quindi e l’augurio di potercelo scambiare davanti
ad una splendida, fumante polenta!!!
|