ROSA INSIEME
"Viaggio nei ricordi - Elogio funebre alla macchina per scrivere"

di Graziella Vignazza Santi

Sul quotidiano La Stampa di mercoledì 27 aprile 2011, in prima pagina, leggo il titolo di un articolo firmato da Marco Belpoliti: “La macchina per scrivere svelava l’inconscio – Chiude in India l’ultima fabbrica di “typewriter”…”.
Toh, mi dico, la macchina per scrivere, chi ci pensava più.
Nell’epoca dei computer era scomparsa del tutto e nessuno si chiedeva dove fosse finita.
Il titolo è intrigante, l’argomento ha la freschezza della novità, o della diversità, è qualcosa di leggero in mezzo a tante notizie pesanti, preoccupanti o stupide.
Leggo l’articolo prima degli altri e sono subito trascinata nei ricordi.
Cara, vecchia macchina per scrivere sulla quale ho pigiato i tasti migliaia, forse milioni, di volte.
Quant’era faticoso, però! Specialmente all’inizio, quando imparavo sulle vecchie Underwood che erano il patrimonio della scuola che frequentavo.
Insieme con le altrettanto obsolete Olivetti erano residuati ante-guerra, entrambe pesantissime da spostare ed altrettanto da usare.
Noi giovani allieve avevamo poca forza e le dita fragili che si ammosciavano sui tasti.
Mi torna in mente anche la mia insegnante di allora.
Ne ricordo il nome, Domenica, ma non il cognome.
Una signora siciliana di mezza età, piccola e rotondetta, che aveva ideato un metodo per insegnarci a scrivere con tutte le dita (il mignolo era un vero disastro, non voleva mai ubbidire) e, nello stesso tempo, memorizzare la posizione delle lettere sulla tastiera in modo da scrivere senza guardarla.
Per noi erano esercizi noiosissimi, pagine e pagine di battiture assurde.
Alla lunga però il metodo aveva il pregio di essere efficiente, diventammo delle dattilografe precise e veloci.
Con il tempo e l’evolversi della tecnologia arrivarono le macchine per scrivere elettriche.
Fu tutt’altra cosa.
Non occorreva più esibire la forza bruta per pigiare i tasti e spostare manualmente il carrello alla riga sottostante.
Macchine leggere, morbide, con alcuni tasti che se tenuti premuti si ripetevano all’infinito.
Un po’ come la tastiera degli attuali computer.
Mi mancava però il dling di fine riga.
La macchina per scrivere che ho amato di più fu la famosissima Olivetti Lettera 22.
Piccola, leggera, con bei caratteri, molto maneggevole, una vera portatile nel senso più totale del termine.
La comprai per le necessità familiari e l’ho usata fino all’acquisto del primo computer.
Era un gioiello perfetto, non ingombrante (se non usata stava chiusa nel suo astuccio e appoggiata su uno scaffale), ma pronta a rientrare in servizio quando necessitava.
Chissà che fine ha fatto.
Se vado nel solaio e rovisto un po’ è sicuro che la ritrovo.
Addio macchina per scrivere.
La tua vita è stata breve.
In fondo, poco più di centocinquanta anni sono un piccolo spazio nell’arco della storia umana.
Le generazioni a venire guarderanno nella bacheca di qualche museo quell'oggetto strano che con i computer attuali e, sicuramente ancora di più, quelli futuri, sembra non avere nessuna parentela.
O forse no.

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