TURISTI NON A CASO
"Turismo è anche storia (parte prima)"

di Greta Pirovano

Se volessimo tracciare una linea del tempo in cui porre in ordine cronologico i momenti salienti della storia del turismo, cominceremmo ad andare a ritroso molto lontano nel tempo, addirittura cominceremmo a parlare a partire dalla società arcaica. Vi sembrerà molto strano dato che, comunemente, si considera turismo solo quella forma di svago che prende piede nel ‘900, soprattutto nella seconda metà e di cui tutti abbiamo testimonianza personale.
In realtà, prima di parlare di turismo inteso come turismo di massa, è necessario affrontare alcune fasi precedenti, importanti anch’esse. Citavo prima la tribù arcaica, per dire che a quel tempo già le piccole e semplici comunità arcaiche si muovevano sul territorio: queste comunità infatti erano nomadi, ovvero si spostavano alla ricerca delle fonti di sostentamento, principalmente derivate dalla caccia. Vi dico questo per chiarire subito che questo tipo di spostamento, che potrebbe sembrare assimilabile al movimento di un turista, non è in realtà definibile come tale: i nomadi arcaici non sono né viaggiatori, né tanto meno turisti, dato che innanzitutto lo spostamento avviene a fini materiali e concreti di sostentamento (ricerca di cibo, acqua e riparo in sostanza) e non per svago o per diletto, come si conviene nella pratica turistica moderna e contemporanea. In secondo luogo, mentre il turista parte con in testa una meta precisa, o comunque se vogliamo un itinerario di massima, il nomade primitivo è privo di una meta e questa verrà identificata in quel punto del territorio in cui potranno essere soddisfatti i suoi bisogni primari che ho poco fa citato. Da ultimo, il turista possiede un luogo preciso di partenza, che è il medesimo a cui farà ritorno una volta terminato il suo viaggio o la sua vacanza.
Quando poi la comunità arcaica diviene stanziale, con le acquisizioni sociali e tecnologiche che ne derivano, tra cui la più importante la scoperta del concetto di alternarsi ciclico delle stagioni e l’acquisita capacità di addomesticare le specie sia animali che vegetali, si può dire che ha inizio quella che noi chiamiamo civiltà umana e, dunque, anche il progresso. Gli uomini cominciano ad imprimere al territorio determinate caratteristiche che derivano dalle modalità con cui l’uomo stesso utilizza e sfrutta l’ambiente naturale che lo circonda: quest’ultimo diventa dunque ambiente antropizzato, cioè umanizzato, tanto da definirsi non più ambiente bensì paesaggio, termine con cui si indica il territorio inteso come risultato dell’interazione tra l’uomo e l’ambiente.
Venendo a tempi relativamente più recenti, si può dire che le primissime forme di turismo risalgono alla civiltà egizia, i cui membri sfruttano le vie d’acqua e i periodi dell’anno più favorevoli per recarsi nei luoghi che quella civiltà considerava sacri ed eventualmente per ammirare siti monumentali di particolare importanza e grandezza. Lo stesso tipo di spostamento si può ritrovare anche presso la civiltà classica degli antichi Greci, che già diversificano i propri viaggi a seconda delle motivazioni che li inducono a spostarsi. Permane infatti il viaggio come pellegrinaggio (i Greci si recano presso i templi, oppure gli oracoli, primo fra tutti l’oracolo di Delfi) e ad esso si affianca il viaggio per relax che ha come meta le località termali, e il viaggio di svago, ossia lo spostamento periodico di spettatori e atleti principalmente verso Olimpia, luogo ove si tengono le Olimpiadi, il primo “grande evento” della storia mondiale.
Sono dunque viaggi privi di fini commerciali o militari. I Greci si spostano soprattutto per mare, grazie alla grande capacità di navigazione, sviluppata anche perchè la conformazione morfologica particolarmente impervia caratterizzante la Grecia e soprattutto il Peloponneso non avrebbe permesso spostamenti terrestri interni. Gioca a favore dello sviluppo della mobilità il fatto che presso i Greci l’ospite era considerato sacro, in quanto si pensava che dietro la sua identità si potesse nascondere una divinità, in quanto tale da venerare. Di particolare importanza per il mondo greco è l’impresa dei due grandi viaggiatori dell’epoca, Eutimene ed Annone, che intraprendono un viaggio per mare fino alle foci del Senegal, viaggio che può essere considerato turistico, dato che non possiede scopi commerciali, bensì risponde ad un impulso alla conoscenza, per altro innato nella natura umana dell’uomo, anche contemporaneo.
Il turismo continua a svilupparsi anche nell’epoca della Roma imperiale, quando lo sviluppo della viabilità attraverso le strade consolari permette spostamenti più agevoli e certi per quanto riguarda il percorso. E’ vero però che gli spostamenti hanno principalmente scopi militari (ricordate le grandi conquiste e l’immensa espansione dell’Impero romano in tutto il bacino del Mediterraneo e non solo!) e commerciali. Giocano a favore degli spostamenti la diffusione del latino come lingua ufficiale dell’impero, nonché come lingua ponte tra diverse civiltà, esattamente come l’inglese nella nostra società, che abbatte le barriere linguistiche e quello status quo socio-politico pacifico instaurato da Augusto (pax romana). Così come le Olimpiadi per i Greci, anche i Romani si spostano per partecipare ai grandi eventi, come per esempio i giochi gladiatori e gli spettacoli circensi agiti principalmente nel Colosseo. Vale la pena poi di ricordare quella modalità di turismo d’elite sotto forma di villeggiatura, appannaggio dei patrizi romani, i quali praticano il “rusticari”, ossia un periodo di vacanza rurale nelle ville di campagna, oppure alle terme. Inoltre, l’ospite a Roma, non è solo accolto e rispettato, ma anche tutelato dal punto di vista giuridico.
Con la caduta dell’Impero, avvenuta nel 476 d.C. comincia convenzionalmente il Medioevo, periodo noto come quello dei “secoli bui”: gli spostamenti si limitano, in quanto viene meno la manutenzione delle vie di comunicazione e la sicurezza del viaggiatore, per via dei molteplici pericoli che quest’ultimo può incontrare lungo il cammino. Gli unici spostamenti sono di nuovo quelli dei pellegrini, che si recano nei luoghi sacri per eccellenza: i Cristiani si dirigono verso Roma che rappresenta il centro del mondo (ricordate i motti “Roma caput mundi”, oppure “tutte le strade portano a Roma”), fulcro del Cristianesimo e sede di residenza papale. Fondamentali sono però anche i due centri periferici della cristianità, nonché del mondo allora conosciuto: Gerusalemme, la città santa dove venerare il Santo Sepolcro e Santiago de Compostela, dove la tomba di S. Giacomo simboleggia la lotta contro l’affermazione dell’islam in Europa e dove il pellegrino giunge in corrispondenza dei “confini del mondo”, noti come Finis Terrae (da cui il francese Finisterre o l’inglese Land’s End). Le vie più battute dai pellegrini, tra cui la più importante è la via francigena che dalla città di Tours conduce fino in Galizia, sono note come “vie majores”.
Importanti sono anche gli spostamenti dei cosiddetti clerici vagantes, studenti e docenti universitari che si recano nei più prestigiosi atenei, attivando una prassi di spostamento a fini culturali, ancora in voga in epoca odierna, basti pensare per esempio agli attuali progetti Erasmus o ai soggiorni-studio all’estero che caratterizzano il percorso formativo e scolastico di molti studenti attuali.
Queste ultime sono forme di viaggio improntate alla conoscenza, motivazione che costituirà il fulcro dei viaggi intrapresi nel corso del Cinquecento. Calati in secondo piano i viaggi dei pellegrini cristiani, limitati dalla Riforma protestante di Lutero, e fattosi strada quello spirito individualistico e antropocentrico che caratterizza il Rinascimento, si sviluppano forme di spostamento che, come annunciavo pocanzi, fanno capo ad un anelito spontaneo dell’uomo verso la conoscenza e portano i viaggiatori a scoprire zone europee ma anche extraeuropee. Basti pensare al fatidico 1492, anno della scoperta dell’America, che inaugura una stagione di viaggi per mare alla scoperta del Nuovo Mondo (le Americhe) e del Nuovissimo Mondo (l’Oceania). La pratica turistica è favorita dal progresso dei mezzi di trasporto, in particolare la messa a punto della carrozza con sospensioni e della macchina a vapore che, più tardi, sarà alla base degli spostamenti su strade ferrate, importanti per l’affermazione del turismo d’elite soprattutto in Italia e, successivamente, del turismo di massa.
Giungiamo dunque alla fine del ‘600 circa, quando lo spostamento più consistente è quello che va sotto il nome famosissimo di “Grand Tour”. Quest’ultimo è il viaggio intrapreso dai giovani rampolli dell’aristocrazia europea (soprattutto inglese) i quali, dopo essersi formati con la cultura classica trasmessa dagli insegnamenti dei precettori privati, vengono mandati nel mondo per vivere un’esperienza di vita a completamento della formazione ricevuta in patria. Un’esperienza che assume i connotati di vero e proprio rito di iniziazione, in quanto permette ai giovani di conoscere le modalità della diplomazia e dunque di essere in grado in un futuro prossimo di amministrare il patrimonio familiare e mantenere nel tempo la reputazione aristocratica della famiglia stessa. Il viaggiatore, poco meno che ventenne, è accompagnato da un precettore che ne cura la formazione sul campo e deve assicurare che il giovane torni in patria da uomo maturo, conscio di quale sia il suo compito futuro, rispetto alle aspettative e ai dettami della classe aristocratica o alto-borghese a cui appartiene. Il viaggio si protrae circa per ben tre anni e segue un itinerario piuttosto standardizzato, mirato a toccare le sedi più importanti della diplomazia internazionale, oltre che i luoghi principali che testimoniano la presenza della civiltà classica. Le mete interessate sono dunque Parigi e la Francia, l’Italia (con l’annesso pericoloso attraversamento delle Alpi attraverso i valichi occidentali come il Moncenisio) e le sue principali città quali Roma, Firenze, a volte Genova, e raramente anche la Magna Grecia, ossia l’Italia meridionale, in particolare Napoli, le isole (Eolie) e i vulcani (Vesuvio, Stromboli, Etna) ed infine la Svizzera e l’Austria, nonché la Germania e i Paesi Bassi.
La motivazione formativa però non è la sola e spesso costituisce una sorta di alibi per un’iniziazione anche dal punto di vista sessuale o, nella maggior parte dei casi, un modo per celare dietro l’intento formativo ed edificante, una motivazione essenzialmente di svago e divertimento, più in generale di piacere, che caratterizzerà il turismo a partire dall’Ottocento.
L’ottocento infatti, oltre a caratterizzarsi per la figura del viaggiatore romantico che ricerca nel viaggio la possibilità di provare emozioni intense soprattutto legate alla sensazione dell’orrido e del sublime, è il secolo in cui cominciano a diffondersi le mode turistiche dei soggiorni mondani, di cui parleremo alla prossima puntata, continuando il nostro percorso storico lungo le tappe di evoluzione del turismo tra l’Ottocento e il Novecento.
Vi lascio con un passo tratto dal romanzo di Paul Bowles, “Un tè nel deserto”:

“In parte la distanza sta nel tempo.
Laddove, in capo a qualche settimana o mese,
il turista si affretta a far ritorno a casa,
il viaggiatore, che dal canto suo non appartiene né a un luogo né all’altro,
si sposta più lentamente, per periodi di anni, da un punto all’altro della Terra”.

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