ROSA INSIEME
TURISTI NON A CASO
"Territorio e turismo: un binomio indivisibile"

di Greta Pirovano

Si parla spesso in tv, sulla carta stampata, in ambiente accademico dell’impatto che il turismo riscuote sul sistema economico dei paesi e delle conseguenze che l’esistenza stessa del turismo sia di incoming che di outgoing determina sull’economia di una regione: si conoscono molto chiaramente i benefici, ma anche purtroppo gli svantaggi in alcuni casi, apportati dal turismo, in senso economico. Siamo in grado poi di stimare le cifre del turismo che, da ormai qualche anno, ha raggiunto e mantiene il primato di essere la prima industria mondiale. Questo vale sia per l’entità degli spostamenti, pari a 903 milioni di turisti annui (cifra che per altro riguarda solo il turismo a livello internazionale e non a livello domestico, cioè entro i confini italiani) contro i 25 milioni di circa cinquant’anni fa, sia per volume di fatturato, pari a 865 miliardi (in dollari), cifra esorbitante che costituisce addirittura il 15% del PIL mondiale!! Numeri giganteschi, che mai nessun altro settore economico è riuscito a raggiungere dagli albori del sistema industriale capitalistico.
Tuttavia, è necessario considerare il turismo anche alla luce degli elementi che lo collegano ad altri ambiti con cui si interseca: mi riferisco in particolare alla geografia politica e alla geopolitica. Due termini questi che possono ad un primo impatto sembrare a sé stanti, come quei termini che si studiano sui libri ma che poi nel concreto non assumono rilevanza o comunque non si colgono in modo così immediato.
Partiamo dunque dalla definizione dei due oggetti in questione.
Geografia politica, che spesso si suol definire una branca della geografia, senza però conoscerne esattamente i contenuti. Secondo la definizione su cui gli accademici concordano, la geografia politica è quella disciplina che si occupa dell’analisi dei rapporti che intercorrono tra il territorio e la popolazione. In particolare, il compito della disciplina non è tanto di certificare l’esistenza di determinate forme di interazione tra il territorio e chi lo abita (cosa per altro talmente ovvia da non avere certo bisogno di una scienza che la certifichi), quanto invece studiare il governo di questo binomio territorio-popolazione. Un geografo politico quindi indaga le modalità e soprattutto le motivazioni che inducono gli attori politici territoriali a prendere decisioni e fornire direttive in merito alla gestione dei rapporti tra l’ambiente e l’uomo. Oggetto di studio sono dunque la gestione di un territorio, con le relative ricadute sulla distribuzione delle risorse e della popolazione, le forme di organizzazione dello spazio e il loro mutamento che avviene anche per effetto delle diverse modalità di governo di esso, oltre che naturalmente per cause indotte da altre forze naturali o comunque non antropiche, cioè non necessariamente dipendenti dall’azione umana.
E’ bene precisare comunque che, con il termine “governo” non si intende solo il potere politico di uno Stato (o di una regione o di un ente locale quale provincia e comune), che in sociologia va sotto il nome di government. Si intendono anche tutti quei soggetti che costituiscono la cosiddetta governance, ovvero quei soggetti tecnicamente definiti stakeholders, cioè portatori di interessi: partiti politici, sindacati, gruppi di opinione, organizzazioni non governative, comunità locali, associazioni di categoria, comunità montane, insomma soggetti che possono, ognuno con mezzi propri, esercitare una funzione di controllo, condizionamento e direzione dell’opinione pubblica e dunque, proprio per questo motivo, agiscono sul potere costituito.
Volendo procedere con un esempio pratico, possiamo pensare ad applicazioni della definizione di cui sopra quando ad esempio una regione o un autonomia locale vieta ad una società di gestione di impianti sciistici la realizzazione di ulteriori impianti di risalita che possano condurre gli sciatori e gli escursionisti a quote più elevate, altrimenti irraggiungibili. Ipotizziamo che l’autorità regionale competente decida di bocciare un ipotetico progetto presentato dalla società di gestione degli impianti, decisione a cui si è giunti anche per via dell’azione di un’associazione ambientalista che, con mirate campagne di protesta che hanno coinvolto l’opinione pubblica, ha contribuito al respingimento dell’iniziativa. Chiaramente le motivazioni nella fattispecie sono connesse alla tutela dell’ambiente e dei valori naturalistici (soprattutto se il territorio in questione è un’area protetta, a maggior ragione deve essere necessariamente preservato da un eventuale impatto negativo che la presenza di una struttura artificiale oltre che dei suoi fruitori comporterebbe sull’equilibrio ambientale del luogo). Il tutto anche alla luce della pericolosità dell’impianto in una zona magari ad alto rischio di valanghe.
Questo, come tanti altri casi, può chiaramente evidenziare come il governo cioè il contesto politico in questione possa, opponendosi o meno ad un’iniziativa di tipo privatistico, condizionare diciamo indirettamente l’entità e il carattere del fenomeno turistico che interessa quella determinata area. Tornando all’esempio, se il progetto fosse stato approvato, evidentemente sarebbe cresciuto il numero di turisti che, incuriositi dalla novità di poter raggiungere altitudini maggiori, si sarebbero diretti in quel luogo, con naturalmente le varie ricadute (positive) a livello economico per i gestori dell’impianto e, di riflesso, per le strutture turistiche (alberghi, ristoranti, trasporti, negozi…). Per questo motivo quindi possiamo in conclusione asserire che l’intervento del potere costituito, unitamente all’azione di alcuni portatori di interessi, è fondamentale per comprendere il fenomeno turistico sviluppato in un’area. L’intervento naturalmente non si traduce sempre sotto forma di veto ad un’iniziativa, bensì più generalmente assume la forma di coordinamento, pianificazione e regolamentazione dell’iniziativa privata.
Venendo invece al secondo concetto inizialmente menzionato, il turismo si relaziona anche con un altro ambito geografico, ossia quello della geopolitica, fattore che sempre condiziona l’entità e le caratteristiche dei flussi turistici a livello internazionale, sia nelle regioni di fuga che nelle regioni di destinazione. Gli spostamenti dei turisti, indipendentemente dal fatto che avvengano all’interno della medesima nazione o che evadano dai confini nazionali verso destinazioni estere comunitarie o extracomunitarie, sono sempre o incentivati o inibiti, a seconda dell’organizzazione territoriale di uno Stato. La geopolitica di per sé è lo studio di uno Stato, considerato nel senso di un organismo geografico che si manifesta nello spazio. A livello geopolitico dunque, i fattori che possono decretare l’accessibilità e la penetrabilità di un luogo sono molteplici.
Innanzitutto va considerato il sistema politico ed economico adottato da un paese: un paese che non ha sottoscritto il trattato di Schengen e che dunque prevede l’accesso solo tramite un controllo doganale risulta difficilmente raggiungibile; pensiamo per esempio all’Europa divisa dalla Cortina di Ferro fino alla caduta del muro di Berlino: la situazione di divisione tra le economie liberali dell’Ovest e quelle pianificate dell’Est inibiva i flussi turistici verso e da quei paesi. La situazione dopo l’unificazione è radicalmente cambiata e città come Praga, Budapest, Bratislava sono ora mete affermate e oggetto di numerose offerte turistiche.
Si considerano poi eventuali conflitti armati in corso in un paese o, riferendoci in particolare all’ultimo decennio, gli attentati terroristici. Pensiamo alla guerra dei Balcani che a inizio anni ’90 ha fatto sì che scomparisse qualsiasi forma di turismo balneare sulla costa dalmata, fino a quel momento molto in voga, agli effetti disastrosi sugli spostamenti turistici oltreoceano provocati dall’11 settembre, al calo del turismo scolastico estivo in Inghilterra dopo l’attentato all’underground londinese, all’assenza di turisti sul Mar Rosso dopo gli attentati, al crollo del turismo religioso nell’area palestinese, visto il perdurare del conflitto arabo-israeliano.
E’ necessario tenere conto anche dei rapporti diplomatici tra le diverse nazioni: andando a ritroso nel passato coloniale, è innegabile la presenza di un elevato quantitativo di turisti inglesi nelle colonie anglosassoni, in particolare in Africa occidentale e nel Mediterraneo a Gibilterra, Cipro, Malta. Oppure citiamo la non accessibilità dei turisti all’isola greca di Kastellorizo, contesa fino a tempi recenti tra la dominazione turca e l’annessione alla Grecia.
Inoltre dobbiamo considerare le scelte politiche e amministrative di ogni Stato: la creazione di un’area militare, come può essere l’arsenale della Marina Militare nel golfo de La Spezia e l’isola del Tino (Porto Venere) che pur essendo patrimonio dell’umanità è interamente riservata a zona militare (per tale ragione sino a poco tempo fa era possibile visitare l’isola solo in due occasioni all'anno: il 13 settembre in occasione della festa di San Venerio e la domenica successiva).
Altri fattori sono il sistema di valuta monetaria, che spinge i turisti verso nazioni la cui moneta presenta tassi di cambio favorevoli, tanto da far percepire al turista una sorta di risparmio; il costo della vita nel paese di destinazione rispetto al paese di partenza; il rischio percepito di calamità naturali, per esempio il fenomeno tsunami che ha determinato un calo seppur temporaneo delle presenze turistiche alle Maldive o il più recente fenomeno combinato di terremoto e maremoto che ha colpito Sumatra e l’Indonesia.
Sembra però più appropriato affiancare a questa definizione classica di geopolitica il concetto attualmente più in voga di geopolitica “critica”. Questa recente disciplina muove dall’assunto che la nostra conoscenza di una regione, di una nazione o di un luogo si genera tramite la diffusione di “discorsi geopolitici”. Essi altro non sono che l’insieme infinito e variegato di concetti, ideologie, categorie interpretative e significati che influenzano l’agire sociale degli individui. Per intenderci, i discorsi geopolitici sono quelle opinioni diffuse per cui per esempio un Occidentale si definisce tale e si contrappone a un Orientale, facendosi dunque portatore di una costruzione intellettuale che dice chi siamo “noi” e chi sono “gli altri”. Altri discorsi geopolitici sono le convenzioni diffuse tra i turisti i quali per esempio non visitano la città di Napoli perché è facile incorrere nella guerriglia tra i clan mafiosi, oppure i turisti che vanno alle Maldive cercando un mare cristallino e una spiaggia bianchissima, senza sapere che la peculiarità delle Maldive è la stupenda e maestosa vegetazione e non il mare e la sabbia, visti i moti ondosi e il divieto di balneazione in alcuni punti.
Questo discorso geopolitico è dato per scontato, dunque non è messo in discussione in quanto storicamente e culturalmente radicato in noi. In questo senso, si può affermare che la geografia o meglio, la geopolitica, può costituire uno strumento di potere per due motivi: innanzitutto perché vale anche in questo caso l’equazione conoscenza e potere (essere consapevoli di un fenomeno implica avere un potere che chi non conosce non può avere). Ma soprattutto il discorso geopolitico è uno strumento di cui si può avvalere il potere costituito per esercitare condizionamenti sulla società. Denominare “sentiero Roma” la via valtellinese delle Alpi Retiche è un modo per segnalare l’italianità di quello spazio, che può facilmente generare confusione nei turisti che lo considerano territorio svizzero e quindi è un modo per marcare la divisione tra lo spazio “nostro” e lo spazio altrui.
Oppure un altro caso emblematico è il manifesto di dimensioni enormi posto dal ministero del turismo israeliano sulla muraglia che segna il confine tra Israele e Palestina e recante il motto “Peace be with you”, ovvero “La pace sia con voi”… probabilmente per tentare di veicolare l’immagine turistica di un paese pacifico, convincendo i turisti che recarsi in quei luoghi non rappresenta un pericolo per la loro incolumità, ma anzi potrebbero stupirsi del clima di pace presente su un territorio che tutti conoscono come martoriato dal conflitto.
In conclusione quindi, possiamo asserire che l’entità e le modalità con cui i flussi turistici si sviluppano e le direzioni prevalenti che intraprendono dipendono non solo da fattori oggettivi, ma anche da opinioni soggettive, condizionamenti indotti dalla società e dall’opinione pubblica, dal contesto culturale in cui viviamo e di cui abbiamo introiettato le convinzioni e le convenzioni. Ogni turista si rapporta ad esse con modalità e gradi differenti, a seconda di quanto egli stesso si sforzi di liberarsi degli stereotipi e dei discorsi geopolitici che inevitabilmente ricadono sulla sua percezione del mondo.

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