TURISTI NON A CASO
"Il "sacro" turismo"

di Greta Pirovano


Tra le molteplici discipline che si occupano di analizzare il fenomeno turistico nelle sue varie componenti ambientali, economiche e sociali, anche la psicologia e l'antropologia sono state impiegate al fine di comprendere i comportamenti dei turisti, le tendenze da essi espresse e le loro caratteristiche. Si sono formati nel tempo due principali filoni teorici a partire dai quali si è tentato di studiare i turisti, o meglio le motivazioni che inducono a viaggiare. Siamo tutti turisti, ma ci siamo mai chiesti "perchè" viaggiamo? Per quale motivo sentiamo il bisogno di viaggiare? La psicologia e l'antropologia applicate al turismo cercano di dare una risposta a questo quesito.
Il primo filone teorico, di cui già in precedenza ho narrato, è quello psicologico: elaborato dal sociologo Plog, consiste nello stabilire una linea continua ai cui estremi si trovano da un lato i turisti psicocentrici, dall'altro quelli allocentrici. La differenza tra questi due poli risiede nel fatto che i primi si definiscono poco avventurosi, viaggiano in gruppo, solitamente facendo uso di pacchetti turistici e prediligono mete vicine e familiari; i secondi, al contrario, ricercano l'avventura in destinazioni lontane, poco battute, fuori dai classici circuiti turistici, sono viaggiatori indipendenti e spesso pionieri. In posizione media tra questi due estremi si colloca la gran parte dei turisti, definiti pertanto mediocentrici, turisti che gradualmente si spingono verso nuove mete, comunque già esplorate dagli allocentrici puri, senza inaugurare di per sè nuove mete prima sconosciute.
Ma il filone più interessante è il secondo, quello antropologico: le teorie elaborate tramite questo secondo approccio prendono come punto di riferimento per l'osservazione dei turisti lo spazio in cui turisti e locali entrano in contatto: si ritiene che questo sia il punto di vista migliore per osservare i comportamenti dei turisti. Ma c'è di più. L'originalità di queste teorie consiste nel principio a partire da cui si sviluppano: si ritiene infatti che alla base del fenomeno turistico risieda una dicotomia, cioè un contrasto tra due dimensioni, il sacro e il profano. Mi spiego: si pensa che ogni individuo conduca la sua esistenza oscillando in una duplice dimensione che identifica come sacro l'altrove spaziale e temporale, l'alterità e l'abbandono delle abitudini che si possono esperire proprio durante il viaggio e invece come profano la quotidianità e la routine giornaliera. Stando all'etimologia appunto, sacro deriva dal latino sacer che significa "separato": come i rituali religiosi avvengono in un luogo sacro (la chiesa piuttosto che il tempio sono luoghi separati dal resto della città) e in una dimensione sacra (avulsa dai normali spazi di esistenza degli individui), così anche il turismo è una sorta di attività sacra, nel senso di separata spazialmente dai luoghi abituali e in generale separata dalle normali abitudini, dalla sfera di azione quotidiana dell'individuo. Su questa scia addirittura si è giunti a paragonare il turista al pellegrino, colui che nel vero senso della parola abbandona la sua fissa dimora per andare incontro ad una meta, percorrendo un itinerario anche esperienzale tale per cui tornerà al luogo di partenza arricchito culturalmente, spiritualmente e socialmente.
Il filone antropologico di cui parlavo poc'anzi si suddivide al suo interno in due ramificazioni: da un lato troviamo la teoria antropologica del leisure, dall'altro la teoria antropologica esperienziale.
Ma andiamo con ordine: la teoria del leisure (vocabolo che in italiano è pressochè intraducibile, ma che per convenzione viene tradotto come "tempo libero") muove dall'assunto per cui il tempo libero non è tanto il tempo non impiegato dal lavoro (pensate alla netta separazione tra i due tempi nella società industriale), quanto invece uno stato mentale e un movente psicologico che inducono l'individuo a compiere determinate azioni. La teoria del leisure non fa che confermare che il turismo è un sottoinsieme delle esperienze di leisure. Non a caso sappiamo che le due principali motivazioni psicologiche che inducono a viaggiare sono la fuga dalla quotidianità e la ricerca di realizzazione: è innegabile che da una parte la ricerca di attività ricreative offre l'occasione per mutamenti e novità rispetto alla quotidianità, determinando la fuga dalla routine, dall'altra parte ogni individuo cerca ricompense che derivano dalla partecipazione a queste attività. A ben pensarci, le attività che noi compiamo nel nostro tempo libero, tra cui abbiamo constatato che figura anche il turismo, hanno un aspetto liberatorio, disinteressato ed edonistico che ha come fine lo sviluppo personale di ogni soggetto: e inoltre la motivazione alla base del turismo (riposo, divertimento, arricchimento) coincide con la funzione che ad esso si attribuisce. In definitiva quindi possiamo dire che il turismo, amplificando le possibilità di contatti umani e di incontro, possiede una forte funzione di socializzazione e agisce come antidoto alla solitudine, all'allentamento dei legami familiari, all'anonimato delle grandi città e ad altri fattori tipici della nostra società post-moderna che tendono a generare isolamento e alienazione.
Se la teoria del leisure si basa sulla contrapposizione tra tempo libero e tempo di lavoro, la teoria esperienziale invece si fonda sull'opposizione tra tempo di lavoro e viaggio: molto semplicemente, se casa implica lavoro, allora stare lontano da casa implica relax. Viaggio e lavoro sono dunque, secondo questa teoria, due condizioni che si escludono reciprocamente e di conseguenza si può affermare con certezza che il turismo è una rottura ritualizzata della vita quotidiana. Come accennato poche righe fa, il passaggio dalla quotidianità all'esperienza di turismo consiste in un abbandono della sfera profana identificata nella casa e nelle costrizioni lavorative e in un ingresso nella sfera sacra che si identifica con il viaggio lontano da casa, a cui poi seguirà un ritorno alla sfera domestica e successivamente una nuova rottura che determinerà una nuova partenza: insomma pare che i turisti vivano in una sorta di alternanza interminabile tra l'una e l'altra dimensione. Di nuovo se pensiamo al pellegrinaggio e al duplice passaggio da profano a sacro e, nel ritorno, da sacro a profano, è subito lampante il termine di paragone: il pellegrinaggio, essendo il viaggio compiuto in direzione di un luogo sacro per ottenere un guadagno spirituale, rappresenta un'ottima metafora per definire il fenomeno turistico. Anche la struttura stessa del pellegrinaggio, che comprende la preparazione al viaggio, il viaggio in senso proprio, la permanenza nel luogo sacro ed infine il ritorno a casa, presenta palesi analogie con altre forme di consumo di tempo libero associate al viaggio: il viaggio infatti è un allontanamento dalle norme che regolano la vita quotidiana e sociale, ha una durata limitata, provoca sensazioni di piacere e produce relazioni sociali intense anche grazie alla mescolanza tra classi sociali e alla facilità nello sviluppare rapporti amicali. Alcuni studiosi sostengono addirittura che l'aggregazione degli individui durante l'esperienza turistica faccia sì che non si possa parlare di società ma di comunità, o meglio non di societas, bensì di communitas: se la società è un aggregato gerarchico di individui uniti da relazioni di lavoro o di vicinato, la comunità è un'aggregazione egualitaria, in cui tutti si percepiscono come uguali, nella misura in cui partecipano della medesima esperienza turistica e dei medesimi risvolti culturali e sociali ad essa connessi.
Pensate addirittura che questa presunta analogia tra turismo e pellegrinaggio ha condotto gli studiosi a correlare l'omaggio che i fedeli tributano alle divinità religiose con il tributo che i turisti rendono alle destinazioni e alle attrazioni turistiche, in senso sociale e culturale: fare turismo non significa semplicemente consumare tempo libero, bensì accedere ad una serie di benefici psicologici e fisici paragonabili ai benefici ottenuti dai devoti quando incontrano la divinità in un luogo sacro.
Il turismo poi è una sorta di rito di passaggio: come nella civiltà classica ogni individuo diveniva adulto e assumeva piena capacità di agire socialmente solo dopo aver passato un periodo di isolamento dalla famiglia e dopo aver superato una prova rappresentativa dell'avvenuto raggiungimento del culmine della crescita, così l'individuo che intraprende un'esperienza turistica vive un processo trifasico: prima la separazione dalla quotidianità, dalla casa, dalla famiglia, poi un periodo di marginalità che coincide con la durata del viaggio stesso e infine il momento della riaggregazione, una volta fatto ritorno alla dimora usuale.

Insomma, come scrisse Lévi-Strauss...

"Un viaggio si inserisce simultaneamente nello spazio, nel tempo e nella gerarchia sociale. Ogni impressione è definibile soltanto mettendola in rapporto a questi tre assi. E, poichè lo spazio per sè solo possiede tre dimensioni, ne occorrerebbero almeno cinque per farsi del viaggio un'idea adeguata".

 Copyright © Camper Club La Granda - Web Design Registred Cn-Net