TURISTI NON A CASO
"Fame… di cibo e di conoscenza"

di Greta Pirovano

“L’uomo è ciò che mangia” si sente spesso dire, ricordando una celebre frase del filosofo ottocentesco Ludwig Feuerbach, che così intitolò una sua opera, asserendo: “Der Mensch ist was er isst”.
In effetti, tralasciando i significati filosofici legati alla visione materialista del suddetto filosofo, se si pensa al fatto che il nutrimento risulta indispensabile alla vita dell’uomo e di tutti gli altri esseri animati, non si può negare che l’atto del mangiare sia un momento centrale nonché necessario nella nostra quotidianità.
Lo stesso bisogno comunque lo nutre anche il nostro homo viator, letteralmente “l’uomo che va per le vie”, cioè il turista: come tutti ben saprete, tra le svariate motivazioni che inducono un individuo a recarsi in una località diversa da quella in cui stabilmente risiede figura anche quella della degustazione di cibi e bevande, verso cui il turista nutre interesse perché si tratta di pietanze di particolare pregio o di grande fama o semplicemente perché sono cibi nuovi, cioè diversi dai propri, da quelli che si è abituati a mangiare normalmente oppure ancora perché il turista in oggetto si definisce un estimatore del “mangiar bene”.
E’ comunque noto che ovunque si rechi, qualsiasi sia il tipo di turismo praticato e in qualsiasi epoca si muova a partire da quando nella storia è possibile identificare dei flussi di viaggiatori, il turista consuma sempre del cibo in modo diverso rispetto a come è abituato nella sua vita quotidiana: dai viaggiatori della civiltà classica che si rifocillavano nei pressi dei teatri o dei santuari dove erano poste quelle che potremmo definire delle versioni antiche dei moderni venditori ambulanti di cibi veloci, ai viaggiatori del Medioevo che invece si cibavano di quanto veniva loro offerto presso le locande, pasti frugali ma comunque nutrienti per permettere al girovago stanco di riprendere energie e, se pensiamo ai corrieri di posta che si spostavano a cavallo nel percorso a tappe da una locanda alla successiva, dobbiamo includere anche i pasti per gli animali da soma con cui si viaggiava. Pensiamo poi ai ricchi Europei che tra ‘700 e ‘800 svernavano nel clima mite italiano, il cui ingente numero fece sì che nelle località italiane in cui si recavano venissero resi disponibili al consumo al dettaglio prodotti provenienti dalla patria degli hivernants: si pensi a titolo di esempio ai negozi di prodotti d’oltremanica e alle tea room. Venendo a tempi più moderni, è andata delineandosi la figura del turista eno-gastronomico, che costituisce una vera e propria tipologia di turismo. La letteratura in merito è giunta inoltre a stabilire due tipi di turista eno-gastronomico, identificati con due neologismi da poco entrati nella terminologia sociologica del turismo: il gastronauta e il food-trotter. Nel primo caso il cosiddetto giacimento eno-gastronomico, vale a dire l’offerta eno-gastronomica proposta al turista, è lo scopo esclusivo dello spostamento turistico, nel senso che il turista si reca in un luogo in occasione per esempio di una sagra o di una manifestazione affine incentrata comunque sul tema enologico e/o gastronomico, con il fine precipuo di degustare uno o più prodotti tipici. Nella seconda ipotesi invece il giacimento eno-gastronomico costituisce sì una delle motivazioni centrali dello spostamento turistico ma non è la sola, in quanto è unita ad altre esperienze turistiche che il viaggiatore è intenzionato a vivere.
Insomma si può dire che il turista eno-gastronomico è una figura sempre presente nella storia del turismo. L’enogastronomia è uno dei frutti più concreti del territorio verso cui ci si dirige per fare turismo e una importante manifestazione della cultura e delle caratteristiche che contraddistinguono le varie regioni turistiche: con un tale presupposto, risulta chiaro come il cibo possa rappresentare una modalità per entrare in contatto in presa diretta con la dimensione locale, per appropriarsi del cosiddetto “spiritus loci” anche attraverso il gusto.
Per mezzo della degustazione dei cibi, il turista si immerge nel luogo visitato anche attraverso il gusto, oltre che ovviamente con la vista, dato che di norma i ristoranti tipici sono anche arredati in modo da contenere elementi, forme, colori e suoni che rimandano alle tipicità del luogo: in tal senso il ristorante può essere considerato un microcosmo in cui il turista può entrare in contatto simultaneamente con svariati elementi che riconducono tutti alla particolare atmosfera e ai significati del luogo che si vogliono veicolare. Si tratta dunque di un turista che vuole sentirsi appieno all’interno del milieu visitato, anche se in molti casi la connotazione eno-gastronomica dell’esperienza turistica può derivare semplicemente dalla volontà di adesione da parte del turista a quella che può definirsi una moda dell’alimentazione. Una moda post-moderna possiamo definirla, cioè una consuetudine che si vuole nuovamente instaurare dopo che la società moderna con i suoi consumi di massa, ha molte volte tentato di omologare in qualche modo le esperienze alimentari: basti pensare ai numerosissimi Mac Donald’s presenti sull’intera superficie terrestre e in ogni luogo turistico o comunque nelle vicinanze di esso, i quali promuovono una logica fast-food che confina l’atto del cibarsi al rango di un mero atto necessario per la sussistenza, non certo ad un momento in cui il turista può ulteriormente ampliare il proprio contatto con la cultura locale.
La globalizzazione infatti, riducendo i gap culturali tra le varie regioni del mondo, ha indotto ad una globalizzazione anche dal punto di vista del cibo: pensate che addirittura il prezzo del Big Mac (combinazione di pasto standard da Mac Donald’s) è stato assunto come indice per confrontare il potere d’acquisto delle diverse valute monetarie di ogni stato, cosa possibile dal momento che quel cibo preparato in quel modo è identico in tutto il mondo, in Asia come in America, nel Medio Oriente come a Capo Nord, negli arcipelaghi del Pacifico come nelle città italiane.
Il turismo eno-gastronomico modernamente inteso invece mira a riportare in auge la pratica dello slow-food, appunto il “mangiar lentamente”, che non è solo un motto ma un vero e proprio movimento culturale, fondato dallo studioso italiano di sociologia Carlo Petrini, che dagli anni ’70 si occupa di enogastronomia (www.slowfood.it).
Il cibo dunque diviene un elemento caratterizzante della cultura materiale di un luogo e, come tale, sta alla base dei processi identitari di vari luoghi turistici: sulla base del cibo tipicamente prodotto e consumato in una determinata regione o località turistica, i locali costruiscono intorno ad esso la propria identità e dunque la propria caratteristica distintiva che, a sua volta, sta a fondamento della notorietà che il luogo in questione può assumere a livello nazionale ma anche internazionale. Gli esempi a riguardo sono molteplici, pensiamo per esempio al famosissimo lardo di Colonnata o il tartufo di Alba o ancora il Brunello di Montalcino, tutti casi in cui l’immagine turistica del luogo è stata biunivocamente collegata ad un prodotto gastronomico, il quale per altro ha costituito il volano di quel luogo dal punto di vista turistico: molto spesso magari il turista straniero o anche italiano non ha la minima idea di dove siano collocati geograficamente Colonnata o Alba o Montalcino, ma conoscono sicuramente quel lardo, quel tartufo e quel vino e sanno sicuramente perché ci si deve recare in quei luoghi piuttosto che in altri a degustare quei prodotti per cui i rispettivi luoghi di produzione godono di fama mondiale. Si tratta in questo caso addirittura di quelli che in sociologia si definiscono luoghi mentali, collegati al cibo, luoghi di cui il turista non ha una concreta percezione geografica e territoriale ma di cui ha sviluppato un’idea, sulla base della quale riterrà necessario recarsi in quel luogo.
E’ bene comunque tenere presente che i cibi tipici, o meglio i cibi noti come tipici e offerti al turista come tali, in taluni casi sono del tutto inventati e stereotipati, diventando dunque elementi senza luogo e senza tempo: è necessario quindi che il turista consapevole si chieda, prima di prendere tutto così come gli viene proposto, fino a che punto ciò che sta per sperimentare sia autentico.
Pensando all’Italia, i turisti stranieri o comunque la maggior parte di essi vivono con lo stereotipo della pizza che più di ogni altro alimento contribuisce a veicolare l’idea di italianità: nulla di scorretto in tutto ciò, tuttavia non si può certo arrivare a pensare, come invece molti erroneamente credono, che la pizza sia offerta come piatto tipico in qualunque località italiana ci si rechi, da Vetta d’Italia a Capo Passero: sedersi ad un tavolo di un ristorante di Bolzano con cucina tipica alto-atesina e chiedere una pizza margherita, potrebbe generare una situazione imbarazzante, specialmente per il mal capitato cameriere che dovrebbe spiegare la differenza tra la pizza inventata dal genio napoletano e i canederli tipicamente tirolesi. Molti turisti stranieri convenuti a Torino per i giochi olimpici invernali del 2006 per esempio, di fronte ai menù tipici di ristoranti e trattorie torinesi, preferivano ordinare spaghetti, pizza, pesce e frutti di mare, gelati, ignorando completamente o evitando cibi molto più tipicamente piemontesi, non avendo mai sentito parlare per esempio di bagna caoda o di bunèt.
Insomma anche nella gastronomia vigono degli stereotipi che vengono sapientemente sfruttati dall’industria turistica locale.
In ogni caso, l’atto dell’assaggiare non è altro che una delle varie modalità attraverso cui, durante un viaggio, il turista prende coscienza dell’esistenza di una cultura altra rispetto alla propria e, per confronto, diventa maggiormente cosciente dei tratti distintivi che caratterizzano la cultura da cui egli stesso proviene; chiarendo il concetto, si può riassumere che durante il suo viaggio il turista, oltre a conoscere una cultura differente da quella di appartenenza attraverso gli usi, i costumi e l’indole di un popolo, è portato proprio grazie a questa nuova conoscenza ad affermare se stesso e i propri connotati culturali.
Non è detto però che questo processo di conoscenza di se stessi tramite la conoscenza del mondo altro si inneschi automaticamente nel turista: spesso accade che quest’ultimo operi un procedimento del tutto opposto a quello appena descritto, che inibisce qualsiasi slancio del turista ospite verso il confronto con il polo degli host, cioè degli ospitanti locali. Si parla in questa situazione di costruzione di una bolla ambientale, in inglese environmental bubble, in cui sono riprodotte pedissequamente le caratteristiche, la mentalità e il contesto del luogo da cui il turista proviene ed entro la quale il turista può muoversi in maniera disinvolta senza mai entrare in contatto con il patrimonio di alterità dei luoghi e delle persone presso cui soggiorna durante il suo viaggio.
Questa bolla ambientale, come la definisce lo studioso Cohen, può manifestarsi anche al livello del gusto, dal punto di vista alimentare: ne sono un esempio i turisti italiani che anche all’estero cercano per pranzare o cenare ristoranti tipici italiani, dove poter trovare tutti i prodotti che sono sempre presenti nelle nostre abitudini alimentari quotidiane. Addirittura molti tour operator, nei loro cataloghi promozionali, fanno leva proprio sul fatto che nell’ambito dei pacchetti turistici sono in grado di offrire servizi “italian style”, dal cibo all’animazione, giornali e riviste, moda italiana e soprattutto lingua italiana: ne sono un esempio le crociere durante le quali a bordo vengono offerti questi servizi e i turisti sperimentano l’esotico inteso come diverso solo nei momenti in cui sbarcano dalla nave e visitano le località che si trovano sul percorso di navigazione stabilito.
In conclusione comunque, è fuori di dubbio che un turista che sia ben disposto al confronto e all’esplorazione di elementi altri da ciò a cui è abituato a casa propria, trova nell’aspetto eno-gastronomica della proposta turistica a cui aderisce degli ottimi spunti per avvicinarsi alla cultura ospitante e familiarizzare con essa in modo concreto, immediato e scevro di quei pregiudizi che, diciamocelo chiaro, una buona cucina è in grado di annullare o se non altro lenire.

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