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di Greta Pirovano
"Facciamo che io ero"... la formula che tutti da bambini
abbiamo pronunciato svariate volte nelle occasioni in cui, trovandoci
a giocare con i nostri coetanei, davamo spazio alla fantasia, per
inventare situazioni inverosimili in cui immedesimarci: poteva essere
"facciamo che io ero la mamma e tu il bambino" o "facciamo
che io ero il cow boy e tu l'indiano" o ancora "facciamo
che io ero il buono e tu il cattivo"... Insomma situazioni
in cui noi bambini ci calavamo nella parte di un personaggio, fosse
di fantasia o reale, o facevamo finta di svolgere un ruolo, fosse
il ruolo di mamma piuttosto che di pompiere, di poliziotto e così
via. Inconsapevolmente, da piccoli, siamo stati tutti attori, perchè
senza saperlo ci siamo cimentati tantissime volte nel recitare la
parte di qualcuno di diverso da noi stessi, facendo finta di aver
cambiato identità, anche se solo per un momento.
Vi chiederete cosa c'entra tutto questo come introduzione a un testo
che debba parlare di turismo... a prima vista, in effetti, potrebbe
non esserci nessun nesso... ma, in realtà, alla fine di queste
righe capirete che non solo esiste un collegamento tra questa forma
di gioco appena descritta e il turismo, ma addirittura si parla
di una vera e propria equazione tra i due termini. Intanto cominciamo
col dire che le ricerche sociologiche effettuate negli ultimi decenni
mostrano come nella società odierna il tempo libero è
superiore al tempo occupato per il lavoro: alcuni di voi storceranno
il naso a questa affermazione, ma dovete sapere che, secondo i dati,
l'occupazione media in tempo di lavoro sul totale della vita corrisponde
circa al 14%, tanto che la nostra società viene definita
dagli esperti "società del tempo libero".
Pensiamo infatti a quanto meno siamo costretti a lavorare oggi rispetto
a poco più di un secolo fa, quando non esistevano normative
che regolassero le ferie, il monteore lavorativo e la tutela di
minori e donne e il lavoro umano era incentrato prima sui ritmi
dell'agricoltura all'insegna della sussistenza (in ambito pre-industriale)
e poi sui ritmi serrati delle prime fabbriche, dove l'uomo comincia
a sentirsi alienato di fronte alla rigidità dei sistemi di
lavoro fordisti e tayloristi basati sulla catena di montaggio. Attualmente,
complice l'incremento generale della qualità della vita,
la diffusione della cosiddetta welfare economy, ossia l'economia
del benessere, la maggiore mobilità sociale, l'istruzione,
la diffusione della cultura, nonchè l'affermarsi incontrastato
delle professioni del settore terziario e terziario avanzato che
prevedono un'organizzazione del lavoro sulla base di tempi e modalità
totalmente differenti rispetto al lavoro industriale, l'uomo del
XXI secolo è un uomo che dispone di tempo libero. Il tempo
libero dal lavoro, in quanto tale, va colmato con attività
dette appunto di "leisure" o "loisir" se preferite
il francese, siano esse di riposo, di cultura, di affettività,
di sport e quant'altro.
Possiamo affermare senza indugio che la ricerca di un'alternativa
alla noia e allo stress sia diventata uno dei problemi più
pressanti in una società che da tempo ormai ha superato le
fasi in cui lo scopo fondamentale dell'esistenza era sopravvivere
e dunque puntare di giorno in giorno al soddisfacimento dei bisogni
primari, quelli che Maslov classifica alla base della sua piramide
come beni fisiologici e di sicurezza.
Diciamo che siamo costantemente in cerca di evasioni, di qualcosa
che ci distacchi seppur temporaneamente dai ritmi quotidiani, che
ci fornisca un motivo di cambiamento e rigenerazione, che ci permetta
di raggiungere quello status di benessere psico-fisico sia personale
che relazionale, messo un po' a repentaglio dai ritmi della routine
e dallo stress lavorativo.
Questo non significa solo che il tempo libero serve per riprendere
energie fisiche, bensì anche ricostruire una rete di emozioni
e motivazioni e ricercare tramite queste un rinnovamento.
Questa ricerca di rinnovamento si orienta in due direzioni: il cambiamento
ambientale da un lato e la variazione di attività dall'altro.
E indovinate quali manifestazioni rispondono meglio a queste esigenze
di cambiamento dal punto di vista spaziale e cambiamento dal punto
di vista delle attività? Proprio il turismo e il gioco!
Il turismo perchè chi lo pratica si sposta fisicamente al
di fuori dell'ambiente in cui vive stabilmente, evandendo così
dalla routine e portando cambiamenti alla nostra esistenza tramite
il movimento e l'alterità spaziale. Il gioco perchè
sollecita i sensi e l'immaginazione, consentendo trasformazioni
di ruolo e situazione virtuali di spersonalizzazione.
Per quanto riguarda il turismo ormai è chiaro a tutti, non
solo agli scienziati del turismo, come esso sia capace di fornire
stimoli di varia natura tramite il movimento e la novità
del compiere attività diverse dalle solite e in posti inusuali.
Per quanto concerne il gioco (e il divertimento in generale) bisogna
dire che per molto tempo è stato considerato una non-attività
e l'idea stessa del gioco è stata sempre associata alla condizione
infantile (un adulto che gioca regredisce ad una condizione ormai
oltrepassata da tempo) oppure, nel caso dei giochi d'azzardo tipici
degli adulti, il gioco è stato assimilato a delle situazioni
patologiche, oppure ancora l'agonismo (soprattutto sportivo) si
è ormai trasformato in professionalità (il mestiere
del calciatore per intenderci) e in spettacolo (le olimpiadi per
esempio).
Invece, dovremmo rivalutare il gioco come momento ludico e ricreativo
di per sè, come occasione per compensare le energie spese,
ma anche e soprattutto come possibilità di crescita nella
conoscenza di sè: tramite il gioco infatti si possono scoprire
aspetti della propria personalità e del proprio ruolo sociale
che normalmente vengono minimizzati o nascosti. Da qui deriva che
coniugare turismo e gioco può rappresentare un modo per combattere
la noia utilizzando la doppia modalità di cambiamento dell'ambiente
e dell'attività.
In questa prospettiva il turismo come attività può
essere un campo in cui si sperimenta l'idea del gioco come modalità
di impiego intelligente del tempo libero: il divertimento e il gioco,
posta la loro caratteristica fondamentale di libera espressione
della fantasia e dei sensi, in un'atmosfera di svago e ricreazione,
sono attività fruibili da tutti, indipendentemente da qualsiasi
età e condizione ed è un momento in cui tutti sperimentano
la libertà, il movimento e la frenesia, l'accettazione della
sfida come elemento positivo di sprone, il tutto in un clima di
rilassamento e di eccitazione emotiva.
La ricerca del divertimento nasconde in sè una ricerca molto
più profonda e complessa, cioè la ricerca di alterità,
novità e improvvisazione, insomma in una parola tutto ciò
che è compreso nel termine tedesco "Wanderlust":
desiderio di viaggiare o, più letteralmente, di vagabondare,
ma anche desiderio di cambiare il noto con l'ignoto, il solito con
l'insolito, l'abbandono della familiarità per nuove esperienze
ed emozioni. Tutti elementi che, guardacaso, si ritrovano nell'idea
di gioco e, per quello che interessa a noi, nell'idea di turismo.
Tornando all'equazione iniziale tra gioco e turismo, lo studioso
francese Roger Caillois ha tentato di sistematizzare questo stretto
nesso tra le due entità, fornendo una descrizione di tutti
quegli attributi del gioco che possiamo senza troppa fatica ritrovare
in modo identico anche nel turismo. Innanzitutto il gioco è
un'attività libera, cioè non obbligata, bensì
scelta volontariamente da chi decide di compierla: lo stesso vale
per il turismo che è un movimento volontario di persone che
decidono autonomamente di praticarlo. Il gioco è un momento
separato, ovvero risulta circoscritto in termini di tempo e di spazio,
diviso dalle altre attività quotidiane, prima tra tutte il
lavoro. Anche il turismo ha questa caratteristica in quanto, come
già detto precedentemente, rappresenta uno stacco netto rispetto
ai doveri di routine e alle abitudini quotidiane. Il gioco è
un'attività incerta: il suo svolgimento, sebbene in alcuni
casi debba sottostare a delle regole tecniche di svolgimento, non
è predeterminato nel suo svolgersi, bensì al contrario
il risultato di un gioco non è prevedibile nè predefinito.
Lo stesso accade nel turismo: anche il turista che appronta un programma
di massima o un itinerario che almeno nelle intenzioni iniziali
è convinto di voler seguire, non sa effettivamente a priori
come si svolgerà la sua esperienza, perchè il turismo
è un'esperienza in divenire e non del tutto prevedibile.
Qui sta per altro la componente di avventura, presente in maniera
più o meno elevata a seconda del tipo di turismo e di turista,
delle motivazioni e della destinazione in cui si è diretti.
Il gioco è un'attività improduttiva, dato che non
produce ricchezza nè profitti, nè beni di alcun genere,
bensì è fine a se stessa o comunque lo scopo ultimo
è il divertimento e la ricreazione. Lo stesso possiamo dire
del turismo, il quale è sì un'attività economica
basata sullo scambio di prodotti (o meglio di servizi) turistici
che generano flussi monetari, ma non è un'attività
strumentale alla produzione della ricchezza. Ricordiamo infatti
che, eccettuato il caso particolare del turismo d'affari, il turismo
di per sè è un'attività per diletto, svolta
per il piacere che il turista prova o pensa di provare nel praticarla.
Il gioco è un'attività regolata, cioè sottoposta
a convenzioni che molto spesso sospendono le leggi ordinarie e le
sostituiscono con altre: ogni gioco ha proprie regole, che nulla
hanno a che vedere con le convenzionali norme giuridiche che ogni
cittadino ha il dovere di rispettare in quanto membro di uno Stato.
Anche il turismo ha convenzioni proprie, senza contare che comunque
esistono dei principi giuridici nazionali e internazionali che lo
regolano. Infine il gioco è un'attività fittizia,
che inserisce chi gioca in una realtà diversa da quella abituale,
dove il giocatore abbandona il proprio ruolo sociale convenzionale
per vestire gli abiti di un'altra persona o personaggio, reale o
fantastico. E lo stesso fanno i turisti, che sono tali dal momento
che abbandonano le loro abitudini di vita e si relazionano tra simili
dimenticando o facendo passare in secondo piano eventuali differenze
sociali che in un normale contesto lavorativo costituirebbero motivo
di separazione e contrasto.
E ancora: il gioco può essere competizione (sport), così
come il turismo è un'attività competitiva dato che
i turisti si confrontano e si relazionano sulla base anche delle
esperienze turistiche passate e si identificano a seconda dell'entità
di queste esperienze. Il gioco è sorte o caso (pensiamo ai
giochi in cui si vince se la fortuna ci assiste), così come
il turismo è avventura, rischio e imprevisto. Il gioco è
travestimento (pensiamo alla maschera), cioè momento in cui
si finge di rivestire un ruolo diverso da quello che si ricopre
nella vita reale; e lo stesso è il turismo, in quanto la
vacanza è in fondo una finzione a breve termine, un vivere
temporaneamente in una condizione diversa dalla solita. E poi il
gioco è vertigine (le giostre) ovvero si ricerca in esso
una sorta di temporaneo smarrimento e liberazione, esattamente come
il turista cerca una costante novità e vuole stupirsi di
fronte ai luoghi che visita (pensiamo alla famosa sindrome di Stendhal!).
Possiamo concludere quindi con un ossimoro, che può apparire
un paradosso, ma noi sappiamo alla fine di queste righe che non
lo è per nulla! Possiamo affermare insomma che il turismo
altro non è che un "gioco serio"!...
Buon gioco-turismo a tutti!!!
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