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di Greta Pirovano
“Sostenibile” è uno degli aggettivi più
inflazionati del mondo contemporaneo, utilizzato in ambito accademico,
turistico, sociologico, economico, ambientale e spesso associato
a qualsiasi iniziativa, dal grande evento di dimensioni internazionali
ai più particolari progetti a livello nazionale e addirittura
locale, come fosse un sigillo che può calamitare l’attenzione
del pubblico o rendere migliore un’ iniziativa.
Parlare di turismo sostenibile in una pagina è un’ardua
impresa, l’argomento è vastissimo, pieno di sfumature
e anche di accesi contrasti: cercherò quindi di dare un’idea
per sommi capi di sostenibilità e di cosa significhi applicarla
al turismo.
In primo luogo dobbiamo definire la sostenibilità, che costituisce
la sintesi equilibrata di diversi approcci nei confronti dell’ambiente:
c’è che ritiene che l’uomo abbia il diritto di
usufruire delle risorse ambientali per rispondere ai propri bisogni
in ottica utilitaristica; taluni considerano l’ambiente addirittura
come un soggetto che in quanto tale vanta dei diritti che gli umani
dovrebbero rispettare; altri ancora sostengono che sia diritto dell’uomo
quello di sfruttare l’ambiente, purché lo sfruttamento
avvenga nel rispetto dell’ambiente stesso e dell’ecosistema.
La discussione internazionale sul tema raggiunge un’intesa
con la definizione divulgata nel 1989 dalla Commissione Mondiale
dell’Ambiente e dello Sviluppo: per sviluppo sostenibile si
intende “uno sviluppo in grado di soddisfare i bisogni della
generazione attuale, senza però compromettere la possibilità
che le generazioni future possano e riescano a soddisfare i propri”.
Si vuole dunque spiegare come sia necessario tutelare l’ambiente
e fare un utilizzo accorto delle risorse che esso ci offre, in modo
tale che i posteri possano usufruirne allo stesso modo e avere le
stesse possibilità che abbiamo noi oggi di consumare le risorse
dell’ambiente.
E’ un principio molto pregnante e significativo dal punto
di vista etico, a cui si affianca la definizione più concreta
contenuta nel documento noto come “Agenda 21”, risultato
dei lavori della Conferenza di Rio de Janeiro del 1992. Questo documento
si basa sull’importanza primaria degli attori locali (enti
locali, istituzioni, associazioni ecc.) nel definire gli obiettivi
sostenibili da raggiungere e ovviamente mantenere a livello locale:
il documento quindi applica i principi della sostenibilità
allo sviluppo turistico, chiarendo che ogni iniziativa e progettazione
a livello turistico, per essere messa in atto e per poter essere
durevole, deve necessariamente essere razionale dal punto di vista
ecologico e compatibile con l’ambiente, inteso non solo come
ambiente naturale bensì anche come contesto economico e come
contesto sociale.
Mi rendo conto che, per chi non si è mai interessato nello
specifico di problematiche sulla sostenibilità, queste definizioni
possano sembrare banali o troppo idealistiche. Per renderle più
concrete quindi è bene applicare queste definizioni all’ambito
turistico.
Nel 1995, a Lanzarote, viene approvata la Carta del Turismo sostenibile.
A noi interessa l’articolo 1 che riporta la nozione di turismo
sostenibile: in esso si dice che “lo sviluppo sostenibile
deve basarsi sul criterio della sostenibilità: ciò
significa che deve essere ecologicamente sostenibile nel lungo periodo,
economicamente conveniente e infine eticamente e socialmente equo
nei riguardi delle comunità locali”.
Ma andiamo per gradi.
* Ecologicamente sostenibile si riferisce al concetto di sostenibilità
ambientale, che prevede la conservazione e la tutela del capitale
naturale cioè delle risorse naturali che, dal punto di vista
turistico, possono costituire l’attrazione principale che
spinge il turista a recarsi in un luogo. Si intendono per esempio
spiagge, mari, montagne, laghi, fiumi, grotte, formazioni rocciose…
che sono soggette ad alterazioni provocate dal flusso di persone
che le visita o staziona in prossimità di queste risorse.
I vincoli a cui si fa riferimento sono due: la capacità di
carico e la capacità di assorbimento. La prima è il
livello massimo di affollamento oltre il quale nell’area in
questione non è più possibile la riproducibilità
degli ecosistemi e risulta dunque compromessa l’esistenza
stessa di una risorsa. La seconda è la capacità dell’ecosistema
di smaltire gli scarti e i rifiuti generati dai consumi degli individui.
In sintesi, in senso ambientale, si vuole far passare il messaggio
che un abuso delle risorse disponibili può provocare la scomparsa
delle stesse o la loro alterazione.
Per fare un esempio pratico, citiamo il caso di insostenibilità
che ha suscitato scalpore nei mesi estivi, ossia il caso dello smaltimento
di acque reflue nella famosa Grotta Azzurra di Capri: al di là
chiaramente dell’inquinamento provocato con questa azione,
bisogna considerare come un simile atto sia dovuto evidentemente
al fatto che la presenza turistica con i relativi consumi di risorse
è risultata di gran lunga superiore rispetto a quanto il
sistema fognario potesse supportare: questo è uno dei casi
più comuni di insostenibilità dal punto di vista ambientale.
Oppure potremmo pensare anche alla pratica diffusa tra i turisti
di prelevare manciate di sabbia rosa della famosa spiaggia dell’isola
di Budelli (arcipelago della Maddalena) dove la presenza turistica
è divenuta talmente insostenibile da indurre le autorità
a vietarne definitivamente l’accesso e la balneazione.
* Economicamente conveniente riguarda invece l’efficienza
nell’utilizzo delle risorse, partendo dal presupposto su cui
si fonda l’economia, in base al quale le risorse di cui disponiamo
sono a priori scarse (un individuo non potrebbe comprare tutto ciò
che desidera e consumare come vuole, dato che ogni acquisto e ogni
consumo ha un prezzo e un’impresa non potrebbe investire e
produrre senza un bilancio preventivo di utilizzo perché
le risorse, anche monetarie, di cui dispone non sono illimitate).
Ogni iniziativa turistica, dalla costruzione di un villaggio o di
un aeroporto o di una qualsiasi infrastruttura, all’organizzazione
di una manifestazione, dalla gestione della presenza turistica in
una città d’arte alla pianificazione dei sistemi di
trasporto deve essere commisurata non solo al capitale disponibile
e al lavoro da svolgere per realizzare un intervento e mantenerne
in vita il risultato, bensì anche al capitale naturale. E’
opportuno quindi che gli operatori, turistici e non, mettano in
atto processi efficienti di produzione e distribuzione delle risorse
disponibili e che l’allocazione della ricchezza da esse derivata
avvenga con equità. L’esempio a proposito è
quello di Bali, in Indonesia, così importante e di successo
da costituire addirittura un modello: qui l’industria turistica
non si è sviluppata come forma di colonialismo ad opera del
capitalismo occidentale, ma è gestita e promossa da corporazioni
locali costituite sulla base di legami familiari e di vicinato,
le quali vigilano sulla qualità dei prodotti oltre che sul
rispetto delle tradizioni. La comunità locale quindi costituisce
il principale attore del turismo e in ragione di ciò gode
degli introiti derivati dal turismo, i quali vengono in parte reinvestiti
e in parte distribuiti tra i soggetti coinvolti nel business turistico
e tra la popolazione locale in generale.
* Eticamente e socialmente equo concerne il principio per cui si
ritiene socialmente giusto che, se un’iniziativa turistica
reca benefici economici in termini di redditi, ma anche benefici
al tessuto sociale di un luogo, allora questi benefici devono essere
ridistribuiti secondo un grado di equità accettabile: non
sarebbe e non è corretto che la ricchezza derivata dalla
presenza turistica in un luogo fosse intascata solo dal tour operator
proprietario di un villaggio o dall’ente che organizza un’iniziativa;
piuttosto, questa ricchezza deve ricadere anche sulle comunità
locali che risiedono in un luogo interessato dal fenomeno turistico
e che dunque sono coinvolte in esso, in modo diretto (impiego lavorativo
all’interno della filiera turistica) o indiretto. Questo risponde
anche alla necessità di incentivare la partecipazione locale
al turismo, perché la comunità locale non deve essere
esclusa dal fenomeno turistico, come a volte succede in contesti
dove la discriminazione tra locali e turisti giunge al punto che
i locali mettono in atto strategie di difesa nei confronti dei turisti
con cui sono obbligati a convivere. A ciò si aggiunge che
occorre rispettare il pluralismo culturale e le tradizioni locali,
principio spesso marginale soprattutto nei contesti di iniziative
di turismo nel Sud del mondo, dove gli stili di vita dei consumatori
turisti occidentali si impongono su quelli adottati dai locali.
Non dimentichiamo infatti che il turismo è un’attività
prettamente occidentale: i flussi turistici si dirigono verso tutte
le parti del mondo, ma provengono solo da una ristretta regione
di fuga (Europa, Nord America e ultimamente Est asiatico sviluppato).
Un esempio estremo della prevaricazione che subiscono i locali ad
opera degli operatori turistici è il caso del villaggio di
Goa, il più piccolo stato dell’India, situato sulla
sua costa occidentale: il turismo, che ora è la maggiore
attività economica, ha determinato la costruzione di infrastrutture
ad uso turistico in spazi di proprietà dei locali, in particolare
molti villaggi di pescatori a ridosso del mare sono stati espropriati
ai locali i quali, in conseguenza alla demolizione dei loro villaggi
per fare spazio alla costruzione di resort turistici, hanno organizzato
una protesta occupando l’aeroporto e distribuendo ai turisti
volantini recanti le seguenti parole: “noi non ve ne vogliamo
perché venite a casa nostra e vorremmo augurarvi buone vacanze;
vogliamo soltanto farvi sapere il prezzo che abbiamo dovuto pagare
per le vostre vacanze”. Ovviamente la manifestazione è
stata brutalmente repressa.
Oltre a questi esempi localizzati, sono comunque da considerare
insostenibili gli atteggiamenti dei turisti che inquinano l’ambiente:
non rispettando le semplici norme di smaltimento dei rifiuti, asportando
frammenti di risorse naturali e specie protette (stelle alpine,
madreperle ad esempio), ma anche comportandosi con ostentata superiorità
rispetto ai locali (si pensi ai turisti occidentali in visita presso
realtà indigene o comunque presso realtà culturali
estremamente diverse da quelle di provenienza), fino ad arrivare
ad esempi estremi come la pratica assolutamente condannata del turismo
sessuale, basato sullo sfruttamento minorile e purtroppo diffuso
nel Sud-Est asiatico, soprattutto in Thailandia.
Scrivevo in apertura che il dibattito sul turismo sostenibile è
molto accesso: per quanto l’opinione pubblica convenga nell’affermare
gli impatti positivi di una pratica turistica sostenibile, non manca
chi ha sollevato dubbi in merito all’effettiva possibilità
di attuazione di pratiche turistiche basate sui criteri sostenibili
che prima abbiamo analizzato. Per capire, cito l’affermazione
ovviamente provocatoria dello studioso Brauer, il quale ha asserito:
“Il turismo sostenibile è il turismo di chi rimane
a casa”! Infatti, il problema secondo alcuni studiosi e addetti
ai lavori è quello che la pratica del turismo sostenibile,
per essere davvero tale, non può confrontarsi con i grandi
numeri che il turismo attualmente conta: alcuni ritengono che il
turismo sostenibile sia il turismo di pochi, nel senso che un’iniziativa
di richiamo globale o una destinazione molto frequentata non potrebbero
soddisfare i criteri di sostenibilità, proprio a causa della
grande quantità di turisti coinvolti. Peggio ancora, il rischio
è che il turismo sostenibile venga inteso come il turismo
non solo di pochi ma di “noi” pochi: potrebbe succedere
infatti che la necessità di attuare pratiche sostenibili
si traduca in una limitazione del turismo di massa, quello dei grandi
numeri, impedendo così ad una larga fetta di turisti di accedere
a determinate pratiche turistiche. Ovviamente la limitazione dell’accesso
avverrebbe tramite una discriminazione di prezzo che vedrebbe salire
alle stelle il prezzo da pagare per accedere a località turistiche
le quali, in ragione della pratica sostenibile virtuosa messa in
atto, accoglierebbero numeri limitati di turisti e soprattutto accoglierebbero
i turisti dalla capacità di spesa mediamente elevata.
Comunque, è errato pensare in automatico che un turismo di
pochi sia sostenibile, mentre un turismo di massa sia insostenibile:
la chiave della questione infatti sta innanzitutto nella coscienza
del singolo turista, il quale semplicemente regolando il suo comportamento
e adattandolo alle regole esplicite e implicite dell’ambiente
in cui è ospite, può contribuire alla costruzione
del circolo virtuoso del turismo sostenibile.
La sfida odierna che il turismo ha intrapreso consiste quindi non
solo nel creare forme di turismo sostenibile, bensì soprattutto
nel formare turisti responsabili che sappiano riconoscere i limiti
alla loro libertà di agire nei confronti non solo dell’ambiente,
ma anche della comunità ospitante e della sua cultura.
In questo senso tutti noi, nell’alveo delle nostre pratiche
turistiche, siamo corresponsabili degli effetti positivi o negativi
che esse possono comportare. E’ una sfida che coinvolge tutti,
i risultati positivi non sono certo immediati, ma si misurano sul
lungo periodo. Comunque possiamo sicuramente affermare che essere
turisti sostenibili conviene, per noi stessi e per chi ci circonda
e ci ospita!
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