| di Greta Pirovano
Ore 20,30: il responsabile apre con l’unica copia esistente
della chiave la palestra di un paese di provincia, dove le due squadre
si sono radunate per disputare il duello finale, la finale di uno
di quei divertenti tornei estivi a squadre a cui ci si iscrive un
po’ per scherzo, un po’ per divertirsi, un po’
per godere la compagnia degli amici, un po’ per fare quattro
tiri tra una stagione di campionato e l’altra.
C’è chi arriva dalla serie D, chi dalla Prima Divisione,
chi dall’Under 21, chi dalla federazione, chi dal csi, chi
semplicemente da qualche anno di stop durante il quale però
la passione non si è mai sopita.
Una squadra messa in piedi all’ultimo momento, ma ben assortita,
equilibrata, un team affiatato già dai primi tiri di riscaldamento,
una squadra che comincia promettendo bene insomma!
C’è il filosofo, Gabry, detto “Genio” della
squadra, lui che è giocatore nel ruolo di banda e nel contempo
allenatore, il regista della squadra, dispensatore di consigli,
trascinatore, calcolatore che non piazza mai la palla a caso, ma
sempre dove si può fare punto; Ale, il più giovane
della squadra ma già perfetto centrale che nel momento clou
della partita sa risolvere le difficoltà con una pipe quasi
impossibile da murare; Fra, la palleggiatrice, perenne ritardataria
nella vita, ma puntualissima quando sale da posto cinque e sfodera
un’alzata a regola d’arte; Nick, il dentista, secondo
palleggiatore in campo e fantasista della squadra con dei tocchi
sotto rete estremamente originali; Alessia, una delle schiacciatrici
più potenti tra le squadre locali, quando salta lei c’è
da temere per i polsi di chi difende. Infine tre compagni di università,
futuri scienziati del turismo: Andre, banda dall’attacco potentissimo
e libero dalla ricezione perfetta, millimetrica, il giocatore che
tutti i coach vorrebbero nella loro rosa e, non a caso, il nostro
capitano, nelle mani di cui spesso si cela la vittoria; Joy, giocatrice
universale, dotata di buone capacità tecniche in ogni ruolo,
che quando esplicita di avere “troppa voglia di giocare”
vuol dire che è in formissima e pronta a sfogarsi con il
volley; e la sottoscritta, l’opposto, modeste capacità
tecniche ma affidabile in difesa, pronta sotto rete, di solito tendente
al tuffo per difendere la squadra da quei meschini pallonetti avversari.
Una squadra che vuole vincere ma che soprattutto vuole divertirsi,
ridere, cimentarsi in prodezze degne di un Giani e di un Cisolla
per poi vantarsene nel dopo-partita davanti alla solita media rinvigorente.
E via così, riscaldamento a coppie, sei minuti di attacco
a rete, battute e il fischio dell’arbitro. Saluto al pubblico,
modesto ma presente, sotto un cielo estivo stellato e serenissimo,
dopo la tempesta del tardo pomeriggio, saluto agli avversari e infine,
per cominciare in bellezza, il grido di battaglia che si alza dal
cerchio unito dove convergono le nostre mani, una sopra all’altra
“Ooooooh Soooo!!”… che tradotto per i non malati
di pallavolo vorrebbe dire “Sì così!!”…
E poi si entra nel vivo della partita, l’arbitro emette il
primo fischio e il primo set comincia: da qui in poi la vittoria
o la sconfitta sarà nelle nostre mani e nelle nostre teste,
con il consueto schema a doppio palleggiatore e tanta voglia di
dare il meglio.
Dicono i non esperti e chi non ha mai giocato che la pallavolo sia
uno sport per persone poco coraggiose, perché non c’è
scontro, non c’è contatto tra avversari, spintoni,
sgambetti, scivolate. Dicono che sia uno sport adatto per chi non
vuole fare troppo sforzo, per chi ha un suo pezzettino di campo
e ci sguazza dentro tentando di prendere la palla quando gli altri
giocatori la tirano.
C’è anche chi pensa che la pallavolo non sia uno sport
di successo per il semplice fatto che non è redditizio, che
non crea giri di denaro colossali né fa sorgere società
quotate in borsa, che non fa dei giocatori eroi nazionali o vip
super paparazzati.
Sarà, ma forse sarei più propensa a ritenere che sia
proprio l’assenza di queste caratteristiche a rendere il volley,
come tanti altri sport, uno sport limpido, pulito, uno sport giocato
in modo pacifico, in cui i giocatori se anche si arrabbiano tra
loro lo fanno con discrezione, nel nome di una sana competizione
e non certo prendendosi a pugni o sputandosi addosso o prendendosi
a testate, i tifosi sulle tribune non si insultano o se non altro
non si azzuffano, non fanno guerriglia e non lanciano ciclomotori
dagli spalti, le manifestazioni sportive sono occasioni di sano
divertimento e le forze dell’ordine sono presenti solo per
vigilare, non per attaccare rispondendo alle azioni violente degli
ultras con azioni ulteriormente violente. Le stesse manifestazioni
sportive si possono vedere in tv, come del resto è consuetudine
fare dal giorno in cui la tv è entrata in casa nostra, e
non esclusivamente pagando decine di euro per ogni macht. Perché,
per chi non lo sapesse, lo sport esiste da decine di secoli e a
partire dall’antica Grecia, cioè mi riferisco ad un’epoca
che comincia parecchie decine di anni prima di Cristo, lo sport
era considerato l’attività più democratica che
una società potesse intraprendere; non nel senso che chiunque,
nessuno escluso, potesse essere un’atleta olimpionico o un
forzuto gladiatore, ma nel senso che la manifestazione sportiva
era sempre o quasi un momento di autoconvocazione della collettività,
la quale si riconosce nei propri campioni e li tifa in un frangente
in cui le differenze di classe e le potenzialità economiche
individuali poco contano, se non per determinare la distribuzione
dei posti a sedere.
Invece adesso chi se lo può permettere, si gode tutti gli
spettacoli del mondo dalla poltrona di casa, semplicemente mettendo
mano al portafoglio e sborsando euro che altro non fanno che rimpolpare
il giro d’affari già stratosferico di squadre che ormai
assumono sempre più le sembianze di multinazionali.
Inutile precisare la polemica che con questo si sottintende. Sembra
una critica sterile, banale e scontata, ma invece dovrebbe far pensare;
anzi più spesso dovrebbe fare arrabbiare, soprattutto quando,
tutti i giorni, la tv trasmette interi servizi e gli Italiani passano
intere mezz’ore a sentire parlare di quanti milioni di euro
occorrono per comprare quel giocatore o quell’allenatore,
quanti per venderlo, quanti per prestarlo; gli stessi Italiani che,
una volta spenta la tv o cambiato canale, attaccano a lamentarsi
del loro stipendio da fame; ma… nonostante le lamentele fanno
parte del sistema, lo alimentano in piccola o piccolissima misura,
nutrendo il desiderio di farne parte pur riconoscendone le ingiustizie
e le iniquità di fondo.
L’arringa sullo sport malato, mai come in questi ultimi anni
è sulla bocca di tutti, anche di chi quella malattia non
fa che alimentarla creandone continuamente delle metastasi, come
un polipo con tentacoli che continuano a spuntare.
Resta il fatto però che per i comuni mortali, per chi un
calcio al pallone lo dà per divertirsi con gli amici qualche
sera in settimana e non perché quel calcio può fruttare
svariati milioni di euro, prestigio, macchine e vita da nababbi
ricchi nel conto in banca ma poveri di “virtute e canoscenza”,
lo sport è una malattia che non fa male, che aiuta a scaricare
i nervi, che migliora lo stato di salute, che rinsalda vecchi giri
di amici e ne crea di nuovi.
Lo sport quello vero, quello che si pratica prima di tutto per il
piacere e la voglia di farlo e solo secondariamente per il tornaconto
che ne deriva, è una palestra di vita, una palestra in cui
oltre agli attrezzi ginnici si respira un’aria che insegna
a non avere paura di cadere, perché rialzarsi significa credere,
migliorarsi, crescere e, perché no, vincere.
Lo sport insegna a desiderare di raggiungere obiettivi sempre più
importanti, sempre più lontani e più ardui, a conoscere
i propri limiti e le proprie potenzialità. Ad essere sicuri
di se stessi, a credere in se stessi, ma non troppo, quel tanto
che basta per non crederci eccessivamente finendo per rimanerne
delusi.
Confrontarsi con i compagni di squadra, condividere con loro la
passione per lo stesso sport, i sacrifici, le soddisfazioni, la
gioia della vittoria e l’amaro in bocca della sconfitta.
Fare parte di una squadra significa entrare a far parte di una dimensione
corale, acquisire un modo di sentire di cui risentono positivamente
tutti i rapporti umani che il quotidiano ci propone. Vivere in una
dimensione collettiva come quella della propria squadra a volte
può insegnare di più e più concretamente di
ciò che si può imparare tra i banchi di scuola.
Lo sport insegna che impegnare anima e corpo in un’impresa
porterà sicuramente ad essere premiati comunque, anche in
quella che al momento può apparire come una sconfitta.
Può sembrare retorica e forse lo è anche, ma di certo
non è retorica spiccia, è retorica assodata, provata
e comprovata da un numero gigantesco di sportivi, siano essi sportivi
agonistici, campioni, ex campioni, tifosi, o semplici sportivi per
divertimento.
E poi si sa, uno sport, giocato in modo pulito, all’insegna
del famoso fair play che troppo spesso viene accantonato può
fare solo bene… e questo lo dicevano già i Latini,
che perseguivano la sanità dell’anima e la salute del
corpo sintetizzandole in una famosa locuzione:
“Mens sana in corpore
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