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di Greta Pirovano
Il primo anno di università è una
pietra miliare della storia di chi comincia questa avventura e credo
rimanga nella mente e nel cuore di tutti per il resto della vita.
Un’avventura nella quale in fondo si riassumono tutte le avventure
vissute fino a quel momento, non solo per quello che abbiamo studiato
e letto sui libri nei tredici anni di scuola che la precedono, ma
per tutto ciò che abbiamo visto, ciò che abbiamo scoperto,
sperimentato e realizzato, ciò che ci è stato raccontato...
Perché in fondo a diciannove anni l’università
è una scelta di vita, una scelta che ci piazza a quattr’occhi
di fronte al nostro futuro, che è tutto nelle nostre mani
e aspetta di prendere la direzione che noi gli vogliamo imporre
e di essere modellato secondo le forme che noi vorremo e saremo
in grado di imprimergli.
Una volta usciti dal liceo effettivamente molti aspetti della nostra
vita cambiano, più o meno radicalmente, lasciata alle spalle
quella interminabile scalata verso l’agognata vetta del diploma,
una scalata in cui non ci sono ramponi più saldi se non il
nostro cervello, fino ad ottenere quello volgarmente detto “pezzo
di carta”, ma dal valore secondo me inestimabile e assolutamente
non negoziabile perché, indipendentemente dal numero che
ci hanno stampato sopra, è sicuramente meritato, sudato,
conquistato a suon di interrogazioni, verifiche, compiti, voti belli
e brutti.
Dicevo, sono tanti i cambiamenti: le persone, i luoghi, gli orari,
il nostro modo di muoverci, di porci nei confronti della scoperta
del nuovo mondo. Non stiamo più fermi in aula, ci muoviamo
per corridoi e strade, nelle quali fino a una manciata di giorni
prima avremmo perso l’orientamento, cerchiamo avvisi, libri,
notizie, ma soprattutto cerchiamo persone. Già, perché
l’università è anche (e soprattutto, oserei
dire) questo: persone nuove con cui trovarsi, scambiare informazioni
sugli intricati meccanismi universitari tra esami, lezioni, test,
verbalizzazioni, libretti, crediti, impressioni sui nuovi docenti,
appunti, libri, dispense…
Poi, i discorsi si allargano sempre più, alla lezione segue
il pranzo comunitario in mensa, una pausa caffè insieme,
poi il cinema, le uscite di gruppo, le sere a studiare fino a tardi,
a telefonarsi per ore, per cercare supporto reciproco magari prima
di un esame. Molte amicizie nascono e crescono così. Quelle
persone, quei luoghi ci accompagneranno per molto tempo e saranno
i nostri punti di riferimento.
E poi lo strano effetto di sentirsi piccoli in aule enormi dalla
capienza a tre cifre, l’andirivieni di altre matricole, universitari
nel bel mezzo dei loro studi e altri ormai in dirittura d’arrivo,
professori, alcuni veri e propri pezzi da novanta, come si dice,
personalità importanti nel loro campo che condividono con
noi le loro esperienze, oltre che il loro sapere a volte davvero
sconfinato. Mentre al liceo eravamo abituati alla campanella, al
silenzio per i corridoi e negli atri durante le lezioni, qui in
uni il silenzio non c’è quasi mai, dappertutto voci
diverse, i più svariati accenti e rumori che riempiono ogni
spazio e non fanno sentire solo proprio nessuno.
Tutto è più grande: a cominciare dalle aule, ovviamente,
con i microfoni dei docenti che amplificano la loro voce, lavagne
gigantesche, rotanti, a volte magnetiche, tutte automatizzate che
in una sola ora si riempiono di migliaia di segni, parole, formule,
definizioni; ormai le piccole aule del liceo, con le cartine dell’Italia
e del mondo appese alle pareti sembrano un ricordo lontano. E siamo
contenti che sia così, anche se, effettivamente, i primi
giorni di università sono sempre un po’ terribili:
i certificati da consegnare, le file in segreteria, i primi approcci
con la burocrazia, quella con cui di solito se la sono sempre sbrigata
i grandi, ma con la quale ora dobbiamo confrontarci noi in prima
persona. E poi la scoperta delle fotocopie: tutto il sapere a poco
prezzo, anche se in bianco e nero, rilegato o alla peggio zanchettato,
infilato in raccoglitori che strabordano di fogli e appunti.
E così le nostre giornate passano tra lezioni, laboratori,
angoli studio, ore in biblioteca, proiezioni e seminari; cominceremo
ad abituarci ai posti, a sederci sugli stessi scalini, quando arriviamo
in ritardo e troviamo le aule quasi straripanti di uditori, i bibliotecari
che dopo un po’ di tempo ci riconoscono e ci salutano, i baristi
e le inservienti della mensa che ci sorridono e ci chiedono come
sono andati gli esami. Ci rendiamo conto a poco a poco di esserci
creati la nostra cerchia, uno dei nostri piccoli mondi, aperti a
ogni allargamento del gruppo, ad ogni prospettiva.
E soprattutto capiamo di trovarci un po’ come sospesi tra
presente e futuro, in una relativamente breve finestra atemporale…
Non sappiamo esattamente che ne sarà di noi, ma siamo consapevoli
di aver scelto una strada, sicuramente non una strada senza uscite,
ma anzi una strada che sboccherà a sua volta in tanti crocevia
di altre strade.
Tutti i giorni ci muoviamo verso quell’edificio dove, lezione
dopo lezione, costruiremo sulle fondamenta che già possediamo,
mattone dopo mattone, il nostro sapere e le nostre capacità
e abilità, utili per conquistarci il nostro posto e il nostro
ruolo nel mondo.
Cominciamo a familiarizzare con treni, autobus, linee del metrò,
tram, scooter e biciclette che si allineano fuori dagli edifici.
Ogni università ha uno o più stili riconoscibili:
colori, accessori, dettagli che ci fanno dire di uno sconosciuto
“lui sicuramente frequenta!”. E poi sappiamo che ogni
esame, ogni singolo credito ottenuto, ogni test superato, ogni anno
che trascorreremo lì dentro sarà un piccolo passo
per aprire gradualmente una finestra sul mondo e in questi anni
cambieremo molto, cambieremo noi e tutte le altre persone che ci
affiancheranno in questa avventura.
Siamo noi gli attori delle nostre decisioni e delle nostre scelte,
noi che decidiamo dove, quanto e persino cosa studiare.
L’università del resto è un passaggio per arrivare,
ma rappresenta anche un traguardo raggiunto: la conquista della
libertà di scegliere, quasi tutto; è cercare una strada
ma anche darle una direzione. L’uni è trovarsi la notte
tardi a studiare con le matite in mezzo ai capelli e le mega tazze
di caffè che macchiano il libro. E’ sedersi in un’aula
con persone mai viste prima, ma con le quali si scopre di avere
in comune interessi, ricerche da fare e l’entusiasmo di impiegare
energie e di ricevere risultati che ripagano ogni sforzo. E’
sostenere un esame anche per confrontarsi e, a volte, uscire dall’aula
dove si è svolto, con la consapevolezza di aver dialogato
e non di aver semplicemente recitato una parte: forse non succede
sempre, ma quando capita è come avere fatto un passo in più.
E’ la certezza di essere sulla strada giusta per arrivare
a ciò che abbiamo voglia di fare “da grandi”.
Certo, tutto questo avviene in relazione anche magari a delle sorprese:
cose diverse in senso positivo o negativo rispetto a ciò
che ci aspettavamo, interessi che scopriamo di nutrire senza mai
averlo saputo prima, illusioni e disillusioni – sì,
anche queste – da mettere in conto probabilmente, vittorie
e sconfitte, come in una partita a risiko.
E tutti i giorni camminiamo in queste strade, tra palazzi antichi
ed edifici modernissimi che odorano di vernice fresca, tra monitor
al plasma, e banchi di legno a volte un po’ consunti dalle
mille mani che ci sono state appoggiate prima di noi e magari dalle
testate che qualcuno ci ha pestato in un momento attraversato da
una punta di sconforto. Camminiamo così, tra l’antico
e il nuovo, tra la consapevolezza di come tutto sia diverso da prima
e il desiderio di cambiare ogni giorno, di proseguire strada facendo
su una via di cui ancora non conosciamo la fine, perché l’orizzonte
sfugge ancora alla nostra vita.
Insomma, viviamo i nostri anni universitari, come dice il Liga…
“leggero, nel vestito migliore,
senza andata né ritorno,
senza destinazione,
nella testa un po’ di sole
ed in bocca una canzone”…
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