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di Greta Pirovano
“Tenetevi, antiche terre, i fasti della vostra gloria!
Datemi coloro che sono esausti, i poveri,
le folle accalcate che bramano di respirare libere,
i miseri rifiuti delle vostre coste brulicanti;
mandatemi chi non ha casa, chi è squassato dalle tempeste…
Io innalzo la mia fiaccola accanto alla porta d’oro!”
Questi versi della poetessa americana Emma Lazarus, riportati ai
piedi della statua della Libertà, accolgono tutti coloro
che all’alba del XX secolo giungono a New York dopo il lungo
viaggio a cavallo delle onde dell’Atlantico.
Eretta in tutta la sua magnificenza sulla piccola isola di Bedloe’s
Island, nel mezzo della baia di New York, la statua Libertà
è divenuta l’icona per eccellenza dell’immaginario
collettivo di libertà e democrazia, una sorta di calamita
che attrae a sé migranti da ogni paese che, pigiati nei ponti
di terza classe dei piroscafi, sfidano le insidie dell’oceano
per arrivare a toccare il suolo di quella sconosciuta America, spronati
solo dalla certezza di dirigersi verso la terra dei grandi spazi
e delle sicure opportunità. Partiti così, “come
pezzi di vetro di un bicchiere andato in frantumi, con una vita
nuova quando finisce il mare, e quella vecchia che bussa alle spalle”…
E così la vecchia signora Europa fa conoscenza di New York,
la città del melting pot, la città dalle mille città,
la città mosaico, forse l’unica al mondo ad ospitare
nel suo grembo di grattacieli, avenues e piazze il campionario più
ampio mai immaginato di gruppi etnici, provenienti dai più
remoti angoli del mondo. Contadini senza terra, sarti e musicisti,
preti e sindaci, avventurieri ed artisti, perfino delinquenti o
perseguitati politici tutti che, avendo poco da perdere nel proprio
paese, tentano di rifarsi una vita in quella terra lontana, alla
ricerca di una condizione sociale migliore, con la promessa di un
benessere mai sperimentato, e chissà che qualcuno nemmeno
ne conosca il significato di questo vocabolo.
E così New York cresce, come un enorme puzzle di mille piccole
città, contigue l’una con l’altra, insediamenti
sociali con le proprie specificità etniche, sulla base dell’identità
nazionale.
Con uno sguardo virtuale sulla Big Apple incontriamo China Town,
con i suoi ristoranti dove si mangia con i kuaizi, i bastoncini,
con i suoi teatri dell’operetta cinese, con le tradizioni
uniche come l’avvento del nuovo anno cinese, che porta con
sé sfilate e danze di draghi e leoni multicolori.
Allontanandoci verso l’estremità opposta di Manhattan,
le nostre orecchie avvertono le note del blues di Harlem, l’enclave
afro-americana dove i blues men eseguono un repertorio di folk songs
lente e malinconiche suonate con l’armonica a bocca seguite,
passando per gli anni del proibizionismo, dal ragtime. Harlem è
il quartiere nero simbolo della segregazione razziale, ma dove gli
afro-americani testimoniano di essere i veri maestri della musica
popolare americana.
Continuando il viaggio del pensiero, giungiamo sul fronte del porto,
tra birra a fiumi e scazzottate, nel quartiere irlandese, costellato
di saloon dove possiamo ascoltare le note tradizionali di una vecchia
giga o di un reel veloce. Note del folk irlandese che alterna cori
nostalgici a brillanti quadriglie per gli avventori che ballano
e cantano uniti dal motto “be good, or be gone!”.
Ci spostiamo poi lungo Essex Street, cuore della comunità
ebraica, dove siamo accolti da un vociare concitato di venditori
ambulanti per le strade del ghetto. Un mosaico nel mosaico, un quartiere
che riunisce in sé ebrei sì, ma dalle più svariate
provenienze: c’è chi è nato in Romania, chi
in Polonia, chi in Russia, in Galizia, Germania e Turchia. Parlano
yiddish, sebbene siano le varietà dialettali a farla da padrone,
tenendo conto del fatto che gli ebrei del Vicino Oriente l’yiddish
nemmeno lo conoscono, bensì si esprimono in greco, in turco,
in arabo. Il ghetto famoso per le numerosi attività commerciali
di grandi magazzini e vendita al dettaglio, il ghetto dove la vita
di ogni ebreo ortodosso è legata ai ritmi della religione
e delle sue ricorrenza, tra cui il Sabbath, il giorno in cui è
vietato svolgere qualsiasi attività di lavoro. Anche qui
il sottofondo è unico, dominato dalle folk songs yiddish.
Ed infine veniamo a noi, o meglio, ai nostri compatrioti d’oltreoceano,
gli abitanti di Little Italy, insediati tra Mulberry street ed Elizabeth
street, proprio a ridosso dell’enclave cinese. E qui predominano
le feste religiose, i cortei in onore dei santi e dei martiri, in
cui semmai si pecca di ingenuità, per l’attaccamento
quasi ossessivo alla fede che queste occasioni testimoniano e che
gli americani guardano sorridendo, ma anche con stupore, come qualcosa
di totalmente estraneo al loro vivere quotidiano.
Più di quattro milioni di italiani toccarono terra americana
tra la fine dell’ ‘800 e l’inizio del ‘900,
quasi un terzo di questa emigrazione si stabilì a New York,
che divenne praticamente la più grande città italiana.
Ma anche qui noi, Italiani che provengono da una nazione formalmente
unita ma di un’unità che sembra quasi impossibile da
accettare (allora come oggi, purtroppo!), proprio non riescono a
condividere lo stesso territorio e così va a finire che non
si può più parlare di una sola Little Italy, bensì
di tante, diverse “piccole Italie”… Perché,
naturalmente, non sia mai che un meridionale italiano legato alla
terra o al suo Mediterraneo diventi vicino di casa di un operaio
del Nord, già inserito nel tessuto industriale della regione
pedemontana che si è lasciato alle spalle, il regno dell’accelerazione
e della catena di montaggio. Tra tutti i gruppi di immigrati che
prendono dimora in quel di Nuova York, gli italiani sono quelli,
forse gli unici, che maggiormente manifestano il desiderio, addirittura
la necessità di rimanere in comunità separate: in
pratica, coloro i quali erano vicini di casa in patria “dove
il sì suona” cercano di diventarlo pure qui, non potendo
in alcun modo prescindere nel nuovo stanziamento dal retroterra
fisico ma soprattutto psicologico che è stato lasciato al
di là dell’oceano.
Insomma, in quel continuo ripetere da parte degli italo-americani
“we are all italians here”, ovvero “siamo tutti
italiani qui” si vuole intendere che questo loro spazio è
un’occasione per mettere in gioco la propria origine come
qualcosa di cui non vergognarsi più, bensì invece
da esibire come una sorta di documento etnico.
E così tra piccoli cortili in cui spuntano immancabili piccole
statuette votive di san pietri e madonne, di san giuseppi e sante
marie, tra bar dell’Italia dei piccoli paesi dove farsi un
grappino in una cornice di pareti adornate da immagini in bianco
e nero di formazioni calcistiche, gli italo-americani rivivono il
clima (purtroppo non quello atmosferico, ma solo quello popolare)
della patria abbandonata di là dall’Oceano.
Partiti per questa America che ingoia tutti, tra un grattacielo
e una rivoltella, partiti per questa America come cicale contro
la bufera, partiti per questa America con una valigia che però
in realtà non contiene niente… Partiti, senza sapere
che poi qualche decennio dopo, la storia avrebbe deciso di rovesciare
le carte in tavola e l’Italia sarebbe diventata l’America:
l’Italia dove oggi fiumi di immigrati pensano di trovare l’America.
L’Italia dove gli stessi fiumi di immigrati però più
che l’America trovano un muro, alto, robusto, in cui è
difficile far breccia. E’ difficile perché c’è
chi pensa di vivere nel migliore dei mondi possibili, di aver pagato
un biglietto per entrarci e di potersi arrogare il diritto di imporre
un prezzo d’accesso a chi in questo migliore dei mondi possibili,
suo malgrado, non ci è nato. Nell’era della globalizzazione,
in cui tutti diciamo di vivere in un villaggio globale, c’è
ancora chi, la maggioranza, fatica a comprendere che i nazionalismi
sono acqua passata, che le differenze esistono ma che devono essere
considerate un plus valore, piuttosto che mostri da cui difendersi
a tutti i costi. E’ un’era in cui l’abbattimento
delle frontiere tanto decantato (giustamente!) dal trattato di Schengen
è rimasto solo un principio impresso sulla carta.
Ma nel contempo è un’era in cui gli uomini che per
loro fortuna vivono in paesi dove i principi di libertà personale,
democrazia, uguaglianza formale e sostanziale sono assicurati a
tutti senza discriminazioni e sono frutto di conquiste ottenute
passo dopo passo con sforzi immensi e non senza mietere vittime,
hanno raggiunto la maturità che precludere questi diritti
ad altri individui, solo perché provenienti da chissà
quale altro paese diverso dal nostro, sarebbe (o meglio è!)
un reato.
Il problema qui è uno solo: metterla in pratica… questa
maturità!
E di New York non ho parlato per caso: New York è una città
che ci insegna tanto, una città dove forse ci si può
sentire disorientati e fagocitati dalle sue dimensioni immense,
ma sicuramente una città nella quale nessuno può sentirsi
straniero…
Tutti dobbiamo almeno una volta provare, anche solo con l’immaginazione,
a sentirci così, come figli raccolti al volo da questa statua
che nasconde il cielo e a guardare questa statua dalla faccia dura
che ci guarda strano e a chiederci, per curiosità:
“Ma noi… sarem poi simpatici alla Libertà??...
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