|
di Greta Pirovano
Le mattine d’autunno su lago sono tutte così: le foglie
degli alberi di un marrone intenso quasi rosso mogano, i raggi del
sole filtrano tra i rami e corrono a specchiarsi rifulgendo sulla
superficie dolce del lago, mosso talvolta dalle piccole onde create
dalle imbarcazioni che escono dalla darsena, come una lama di luce
colorata che salta sull’occhio. Una nebbiolina fine di umidità
ricopre come una leggera coltre il pelo dell’acqua. E sulla
riva del lago, dove l’acqua lambisce il ponte bagnato e poi
asciugato dalla brezza che qui su questo lago si chiama breva, troviamo
lui… seduto che sembra imprimersi negli occhi il disegno dei
sassi, gambe incrociate, chiodo e berretto di lana, con la sua chitarra
tra le mani arpeggia e snocciola, accordo dopo l’altro, la
melodia della sua ultima canzone, fronte corrugata per proteggersi
dal sole, raggi filtranti dagli spuntoni irregolari del Resegone
che si stagliano indisciplinati di fronte a lui… “E
sun che a specià la terza unda. E sun che per vedè
cumè la sarà. E sun pruunt a basà la terza
unda. E sun pruunt a ciapà tücc i so s'ciàff…”
“E sono qui ad aspettar la terza onda. E son qui per vedere
come sarà. E sono pronto a baciar la terza onda. E sono pronto
a prendere tutti i suoi schiaffi”… Poi si ferma con
i polpastrelli sospesi sulle corde e il plettro stretto tra i denti
a pensare a come continuare la ballata… “Rema via el
muund fin duè l'acqua la g'ha pioe memoria, scappa da quela
corda che gira e te liiga al puntiil. Unda busarda prema te rüzza
e dopu te sbrofa. Aria de carta de vedru che frega per fatt turnà
indrèe. Vita che la se incastra e l'è disegnaada a
lisca de pess, vita che la sbrissiga versu quel siit in de gh'eet
voeja de vèss. Unda che la te porta fina a la spunda de là
per fatt sentì püssee forta la voeja de turnà
a cà”... “Rema via il mondo fin dove l’acqua
non ha più memoria, scappa da quella corda che gira e ti
lega al pontile. Onda bugiarda, prima ti spinge poi ti schizza.
Aria di carta di vetro che strofina per farti tornare indietro.
Vita che si incastra ed è disegnata a lisca di pesce, vita
che si sbriciola verso quel luogo dove ti piace essere. Onda che
ti porta fino alla sponda opposta per farti sentire più forte
la voglia di tornare a casa”…
Questo personaggio solitario di fronte alle acque di casa sua ma
avvolto dall’atmosfera del lago si chiama Davide, Davide Bernasconi,
a dire la verità… Però pochi lo conoscono con
il suo vero nome, molti invece lo conoscono come la sua arte vuole…Davide
Van De Sfroos.
E' l'undici maggio del 1965 quando Davide Bernasconi, alias Van
De Sfroos, all'insaputa dei suoi fans, nasce. E nasce in un luogo
senza lago. Monza gli vede fare i primi passi in quella nebbia che
faticherà a lasciar memoria: un po' perchè lui vi
trascorre solo i primissimi anni della sua tenera età, un
po' perchè lei, la nebbia, è una poesia per soli adulti.
Poi il palcoscenico della sua vita si sposta a Mezzegra: ha 4 anni
quando i genitori decidono di trasferirsi nella minuscola località
sul lago di Como, dove Davide apprenderà le storie degli
uomini e i segreti dei pesci, dove coltiverà una curiosità
che userà come amo da pesca per riempire la sua memoria con
vicende, aneddoti, leggende e giri di giostra dell'immaginazione
di tutti i poeti involontari che quotidianamente popolano la giornata
della minuscola piazzetta del lago, davanti al balcone di casa sua.
E una canzone come scatola dove custodire il tutto, una volta abbandonato
il fucile ad elastici con cui giocava da bambino per impugnare una
chitarra.
La passione per la musica lo scuote in giovane età. Spesso
succedeva ai ragazzi dalla fedina musicale un po' sporca: ci si
abbandonava una radio portatile da 25 kg sulle spalle e si girava
così, lasciando che ogni contaminazione musicale varcasse
i confini del "già sentito", in voluto contrasto
con le basi ritmiche dei tormentoni di turno che cercavano di impossessarsi
di ogni mente danzante. Era così che ad un Mino Reitano sovrapponevi
i Ramones, da una mazurka slittavi a Bob Marley e Johnny Rotten
aveva sempre qualcosa da urlarti appena uscivi da una messa beat.
Una confusione bellissima. Una lucertola morsicata anni addietro,
“Creuza de ma” di De Andrè e una battuta involontaria
del Ghezzi, il barbiere del paese: punti chiave che spingeranno
Davide a chiudere il capitolo simil-punk per iniziare a scrivere
quello poi definito folk-rock di Davide Van De Sfroos.
De Andrè: ammirazione, ispirazione e una domanda: Perchè
no? Il dialetto parlato sul lago di Como, il laghèe, è
chiuso ma non impenetrabile, grezzo ma non meno poetico di altri,
vivo e colorato da chi ancora lo usa per pensare e pregare, ridere,
maledire e piangere. Creuza de ma e i suoni della lingua sarda appassionano
Davide fino a convincerlo che per raccontare una storia di lago,
del lago che ha davanti, niente può essere più indicato
della sonorità regalata dal dialetto che da sempre ne sposa
acque e genti: il dialetto tremezzino.
"Abbiamo dato vita a un nuovo gruppo: Suoniamo e cantiamo in
dialetto storie di paese, di persone e di contrabbando" - disse
Davide al Grezzi, il barbiere. "Ah...! Sònuff de sfroos"
- rispose tra una sforbiciata e un colpo di pettine. De Sfroos,
ovvero "di frodo", come il commercio illegale dei contrabbandieri.
Ritagliato a rasoio, reciso preciso, ecco il nome con cui battezzare
il nuovo progetto.
La vena poetica che scaturisce da questa onda anomala, lacustre
e sanguigna, darà tono ai colori ad olio con cui l'artista
dipingerà le sue canzoni, fin da subito. Sassi, radici, onde,
lune e bicchieri, barche e finestre sono mattoni d'umanità
su cui disegnare il profilo della terza ombra fantasma: la custode
del cammino a venire. La terza ombra è quella che ti porti
dentro, che ti attraversa e che chiama ogni cosa con nomi scelti
dal vento. Ciulandari (1992), Viif (1994) e Manicomi (1995) sono
i primi tre contenitori in cui Davide dispone con giusto disordine
storie, risate e drammi quotidiani descritti con la musicalità
propria della lingua che li ha visti nascere. Nuovi ricordi messi
in moto usando un veicolo quasi in via di estinzione e musica come
benzina. Prima ridi, trovando decisamente divertenti e quasi epiche
le gesta della fantomatica zia Luisa e di uno Sconcio fuori ma non
dentro, poi ti sbalordisci quando una Curiera porta a spasso la
testa di tuo figlio, che ha quattro anni, e quella grigia di capelli
di tua mamma. Infine ti accorgi che i tuoi parenti non sono i soli
ad esser contagiati dalla febbre allegra di quest'onda di lago quando
Davide comincia ad esportare la sua musica dalle rive del lago in
tutta Italia. I De Sfroos vedono la loro popolarità aumentare
concerto dopo concerto e Manicòmi va letteralmente a ruba.
Dopo di che il gruppo si scioglie. Non si scioglie però la
voglia di comunicare di Davide che nel frattempo pubblica il libro
di poesie "Perdonato dalle lucertole" (1997) dove pagina
per pagina l'artista lascia intendere la sua natura. Acqua di lago
come inchiostro, ogni ricordo una penna con cui scrivere appunti
di viaggio nella musica silenziosa delle parole pensate. L'anno
successivo esce “Brèva e Tivàn” (in lingua
locale, nomi di due venti che soffiano sul lago di Como); nel 1999
gli viene assegnato il Premio Tenco come migliore artista emergente.
Contemporaneamente viene pubblicato “Per una poma”,
mini cd in cui riscrive in modo tutto particolare e scanzonato la
storia di Caino e Abele, di Noè e di Adamo ed Eva.
Nel 2000 tocca al secondo libro, “Capitan Slaff”, opera
che sarà poi anche rappresentata con successo in teatro.
Nel 2001 esce il nuovo album di inediti “E semm partii”.
Nel 2002 è la volta di “Laiv”, album registrato,
come dice il titolo, dal vivo. Nel 2003 vede la luce “Le parole
sognate dai pesci”, edito da Bompiani. L'ultima fatica letteraria
di Davide è del 2005 “Il mio nome è Herbert
Fanucci”.
Nel 2005 registra e pubblica un nuovo album in studio, Akuaduulza
(Acqua Dolce). All'uscita di questo disco seguono molti concerti
dai quali Davide Van De Sfroos trae il materiale contenuto nel DVD
Ventanas, uscito nel 2006.
L'8 febbraio 2008 è infine uscito il suo ultimo album registrato
in studio, intitolato Pica! L'album si è attestato al 4°
posto dei dischi più venduti in Italia nella settimana di
uscita. Il 19 aprile successivo ha tenuto un concerto "evento"
al Datchforum di Milano per promuovere il nuovo lavoro, registrando
il tutto esaurito.
Davide poeta e musicista dalle mille sfaccettature… La dolcezza
venata di rimpianto emerge in “El puunt” (Il ponte):
“Ti aspettavo con una rosa, adesso ti aspetto con un bastone.
La finestra mi sembra quel quadro che speravo di non vedere mai.
Sono rimasto fuori dal tuo disegno, fuori dalla cornice, fuori dalla
finestra e il mio sogno ha le valige pronte. Mi chiedo come mai
tu non sia ancora arrivata e mi lasci qui in mezzo ai pezzi di legno.
C’è solo il riflesso delle luci di Lezzeno e poi c’è
un’ombra sul tuo balcone.” Poi Davide cambia registro
e si dedica a raccontare con la musica la storia di un leggendario
personaggio del lago, il Cimino, contrabbandiere che per sfuggire
alla finanza si butta nel lago per poi riaffiorare e arrampicarsi
su una rupe, fuggendo: “In mutande e scarpe da tennis, come
un cinghiale in tanga, un lupo con le Superga…” Che
scusa avrò il Cimino quando lo troveranno nudo su per i bricchi???...
Non posso scriverla su questo giornale, ma potete scoprirlo sul
sito creato dai suoi fans www.cauboi.it...
Continua poi narrando lo spirito della sua gente: “Impara
il sospiro tra la riva e la prona, impara il disegno nella ruga
del sasso. Trova la piuma che ha perso la poiana perché nasconde
il sangue del tramonto: il sole lascia in giro i pennelli incendiati,
ma con questa piuma li potrai spegnere. Uomo o donna con i sogni
fatti di paglia, guarda con gli occhi ma impara anche a chiuderli.
Impara la danza della margherita: impara a piegarti, ma senza spezzarti”.
Non manca poi di raccontare i sentimenti dei suoi compaesani che
lasciano la patria: “E siamo partiti per questa America sognata
in fretta, la faccia doppia di una moneta e una valigia con nulla
dentro. Siamo partiti come frammenti di vetro di un bicchiere a
pezzi, una vita nuova quando finisce il mare, mentre quella vecchia
ti bussa alle spalle”.
Torna a raccontare le abitudini della sua terra: “Polenta
e gallina fredda e un fantasma sulla veranda, barbera come petrolio
e anche la luna mi sembra che sbandi. Seggiola che fa rumore e bocca
aperta che non dice niente, solo la radio graffia l’aria e
i pensieri fanno un gran fracasso. E la candela si muove come la
memoria, anche il ragno sulla balaustra ricama il quadro della sua
storia. La ragnatela dei miei pensieri prende tutto quello che arriva,
ma tante volte ha troppi buchi ed è tutta da rammendare”…
Termina poi con quello che, per una persona come tante che riconosce
la poesia semplice ma stupenda in modo indescrivibile delle sue
canzoni, è un capolavoro... “Guardo questa chitarra
sulla parete della mia stanza, l’ho portata in tutto il mondo,
sulla pelle abbiamo tutte le strade come i colpi di una frusta.
Questa chitarra l’ha suonata anche un certo Garcìa
Loca, è finita su in Irlanda da un ubriaco del Connemara,
l’hanno suonata anche in Camargue, l’ho ritrovata in
Algeria con dentro un bossolo di rivoltella. L’ho curata,
l’ho guarita, suonava più allegra, dove prima c’era
un bossolo ho intarsiato una rosa nera, l’ho suonata su una
nave quando gli uomini cambiavano terra e l’ho adoperata come
una spada per tagliare la testa alla guerra.
Ogni corda diceva quello che il tempo portava via, ogni manico di
chitarra in fondo sembra una ferrovia. La distanza muove ciò
che il cuore attende e siamo capaci di cambiare nota senza mai cambiare
il volto. Ho cantato canzoni sui sassi della Sardegna e ho cantato
canzoni fantasma davanti alle croci della Bretagna.
Ho suonato per chi beveva senza mai dimenticare, per chi partiva
e per chi tornava a casa.
Ho suonato Rosanera, per far solletico a questo mondo, fuori dai
cessi e dalle chiese, per il sacrista e il vagabondo.
Abbiamo deciso di suonare senza pesare le persone… Solo chi
spara a una chitarra non ha diritto a una canzone”…
Fuori dal lago, Davide che non smette di osservare lo specchio d'acqua
che ha davanti e di rubare a modo suo le storie riflesse, per poi
raccontarcele. Perchè tenerle dentro è un gran peccato,
e nel raccontare lui ci sa fare.
|