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di Luca D’Andrea
Un fenomeno in continua crescita che occorre arrestare.
Assistere a uno spettacolo sportivo, in particolare ad una partita
di calcio, rappresenta uno dei più diffusi e popolari modi
di impiegare il tempo libero in Occidente.
Purtroppo quella che dovrebbe essere una festa si trasforma spesso,
specialmente da noi in Italia, in occasione di violenza.
Le cronache delle partite sulla stampa sportiva non si limitano,
ormai da diverso tempo, a raccontarci e descriverci le prodezze
agonistiche di questo o quel campione, ma ci riferiscono di aggressioni,
scontri, risse, assedi, agguati, accoltellamenti, ferimenti, lanci
di oggetti, di petardi, di pietre, di bombe, fino a che talvolta
tali forme di violenza lasciano sul campo uno o più morti.
La storia del calcio, ma sarebbe più esatto dire la nostra
storia, è stata costellata negli ultimi trent'anni di vere
e proprie tragedie: i 39 morti allo stadio Heysel di Bruxelles prima
della finale di Coppa dei Campioni fra Juventus e Liverpool nel
1985, per non parlare degli omicidi commessi su singole persone,
come l'omicidio di Vincenzo Paparelli, colpito a un occhio da un
razzo durante un derby romano nel 1979 e l'accoltellamento di Vincenzo
Spagnolo, un supporter genoano ucciso per mano di un tifoso milanista
nel 1995.
Il problema della violenza negli stadi è in Italia un problema
non nuovo, ma piuttosto già abbastanza “antico”,
infatti, periodicamente, da molto tempo a questa parte, si organizzano
dibattiti, si condanna, ma non si fa sostanzialmente niente sul
campo pratico, fino allo scontro e/o al morto successivo.
Dispiace che in Italia si arrivi sempre alle solite chiacchiere
inconcludenti, anziché affrontare i problemi con efficace
risolutezza, come avviene in altri Paesi.
In Inghilterra, per esempio, il tifo violento negli stadi, quello
dei tristemente noti “hooligan”, è stato debellato
tramite una serie di provvedimenti che hanno restaurato l'ordine
e che consentono ai veri sportivi di godersi la partita in un clima
di confortevole tranquillità.
Da noi ciò non sembra possibile, infatti, sempre più
sovente le partite si trasformano in occasione di guerriglia urbana,
nelle curve si inneggia alla violenza senza che ne esistano giustificazioni
plausibili.
Razzismo cretino, delinquenza comune, uso di droghe, bullismo, affermazione
violenta della propria personalità si mescolano, presso alcune
fazioni degli ultras, alla passione sportiva; tale approccio alla
partita si anima, in certi stadi e in alcuni settori di pubblico,
sempre di più fino a sfociare, non di rado, in sciagurato
teppismo.
Purtroppo avviene che di frequente persino una parte di intellettuali,
sociologi, psicologi e altri intervenga a giustificare la violenza.
A loro dire è sempre colpa della società, di un'infanzia
difficile, del disagio giovanile, della frustrazione, snocciolando
via via luoghi comuni non idonei nell'approccio ai nuovi problemi
posti dalla società contemporanea.
Eppure basterebbe poco per ripristinare la sicurezza: seguire l'esempio
di chi ci è riuscito e cioè “zero tolerance”
nei confronti dei violenti, pene certe e severe che comprendano
la carcerazione, divieto assoluto di frequentare lo stadio per i
facinorosi, giustizia rapida ed efficace, rendere responsabili i
club nella gestione della sicurezza degli stadi. In Inghilterra
ha funzionato.
In contrapposizione, da noi si fa strada una cultura nociva e inutile,
che si riveste di un finto "buonismo" per curare con poca
spesa i propri interessi di bottega, cercando quindi di considerare
tutti gli uomini buoni, mentre cattive sono soltanto le istituzioni.
Oggi, tutti reclamano diritti e giustificazioni, mentre quasi nessuno
parla più di doveri e responsabilità. È chiaro,
a questo punto, che non esiste nessuna via d'uscita fino a quando
si continua a considerare il tifoso violento, un "capro espiatorio"
del disagio diffuso di una società.
È quindi giunto il momento di ribadire che ci sono delle
regole da rispettare e che occorre che, chi ne ha il potere, le
faccia rispettare.
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