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di Martina Quaretti
Con questo mio articolo vorrei esprimere alcune sensazioni provate
durante la visita di un luogo, ripetuta anche il giorno dopo ma
in condizioni di massima tranquillità
In occasione della festa dell’Epifania sono andata a visitare
Greccio (Rieti), piccolo paesino del Lazio dove è nato per
la prima volta il presepe. Infatti non tutti sanno che il Presepe
ha quasi 800 anni ed è stato inventato proprio qui da S.
Francesco d’Assisi nel 1223 . Il Santo l’ha ideato per
vedere con i propri occhi la santa scena che si era svolta a Behtlemme
nell’anno zero.
Al pomeriggio ho fatto un giro per Greccio ad osservare i vari presepi
esposti per la manifestazione annuale e per ammirare il bellissimo
paesaggio circostante, ed insieme a me c’erano moltissimi
altri turisti incuriositi, abbastanza chiassosi e rumorosi a causa
del loro numero.
La visita, il concerto gospel, l‘arrivo della Befana, il vin
brulè, la rievocazione vivente, sono stati vissuti bene,
ma nella calca.
La notte gelida ha portato un silenzio pacato su tutti i nostri
mezzi parcheggiati vicini. Il mattino è giunto frenetico
a spingere tutti alla partenza: riscaldamento contemporaneo dei
motori dalle sette e trenta alle nove con tasso di inquinamento
in stile metropoli … E dopo?
Dopo il mio era l’unico camper, o meglio, l’unico veicolo
rimasto nel parcheggio.
I soli rumori che si potevano sentire erano il canto degli uccellini,
il frusciare del vento tra le fronde degli alberi e d’ogni
tanto il rintocco delle campane.
Era una bella giornata tiepida di sole, ho rivisitato Greccio e,
con mia grande sorpresa, ho capito solo in quel momento veramente
la sua anima: le piccole stradine tortuose, le case di mattoni e
pietra, il profumo d’aria e di felicità che mi circondava.
A differenza del giorno precedente, ti sentivi salire, appoggiare
i piedi, modulare il passo, ti soffermavi dove e quando volevi,
osservavi a lungo senza interruzioni nel tuo campo visivo da parte
di qualche passante ed ho notato centinaia di particolari nuovi.
Perfino la Valle Reatina di sotto sembrava si fosse fatta trovare
impreparata al mio sguardo, con tutti i banchi di nebbia messi a
casaccio qua e là. Sembrava di essere tornati indietro nel
tempo. Era tutto così diverso! Ecco che allora i racconti
sul Santo in quei luoghi, fatti dalla guida il giorno prima, trovavano
uno scenario perfetto: erano quelli gli alberi, i sentieri, i monti
che lo videro!
Nel pomeriggio inoltrato un’altra meta è stata vissuta
nello stesso modo: il Santuario di Fonte Colombo a una decina di
chilometri da Greccio. È proprio qui che S. Francesco soggiornò,
scrisse la regola definitiva dei Frati Minori e fu curato il suo
disturbo agli occhi.
Fonte Colombo è immerso in una fitta vegetazione e vi regna
la pace più completa. Per raggiungere la chiesetta dove è
incisa la “firma” del Frate (il Tau francescano), si
deve percorrere uno stretto sentierino di scalini rocciosi avvolti
dal bosco. La tranquillità e la calma del luogo era totale,
quasi irreale ed assoluta, se non fosse stato presente il vento
che muoveva le foglie e sfiorava delicatamente il mio viso... Il
luogo è semplice, ma bellissimo e il tramonto rosso incombente
lo stava trasformando in un presepe. Non è difficile intuire
il motivo della permanenza qui di S. Francesco.
Osservavo la chiesetta: una piccola stanzetta di roccia, le pareti
irregolari, l’altare che faceva parte integrante di una sporgenza
del suolo, una piccola finestrella che si affacciava sul pendio
ripido del bosco. Verso il fondo, c’erano due piccole sedie
tarlate e rovinate, su una delle quali era acciambellato un gatto.
La sorpresa fu breve, anzi trovai l’incontro del tutto prevedibile,…
lì. Lo accarezzai timidamente, grattandogli sotto il mento
caldo, mi rispose con il sommesso brontolio delle fusa. Benché
in quel luogo, nella lieve oscurità e tra la nuda roccia,
ci fossi solo io e quel bellissimo gattone bianco che mi guardava
con aria placida, sembrava che un’altra entità mi osservasse.
L’importanza di quel luogo, l’aspetto così povero
e umile della chiesetta, il tremolio della luce di una candela che
produceva strane ombre sulle pareti e… quel gatto.
Quel gatto mi osservava, mi stava studiando, nei suoi occhi lucidi
è passato un pensiero che, però, io non sono riuscita
a capire. Forse era solo un semplice gatto che si riposava un po’
dove, molti secoli prima, pregava il Frate. Forse era una creatura
che viveva lì per proteggere la chiesa, come se stesse aspettando
Qualcuno, magari scomparso da molto tempo,… troppo perché
ciò sia possibile. Ma forse era semplicemente un vecchio
gatto stanco che sedeva lì, guardando il mondo circostante
con i suoi grandi occhi grigi, mentre ascoltava il canto della nuda
roccia che parlava di un uomo: Francesco.
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