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di Greta Pirovano
Milano, anno 1959, cinema Capitol: Federico Fellini e Marcello
Mastroianni sono i protagonisti oggi, il giorno dell’anteprima
milanese di quella che sarà destinata a divenire una celeberrima
opera cinematografica italiana, “La dolce vita”.
La coppiata vincente del cinema italiano, il cinema al di qua dell’Oceano,
Fellini il regista e Mastroianni l’attore protagonista, ricevono
dal pubblico che assiste alla proiezione un crescendo di fischi,
una pletora di ingiurie e insulti.
Il loro film, bollato come osceno, vergognoso e per giunta comunista.
Un provvedimento immediato di censura, a cui però rende giustizia,
pochi mesi dopo, il conferimento al capolavoro felliniano male accolto
della Palma d’oro al Festival di Cannes, premio che consacra
il film ad assurgere al rango di una delle migliori opere della
storia del cinema, italiano e internazionale.
Anno 1960: “La dolce vita” è, al botteghino,
il film più visto dell’anno.
Oggi, a decine di anni di distanza, il turbamento morale del ’59
suona assolutamente eccessivo, rimane come prova del sentire comune
di un’epoca. Ma c’è di più: mostra come
il cinema fosse vissuto all’epoca come un momento collettivo
privilegiato e la cui fruizione avesse ripercussioni ben più
profonde del semplice costituire un momento di svago e divertimento
pubblico, democratico.
Corrono infatti gli anni ’50, anni in cui il cinema lavora
incessantemente alla formazione dell’immaginario, del pensiero
e della visione collettiva della realtà, con gli oltre due
milioni di presenze giornaliere nelle sale cinematografiche italiane.
E questa esplosione, come molte altre nel mondo, la si deve alla
nave scuola degli States: la presenza degli alleati americani in
Italia dal ’45 che, cadute le barriere protezionistiche, invadono
il mercato cinematografico internazionale con i loro film; e, per
contro, la fame di libertà che con l’America si identifica,
il sogno americano che abita le coscienze sognatrici di riscatto
del popolo italiano, veicolato dal cinema come nuova speranza dopo
l’autarchia anche cinematografica del regime e le pellicole
del periodo bellico, realizzate con il solo scopo di costruire il
consenso.
Sul fronte della produzione italiana, il mito americano vissuto
dalla generazione che passa la giovinezza negli anni del fascismo
più autarchico fa capolino all’apparire del Neorealismo:
l’aderenza alla realtà, la denuncia spesso in chiave
ironica dello status quo, ambientazioni e vicende in cui ogni spettatore
ritrova se stesso, le proprie esperienze, le paure e la voglia di
speranza e di ricostruzione. Questo il modo con cui il cinema italiano,
appresa la lezione americana, punta alla formazione di una coscienza
nazionale. Sono gli anni di Sciuscià di De Sica, La ciociara,
Roma città aperta e Viaggio in Italia di Rossellini, film
traboccanti del fascino di cerniera tra nord e sud, tra oriente
e occidente, tra società moderna e mondo arcaico.
Grazie al cinema, l’Italia e in particolare Roma, si presentano
al mondo in tutto il loro fascino, un fascino esercitato oltre che
dalle rovine della Roma Antica, da quei simboli che fanno di Roma
la città eterna: affascina tutto ciò che rimanda all’idea
di “italianità”, miscela di spontaneità,
fascino latino, passione, istintività e sincerità
popolari, che trovano in Anna Magnani il modello idealtipico.
E’ così che Cinecittà, luogo fino ad ora ancora
legato all’industria cinematografica fascista, riapre i battenti
nel luglio del 1948, dopo essere stata trasformata in periodo bellico
in rifugio per gli sfollati.
Al ritorno in auge degli studi cinematografici e all’allontanamento
dai condizionamenti fascisti dà il proprio contributo l’onorevole
Giulio Andreotti, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Ma il nuovo corso è ostile alla poetica neorealista, troppo
ideologizzata per un governo che vuole la rinascita economica dell’industria
e di un cinema al passo coi gusti del pubblico, un cinema “moralissimo,
ma nel contempo attraente”.
E’ questo dunque l’avvento dell’epoca del kolossal
di Cinecittà, sull’onda di un aumento generale delle
produzioni cinematografiche, anche grazie al provvedimento legislativo
che prevede di congelare i profitti ottenuti coi film americani
e investirli in produzioni made in Italy. Ed ecco dunque apparire
sul grande schermo Ben Hur (uscito nel ’59, fu il film più
costoso mai girato con 15 milioni di dollari come budget, 80 di
incassi e ben 11 premi Oscar), Quo vadis?, Scipione l’Africano…
La svolta è comunque di qualche anno prima, quando la bellissima
Audrey Hepburn appare in Vacanze Romane, girato da William Wyler,
la pellicola che al pari de “La dolce vita” contribuisce
ad accrescere il fascino della città di Roma, il suo appeal
internazionale, con i suoi luoghi più conosciuti e più
ammirati, il tutto sullo sfondo di una cordialità popolare
che avvolge lo spirito di ogni pellicola.
Insomma Cinecittà, ribattezzata la “Hollywood sul Tevere”,
continua costantemente a competere, come evidenzia l’appellativo
stesso, con l’industria cinematografica americana che tiene
testa nel panorama della cinematografia mondiale, ma si avvicina
ad essa siglando delle partnership di successo con le majors statunitensi.
Lo dimostra il continuo sbarcare sul suolo nazionale di star americane,
i divi che occupano il vertice dello star system americano come
la già citata Audrey Hepburn, Ingrid Bergman, Ava Gardner,
in confronto ai quali il nostro paese offre attori e attrici del
calibro di Alida Valli, Rodolfo Valentino, icona del fascino latino,
Walter Chiari, Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Silvana Mangano,
Anna Magnani…
La differenza tra chi recita oltreoceano e gli attori nostrani non
si misura con il termometro delle capacità interpretative
e sceniche, bensì dipende essenzialmente dal contesto da
cui questi grandi miti provengono: siamo di fronte ad un distacco
totale dal divismo tipicamente americano, dove il cinema è
un’industria, un prodotto mass-market come direbbero gli economisti.
Siamo di fronte ad attrici e attori italiani che portano sulla scena
lo spirito del popolo a cui appartengono, popolo diviso tra un Nord
che punta ormai alla meta del capitalismo e un Sud ancora fortemente
legato alla terra, un popolo offeso dagli eventi bellici, un popolo
che trova negli attori che si muovono, recitano, amano, odiano,
fuggono, tornano un modello di identificazione collettiva, di riconoscimento
in un cinema popolare e spesso rurale o di provincia per ambientazione,
in un cinema che non parla in lingua aulica, ma si esprime con il
retaggio dei dialetti che generano storpiature linguistiche a volte
ironiche, altre grottesche, un cinema che mette in scena proprio
con l’intento di scardinarla l’ideologia che alimenta
il paese, da una parte il comunista, dall’altra il parroco,
come vediamo in “Don Camillo e Peppone”.
Le due maggiori rappresentanti femminili dello star system italiano
anni ’50, la Loren e la Lollobrigida, sono due bellezze popolari,
scelte dal pubblico ai concorsi di bellezza, comparse nei fotoromanzi
e poi approdate al cinema. La Lollo, ragazza di campagna, graziosa,
formosa e dolce che raggiunge la notorietà a livello mondiale
con “Pane, amore e fantasia” di Comencini (’53)
dove imperterrita riesce nell’intento di convolare a nozze
con il bel maresciallo, interpretato da De Sica.
La Loren, giovane, dotata artisticamente, con quell’alone
di trasgressività e anticonformismo che sempre la accompagneranno
soprattutto dal momento in cui decide di sposare Carlo Ponti, uomo
già sposato in un’epoca in cui il divorzio è
un reato: per tale motivo il matrimonio si ufficializza a Città
del Messico e genera un grande scandalo nell’Italia conservatrice
e democristiana.
A Roma, via Veneto diventa la Croisette nostrana, la passerella
della vita da palcoscenico, della vita reale dei ricchi, dei belli,
degli uomini di mondo (anche quelli che non hanno fatto il militare
a Cuneo!) e delle celebrità e, non a caso è anche
l’epicentro attorno a cui ruota il film di Fellini, “La
dolce vita”, sintesi di un mondo che esce definitivamente
dalle restrizioni del dopoguerra, si allontana dalla società
contadina e si trova di fronte all’innovazione, al moderno,
alla fine di un’epoca e all’inizio di una sorta di New
Deal tutto italiano.
Via Veneto si offre allo sguardo collettivo, lo sguardo fissato
dalle fotografie che tappezzano lo studio romano del genio Federico
Fellini: donne bellissime, automobili lussuose, Anita Ekberg e Anthony
Steel che passeggiano mano nella mano, i tavolini dei caffè
illuminati, Walter Chiari che si offre e si sottrae allo sguardo,
anzi allo scatto, dei fotografi.
Insomma, i suoi film e non solo sono un affresco che rappresenta
scene della verità quotidiana, della continuità tra
vita vera e set cinematografico.
E’ un mondo comunque non ancora di massa, un mondo da cui
molti si sentono ancora esclusi, un mondo che si completerà
con l’avvento del nuovo mezzo di comunicazione: lei, quella
che entrerà in tutte le case, quelle delle metropoli così
come quelle dei paesi più sperduti sulla superficie dello
stivale, signora Televisione.
E’ uno strano quanto epocale passaggio, un passaggio a nuova
vita che lo stesso Fellini sa di aver avviato con il film che lo
ha reso un mito:
“La dolce vita mette il termometro a un mondo malato, che
ha la febbre. I personaggi dell’affresco continuano a muoversi,
spogliarsi, azzannarsi, ballare, bere… come se aspettassero
qualcosa. Ma che cosa aspettano? E chi lo sa? Un miracolo, forse.
Oppure un’altra guerra, i dischi volanti, i marziani?”…
Riflessione attuale, oserei dire
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