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di Alessio Tassone
Tutto ebbe inizio in Scozia, sui laghi ghiacciati
delle Highland... Il suo nome era "Bandy".
Non è l’inizio di un racconto d’avventura, tanto
meno di una novella dell’orrore, è solo la storia di
uno sport sul ghiaccio conosciuto dal 1860 col nome, neanche tanto
poetico, di "Hockey".
Scozia: terra incantata, coperta dal verde degli immensi prati,
luogo di leggende, di misteri, di castelli incantati, di nebbia
che avvolge le brughiere e… del Bandy.
Un tempo tutto era differente. Era uno sport duro, l’Hockey".
Roba da Highlander viene da dire. Uno sport (se è lecito
definirlo così) praticato su immense distese di ghiaccio
che si trasformavano in veri e propri campi di battaglia appena
gli atleti davano inizio alle "danze".
A contendersi la vittoria vi erano atleti molto particolari: i soldati
di Sua Maestà britannica.
Regole? Praticamente inesistenti. Bei Tempi, quelli!
Solo il Canada riuscì a trasformare il vecchio Hockey in
un vero sport. Qui i soldati di Sua Maestà, giunti per difendere
la colonia, tra una battaglia e l’altra riuscirono ad apportare
delle modifiche e a darsi delle regole. Era il 1860, in Italia,
nello stesso periodo, si compiva l’unificazione e Roma diventava
la capitale del Regno.
La novità più geniale e fondamentale fu quella di
utilizzare il disco di gomma.
L’hockey, già bandy, poteva compiere il suo trionfale
ritorno nel Vecchio Continente ed intanto diffondersi negli Stati
Uniti.
Nel 1911, a pochi anni dallo scoppio della Grande Guerra, gli italiani
fecero la prima conoscenza col nuovo sport.
A Torino si disputò un incontro italo-francese. Fu amore
a prima vista? No, non si può proprio dire che nacque una
travolgente passione.
Il ghiaccio in Italia era un vero optional, neanche durante l’inverno
era facile disputare delle gare, il clima mite e l’assoluta
assenza di strutture non deponevamo a favore..
Per gli irriducibili appassionati, l’unica possibilità
era quella di utilizzare i laghetti ghiacciati, praticabili per
un paio di mesi l’anno, sempre che un improvviso innalzamento
della temperatura non rompesse le uova nel paniere..
La diffusione capillare dello sport apparve subito impresa assai
ardua.
Milano fu la vera patria dell’hockey italiano durante i suoi
primi anni di vita nella nostra Penisola..
Con l’avvento del regime fascista, che progettava di trasformare
l’Italia in una potente nazione sportiva, la nuova disciplina
trovò una sua prima adeguata sede dove poteva essere praticata
tutto l’anno: il "Palazzo del Ghiaccio" inaugurato
il 28 dicembre 1923.
Nella capitale Lombarda si formarono le prime grandi squadre: l’Hockey
Club Milano (1924) e i Diavoli Rosso Neri.
Fino agli anni ’50 questo sport ebbre praticamente una sola
casa, all’ombra della Madonnina.
Poi toccò alle autostrade unire le grandi metropoli del Centro
Nord alle montagne: un nuovo fenomeno bussava alle porte e modificava
velocemente usi e costumi, il turismo di massa.
Tutto cambiò velocemente. Fino al 1960, la Lombardia era
stata la leader incontrastata di questo sport e, fino allora, lo
scudetto non si era mai allontanato troppo dalla Madonnina.
Unica eccezione: nel 1936 la veneta Cortina riuscì ad aggiudicarsi
l’ambito scudetto, ma fu un fatto sporadico.
Tutto cambiò, dicevamo. Il Cortina, il Bolzano, il Merano
e il Gardena presero in mano lo scettro ed il campionato cambiò
dialetto.
Gli anni ’90 sono sinonimo di ritorno, la pianura ha la propria
rivincita. Tocca al Varese e poi al Milan Hockey e all’HC
Milano contendersi la vittoria. Un ritorno gradito ai grandi stadi
ed al grosso pubblico, soprattutto quello dei giovani, perché
l’Hockey è spettacolo.
L’Hockey è, infatti, lo sport più veloce del
mondo. Sui pattini si fila anche fino ai novanta chilometri orari
e non esistono limiti per i cambi: i giocatori entrano ed escono
dal campo in ogni momento. Proprio per questo ogni squadra anche
se in campo giocano sei persone, ha bisogno in panchina di almeno
20 elementi.
E un gioco a tutto muscoli. I contatti fisici sono fondamentali
per fermare un avversario. Tutti i comportamenti sono più
istintivi che razionali, quindi interventi che in altri sport sarebbero
puniti con diversi turni di squalifica, nell’Hockey sono tollerati.
Gli interventi più duri vengono puniti con espulsioni solo
temporanee.
Il Top dello scontro è il cosiddetto "bodycheck"
ovvero il blocco dell’avversario contro la balaustra. E’
un po’ l’equivalente della mischia del rugby.
Ora, con l’avvento di nuovi e sofisticati mezzi di comunicazione,
l’hockey ha ripreso la strada delle montagne ed i centri alpini
lo vedono nuovamente in auge.
Un vero e proprio ritorno alle origini.
E dire che tutto ebbe inizio in Scozia…
Scrivetemi, utilizzando anche internet, l’indirizzo di questa
rubrica è beppe@cnnet.it
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