ZONA GIOVANI
"I pirati informatici"

di Simona Marenco

Si sente spesso parlare di hacker, di pirati informatici, ma cosa sappiamo davvero di loro? Sono tutti così pericolosi, o non è possibile una tale generalizzazione? La figura del pirata informatico ha sempre risentito di forti influssi statunitensi. Un possibile identikit dell’"hacker tipo" ha queste caratteristiche: maschio, giovane d'età (il 59% tra i 19 ed i 25 anni, il 29% tra i 25 e i 35), in prevalenza studente (47%) o impiegato (38%, la quasi metà di questi nel campo informatico), agirebbe di prevalenza tra le 20.00 e le 3.00, colpendo soprattutto aziende private (78%).
Tentare di capire e definire cosa sia un hacker, quali valori segua, il perché del suo comportamento, é un compito non facile. Nato prevalentemente come una sfida all’intelligenza, l’hacking ha dovuto subire in seguito una connotazione più negativa. Appare difficile definire fino a dove un comportamento possa essere definito da hacker e da quale punto in poi da criminale informatico, anche a causa di a diffusa sovrapposizione dei termini che ha provocato le ire del "popolo della rete". Diametralmente opposto, infatti, sembra essere il significato del termine "hacker" per abituali utenti del Web, rispetto a quello assunto dai media e dalle forze dell'ordine.
Oggi essere un hacker, nel senso più pratico ed operativo del termine, non richiede grandi mezzi o conoscenze: basta il normale p.c. collegato ad un modem, una certa dose di curiosità, le domande giuste a qualunque motore di ricerca su Internet, ed ecco che si viene “invasi” dalle più svariate informazioni su come inserirsi in tale banca dati o come impadronirsi di un sistema da usare per altri collegamenti, senza pagare nulla.
Veri e propri kit di software possono essere scaricati da Internet ed insegnare, in poco tempo, a rubare password (il programma si chiama "Crack"), a scansionare migliaia di numeri telefonici individuando quelli connessi ad un modem ("War Dialing"), ad accedere direttamente nelle directory principali dei sistemi ("Rootkit").
Tuttavia, più difficile sembra sposare la "vera" filosofia hacker, basata su valori guida come la libertà d’espressione, l’individualità, la curiosità dell’hack on (letteralmente “metterci le mani sopra”, dall’inglese to hack) e lo spirito d’avventura, ed è tramite questa che il popolo della rete tiene a distinguersi dalla "volgare" criminalità informatica. Il problema è che ci si appella ad un'etica non scritta, molto variabile, tratteggiata solo in parte e largamente lasciata alla libertà d'esperienza del singolo. Essere un hacker diviene così una specie di mito, reso tale dalla vaghezza dei termini con cui esprimere tale appartenenza, e migliaia di persone si cimentano con le più stravaganti "imprese telematiche", desiderosi solo di mettersi in mostra. Tuttavia diventa facile scorgere anche altri scopi, non sempre accettabili.
Per provare a fare luce nel sottobosco degli "amanti della tastiera", si è da più parti provveduto al tentativo di classificare questo insieme d'individui; hacker, cracker, phreaker, insider, courier, supplier e lamer sembrano essere il risultato di questo tentativo.

Gli hacker, che qui assumono il senso originario del termine, vengono descritti come abili programmatori, ricercatori puri, mossi dalla voglia di sapere e dal desiderio di poter esercitare pienamente la propria libertà informatica, esplorando senza limiti il mondo cibernetico. Curiosi e burloni, sono animati dal gusto della sfida e dalla dimostrazione di destrezza, ed hanno il bisogno di comunicare continuamente agli altri le proprie imprese.

I cracker; più aggressivi e distruttivi, sono portati a produrre lesioni ai sistemi che subiscono le loro intrusioni. Abili scassinatori, animati dalla pulsione di rubare, sarebbero stati i primi ad attuare la sprotezione dei programmi in commercio per studiarne formazione e punti deboli, e ad introdurre il fine di lucro legato al warez, il "mercato nero" del software.

Il termine phreaker ha origine negli USA di fine anni '50, e rappresenta forse la prima differenziazione interna al giovanissimo fenomeno hacker. In quel periodo, una parte di giovani hacker si specializzò in incursioni in linee telefoniche mediante le varie "box" ed il furto dei codici d'accesso, riuscendo a chiamare luoghi molto lontani accreditando le telefonate sul conto d'ignare compagnie telefoniche, o di qualche sfortunata azienda di gran nome

Gli insider sono un pericolo vero per le aziende, ed appartengono spesso ad una criminalità più organizzata rispetto ai “semplici” cracker Essi agiscono all'interno delle industrie e delle banche, comunicando all'esterno le informazioni che occorrono per violare i sistemi od organizzare truffe ai conti dei correntisti. Com'è facilmente immaginabile non occorre essere dei maghi del computer per venire classificati come insider, tuttavia tale categoria è considerata tra le maggiormente responsabili nella commissione dei reati informatici.

I courier, o corrieri, collaborano attivamente con i cracker, per i quali provvedono a spostare i programmi ormai privi di protezione da un sito all'altro, in modo che tutti i diversi gruppi che navigano in rete a caccia di tali shareware possano aggiornarsi con le ultime novità.

I supplier, al contrario, sono coloro che forniscono i programmi originali ai cracker, in maniera che questi li prendano ed eliminino le protezioni. Rappresentano una delle categorie più oscure del panorama telematico, in quanto resta un mistero come riescano a procurarsi tali programmi prima della loro uscita ufficiale sul mercato.

Il lamer è colui che vorrebbe imitare l'hacker, ma non vi riesce perché privo della curiosità e dell'imperativo dell"hands on" propri di quest'ultimo.

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