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di Greta Pirovano
Mi rendo conto che il titolo potrebbe risultare leggermente anacronistico
rispetto alla corrente stagione invernale ma, si sa, ogni tanto
il flashback prende il sopravvento e allora i pensieri corrono all’impazzata
mandando a mare qualsiasi logica.
Il 22 settembre scorso, l’equinozio d’autunno ha decretato
la fine dell’estate 2008, una stagione che, a buon dire, posso
definire la migliore dell’anno. E io che coi flussi di coscienza
ormai ci convivo quotidianamente, perché prendono forma spontaneamente
nella mia testa e perché hanno un effetto liberatorio straordinario,
comincio a ripercorrere giorno dopo giorno quell’arco di tempo
che sembra sempre troppo breve, intercorso tra giugno e ottobre.
Comincia, l’estate, con la fine del primo anno accademico,
un anno che - è proprio il caso di dirlo – non sarebbe
potuto filare più liscio, grazie ad una serie infinita di
persone e ad un ambiente fantastico, finito con un rinfresco in
grande stile in quel della Bicocca, tra una lezione di sociologia
e una di geografia. Università che finisce, ma porta con
sé lo strascico degli esami, sei o sette in tutto da sostenere
tra giugno e luglio. E così comincia giugno tra l’atmosfera
degli europei di calcio e dell’Italia che fa cilecca, il caldo
afoso che si posa sulla Brianza, i pomeriggi passati a studiare
per poi chiudere i libri e a sera inoltrata mettere in moto e correre
in piazza, la famosa “pleis”, una piazza non tanto grande,
non tanto trafficata, che ogni sera attrae come una calamita la
nostra immensa e variegata compagnia, con i rintocchi delle campane
a scandire il tempo e un muricciolo abbastanza lungo da ospitare
tutti.
E così si alternano serate col mitico gelato di Pinetta e
i suoi gusti eclettici, come quella sera allorchè qualcuno,
che quando pensa lo fa solo ed esclusivamente ad alta voce, ha esclamato:
“Vorrei provare un gusto strano!!” E fu così
che si ritrovò tra la mani una coppetta fior di latte e pollo
allo spiedo.
Altrimenti ci sono le serate birra, che potrei personalmente definire
come serate Ceres, a parte quando si fa tappa ai tavoloni del Biraus
dove chiedere una di quelle birracce commerciali equivale a dover
fare i conti con lo sguardo truce del gestore, alla faccia della
sua personale mescita… birra consigliata per la sottoscritta:
sempre Feuillen Brune.
Oppure le serate nel posto che tutti i non brianzoli ci invidiano,
ovvero dalla mitica Bianca, e guai a chi la chiama bettola, perché
in realtà è solo un posto mooolto alla buona dove
si può entrare anche con i pantaloncini e le infradito di
gomma e immancabilmente si finisce con una sfida a risiko in cui,
dopo una miracolosa conquista della Jacuzia, le mie successive imperterrite
brutte figure mi hanno portato ad auto-assegnarmi il ruolo di giudice
di gara e niente più.
Certo si può sempre optare per posti più inflazionati,
il King’s head, ma solo se abbiamo voglia di scarpinare per
un po’ di centinaia di metri perché è più
facile piangere in cinese che trovare un misero parcheggio, il Sir
Jack nel caso ci sia una partita importante o trasmettono le olimpiadi
e sempre accompagnato da una puntatina notturna d’obbligo
al distributore del latte fresco.
Naturalmente non possono mancare i salti post mezzanotte in quel
di Lecco, zona Meridiane, destinazione briosciaro: brioches sublimi
infornate ogni sabato sera da mangiare categoricamente appena comprate
e anche la mattina dopo (o meglio poche ore dopo) a colazione…
ovviamente i krapfen sono sempre già finiti al nostro arrivo…
forse perché qualcuno si ostina a perdersi l’uscita
giusta della Vallassina, così impegnato a cantare a squarciagola
le canzoni di Elio (e le storie tese) e qualcun altro si cimenta
nel fornire indicazioni stradali farlocche, prendendo come riferimento
un fantomatico “negozio delle spose”, che nella realtà
invece si chiama “Promessi Sposi”… (del resto
come volete che si chiami un esercizio pubblico lecchese se non
promessi sposi? Di certo non Malavoglia!!).
Evento saliente dell’estate 2008, il mio compleanno, + 20!
Cifra tonda! Fine dell’era teen-ager! Che non vuol dire fine
della stupidera e nemmeno - concedetemi il termine perché
in italiano non c’è sinonimo – “cazzeggio”.
Insomma una serata da perfetto addio agli anni con l’1 davanti.
E tutto grazie ad una serie di persone che ormai appartengono all’arcinota
compagnia del buco, la versione made in Brianza della orientaleggiante
compagnia delle Indie…
La TheBee, meglio nota come Dottoressa Debora Ape, e personalmente
la mia sistrà (che per due ex russofone come noi vuol dire
molto semplicemente “sorella”) che c’è
sempre e comunque e di cui ormai, l’ho capito, proprio non
posso fare a meno.
La Joy, pazza e tremenda, letteralmente fuori dalle asce, quella
che tutti i giorni condivide con me la vita universitaria e ti fa
pensare a quanto sia piacevole e disimpegnata la spontaneità.
Poi la Emy che può a buon diritto definirsi una stilista,
dopo aver lanciato la moda delle “scattose” fiorate,
ovvero le crucche birkenstock in versione fiorata da hippy.
Poi c’è Checco, per il quale la lingua italiana non
ha ancora inventato un aggettivo appropriato, se non l’espressione
da lui auto-coniata “calze in testa” a testimonianza
del fatto che la sua stravaganza ben evidenziata dai lunghi capelli
biondi e boccolosi arriva ad un punto tale che chi lo conosce certo
non si stupirebbe di vederlo in giro con delle calze in testa.
Gigi, che in realtà gioca alla doppia identità col
suo vero nome, Luca, a volte spigliatissimo e scherzosissimo, a
volte impenetrabile e ammutolito, a seconda delle fasi alterne di
umore, o meglio a seconda del grado di acidità che riesce
a incorporare dopo aver succhiato il suo limone quotidiano, nonchè
icona della battaglia femminile contro i glabri… insomma una
demenzial-tenzone che ormai si protrae all’infinito.
La Dany, un vulcano di idee che ben si concretizza nell’immagine
di quei mille ricci che fluttuano qua e là, incorniciandole
il viso come mille raggi.
Federico, detto anche “maestro”, alla luce del suo diploma
di piano e del suo orecchio assoluto, che ormai insegue il progetto
della redazione del nuovo dizionario di italiano, riconosciuto come
il nuovo esperanto e composto da una serie di vocaboli del tutto
innovativi sintetizzati nell’espressione “mi scaba ‘n
tri”… ovvero “mi sa che”…
Paolino, ino perché è il più piccolo, ancora
nel mondo del liceo, ma già alla rincorsa del sogno di correre
con una maglia a strisce blu e nere e tirare un cucchiaio dal dischetto
del Meazza.
Matteo, con la sua interminabile collezione di All Star e di delfini
(finti!) e quello strano modo di essere misto tra il dinoccolato
e l’intellettuale, tra il sensibile e il sensitivo.
E poi di sera in sera, complice l’estate che va a stanare
chiunque si ostini a “rimanere- in-casa-a-ripassare-perché-domani-ho-un-esame”
la compagnia si allarga sempre di più, piazza Zanzi è
ormai gremita, tanto che l’accozzaglia si estende invadendo
via Trento&Trieste… anche perché, fra l’altro,
per fare un paio di tiri a calcio un lembo di suolo non basta, occorre
almeno un quadrato. Così ogni giorno spuntano volti nuovi,
le new entry che si piazzano nelle fila della compagnia, che non
è più una top ten, perché ora siamo almeno
il doppio e dovrebbe diventare una top twenty almeno.
Scopriamo Valerio, detto Vela (perché Vale era un diminutivo
da femmina) o, solo per i floggers (i titolari di un fotolog che
è un blog fatto di fotografie), Mapo Vale, con un’esistenza
in balia di calcoli renali che hanno preso residenza nelle sue membra
e del suo invecchiamento precoce visibile nel colore a sprazzi canuto
dei suoi capelli, a volte detto signor mozza, da mozzarella, per
via della carnagione piuttosto… brianzola.
D’un tratto spunta il Gale, un personaggio che è tutto
un programma. Degna di nota l’infinita cantilena con cui protrae
ogni singola sillaba emessa e quell’espressione particolarissima
che gli si dipinge sul viso quando un qualsiasi interlocutore la
spara grossa e che è un misto tra lo sconfortato e il ridicolo.
Ma, del resto, quando ha tra le mani una chitarra e un plettro,
non si può fare altro che ammirarlo.
Poi c’è Alex, detto anke depression, perché
ormai l’abbiamo capito tutti che quando arriva alla spicciolata
con le mani in tasca e la testa bassa potrebbe partire la sigla
del cartone “sono piccoli problemi di cuore nati da un’amicizia
che profuma d’amore… na na na na” e sarebbe perfettamente
azzeccata.
E un giorno arriva Cito, lui che si chiama Alberto, ma che è
schiavo del correttore automatico di windows che ha storpiato il
suo cognome al punto da regalargli questo strano soprannome.
Poi d’un tratto sopraggiunge Respo, Stefano il suo vero nome,
un futuro ingegnere gestionale coi fiocchi, noto per la sua costante
incapacità di comprendere le trame dei film che vediamo e
ancora offeso dal nostro essere scandalizzati per le sue quantomeno
scarse conoscenze su de Andrè.
Due parole vanno spese anche per il simpaticissimo Galla, il nostro
calabrisello preferito, calabrese inside ma trapiantato brianzolo
in tutti i sensi, con un terribile orecchino che è diventato
l’ossessione di tutti e una strana dedizione maniacale alla
sociologia urbana.
E’ la volta poi di Punto, Roberto di nome vero, ma così
soprannominato per la sua forma… non esattamente longilinea.
Un concentrato di comicità, soprattutto per la vasta gamma
di espressioni facciali che lo caratterizzano.
Poi c’è Nicola, il cantante ufficiale della company,
del tutto fuori di melone, l’unico esemplare capace di rovesciare
mezzo boccale di birra, raccogliere la birra fuoriuscita con lo
scottex e strizzarlo perché in fondo era una birra pregiata.
Uno spazio nella compagnia spetta anche alla coppia dell’anno:
il Kom e la Meg, le persone più stravaganti che abbia mai
conosciuto, l’uno batterista con i rasta, l’altra aspirante
chitarrista dai capelli viola, immancabilmente a bordo della mitica
vespa bianca tirata a lucido.
Come intonava una canzone datata anni ’90… gli anni
delle immense compagnie, gli anni del “qualsiasi cosa fai”,
gli anni del “tranquillo, siam qui noi…
E se avessi ancora spazio per riempire la mia Green Page, potrei
andare avanti all’infinito, ma forse è il caso di fermarmi
qui, certo non prima di aver precisato una cosa: avete presente
quando allo stadio gli ultrà dell’Inter srotolano lo
striscione “Brianza Alcolica”?? Beh, non fatevi idee
strane, pensate solo che la Brianza è il giardino d’Europa
e qui, in questo giardino verde, colmo di alberi e fatto di dolci
colline, il cielo estivo non tradisce mai e se ne vedono davvero
delle belle…
Un cielo che decide di mostrarci le sue stelle migliori quando coi
nostri “sogni di rock’n’roll” intoniamo
la nostra canzone, quella che nessuno come Freddie Mercury sarebbe
mai stato capace di cantare…
“sono una stella cadente che attraversa il cielo
come una tigre che sfida le leggi di gravità.
Sono una macchina da corsa
che sfila come Lady Godiva
vado, vado, vado, vado,
niente mi può fermare”…
“Don’t stop me now!”
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