ZONA GIOVANI
"L'ecomuseo: un'esposizione a 360 °"

di Greta Pirovano

Ecomuseo: una parola entrata ormai a far parte del comune lessico dei turisti, degli operatori del settore e di numerose destinazioni che si sono sviluppate o quantomeno sono state rilanciate proprio grazie all'istituzione di un ecomuseo. Come tanti altri termini in ambito turistico, anche questo è tra i più inflazionati, ma siamo in pochi a conoscerne il significato, gli scopi e il funzionamento, tutti elementi peculiari che in primo luogo distinguono l'ecomuseo da un'altra istituzione permanente, vale a dire il museo, e in secondo luogo sono elementi che un turista dovrebbe avere ben presenti, nel momento in cui si trova a scegliere i suoi percorsi di visite e valutare le alternative in base alla loro effettiva o presunta qualità e non sulla base di una semplice denominazione, che molto spesso non corrisponde poi al vero.
L'ecomuseo è sostanzialmente un museo destinato a raccogliere testimonianze della cultura materiale e oggetti un tempo (ma anche attualmente) di uso comune, il cui significato e la cui utilità si vanno tuttavia perdendo: è un museo legato ad un territorio limitato ed è volto a raccontare piccole storie locali e a ricordare le proprie radici a comunità spesso non più estese di un villaggio. Un ecomuseo quindi non nasce per creare un grande evento di richiamo o per attirare il turismo di massa o per creare un business culturale, bensì sorge dall'esigenza di una comunità di ricercare le proprie origini e stabilire attraverso di esse la propria identità.
L'ecomuseo si differenzia dal museo tradizionale che di per sè è un contesto espositivo permanente, senza scopi di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo e aperto al pubblico, i cui obiettivi sono l'acquisizione, la ricerca, la conservazione, la pubblicazione e l'esposizione per scopi di studio, apprendimento e diletto di oggetti materiali testimonianza dell'umanità e dell'ambiente. Le maggiori differenze riguardano innanzitutto il contenuto: un'ecomuseo non espone una collezione, cioè un insieme di vari esemplari di un medesimo tipo di oggetti (come può essere ad esempio una galleria, una gipsoteca, una quadreria), bensì contiene un patrimonio in senso olistico (dal greco holon, cioè tutto): per comprendere questa fondamentale differenza è necessario comunque approfondire il concetto di patrimonio, termine anch'esso utilizzato in molte salse, ma di cui non si sa mai dare una definizione concreta. Il patrimonio, o meglio, come lo si definisce nel mondo anglosassone, l'heritage, è l'insieme delle cose (beni) che in ragione del loro rilievo storico, culturale ed estetico sono di interesse pubblico e rappresentano la ricchezza di un luogo o di un soggetto giuridico, ferma restando in ogni caso la possibilità di fruizione collettiva da parte di chiunque lo desideri. L'heritage si caratterizza per la continuità affettiva e patrimoniale con il passato, oltre che naturalmente per il valore economico dei beni che lo costituiscono. Il patrimonio culturale è composto dai beni culturali, ossia testimonianze materiali aventi valore di civiltà e sono classificati in beni di interesse storico-artistico, monumenti, beni archeologici, archivistici, librari e beni paesistico-ambientali. Sono tutti oggetti che costituiscono prova tangibile dell'esistenza in un passato più o meno lontano di una civiltà e dell'ambiente sociale e culturale che li ha prodotti o che li ospita. Hanno la capacità di esprimere valori unici e irriproducibili di una società e possiedono forti connotati estetici ed espressivi. Infine costituiscono un sistema basato non solo sul mero valore economico, ma sul valore complessivo inteso anche dal punto di vista culturale, sociale e civile. Per intenderci, nella classificazione delle tipologie di risorse turistiche, il patrimonio figura tra le risorse culturali e comprende ad esempio castelli, luoghi di nascita di personaggi storici, scenari storici, edifici storici, villaggi, folklore, celebrazioni etniche, costumi, linguaggi, gastronomia, arte e musica, tradizioni locali e l'elenco sarebbe ancora lungo... In ogni caso si tratta di elementi non creati appositamente a fini turistici, ma divenuti tali e che concorrono a dare il colore locale e creare l'atmosfera peculiare di un luogo: in poche parole sono stati turistificati, ossia incorporati nel prodotto turistico, tuttavia questa non era la loro funzione originaria. La presenza dei turisti se mai può solo influire positivamente in termini di rinascita e riscoperta o negativamente in termini di degrado e usura di tali beni.
Un ecomuseo è riferito ad un territorio in senso generale e non ad un edificio in particolare in cui è contenuta una collezione (ad esempio la galleria medicea degli Uffizi) e la sua esistenza è giustificata, come dicevamo prima, innanzitutto dalla comunità e non, o non solo, dal pubblico che visita l'ecomuseo. Le priorità organizzative e il controllo politico infatti sono esercitati dalla collettività e dai suoi organi (e non dal museo e suoi organi, vale a dire il direttore e i curatori degli allestimenti).
Tratto peculiare dell'ecomuseo è la considerazione del territorio come oggetto: il territorio è un fondamentale elemento di definizione identitaria di un luogo e della sua comunità e i paesaggi antropizzati, cioè plasmati dalle varie comunità secondo necessità, esprimono concretamente le culture antropologiche che li hanno prodotti. Per queste ragioni gli ecomusei si pongono come possibili soluzioni sostenibili per la conservazione del territorio con lo scopo di arrestarne o invertirne il processo di degrado. Gli ecomusei contengono dunque non collezioni ma elementi di valore culturale in quanto testimonianze materiali dell'uomo e del suo ambiente. L'ecomuseo si configura perciò come un museo del territorio o un museo dell'identità, definendosi come "museo diffuso", comprendente un intero territorio caratterizzato da paesaggi, ambienti di vita tradizionali, patrimonio naturalistico e storico-artistico, a cui si aggiungono oggetti della vita quotidiana ma anche l'architettura, il saper fare, le testimonianze orali della tradizione. Esempi virtuosi in tal senso sono i numerosi ecomusée sorti in Francia, nazione pioniera in materia: personalità di spicco nel campo ecomuseale è Georges Henri Rivière, che negli anni '70 ha rivestito il ruolo di direttore dell'ICOM (International Council of Museum) e ha coniato il termine "ecomusée". Un esempio dei numerosi progetti da lui sostenuti è l'ecomusée di Le Creusot/Montceau-les-Mines: Le Creusot è un comune francese di 26.000 abitanti, situato nel dipartimento di Saône-et-Loire nella regione della Borgogna. La cittadina ospita un castello (Château de la Verrerie), un' università, ed un impianto della Snecma dove vengono prodotti motori aeronautici. Sorta attorno alla fonderia Schneider, porta a tutt'oggi evidenti i segni del suo passato industriale sia nell'architettura delle case, costruite per ospitare gli operai e le loro famiglie, sia in quello che è il simbolo della città: "Le Pilon", una pressa a vapore costruita nella seconda metà del 1800 che dà a tutt'oggi bella mostra di sè, come monumento, nella piazza principale della città. L'ecomuseo si articola in una sede centrale, situata nel Château de la Verrerie a Le Creusot e in sei sedi dislocate nel territorio della comunità, chiamate "antenne": terminali di una rete che riceve e ritrasmette messaggi in forma di elaborazione culturale, di cui gli abitanti sono al contempo soggetti e fruitori. I sedici comuni che fanno capo all'Ecomuseo sono toccati capillarmente con i quattro itinerari di osservazione predisposti.
Per quanto riguarda il caso italiano, gli albori dell'ecomuseo si possono ricercare nei numerosi musei del Risorgimento e di Storia Patria che negli ultimi decenni del XIX secolo furono costruiti essenzialmente con lo scopo politico e, se vogliamo, nazionalistico, per tentare di costruire e consolidare una neonata identità nazionale comune, per altro nemmeno scaturita dalla volontà popolare, bensì possiamo dire quasi imposta dall'alto. Successivamente il bisogno quasi irrefrenabile di conoscere le proprie radici e rivalutare la propria identità di fronte alla marea montante della globalizzazione e della new economy mondiale, ha dato l'input alla creazione di numerosi altri ecomusei come ad esempio l'ecomuseo urbano di Torino, l'Ecomuseo del lago d'Orta e Mottarone, l'Ecomuseo "Lis Aganis" - Maniago Pordenone e altri numerosi esempi. Certo è, e bisogna necessariamente tenerne conto, che questa sorta di ripiegamento intimista, se vogliamo usare un termine parecchio filofico, cioè questa tendenza a richiudersi nella dimensione locale e a ricercare nell'ambito limitato e ristretto delle proprie origini l'input per rinsaldare la propria identità, non sempre e non necessariamente può avere un'accezione positiva: è un atteggiamento positivo e costruttivo se il riconoscimento dell'identità locale si somma alla consapevolezza di appartenere a una comunità nazionale; ma è altrettanto negativo se invece il volgersi delle comunità locali alla ricerca della propria identità e alla valorizzazione del proprio localismo sostituisce un'identità nazionale venuta a mancare. Se ci riferiamo chiaramente all'Italia, sappiamo tutti di quanto gli ultimi decenni siano stati e sono ancora travagliati sotto questo punto di vista e quanto ancora la linea del Po rappresenti per taluna fazione politica un confine etnico più che un corso d'acqua...
E' bene infatti porre molta attenzione ai possibili usi strumentali che il potere politico a livello locale potrebbe fare dell'ecomuseo: l'ecomuseo non nasce per esaltare gli attributi di una comunità rispetto ad un'altra, nè per generare meccanismi di conflitto tra cosa è degno di essere costudito e tutelato e cosa no. L'ecomuseo sorge casomai per rafforzare un'unità locale, ma nella piena coscienza delle diversità intese come opportunità, non come pretesto per erigere barriere territoriali o, peggio ancora, mentali.
Tornando a quanto accennato in apertura, un turista che vuole visitare un ecomuseo, è un turista che decide di voler apprendere qualcosa di una comunità evidentemente diversa da quella propria da cui proviene: naturalmente un turista consapevole deve sapere, per non trovarsi poi inaspettatamente deluso che, se è vero che tutti i potenziali materiali museali hanno una valenza culturale e storica, è anche vero d'altro canto che non tutti devono necessariamente essere conservati, studiati e divulgati. Moltissimi infatti sono i musei sorti come musei della cultura materiale (pensiamo agli innumerevoli musei della civiltà contadina... capiamo tutti che esporre una vanga e un trattore di qualche decennio fa in una cascina fatiscente non è certo un ecomuseo!!): essi si sono potuti autodefinire tali a causa della mancanza di un corpus normativo e di una programmazione selettiva nel trattamento degli oggetti potenzialmente museologici. Le esperienze pioniere straniere dimostrano invece che è fondamentale un'inventariazione sistematica dei manufatti e dei complessi produttivi che si intende fare oggetto di un esposizione ecomuseale, una selezione di essi in base al loro effettivo valore scientifico e di testimonianza e, elemento che dovrebbe essere valutato nei piani finanziari degli enti locali, la defiscalizzazione di eventuali interventi di manutenzione o restauro dei complessi di valenza storico-etnografica.
In definitiva, possiamo pensare alla nascita di un ecomuseo come al risultato di una sorta di patto con cui la comunità si prende cura del territorio.
E non bisogna dimenticare anche che il patrimonio di cui ogni comunità dispone ci è stato sì dato dai nostri padri, ma ci è anche stato prestato dai nostri figli.

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