ZONA GIOVANI
"E’ un mondo super… (teoricamente)!"

di Greta Pirovano

E’ un mondo super, teoricamente, perché in fondo l’anno nuovo è appena cominciato e siamo tutti un po’ galvanizzati ripensando ai regali di Natale ricevuti e alla folle notte di S. Silvestro in cui abbiamo festeggiato con fiumi di champagne, fuochi artificiali e musica fino a giorno, quando abbiamo riempito le nostre pance con zampone e lenticchie della fortuna. Come di consueto, si ritiene di buon auspicio che, con l’avvento dell’anno, ci sbarazziamo del vecchio ciarpame per ricominciare un nuovo anno abbandonando ciò che non ci serve più del vecchio. Peccato però che, anche se ci sembra di cominciare una nuova vita, passano pochi giorni e scopriamo che forse ci siamo anche liberati delle vecchie cianfrusaglie, ma non ci siamo sbarazzati delle preoccupazioni accumulate l’anno precedente e i problemi che ieri interessavano noi e il mondo intero non sono svaniti, ma sono ancora tutti lì come prima a esigere da noi, da noi italiani, da noi europei e dai noi umanità una soluzione.
Mi è capitato infatti che qualche giorno fa, mentre ero intenta a riporre i miei vecchi libri del liceo in un enorme baule, in soffitta, ho preso a sfogliare il libro di storia del ‘900 e i miei occhi si sono posati su una frase che campeggiava nella prima pagina del libro. E così, leggendo quella frase si sono affastellati nella mia mente in un grande flusso di coscienza moltissimi pensieri e oggi mi è venuta voglia di condividerli con i miei lettori… La frase è la seguente: “L’umanità avrà la sorte che saprà meritarsi”…Ho cominciato subito a pensare al fatto che nel concetto di umanità forse sono compresa anch’io e siamo compresi anche noi, noi che abitiamo l’Italia.
Non chiedetemi il perché, sta di fatto che la prima immagine che mi è saltata in mente è stata quella a cui tutto il mondo ha assistito qualche anno fa, quando qualcuno ha voluto dimostrare davanti ai talebani “come muore un Italiano”… da questa immagine sono scaturiti di nuovo un sacco di pensieri e la mia mente un po’ fatta a modo suo ha cominciato a riflettere su una cosa: ma perché un italiano dovrebbe essere diverso da un afghano da un americano da un africano da un indiano?... In fondo abitiamo tutti lo stesso pianeta, la Terra, e apparteniamo tutti alla stessa umanità. Allora ho cominciato a pensare che forse, dopo qualche decina di anni di vita, forse ho capito perché il mondo non si sta comportando molto bene e perché tutti pensano sempre un po’ troppo a se stessi e quasi mai a ciò che ci sta intorno, se non per far valere la nostra superiorità su altri… forse la radice di tutto ciò sta nel fatto che nessuno di noi sopporta facilmente proprio il fatto di appartenere alla stessa umanità…
Intanto, tornando al discorso di prima, non credo proprio che un Italiano muoia in modo diverso per esempio rispetto ad un afghano, anche se in questo caso la verità, quella che nessuno racconta mai, è che in fondo non c’è modo più afghano di morire che non a causa di una mina... Questa cosa l’ha sostenuta Gino Strada quando ha spiegato che la vita di un uomo che tenta di estrarre i corpi dai villaggi afghani bombardati non vale meno di quella di un pompiere di New York, nonostante la seconda sia dipinta come eroica e la prima… beh della prima sembra che all’opinione pubblica importi sì, ma non così tanto da conquistarsi le pagine dei giornali.
Il mondo sempre pronto ad indignarsi a senso unico, rispettoso e servile verso i potenti, indifferente e sprezzante verso i più deboli, spende tante parole per le vittime di una guerra ma nessuno ha mai proposto di smetterla di farsi del male a vicenda, per denaro, per potere, per un qualche dio che non sappiamo bene se esiste né dove si trova, o per la patria.
Pensiamo davvero un attimo all’Afghanistan, non per fare la morale anti Bush perché qualcuno ci ha già provato prima di me in questa stessa sede e non è stato ben giudicato, ma semplicemente perché è l’esempio contemporaneo di quanto sia stupido litigare. Guerra al terrorismo l’hanno chiamata: una specie di crociata in cui valorosi combattenti, premendo un pulsante, hanno sganciato sui villaggi qualche decina di bombe da 7 tonnellate ciascuna. Non so a voi ma a me non sembra che l’abbiano sconfitto il terrorismo! (Sempre sperando che non faranno un secondo tentativo con quegli stessi mezzi). Allora questo dimostra che Nietzsche a suo tempo aveva ragione ad ostinarsi sul fatto che la storia in fondo è un eterno ritorno: durante la guerra fredda hanno continuato per 30 anni e più a far rimbalzare al di qua e al di là della Cortina di Ferro terribili minacce di una nuova apocalisse atomica, come se i non so quanti milioni di morti e feriti del 6 agosto ’45 di Hiroshima e Nagasaki non avessero già abbastanza dimostrato che razza di disastri potesse creare l’(ir)razionalità umana. E per fortuna che teoricamente dovremmo appartenere tutti alla specie homo sapiens-sapiens, sebbene non ci sia proprio nulla di sapiente in tutto ciò. Forse l’unico sapiente in tutto questo marasma è stato ancora Einstein che dopo aver visto coi propri occhi lo sfacelo della bomba atomica ha avuto il sacrosanto coraggio di ammettere che se l’avesse saputo avrebbe fatto l’orologiaio… Ora che quella guerra fredda si ritiene finita da quando del muro di Berlino non sono rimaste che le macerie, si scopre che tutto ricomincia da capo, come se nessuno avesse mai visto né capito niente. Non è bastato nella storia un hitler che pretendeva di “arianizzare” il mondo o uno Stalin deciso a tingere di rosso l’intero pianeta; non sono bastati perché poi ecco che di nuovo qua e là si ripetono gli stessi errori: e così assistiamo imperterriti nel corso degli anni alle rappresaglie del Ku Kluz Clan, alle azioni eversive delle brigate rosse, a quelle violente dei gruppi neonazisti, alle esplosioni dei kamikaze, alle organizzazioni mafiose. Ma soprattutto si assiste all’indifferenza, come se fosse la cosa più normale del mondo camminare per le vie della città e vedere muri imbrattati con una svastica o altri orrori simili, come se non fosse per nulla strano vedere cartelloni di propaganda politica con frasi discriminatorie verso chi abita la parte di stivale al di là del Po, come se non fosse preoccupante il fatto che chi guida la nazione (la nostra, ma anche tante altre) abbia alle spalle un passato sporco ma per loro fortuna ben occultato. A volte credo proprio che in fondo quello che conta non sia tanto essere di destra o di sinistra, il punto è che forse sarebbe solo il caso di essere semplicemente civili. Esistono tanti paesi democratici, ognuno con la propria Costituzione colma di principi di un’importanza tale che nemmeno ce ne rendiamo conto e così facciamo quasi finta di nulla se in altri paesi la parola diritti nemmeno esiste nel dizionario perché tanto, eccetto chi governa, nessuno ha diritto a niente e niente spetta a nessuno. E’ un po’ come se tutti si attenessero alla morale del Candido di Voltaire, “coltiva il tuo giardino”, nel senso che tanto se entro le nostra quattro mura di casa stiamo tranquilli perché nessuno ci spara addosso non ce ne importa niente se questo invece è all’ordine del giorno in altri luoghi del pianeta, tanto la cosa non ci tocca, giusto?!
In molti ci hanno provato a far comprendere l’inutile rovina della guerra e della violenza. Mi vengono in mente Primo Levi con “Se questo è un uomo”, o Ungaretti, o Rigoni Stern, Martin Luter King, Gandhi e tanti altri ancora. Ma c’è chi non ha voluto sentir ragioni e ha continuato per la sua strada, dimostrando una cieca ambizione di potere e di espansione che accomuna inevitabilmente i signori della guerra del passato e, purtroppo, del presente. Eh sì, tanto mica ci sono andati loro in Vietnam ad armeggiare con il napalm o sul Don a fare i conti con il gelo.
Socrate sosteneva che l’uomo fa il male per ignoranza del bene: sì, avrebbe anche potuto aver ragione nel 400 a.C. ma forse ora, dopo 2407 anni, mi pare tanto una scusa appellarsi al fatto che col trionfo del relativismo non si può più sapere per certo cosa è bene e cosa è male. Io credo che si potrebbe dire che l’uomo fa il male per ignoranza. Punto e basta. Troppo tardi per ammettere altre scusanti.
Poi c’è chi va in Kenya in visita ufficiale e dopo aver osservato, a debita distanza ovviamente, che razza di vita sono condannati a vivere laggiù, ha affermato che in fondo l’aids è semplicemente frutto di un concetto sbagliato di amore. Certo siamo tutti capaci di sputare sentenze, ma di cercare le soluzioni un po’ meno. Oppure scuotiamo la testa sconsolati quando in tv riferiscono che un gruppo di autoctoni ha assaltato il villaggio turistico più lussuoso nei pressi di Nairobi: beh, grazie, vorrei vedere cosa faremmo noi occidentali civilizzati se mentre stiamo morendo di sete per colpa della siccità vediamo ricchi turisti sguazzare nell’enorme piscina (colma di acqua fresca e pulita naturalmente!) del villaggio turistico. Scusate se è poco, è semplicemente assurdo! Già, perché noi che siamo al di qua del terzo mondo ci permettiamo di dire che se la caveranno con la cultura. Beh! Perchè alla fine sono soltanto un miliardo e trecento milioni le persone al mondo che non hanno accesso all'acqua potabile e perchè il giro d'affari di un giorno delle nostre borse equivale al prodotto interno lordo di un anno dell'Africa intera.
Scusate, forse vi ho sconvolto un po’ eccessivamente con l’ottimismo con cui ho voluto cominciare questo primo articolo dell’anno… Beh, credo che i casi siano due: o davvero state riflettendo su quello che avete appena letto (il che per me costituirebbe il raggiungimento di un gran risultato!!), oppure quello che avete appena letto forse l’avete già sentito milioni di volte che ormai vi sembra un discorso già masticato e, tuttavia, mai digerito. Sì, forse è vero, in fondo sono frasi ormai vecchie, antiche quanto il mondo, il nostro mondo che ormai possiamo definire un atleta stanco, dopo 4 miliardi di anni di vita… il problema è che un atleta dopo aver raggiunto l’apice della propria carriera può abbandonare le competizioni… il mondo invece no, lui non può ritirarsi dalla scena! Il problema forse è che chi abita quella scena ha preso l’abitudine o di radicarsi sulla propria posizione arroccata senza riconoscere che ogni tanto un po’ di ricambio non farebbe poi male o di ritirarsi al minimo accenno di difficoltà, cercando soluzioni semplicistiche a problemi che di semplice non hanno nulla. Come chi pensa che per risolvere il problema dell’eccessivo disboscamento tanto vale tagliare tutte le piante e buonanotte. Oppure, tanto per fare un esempio più tangibile, chi sostiene che per risolvere il problema dell’integrazione degli immigrati con gli autoctoni basta erigere un muro che separi i quartieri degli uni da quelli degli altri. Beh, civile vero??!?
Insomma, io non vorrei dilungarmi ancora, perché credo che ognuno di noi, qualora ne abbia voglia, possa essere in grado di trarre le proprie riflessioni dalle righe precedenti. Purtroppo ho scelto un tema difficile questa volta, per cui è quasi impossibile giungere a delle conclusioni senza cadere nel banale o senza sembrare di parte. Scrivere su questo giornale significa cercare di evitare sia la prima che la seconda di queste ipotesi, cioè la banalità e la presa di posizione troppo netta.
Per questo, ho deciso di tirare le somme e trarre le fila del discorso servendomi di un brano scritto da un giornalista e poeta francese di cui magari molti di voi non avranno mai sentito parlare, ma che vale la pena di tentare di conoscere. Il suo nome è Raoul Follereau e il brano è intitolato “I fabbricanti di giocattoli”.
“Offrire ad un bambino la copia di un mitra o di una pistola, non è forse dargli un giorno l’idea di possederne uno vero? “Ma non son che giocattoli!”, direte. No, non esistono rivoltelle per ridere. Proporre ai ragazzi giocattoli che rievocano, anzi celebrano la brutalità, l’assassinio, la guerra non è forse risvegliare in loro il desiderio di una società dove la forza vince il diritto? Non fabbricate più carri armati, ma trebbiatrici, ambulanze, macchine da pompieri, laboratori scientifici… Insegnate loro a giocare alla pace.”…

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