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di Greta Pirovano
E’ un giorno come tanti, un giorno di lezione in quel di
via Bicocca degli Arcimboldi, edificio U7, uno degli ultimi giorni
di lezione, tra la fine dell’anno accademico e l’inizio
dell’ultima sessione di esami.
Cosa sarà mai un anno accademico in proporzione a una vita
intera??!?
Beh, probabilmente poco, o nulla forse, un solo anno, su altri più
o meno settanta che mi rimangono (l’ottimismo in quanto alle
mie aspettative di vita non ha limiti, evidentemente!!). Però,
è comunque vero che, preso di per sé, avulso da quel
bel pezzo di futuro che si srotola davanti, tutto acquista un altro
significato. Beh, intanto, come ha sostenuto qualche giorno fa il
mio prof di geografia del turismo, si può dire che la vita
umana è, almeno biologicamente, come una meta turistica,
cioè una sorta di curva gaussiana, in cui si articolano la
fase della creazione, poi la crescita, la scoperta e la conoscenza,
il decollo, la maturità, lo status quo equilibrato e poi
giù discendendo per la china; bene, in base a questo postulato,
per la verità un po’ troppo matematico per i miei gusti,
che inchioda la nostra vita ad una legge fissa, nello stesso modo
in cui spiaccica la suddetta curva sul piano cartesiano, il prof
diceva che noi, i suoi studenti, ci troviamo praticamente all’apice,
in corrispondenza del valore massimo sull’asse delle ordinate
e tendiamo asintoticamente non verso l’orizzonte, addirittura
verso l’infinito, pensando in ottica un po’ jim-morrisoniana.
Tutto questo discorso, che seguivo un po’ a sprazzi e a tentoni,
dato che io e la matematica ci siamo tolte il saluto anni or sono,
non era che il pretesto per arrivare al nocciolo della questione,
a cui sarebbe giunto col ragionamento di lì a poco: l’esame.
Già l’esame, perché parla parla, ma alla fine
arriva lui, quel brutto mostro di nome Esame che pende sopra ai
nostri cervelli come la spada sulla testa di Damocle, talvolta mandandoceli
in fumo questi nostri cervelli (in fumo anche nella versione “made
in Amsterdam” del termine intendo!!...), senza dimostrare
alcuna considerazione nei confronti del fatto che i neuroni sono
le uniche cellule del nostro organismo a non rigenerarsi e quindi
bisognerebbe adoperarli con cura, dosando gli sforzi che li induciamo
a compiere!
Beh insomma, sta di fatto che, di fronte alle nostre mille preoccupazioni
e richieste di chiarimenti per quello che, come se non bastasse,
non è un esame normale come quelli che sostengono tutti i
comuni mortali, bensì un esame di sbarramento, necessario
per accedere al prossimo anno accademico, il suddetto prof , sovrastato
di domande, ha zittito tutti, spento il videoproiettore, azionato
il pulsante per riavvolgere il pannello slide, abbassato la lavagna,
afferrato il gesso e disegnato un quadrato grande tutta la superficie
nera.
Pensavamo fosse del tutto sbicoccato come noi, il che, tradotto
dalla lingua Bicocca alla nostra lingua dove il sì suona,
significa partito per la tangente, dato che ormai che l’anno
volge al termine, siamo tutti un po’ cotti e lessati, proffys
compresi!!
Tra stupore e incredulità, dopo aver disegnato il quadrato,
il prof si è messo a colorarlo facendo dei ghirigori strani,
casuali, come degli scarabocchi e spiegandoci: “Vedete, ragazzi,
questo è il vostro cervello, l’ho disegnato quadrato
ma è per farvi capire che possiamo tranquillamente paragonarlo
all’hard disk del vostro pc. Avete un pc? Sì, bene!
Allora sapete che il vostro pc ha un limite: file dopo file, il
contenitore continuerà a riempirsi, fino a raggiungere la
saturazione e a quel punto diventerà sempre più lento,
fino a piantarsi del tutto e a costringervi ad alleggerirne il contenuto.
Ecco, voi dovete promettermi che non farete mai questo!!
Voi non siete un computer, che per quanto sicuramente sia in grado
di risolvere tanti problemi, sappiate che comunque non se ne sa
porre.
Anche la vostra memoria ha un limite e per questo il vostro compito
non è assimilare formule, dati, nomenclature tecniche improponibili
e quant’altro, perché se così fosse, quanto
appreso assumerebbe il valore di un usa e getta, che una volta servito
per prendere un bel voto all’esame, sparirà per sempre
con un semplice e veloce ctrl - alt - canc. Non voglio che prendiate
un bel voto al mio esame, non mi interessa niente e non sono qui
per decidere al vostro posto il corso della vostra esistenza, voglio
solo che voi impariate e ricordiate sempre nella vostra vita una
cosa:
“la cultura è tutto ciò che vi rimarrà,
quando avrete dimenticato tutto”.
Suspense, silenzio, le parole rimangono sospese nell’atmosfera,
fanno il giro delle file, delle menti, dei cuori, corde tirate di
una chitarra che vibrano all’eco dell’ultimo accordo,
alberi immoti nella brezza sospesa, assenza di gravità per
fluttuanti parole, momento di interminabile e rapidissima riflessione
interiore per realizzare il grande significato di quella frase,
pronunciata con la naturalezza dell’acqua che scorre, con
l’irruenza del tuono di un improvviso temporale estivo, con
la ferma sicurezza del fusto delle conifere e con la convinzione
del clangore di spade. E poi, improvvisamente, tacita intesa che
provoca lo scatenarsi di un enorme interminabile applauso.
No, quella non era una frase fatta, non era retorica, non era parafrasi
di versi aulici, no, era la verità.
Ci sono voluti 13 anni conclusi di scuola, almeno per me, per aspettare
il momento in cui qualcuno avrebbe smesso per un attimo di riempirci
la testa di nozioni che rispettassero religiosamente il programma
ministeriale per darci la nozione a prescindere dalla quale nessuna
scuola, nessun liceo, nessuna facoltà avrebbe senso di esistere.
Forse perché nessuno lo ha mai ritenuto così importante,
o forse perché ci hanno sempre ritenuti troppo piccoli affinchè
potessimo comprendere, o forse perchè a nessuno è
mai passato per la testa, o forse per la mancanza di lungimiranza
di chi stava dall’altra parte della cattedra, non dalla nostra.
Non so, ma mi viene in mente la trama di quel film che ha più
o meno la mia età, “l’attimo fuggente”
si intitola, ambientato a fine anni ’50 nella severa accademia
maschile Welton, nel Vermont, dove il professor Keating (Robin Williams)
insegna ai suoi allievi l'anticonformismo, stimolandoli a pensare
con la propria testa e a rendersi conto che non importa cosa si
dice in giro perché parole e idee possono cambiare il mondo.
Tutto questo tramite la letteratura e la poesia, soprattutto quella
più genuinamente americana di Ralph Wald Emerson, Henry David
Thoreau e Walt Whitman e l’invenzione della Setta dei Poeti
Estinti.
E mi è venuto in mente uno dei momenti topici del film, la
scena in cui è racchiuso tutto il significato della storia.
Il professor Keating sta svolgendo come di consueto la sua lezione,
gira per la classe e parla ai suoi ragazzi. D’un tratto torna
verso la sua cattedra e con un balzo agile ci sale sopra, in piedi,
davanti alle facce basite degli allievi. Poi chiede loro:
“Perché sono salito quassù? Chi indovina?”
Dalton, il primo a prendere parola, risponde molto semplicemente:
“Per sentirsi alto!”
Il prof lo scruta attentamente e gli dice che no, ha sbagliato.
E spiega: “Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso
che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse…
E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti???
Venite a vedere voi stessi!! Coraggio!! E’ proprio quando
credete di sapere qualcosa, che dovete guardarla da un’altra
prospettiva, anche se può sembrarvi sciocco o assurdo, ci
dovrete provare. Ecco, quando leggete per esempio, non considerate
soltanto l’autore, considerate quello che voi pensate. Figlioli,
dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate
a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto.
Thoreau dice che molti uomini hanno vita di quieta disperazione.
No! Non vi rassegnate a questo! Ribellatevi!
Non affogatevi nella pigrizia mentale. Guardatevi intorno!
Osate cambiare. Cercate nuove strade.”
Aveva perfettamente ragione, quello che vediamo, dobbiamo ricordarcelo.
Perché quel che dimentichiamo ritorna a volare nel vento…
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