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di Greta Pirovano
Remigini… piccoli bambini e bambine diplomati alla scuola
materna che, condotti per manina dal passo sicuro dei proprio genitori
si apprestano a destreggiarsi nel marasma scolastico con cui hanno
da poche settimane preso contatto.
Remigini… alle prese inconsapevolmente con lo sforzo più
grande e difficile che l’uomo possa compiere: la costruzione
di solide fondamenta di vita.
Un percorso lungo, arduo, quello dell’istruzione, della costruzione,
mattone dopo mattone, del nostro sapere, quello grazie a cui un
giorno, diplomati e laureati ci sentiremo parte di quello che si
chiama capitale umano…
Essere appena passata di grado da matricola a studentessa del secondo
anno e passare davanti ad una scuola elementare o, pardon, scuola
primaria (adesso pare si chiami così) la mattina del primo
giorno di scuola fa riaffiorare alla mente tanti di quei ricordi,
molti sepolti ormai da anni sotto chili e tonnellate di libri, di
compiti, di interrogazioni, di verifiche, ma allo stesso modo sedimentati
da non essere mai (o non ancora) andati persi.
Mi viene in mente il mio primo giorno di prima elementare e poi,
consecutivamente, con un salto temporale di ben tredici anni, i
pensieri corrono fino al primo giorno di università e poi
di nuovo senza alcun nesso logico tornano ai primi giorni di scuola
media e dunque nuovamente si librano nel cervello fino ai primi
momenti del liceo. Tutto questo susseguirsi di pensieri e reminiscenze
che viaggia sull’autostrada della memoria una volta Marcel
Proust l’aveva denominato “intermittenze del cuore”…
ricordi che noi crediamo razionalmente di avere accantonato e perso
nei meandri del nostro passato, in questo caso il nostro passato
scolastico, e invece tutto ad un tratto, un istante di immagine,
di suono o rumore, di odore ce li riporta a galla e li serve su
un piatto d’argento al nostro cervello, in modo che noi li
possiamo ripescare inconsciamente dall’angolo remoto dove
erano latenti.
Insomma, tutta questa parentesi filosofica spiccatamente freudiana,
per dire che mentre passavo in auto davanti alla scuola elementare
del mio paese, ho visto almeno un centinaio di bambini, in attesa
di scoprire cosa fosse questa benedetta prima elementare e stupidamente
mi è saltata in mente la visione della mia mitica coccarda
dei miei tempi andati di remigina: era rotonda e rosa, con un contorno
di cartapesta a ventaglio e con scritto il mio nome in stampatello
con il pennarello blu. Me la attaccò la maestra all’ormai
obsoleto per non dire arcaico grembiule bianco, spiegando che serviva
per conoscerci e per ri-conoscerci immediatamente, soprattutto per
i primi giorni di scuola. Effettivamente mi ricordo tutto del mio
primo giorno di scuola elementare, a cominciare dall’attesa
nel cortile di cui ormai rimane solo quella secolare quercia, compagna
necessaria del gioco a nascondino di noi scolaretti. A ripensarci
bene, quelle maestre avevano subito messo alla prova la nostra resistenza
psicologica: quel cortile della scuola elementare, in realtà
era lo stesso identico cortile dove fino a due mesi prima dell’inizio
delle elementari, noi bambini giocavamo, quando non eravamo ancora
remigini, ma grandi della scuola materna… insomma in poche
parole l’edificio della scuola materna era adiacente a quello
della scuola elementare, dunque i bambini dell’una e dell’altra
si spartivano il cortile. Ora, con la grande attitudine a sospettare
di tutto che a vent’anni è l’arma che si sa usare
con maggiore facilità, mi punge vaghezza che quell’attesa
in quel cortile era tutta calcolata, tutto per metterci chiaramente
di fronte al nostro destino, come per dire: “Ok, bambini,
fino a poche settimane fa il vostro posto era nell’altro edificio,
in mezzo ai giochi, ai disegni, alle corse nel prato; d’ora
in poi il vostro posto è al di qua della barricata, in mezzo
a quaderni, compiti, aule ingombre di banchi e sedie. Siete cresciuti,
non si può più tornare indietro, dopo tre anni di
strada in pianura, ora dovete imboccare la salita.” Sembra
un discorso olimpionico, della serie “uno su mille ce la fa,
ma come è dura la salita” o, con un approccio un po’
dantesco, “ahi quanto a dir qual era è cosa dura, esta
selva selvaggia e aspra e forte”.
Di quel giorno mi ricordo anche una sigla: Prima B. La mia sezione…
una lettera che evidentemente mi si è incollata addosso e
non mi ha più lasciato scampo, accompagnandomi alle medie
in una nuova sezione b e al liceo in un’altra sezione b (dopo
una breve toccata e fuga in c, causa altrui bocciature). Ero un
po’ arrabbiata però perché i miei amici dell’asilo
erano finiti tutti insieme nella A e io invece mi ritrovavo in compagnia
solo di qualche conosciuto maschietto reduce della mia scuola materna,
ma per il resto, tutti gli altri erano un branco di sconosciuti
qualunque. E mi chiedevo se fossi mai potuta diventare amica di
quelle altre bambine lì: che dubbio insensatamente infondato!
- mi viene da pensare ora, ricordando che quelle bambine sono rimaste
le mie grandi amiche per un bel po’ di tempo dopo le elementari
e che proprio due giorni fa ho passato un intero pomeriggio a parlare,
ridere, confidare e spettegolare con una di loro, la mitica Elena,
mia storica compagna dalla prima elementare alla quinta liceo e
tutt’ora mia grande amica.
Mi ricordo anche le mie maestre: Maria Teresa, una guru della grammatica
e dell’italiano a cui devo quella qualità che nel mio
lungo percorso scolastico e nell’attuale percorso accademico
spesso mi ha salvato dal baratro di un’insufficienza o mi
ha portato ad ottenere il massimo dei voti: il sapere scrivere e
parlare. Per tanti questo potrebbe non avere senso, come per me
scolaretta potevano non avere senso tutte quelle frasi da analizzare
(grammaticale logica periodo era la triade divina), quei verbi da
imparare a memoria, quei congiuntivi che sembravano così
superflui… ma come tutto ciò che di prezioso possediamo,
si scopre solo tardivamente quanto fosse importante e fa riverberare
i suoi positivi riflessi molto in là nel tempo. Di lei mi
ricordo il suo essere inflessibile, severa ma dolce in modo perfettamente
equilibrato: i suoi ordini di trascrivere 30 volte di seguito una
parola che disgraziatamente aveva un errore ortografico o una frase
a cui mancava una dannatissima acca, ma anche i suoi commenti “bravissima!”
o “molto bene!” scritti sul quaderno a caratteri cubitali
e con mille punti esclamativi con cui esprimeva tutta il suo entusiasmo
per i progressi dei suoi alunni e, di conseguenza, per essere stata
capace di lasciare una traccia del suo insegnamento.
Poi c’era Anna Maria, la maestra di matematica e di scienze.
E qui davvero casca l’asino, perché queste materie
per me sono sempre state una specie di gigantesco perché…
non che non capissi le regolette matematiche o le formule geometriche
mandate a memoria come filastrocche! E’ che proprio riempire
pagine intere di operazioni e di perimetri campati in aria mi sembrava
così insensato per non dire anche noioso che proprio mi davano
quasi la nausea. Però lei sapeva attirare la nostra attenzione
e a lei devo l’aver imparato ad avere cura di quaderni, libri
e di tutti gli attrezzi scolastici e a non lasciare nulla al caso:
dal numero di quadretti da lasciare da margine a margine, alla grechina
colorata per abbellire i quaderni (che, come sostenevo prima e come
volevasi dimostrare, strabordavano di segni, numeri e linee inutili
fluttuanti sulla carta). Con lei poi abbiamo scoperto i nomi delle
nuvole e il percorso della gocciolina d’acqua che fa tanti
viaggi su e giù nell’atmosfera fino a diventare ghiaccio
e a cadere sottoforma di grandine, disegnato la vita di Gesù
e dei suoi apostoli, imparato come nascono i bambini e trovato le
giuste risposte alle mille domande con cui i bambini, tutti curiosi,
sono capaci di lambiccarsi il cervello per giorni e giorni.
Loro due erano i nostri pilastri, quelle che ci hanno preso per
mano e ci hanno dato sostegno lungo quel primo round della nostra
salita.
C’era anche un terzo insegnante, anzi tanti terzi insegnanti
che si alternavano ogni anno, per storia, geografia e studi sociali,
che adesso mi pare si chiami educazione civica o qualcosa del genere.
Ma quello che in assoluto ha lasciato il segno è stato uno
solo: il maestro Ambrogio. L’unico che è riuscito a
togliersi lo sfizio di darmi una nota sul diario, avvenimento che
nell’anno 1995 era considerato ancora molto grave e suscettibile
di sgridata a casa (cosa che pare non accada più attualmente).
Voi non avete idea di che strano personaggio si celasse dietro quel
nome! E non dite che vi ricorda l’uomo del languorino nella
pubblicità dei cioccolatini perché siete fuori strada!...
Comunque, già alla veneranda età di 6 anni, guardando
quel personaggio entrare in classe ogni giorno, pensavo tra me e
me: un uomo… un perché…
Intanto, mentre le famose copertine plastificate con cui si ricoprivano
tutti gli altri quaderni erano di colori allegri - rosso, giallo,
verde, blu - non ho mai capito perché lui preferisse il marrone.
Poi non ho mai capito perché con tutte quelle pagine di quaderno
a disposizione dovessimo ostinarci a riempire e compilare una miriade
giornaliera di schede e schedine che puntualmente ogni bambino perdeva
o sciupava (e lì erano guai seri!). E inoltre non mi sono
mai spiegata il fatto che la sua concezione di intervallo fosse
rimanere seduti a sgranocchiare la merendina e non fare una corsa
come tutti gli altri bambini delle altre classi. Ironia della sorte,
questo personaggio insegnava anche ginnastica!!!!
A parte questi misteri irrisolti, anche lui ci ha lasciato qualcosa
(a parte l’indolenzimento per il troppo tempo passato seduti
dietro al banco!); ci ha insegnato che esistono delle pietre miliari
da cui nessuno può prescindere e che quindi è importante,
anche se può sembrare noioso o addirittura banale, conoscere
a memoria le regioni d’Italia e i cinque continenti, sapere
che i nostri nonni hanno vissuto una cosa che si chiama guerra,
imparare che per stare bene insieme ognuno deve rispettare delle
regole e rispettare gli amici, i compagni, gli insegnanti.
Delle elementari, come dell’intera esperienza scolastica,
si ricorda tutto, anche i particolari insignificanti: io mi ricordo
che i banchi erano sempre a ferro di cavallo, o meglio, solo i primi
tre giorni di ogni anno, perché poi le maestre finivano sempre
per scoprire che eravamo tutti della grandi zabette e non avremmo
chiuso il becco un minuto se avessero continuato a lasciarci fianco
a fianco e addirittura di fronte! Poi ricordo le grandi aule e il
pavimento di marmo smerigliato della vecchia scuola e poi l’immancabile
odore di nuovo quando ci siamo trasferiti nella nuova scuola, con
le sue finestre a nastro tutte nuove, i banchi lindi e l’agorà,
una specie di anfiteatro riservato alle recite o alle manifestazioni
che chiamavano in causa tutti i bambini. Mi ricordo i primi voti,
che non erano ottimo distinto buono sufficiente e neanche 6, 7,
8, 9, 10… semplicemente erano A, B C, D, E e via dicendo;
le pagelle che si aspettavano con un’ansia tremenda anche
quando si sapeva che non c’era da preoccuparsi; i pranzi alla
mensa con quel buonissimo budino al cioccolato che non esisteva
da nessuna altra parte; gli intervalli interminabili passati a giocare
ai personaggi dei cartoni animati o a programmare un futuro di carriera,
chi come maestra, chi come dottore, chi come parrucchiera…
e chi come spice girl.
Ricordi molto nitidi sono anche quelli delle famose recite, per
le quali tutti i bambini si preparavano con la stessa passione che
ci avrebbe messo un attore di Hollywood al suo debutto e le canzoni
per lanciare un messaggio, come quando le maestre erano riuscite
a farci imparare per intero una canzone di Gianni Morandi, “Si
può dare di più”…
Il mio percorso scolastico è stato lungo, a volte tortuoso
ma neanche troppo, divertente e impegnativo allo stesso tempo, sempre
in salita, a volte in pianura, ma mai in discesa.
Ora forse ho capito perché le maestre avevano tanto insistito
con quella canzone… perché forse, ora che ci penso,
è la perfetta colonna sonora delle avventure di chi passa
i primi vent’anni anni della propria vita dietro un banco
di scuola…
“Ma se afferri un'idea
che ti apre la via
e la tieni con te
o ne segui la scia,
risalendo vedrai
quanti cadono giù
e per loro tu puoi
dare di più…
Si può dare di più
perché e' dentro di noi,
si può osare di più
senza essere eroi…”
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