ZONA GIOVANI
"Botte di vita"

di Michel Vuillermoz – Greta Pirovano

Avere vent’anni… Dite voi: ad averne eh? Bravi, indovinato. Lo sappiamo che siete dei curiosoni (non preoccupatevi, ormai vi conosciamo) e avete già puntato l’occhio sulle firme: perché due firme?? Risparmiare carta?? Errata corrige?? No, qua chi scrive è un team, non più una sola persona, ma più teste, più mani e soprattutto più esperienze. Le esperienze di due persone, due vite molto diverse ma che si sono attorcigliate intorno a punti comuni. C’è chi ha 17 anni, chi ne ha 23, il che fa in media giusto 20. Ora, cosa significa questo nella società di oggi?
Semplice, significa che siamo il target di riferimento, quelli che dovranno inventare il mondo di domani e quelli su cui sperimentare tendenze.
Negli anni 60, se pensate ai giovani è quasi scontato che vi vengano in mente i Beatles, negli anni 70 i figli dei fiori, negli anni 80 i figli di quell’urlo di Tardelli (magro) nella finale mondiale di Spagna 82, negli anni 90? Eh, negli anni 90? Bella domanda! Il primo che alza il ditino e confabula qualcosa dicendo che siamo assimilabili alle Spice Girls, ai Backstreet Boys o a qualche altro fenomeno da baraccone stia attento che giriamo spesso con un paio di tenaglie di ordinanza. Sapete com’è, per le emergenze. Perché in fondo siamo stufi di vederci omologati in un senso o nell’altro. Qualsiasi cosa si faccia viene vista come l’emulazione di un personaggio famoso. Qualche teenager poco intelligente avrà fantasticato sui capelli biondi e gli occhi azzurri di Nick Carter, il belloccio (si fa per dire) dei BsB, oppure avrà sognato un futuro da velina… Ma poi crescendo tutto ciò diventa frivolo e opprimente, un vestito troppo stretto, che non ci va più bene perché siamo diventati grandi e forse ci si sente più portati a riflettere, magari proprio sull’utilizzo indebito di ciò che si fa dei fenomeni che il business crea: Volete un esempio? Bello lì, su un vassoio d’argento: a Londra, nel museo delle cere Madame Tussaud’s, il presepe l’hanno e si sottolinea LORO l’hanno fatto con David Beckham e consorte… Non chiedeteci se il povero Gesù bambino avesse le orecchie di Carlo e la bellezza scultorea ed eburnea di Camilla… Bleah!
Certo, è vero, stiamo vivendo in una società che sbanda pericolosamente da un eccesso ad un altro, che ha bisogno ogni giorno di più di avere per forza qualcosa da raccontare, soprattutto qualcosa di eclatante, perché se non lo è non vende, in termini commerciali. Basta, non se ne può più.
La politica regala futili discussioni ogni giorno. E pensare che spesso i giovani vengono criticati perché non si mostrano interessati alla politica, che è quella che dovrebbe far girare il mondo: scusate se è poco, ma se il mondo gira così, fermatelo, noi scendiamo! La televisione poi propone fenomeni da baraccone, surrealismi e insulsaggini demenziali che nel vuoto generale finiscono per passare come gente da imitare, la società che ci viene reclamizzata andrebbe bene forse per fare le pulizie alle toilettes della metropolitana di Milano… sempre che qualcuno tra quei capaci di tutto ma buoni a nulla ne sia capace.
C’è un film, uno di quelli che al loro tempo hanno sfondato in quanto qualcosa di nuovo e non di riciclato, che si chiama “Ghostbusters 2”. In una scena in tribunale, per rispondere a un’interrogazione di un avvocato dell’accusa, un acchiappafantasmi, sotto giuramento, risponde così: “Cocchina, se qualche volta piove m***a, e qualcuno deve metterci un ombrello, e chi chiamerai?” Bella domanda. Lì la risposta era implicita, gli acchiappafantasmi, qui chi la sa la risposta? O ragazzi se qualcuno la conosce non sia timido perché ancora non siamo cannibali. Promettiamo di rispettare la privacy del novello vate, purchè ci illumini.
Ora, guardate i temi della maturità di quest’anno: lo Tsunami. Terrificante. Anche come tema da fare. Immaginatevi la stragrande maggioranza a fare, sei mesi dopo, il resoconto di quel 26 dicembre. Già, perché più che dire che la natura non va sfidata, che va rispettata, conosciuta, dove vai a finire in un tema del genere? A dire che, per fortuna, noi quando di là 150000 persone e forse di più stavano morendo eravamo nel nostro lettone a casa ad ammirare i regali ricevuti a Natale! Si finisce per cadere nella banalità di un’insulsa discussione, del tipo che è compito dei paesi industrializzati, quelli che più o meno giustamente (fate voi) vengono definiti first comers, di aiutare chi sta peggio, ma va a finire tutto in politica! Cavolo, seguite il nostro dito: lo Tsunami è colpa del terremoto, il terremoto crea un’onda, l’onda si sveglia di colpo e corre a riva, a riva ci hanno costruito gli occidentali gli alberghi per loro, loro, gli occidentali, sono là spapparanzati al sole, il sole è lassù che si gode tutto lo spettacolo, lo spettacolo è il fatto che gli occidentali che hanno fornito i capitali per costruire gli alberghi (che rendono) hanno avuto il braccino corto e hanno pensato che investire su un sistema di allarme in caso di Tsunami fosse solo un investimento a perdere. E a perdere sono stati i 175000 morti che dallo spettacolo sono stati travolti e che di colpe non ne avevano. Punto.
Avete visto dove è finito il dito? Lasciamo stare. Insomma, non ci vogliono cinque anni di scuola superiore per arrivarci… basta un po’ di testa! Per fortuna i signori del Ministero si sono risparmiati il tema sul Papa, altrimenti chissà cosa sarebbe potuto uscire.
Pensate che bello, 482000 temi in stile Bruno Vespa. Allucinante.
E poi è uscito il classico Dante. Uno che è sepolto dal lontano 1321 e sono 700 anni che non lo si lascia in pace. A torto o a ragione, si intende, questo poco importa.
Ma ve lo siete mai chiesti perché? Porca miseria, è stato l’unico, dico l’unico, che in 700 anni di lingua italiana ha preso in mano una penna e ha trovato il coraggio di mandare qualcuno all’inferno. L’unico! In 700 anni! No ma vi rendete conto? Manzoni ci scriveva la storiella di una poveretta che sta con un povero cristo, che gli arriva il Marco Ranzani di Cantù spagnolo col Cayenne Turbo e gli dice di no. Ma chi l’ha mai vista una cosa così! Manca la De Filippi, ma all’epoca era ancora troppo simile a una donna e non se la filava nessuno. E invece no. Dante prende un papa e lo mette all’inferno. Poi mentre è a funghi si perde in un bosco e trova un tale che per riportarlo a casa gli fa fare anche una scappata in Cina perché, come si sa, è la via più breve. Ma questo non conta: lui ha fatto nomi e cognomi, pensate che con la velocità dell’italica giustizia ci sono ancora gli eredi che si querelano. “Io no! All’inferno vacci tu!” E gli avvocati gongolano.
Immaginatevi se Dante nascesse oggi. E’ nato nel 1265, prendetelo e portatelo avanti di 700 anni. Fatelo nascere nel 1965. Due anni dopo il Vajont, con quei 2000 morti grazie a qualche mente non illuminata (che per una società elettrica è dir tutto). Ok, lui non c’era. E allora partiamo dal 1965. Cosa avrebbe visto? Avrebbe visto l’uomo sulla Luna, avrebbe visto il Vietnam, avrebbe visto la guerra fredda, la Cortina di Ferro e la Cortina d’Ampezzo, sempre che avesse grana, avrebbe visto un Papa polacco, avrebbe visto l’attentato al Papa polacco, avrebbe visto cadere il muro di Berlino, si sarebbe abbonato alle partite casalinghe della Fiorentina, avrebbe visto l’undici settembre 2001, l’amico Euro, amico per tanti ma non per qualcuno, avrebbe visto l’Afganistan, l’Iraq, l’Europa che perde pezzi per colpa di tutti, avrebbe visto Lance Armstrong vincere 6 Tour de France e Pantani perdere la gara con la sua vita, ne avrebbe viste di cose. Ma quante ne avrebbe capite? Quante sono le cose che hanno un senso, che non rasentano la follia? Poche, in effetti. Ok, diciamolo, anche alcuni personaggi di Dante erano un po’ folli, il viaggio di Ulisse era folle (o forse era un turista fai da te con poca esperienza, zero fortuna e soprattutto niente GPS) , ma almeno lui ha provato a conoscere qualcosa di nuovo e di diverso da tutto ciò che offriva la società da cui veniva. Ed è finito all’inferno… Bello, bravo Dante!! “Perché si è spinto troppo oltre” Eh? Aiutiamo la gente a progredire! E poi Paolo e Francesca. Aah! I “costantini” dell’antichità. Leggevano un libro poverini, insieme e via alla passione.
Due domande: uno, il libro era di Rocco Siffredi? O forse un romanzo harmony? La seconda non era importante e allora ce la siamo scordata… Però vedete che c’è una morale: li hanno sbattuti giù in qualche girone dell’inferno, mica in televisione!
Ora, è difficile raccontare questo mondo, questo insieme eterogeneo di anime, perché comunque in fondo questo è. Però bisogna tentare di descriverlo comunque. E allora da dove si comincia? Si comincia dal fatto che è necessario che la nostra generazione, quelli che oggi hanno vent’anni, debba per forza fare di tutto per fare meglio di quelli che ci hanno preceduto. Non è un formale atto di accusa nei confronti della generazione oggi al potere, quanto piuttosto la presa di coscienza che forse dovremo metterci del nostro per superare le cose che ci sono state insegnate, perché a quanto pare molte tra quelle non hanno funzionato.
Ora, immaginatevi voi un povero africano che prende una parabolica e accende la televisione su un qualche canale televisivo italiano, uno qualsiasi, non facciamo distinzioni altrimenti ci accusano di imparzialità… Non ne usciamo molto bene. Se la tv è mercato e il compito del mercato, secondo le leggi del marketing, è offrire esattamente ciò che il customer, cioè il cliente cerca, allora c’è da preoccuparci.
Viene venduto di tutto, dal presunto dolore, ai materassi, dalla pseudocultura, alle pentole, senza contare gli innumerevoli Ridge e Brook delle soap opera. Ma sarà il caso che prima o poi ci si dia una regolata perché la vita è un’altra cosa. Sì insomma, la vita non è un film. Purtroppo per alcuni e per fortuna per altri, non siamo ancora così degradantemente idioti. Vi è una triste carenza di cultura, ma non di quella scolastica, anzi. Le nozioni delle scuole, sempre le stesse, più o meno si sono recepite.
E’ la cultura che la scuola non ci insegna, che manca. E’ quella che si impara dalla vita, anche da quella degli altri, ma che bisogna avere voglia di apprendere, e la cosa non è scontata. E se si è arrivati a questi punti è anche a causa della generazione precedente la nostra, quella che a suo tempo definiva “matusa” chi usava un po’ il cervello e poco il cuore, quella che si reputa migliore di noi, ma che non ha argomentazioni per sostenere tale tesi.
Quando hai vent’anni dentro hai due posizioni: da una parte vuoi correre dietro ai sogni, dall’altra ci sono dei muri che capisci ti impediranno di farlo. Non è che si cerchi l’infinito, ma almeno di abbattere il muro che separa dall’orizzonte, questo sì. Certo è dura, perché esiste una strana diffidenza in tutto ciò che è nuovo, come se il presente fosse perfetto e non dovesse essere migliorato.
Ma non per questo bisogna smettere, anzi. Occorre andare contro ai muri, occorre provare ad abbatterli, perché troppa gente prima di noi non l’ha fatto, con il risultato che è sotto gli occhi di tutti. Ma, per favore, smettetela di omologarci in tutti i modi: non ne possiamo più di essere considerati la ruota debole del carro. Finiamola una volta per tutte di dire che i giovani sono senza valori, che non si preoccupano di niente, che vivono nel loro bel mondo dorato alle spalle dei genitori perché questo non è vero, anzi. Se le cose stanno in qualche modo così è a causa di decisioni prese dalla generazione prima della nostra, da quella generazione che oggi è espressione dell’attuale classe dirigente.
E la generazione che critica noi è la stessa che ha eletto politici corrotti, che ha fatto guerre assurde o non le ha fermate perché non c’era da guadagnarci niente, che ha permesso a un parvenu qualunque di proclamarsi il padrone di tutto e di tutti, che non ha saputo fare scelte lungimiranti. Ora quelle scelte si pagano e in modo salato e, siccome ognuno è in qualche modo espressione del milieu nel quale vive, si ripercuotono anche su di noi.
Oggi troppa, troppa gente attribuisce importanza all’immagine, tralasciando la sostanza. Non siamo più quello che siamo, quanto piuttosto quello che appariamo.
E non è bello. La moda attuale la conoscono tutti, è fatta non solo più di abiti, ma di bodyart, come la chiamano, di tatuaggi e piercing, di ricerca effimera di distinzione, sempre a livello di immagine. Si può essere pro, si può essere contro, ma è ora di smetterla una volta per tutte di guardare una persona tatuata come un poco di buono. Ok, ammettiamo pure che i tatuaggi faccian male anni dopo che li hai fatti, ma per quello che ricordano e che i piercing siano esplicita volontà di esibire uno status symbol, visto che è così che vengono definiti: ognuno faccia le sue scelte, ma occorre guardare alla sostanza. Se poi si pensa che i presunti bacchettoni odierni sono nientemeno che quelli che si strappavano i capelli per i Rolling Stones, il cui leader, Mick Jagger, tutto può essere considerato tranne che uno stinco di santo, viene quasi da sorridere.
Chissà chi ci metterebbe un Dante moderno all’inferno oggi? Magari un presidente americano con il vizietto dell’unilateralità, oppure qualche politico, o magari un terrorista creato dall’occidente che poi si è ribellato al proprio creatore? Sapete com’è la storia, nel 1300 non c’era l’omino coi nei a dare le notizie in seconda serata, sfregandosi le mani e le notizie viaggiavano poco e lentamente. Oggi invece galoppano, il problema è che viaggiano solo quelle che si vogliono far circolare… E non serve dire che non è un gran passo avanti.
Allora in mezzo al deserto occorre trovare qualcosa per sdrammatizzare, come se ridendoci su si risolvessero i problemi. Almeno il buon umore non manca, il problema è che ormai i comici in circolazione sono tanti, davvero tanti, soltanto che la distinzione tra comici e pagliacci è sempre più sottile.
Se siete arrivati a leggere fino a qui e vi state chiedendo chi ce lo faccia fare, beh allora ve lo diciamo, chiaro e tondo. Vedete, ce lo fa fare la voglia di credere in quella beata cosa che si chiama democrazia, ovvero quel bizzarro sistema per il quale si garantiscono almeno sulla carta il rispetto delle posizioni, delle idee e delle convinzioni.
E’ una sfida innanzitutto con noi stessi (e non a caso questa volta siamo in due), per cercare di dimostrare che non siamo dei giovani burattini da giostrare come volete; vi appariamo come la generazione degli sms che soppiantano le lettere d’amore, ma forse non sapete che dietro ai nostri jeans sbiaditi, al nostro modo di esprimerci, alla nostra musica che non teme assolutamente il confronto con quella di chi ha passato gli ‘anta, crescono dei sentimenti che alimentano passioni, sogni e ambizioni. Noi vogliamo solo dirvi una cosa: la vera autenticità non sta nell’essere come si è, ma nel riuscire ad assomigliare il più possibile ai sogni che abbiamo di noi stessi…

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