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di Greta Pirovano
Milano, stazione Greco Pirelli.
Una studentessa al secondo anno della facoltà di biotecnologie
scende dal treno e si appresta come tutte le mattine a varcare l’ingresso
della sua università, la Bicocca, per sostenere un esame.
Cammina con un passo svelto, che denota un pizzico di ansia, tipico
di uno studente che sta per affrontare un esame.
Da lontano vede un gruppo di studenti accalcati vicino ad un muro,
si avvicina anche lei stranita e facendosi largo tra la folla fino
a che il suo sguardo, un po’ offuscato dalla nebbia mattutina,
si posa sulla scritta che campeggia sul muro.
Sembra ancora fresca, fatta con uno di quegli spray color verdognolo
e recita testuali parole: “nessun essere vivente testato in
laboratorio. Fuoco alle biotecnologie!”.
Si strofina gli occhi, pensando di aver sbagliato a leggere, quindi
rilegge di nuovo, sillabando quasi ad alta voce, ma le parole sono
sempre le stesse.
Allo sconvolgimento iniziale si sostituiscono subito una serie di
interrogativi a cui però nessuno può ancora rispondere:
ma chi ha potuto scrivere una simil cosa? E per quale motivo? Tutti
se lo chiedono, specialmente gli studenti diretti interessati, gli
studenti che frequentano proprio la facoltà di biotecnologie.
Sono allibiti e mentre commentano tra loro lo spettacolo che si
sono trovati di fronte questa mattina, vengono raggiunti dagli studenti
di scienze matematiche fisiche e naturali, anche loro increduli:
anche l’edificio della loro facoltà è stato
decorato con un simpatico slogan: “Studenti di scienze: cervelli
omologati”.
La situazione è quasi comica, eppure non è uno scherzo
di Carnevale e nemmeno un pesce d’aprile!
Qualcuno dice che sia stato qualche ambientalista fissato, ma l’ipotesi
viene subito scartata: non è propriamente nello stile di
Greenpeace imbrattare muri con frasi sconnesse.
Qualcuno pensa ad un gruppo di anarchici contrari alla nascita di
una sorta di lobby dei ricercatori, altri invece pensano a qualche
moralista conservatore dalle vedute assai limitate.
Ma il problema non è il chi e il come, bensì il perché!
Certo non è sicuramente confortante pensare che c’è
chi ancora crede nel mito dello scienziato pazzo, quella super mente
burbera e roboticamente scientifica che passa giorno e notte in
un freddo e grigio laboratorio inventandosi gli esperimenti più
strani, in barba a qualsiasi principio se non etico, perlomeno morale.
Oppure c’è chi forse ha preso Mary Shelley un po’
troppo alla lettera, leggendo il suo romanzo Frankenstein o guardando
l’omonimo film in cui un magnifico Robert de Niro interpreta
il ruolo di una specie di mostriciattolo dalle sembianze quasi umane
o, a seconda dei punti di vista, se preferite, un uomo dalle fattezze
mostruose, creato dal dottor Victor von Frankenstein per mezzo di
esperimenti illeciti ed eticamente condannati. La “creatura”,
così denominata, sarebbe infatti il simbolo vivente del delirio
di onnipotenza dell’uomo, che vuole dimostrare di essere anche
lui creatore e quindi rendersi simile a Dio…
No, ma forse il paragone con Frankenstein è un tantino eccessivo
e allora proviamo a rendere l’idea con qualcosa di più
leggero, tipo Ernst Theodor Hoffman e il suo fantomatico uomo di
sabbia, lo scienziato ignoto che strappa gli occhi ai bambini disubbidienti
e li utilizza per dare vita in laboratorio a strani esseri, come
la graziosa e seducente bambola meccanica di nome Olimpia che fa
innamorare il giovane umano Nathanael.
Robe da matti, detto così sembrerebbe uno di quei tanti videogames
per giovani perditempo che nutrono un’oscura passione per
il macabro, oppure la trama perfetta di un film horror.
Ma non usciamo troppo dal seminato con esempi letterari che conferiscono
un tono poeticamente enfatico all’argomentazione di partenza:
già, perché a fondo di certi slogan, dove per slogan
si intende “il minimo linguaggio col massimo significato”,
come disse una volta Ezra Pound in merito alla poesia, ci sta un
problema di fondo.
E sapete qual è il nostro problema di fondo?? Sempre lo stesso:
l’ignoranza.
Senza prendere questa affermazione come uno slogan, pensiamo un
attimo ai numerosi quanto, presidente mi conceda l’aggettivo,
idioti luoghi comuni di cui si nutrono le mediocri menti e su cui
si fondano le arretrate mentalità.
Ne volete un esempio?? Eccolo qui, servito su un piatto d’argento:
ogni giorno si sentono famose personalità pubblicamente conosciute
e non le quali, con parole altisonanti tipiche della loro arte oratoria,
si ingarbugliano in merito a questioni che riguardano le biotecnologie,
facendosi banditori di idealità etico morali che sfiorano
il surreale, senza essere nemmeno minimamente al corrente di cosa
siano le biotecnologie. Il fenomeno dell’ignoranza dilagante
lo definirei, paradossalmente direttamente proporzionale al progresso:
siamo nel ventiduesimo secolo, il secolo dell’ high tech e
dell’avanguardia e ancora non distinguiamo la ricerca scientifica
autentica dalle bugie dette da chi di scienza non capisce proprio
un tubo.
E allora cominciamo proprio da qui a tentare di fare un po’
di chiarezza in quel marasma generatosi nell’ormai opportunistica
opinione pubblica. Cominciamo col chiarire un concetto ancora non
del tutto trasparente e cioè cosa diavolo sono queste benedette
biotecnologie (scusate l’ossimoro tra diavolo e benedette,
consideratelo un modo per rimarcare l’ambiguità del
moderno modo di pensare…).
Dicasi biotecnologie, e mi scusino gli uomini di scienza per lo
scarso rigore scientifico, tutte quelle tecnologie che usano organismi
viventi, o parti di essi allo scopo di produrre prodotti utili all'uomo,
di migliorare piante ed animali o sviluppare microrganismi utili
per usi specifici.
Qualcuno potrebbe contestare il fatto che la definizione non è
chiara: gli uni mi diranno che è troppo blanda e semplicistica,
gli altri mi accuseranno di uso di parole troppo vaghe che solo
gli esperti possono comprendere.
Ok, accetto le critiche (ma solo quelle costruttive) e mi impegno
a fare qualche esempio concreto per rendere l’idea, sempre
tenendo conto del fatto che non è per niente vero che le
biotecnologie sono nate negli ultimi tempi grazie alle innovazioni
introdotte negli ultimi decenni, bensì esistono da migliaia
di anni.
Pensate alle civiltà mesopotamiche o agli egizi che già
conoscevano tecniche di fermentazione atte alla produzione di birra,
piuttosto che alla lievitazione del pane.
Si può dire che il padre della biotecnologia sia il signor
Pasteur (parliamo della seconda metà dell’ ‘800),
scopritore dei cosiddetti enzimi che fanno lievitare le torte (e
non solo), seguito dal suo pressoché contemporaneo Gregor
Mendel (e tutti si chiederanno: “Chi?? Quello dei piselli??
Risposta: “Sì, proprio lui!”, il monaco che passando
le sue giornate a fare incroci tra piante di piselli ha inconsapevolmente
scoperto quella che più tardi sarebbe stata chiamata meiosi,
ovvero quell’importantissimo processo da cui tutti noi deriviamo
imprescindibilmente (perché tutti noi siamo stati generati
dallo spermatozoo birichino che si è intrufolato nella cellula
uovo della mamma).
A seguire viene Francis Collins, coordinatore del progetto genoma
umano che approderà più tardi alla mappatura del genoma,
cioè dell’insieme di caratteri genetici che caratterizzano
ogni singola persona; e poi Fleming che con la scoperta della penicillina
ha posto le fondamenta per la creazione di antibiotici, quelli che
noi ingurgitiamo spesso senza sapere cosa ci sta dietro ad un cucchiaio
di sciroppo o ad una pastiglietta microscopica; si procede poi con
Griffith e il suo importante studio sui batteri; il duetto Watson
e Crick, di capitale importanza per la scoperta del processo di
duplicazione del DNA (per intenderci, la famosa doppia elica che
contiene tutte le informazioni genetiche che determinano le nostre
fattezze esteriori e interne); la tecnica del DNA ricombinante,
applicazione che permette per esempio la produzione dell’insulina
(e i diabetici ringraziano!!), fino ad arrivare alla moderna ingegneria
genetica, che permette di modificare il patrimonio genetico di un
organismo, uomo compreso.
Certo la parola stessa ingegneria genetica potrebbe dare l’idea
di qualcosa di negativo, come una minaccia all’equilibrio
naturale dell’ambiente e di chi in quell’ambiente ci
vive. Spesso infatti si pensa all’ingegneria genetica come
ad un insieme di obsoleti meccanismi atti per esempio ad ottenere
produzioni alimentari più redditizie ma carenti di qualità,
i famigerati ogm, che mandano in bestia i poveri contadini alla
Zio Tobia e non si considera o si ignora direttamente che tramite
la terapia genica si possono correggere gravi malattie genetiche.
E’ proprio questo chiamiamolo agnosticismo scientifico (faccio
notare che ho semplicemente usato un termine un po’ più
elegante di ignoranza) che fa sembrare tutto ciò un’alterazione
del nostro mondo e ha generato gravi problemi di carattere etico,
sociale ed ecologico.
Non ho certo la pretesa di elaborare un trattato sulle biotecnologie
e sulle sue implicazioni bioetiche, anche perché le mie modestissime
conoscenze scolastiche sull’argomento non me lo permetterebbero,
piuttosto mi piacerebbe che si potesse fare pulizia delle false
credenze e dicerie che aleggiano intorno ad una materia come la
biotecnologia, sicuramente complessa da capire, ma d’altro
canto diventata ormai parte della nostra vita quotidiana.
Forse l’appellativo di “cervelli omologati” più
che agli studenti di scienze dovrebbe essere rivolto a chi con le
scienze non ha nulla a che fare, ma pretende di avere le verità
scientifiche in pugno e di cambiarle arbitrariamente a suo piacimento
a seconda delle circostanze.
Questo sì che può essere definito un tentativo di
omologazione, cioè un tentativo di far credere alla gente
comune cose vere solo in parte, facendo come si suol dire “di
un’erba un fascio”.
Insomma, smettiamola di pensare che gli scienziati e i ricercatori
si divertano a fare a fette gli embrioni, a vivisezionare gli animali,
a clonare le pecorelle Dolly, a inventare frutti e ortaggi di tutte
le forme e di tutti i colori… non è così, la
società senza ricerca avrebbe i minuti contati e forse sarebbe
il caso di dare i giusti meriti alla ricerca, di sostenerla, piuttosto
che incastrarsi in questioni che vanno oltre la percezione concreta
delle cose e si irrigidiscono in modi di pensare standardizzati,
in nome di un partito, di una fede, di credenze prive di alcun fondamento.
Il mio è l’appello di una giovane studentessa a cui
non sono mai andate troppo a genio le materie scientifiche, ma che
sta cercando di comprendere, seppur con difficoltà “ciò
che ci sta dietro”. E sapete cosa sto imparando?? Mi sto rendendo
conto che in fondo non è importante conformarsi a quello
che si dice in giro, a quello che pensa la massa e a ciò
che tentano di inculcarci coloro i quali in virtù del ruolo
che ricoprono nella società pensano di poter plasmare a loro
piacere la nostra mentalità. Siamo o non siamo una civiltà
in divenire?? E allora se davvero lo siamo e se davvero vogliamo
progredire, invece che regredire attraverso il labirinto delle convenzioni,
proviamo ogni tanto a ragionare con la nostra testa, con il nostro
cervello, a pensare secondo ciò che ognuno di noi è
veramente dentro di sé e non in base a degli schemi prefissati
che si identificano in una certa ideologia politica o religiosa
che sia. Abbiamo un cervello per capire e una mente per pensare
in modo autonomo: non sprechiamoli e usiamoli una volta per tutte!...
Balzac una volta disse che la chiave di tutte le scienze è
il punto di domanda: e dunque, anche se non siamo scienziati, proviamo
a porci delle domande e a dubitare di ciò che a volte siamo
costretti ad assorbire e ad accettare così com’è,
cominciamo a chiederci il perché delle cose, ad indagarle
a fondo con tutti i mezzi possibili. Solo così eviteremo
di incorrere in grossolane omologazioni… perché molte
parole non sono mai indizio di molta sapienza…
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