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di Greta Pirovano
Si sente spesso in televisione o sulla carta stampata, nel mondo
di internet o sui libri di imprese che delle persone scelgono di
compiere per raggiungere gli obiettivi o i traguardi più
disparati, per dimostrare qualcosa ad altre persone a loro vicine
o al mondo intero: imprese più o meno coraggiose, più
o meno ai limiti del rischio, mosse dalla voglia di sentire una
scarica di adrenalina o di spingersi oltre i confini del quotidiano,
ma comunque imprese tutte dotate di una buona dose di avventura.
Non tutte queste imprese sono destinate a finire sulle prime pagine
di un quotidiano o tra i titoli di un telegiornale, alcune sono
semplicemente esperienze fuori dal comune, ma che comunque hanno
un’importanza enorme per chi le compie e a volte possono positivamente
segnare il corso della vita di una persona o il suo modo di pensare
e vedere alcuni aspetti della propria vita e di quelli degli altri
con cui si viene a contatto.
Se dovessi sforzarmi di trovare nei miei ventuno anni di vita vissuta
qualcosa di simile, in quanto a contenuto e a sensazioni suscitate,
con quello che ho appena descritto, non può fare a meno di
venirmi in mente un ormai lontano giorno di inizio agosto di sei
anni fa, quando mi sono ritrovata a dover fare i conti con una realtà
molto diversa e proprio per questo affascinante rispetto alle realtà
che fino a quel momento, il che vuol dire nei primi quindici anni
di vita, avevo avuto modo di vedere coi miei occhi o di conoscere
sui libri di scuola e del liceo.
Mi riferisco ad una piccola cittadina situata a svariate centinaia
di chilometri ad Est rispetto alla mia fissa dimora, in prossimità
del confine tra la Polonia e la limitrofa Bielorussia, di nome Terespol…
Ovviamente in questo caso i “riferimenti a fatti e persone”
non sono affatto puramente casuali e immagino che un po’ delle
persone che stanno leggendo ora, abbia capito esattamente a cosa
mi riferisco.
Mi riferisco a quel giorno in cui abbiamo dato ufficialmente inizio
ad una nuova avventura verso cui tutti nutrivamo grandi aspettative,
con il beneficio del dubbio di chi si appresta ad intraprendere
un’impresa senza ancora rendersi conto della sua grandezza.
Ed è stato così che un lungo serpentone di case con
le ruote si è incamminato lentamente ma agilmente verso le
frontiere dell’Est: un esperimento deciso un po’ per
scommessa, un po’ per sfida nei confronti dell’ignoto,
programmato da mesi, che finalmente prende avvio, settimane di intenso
lavoro e collaborazione a spola tra l’Italia e San Pietroburgo
rimbalzando per Mosca, scartoffie, passaporti, visti e documenti,
programmi, nomi, informazioni, itinerari definiti e ridefiniti,
bagagli e attrezzature del mestiere… il mestiere del camperista
ovviamente!
Se i nostri vent’anni dobbiamo festeggiarli anche qui sulla
carta stampata, forse il modo migliore è ricordare i momenti
migliori, i più indelebili, i più caratteristici che
rappresentano una pietra miliare della nostra storia, come il viaggio
alla scoperta dell’Est. Anzi, per l’esattezza dovrei
usare il plurale, perché un viaggio solo, per scoprire la
terra della steppa sconfinata, non sarebbe certo bastato e così
qualcuno di noi, compresa chi scrive, ha sentito la necessità
o meglio il desiderio di ritornarci di nuovo.
E’ comunque difficile raccontare a parole ciò che io
e i miei circa duecentocinquanta compagni di viaggio, se contiamo
la prima esperienza, la seconda e pure la terza sulle rive del fiume
Don e tra i girasoli dell’Ucraina, ricordiamo come fosse ieri.
Sarebbe difficile rendere a parole la soddisfazione di aver oltrepassato
la prima frontiera per approdare in Bielorussia, nella città
di Brest per poi giungere fino a Minsk, la seconda per mettere piede,
anzi per mettere ruote ad essere corretti, in Russia, e poi l’arrivo
a Mosca immersi nel traffico della circonvallazione tra le auto
guidate dai Russi indisciplinati al volante. Poi, una settimana
dopo, l’arrivo a San Pietroburgo con la piazza del Palazzo
che ci sfila di fianco, il palazzo dell’Hermitage imponente
sulla Neva e i camper che scorrono sui ponti con il tramonto nordico
al fianco, poi la sfilata con i nostri camper su quella stessa piazza
che poche ore prima calpestavamo coi nostri piedi (ovviamente non
senza il classico equivoco con la polizia russa che ci stava scortando
a tutta birra, ma verso la direzione sbagliata, sotto un diluvio
di dimensioni bibliche e una città ancora avvolta nella semi-oscurità).
Insomma, se dovessi ricordare i momenti migliori di quegli anni,
a là Proust, cioè affidandomi a quelle che lui chiamava
le intermittenze del cuore verrebbero in mente una serie di immagini
sovrapposte tra loro, alcune un po’ sfuocate altre ben nitide.
E così viene in mente a sprazzi la visita alla Città
delle Stelle, quando siamo entrati in una specie di sala cinematografica
piena di computer e uomini al lavoro e davanti a noi uno schermo
gigante con un punto giallo luminoso che stava ad indicare la stazione
spaziale Mir e poi quando un astronauta, ma non uno qualsiasi, uno
che detiene il record al mondo di permanenza nello spazio, Manarov,
ci ha parlato come fossimo in una conversazione tra vecchi amici
delle sue avventure. Mi vengono in mente tutte le volte in cui “1
a colonna: preparate una bottiglia di vino per i doganieri!”
oppure “1 a colonna: attenzione ai puffi!” o ancora
“1 a colonna : pausa idraulica!”, le soste interminabili
alle stazioni di rifornimento e la conta dei litri, la voce ponte,
quella toscana con la c aspirata, la coda o scopa del gruppo, sempre
la stessa ormai di ruolo, le luci dei fanali che viste dallo specchietto
una dietro l’altra formavano una scenografia perfetta, immersa
nei cieli sempre pomposi di nuvole e raggi di sole o tra le cupole,
nel fitto dei boschi interminabili e tra i tetti delle izbe. Il
ciglio della strada occupato dai samovar fumanti, le città
dell’Anello d’oro coi loro monumenti un po’ fatiscenti
e le contadine in fila sul muretto di Suzdal per vendere i frutti
dei loro orti.
Il primo contatto con i Russi di città, a Mosca, tra il Cremlino,
le bellissime cattedrali, la zarina delle campane e lo zar dei cannoni.
La notte in cui un giro tra le metropolitane decorate fino all’eccesso
sembrava non finire mai e invece ci ha portato all’inizio
della Transiberiana. E il giorno in cui la sveglia all’alba
ci ha ripagati con la sosta sulla blindatissima Piazza Rossa, la
stessa dove il giorno prima camminavamo tra l’intricatissima
San Basilio, il mausoleo di Lenin, il Museo di Stato e lo zero chilometrico
segnato sul pavimento, punto da cui tirare un rublo di moneta dietro
di sé in segno di buona sorte (moneta prontamente raccolta
dalle babushke che si aggirano lì attorno apposta per quello).
L’atmosfera regale di San Pietroburgo, soprattutto di notte,
con lo spettacolo del ponte che si apre come una finestra capovolta,
sulle acque lucidissime della Neva, il Palazzo d’Inverno che
si staglia sulla sua sponda, le colonne rostrate che accolgono chi
arriva dal fiume. Lo stupore che si prova all’ingresso del
palazzo di Pietro, fuori città, e il percorso tra canali,
fontane dorate e giochi d’acqua che conduce sino allo sbocco
sul Baltico, lo stupore ancora maggiore entrando nella sala d’ambra
del palazzo della zarina Caterina, la serata a teatro dedicata a
Tchaikovsky e quella al ristorante Troika con i suonatori di balalaika
e i balli cosacchi.
E poi i tanti volti che non si possono dimenticare, quelli dei Russi
delle campagne visibilmente segnati dalle fatiche contadine, quelli
dei Russi di città, che spesso si fanno cogliere con il capo
chino sul cofano delle Lada in panne, quelli delle donne russe,
giovani e meno giovani, dall’inflessione vocale molto dura,
ma in fondo sempre sorridenti, quelli dei bambini che guardano i
camper filare dritti per le strade mai troppo battute o che accorrono
quando ci fermiamo a pranzare o ci sistemiamo per la notte e saltano
felicissimi quando regaliamo loro i dolci o altri piccoli oggetti
portati apposta dall’Italia per queste evenienze.
Se dovessi nominare singolarmente ogni persona che ci aiutato, supportato
e, diciamocelo, anche sopportato, sono sicura che ne dimenticherei
qualcuna purtroppo. Tuttavia non potrei fare a meno, in questo excursus
della memoria, di ricordarmi persone del calibro di Olga, a San
Pietroburgo, di Irina, a Mosca, di Natasha, presenza costante per
tutta la durata dei viaggi, di Eugenio, un fido aiutante in ogni
occasione, di Dushan, di Andrè, quel personaggio che sembrava
venuto da Marte, per la cui esuberanza e stravaganza non ci sarebbero
parole adatte a dare una descrizione comprensibile a chi non lo
ha conosciuto, di Scilla, di Sergej, del fidato Mirik che ogni anno
ci accoglieva nella sua area al limitar della Polonia, di tutti
gli altri che non abbiamo mai conosciuto ma lavoravano silenziosamente
all’organizzazione e alla gestione del viaggio e, permettetemelo
nonostante tutto, dello “zar del Salento”, quel personaggio
che tante volte ci ha fatto montare una gran rabbia in corpo ma
in fondo dobbiamo riconoscergli il merito di averci aperto le porte
ad un paese meraviglioso, quanto immenso e impenetrabile, almeno
al tempo in cui noi lo abbiamo visitato.
Insomma, come disse una volta Mark Twain e come direbbe in questo
caso se solo sapesse di noi…
“Non sapevano che fosse impossibile, allora lo hanno fatto”…
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