ZONA GIOVANI
"Ad ognuno il suo… ombrello!"

di Greta Pirovano

Siamo ancora in pieno inverno e, se anche il nostro clima temperato non ci permette di parlare di stagione delle piogge, è pur vero che sono ricorrenti quelle mattine invernali in cui, aprendo le persiane, scopriamo una giornata uggiosa all’insegna della pioggia incessante. Perturbazioni provenienti dall’Atlantico annunciate dal buon Giuliacci, misurazioni millimetriche della pioggia caduta, dibattiti sul come e sul perché del fenomeno ormai persistente della pioggia acida e quant’altro sono all’ordine del giorno. Sta di fatto che a noi, prendendo esempio dai Londinesi avvolti nei loro raincoat, non resta che armarci di ombrello e affrontare la giornata senza fare troppo caso alle condizioni meteorologiche.
Se poi, una di quelle mattine in cui sollevando le tapparelle siamo accolti dalla pioggia, abbiamo comunque voglia di uscire di casa o recarci da qualche parte ma non sappiamo dove… beh, vi consiglio vivamente di dirigervi in quel di Gignese, il paese degli ombrelli.
Gignese è un piccolo paese che conta 970 abitanti, si trova in provincia di Verbania e la sua particolarità consiste proprio nell’ospitare al suo interno un museo un po’ insolito, il museo dell’ombrello e del parasole.
Un ombrello è un oggetto apparentemente banale, sicuramente molto funzionale e pratico, ma mai nessuno o quasi suppongo che immagini la storia della sua invenzione, le sue origini e i suoi modi d’uso nel tempo, una storia che addirittura affonda le sue radici nel mito.
Intanto, l’invenzione dell’ombrello non ha una matrice occidentale, nel senso che i primi paesi in cui si documenta l’utilizzo di un ombrello o comunque di un oggetto simile ad esso con la stessa funzione sono la Cina, l’India e l’Egitto, dove l’uso di questo oggetto è legato a diverse motivazioni originarie, tutte però accomunate da un unico aspetto: la caratteristica dell’ombrello di essere un simbolo di rappresentazione del potere o, addirittura, della divinità.
Dal XII secolo a.C. fino alla relativamente recente caduta dell’impero cinese era in uso in Cina l’ombrello cerimoniale, oggetto che costituiva una delle principali insegne di potere attribuite all’imperatore, al pari di come potremmo definire noi il fascio littorio per gli imperatori romani. Lo stesso valeva presso i re persiani, i soli a poter utilizzare un ombrello, naturalmente sorretto dai dignitari, e presso gli Egizi, tra cui però era usuale l’utilizzo dell’ombrello per l’intera classe nobile, non solo per i faraoni. In Egitto l’ombrello si lega anche alla rappresentazione della divinità: nel sistema politeista egizio l’iconografia della dea Nut è formata dalla dea stessa rappresentata con un corpo arcuato, come a richiamare la forma di un parasole, che copre la terra in un tentativo di protezione e di amore per essa e per i suoi abitanti.
Anche in India l’ombrello è legato alla divinità della fertilità e a quella del raccolto o, più metaforicamente inteso, della morte e della rinascita: stando alla dottrina della reincarnazione, Vishnu aveva riportato dagli Inferi l’ombrello, in quanto dispensatore di pioggia.
Il forte significato di status symbol come prerogativa regale, o comunque di potere, assunto dall’ombrello, spiega la sua contemporanea comparsa nell’immaginario religioso.
Sempre legata alla mitologia è l’introduzione dell’ombrello nel mondo occidentale: compare per la prima volta ovviamente in Grecia, dove nel V secolo a.C. la civiltà classica raggiunge il suo apice di sviluppo. Nella culla della civiltà la comparsa dell’ombrello è associata al culto di Dioniso (che per altro si pensa sia una divinità di derivazione indiana animista), ma poi anche alle figure di Pallade Atena, dea della saggezza e di Persefone a cui si legano i misteri eleusini. Questi culti vedono una partecipazione prevalentemente femminile. Sono proprio le donne che, nelle feste dedicate a queste divinità, si riparano in loro onore con un parasole. L’oggetto compare anche nella civiltà latina, non a caso diremmo, dato che la romanità si sviluppa per molti aspetti in funzione della civiltà classica. Anche nel mondo romano dunque l’ombrello viene descritto dai poeti come delicato e prezioso oggetto, ma sempre in possesso delle donne, come parte del loro corredo e non ad uso maschile.
Possiamo quindi dire che l’ombrello, nato come oggetto di potere regale, sia terreno che divino, subisce già nei primi secoli della sua esistenza una trasformazione nella funzione, divenendo presso i Greci un oggetto di lusso, oltre che di seduzione. Comunque la sopravvivenza dell’ombrello come oggetto di uso quotidiano nel Medioevo invece rimane legata quasi esclusivamente all’ambiente religioso, come insegna pontificale o come oggetto di uso liturgico.
L’elemento comunque più rilevante e anche più curioso consiste nel fatto che per tutta l’antichità fino in epoca moderna rimane totalmente sconosciuta la principale funzione utilitaria dell’ombrello: ossia quella di parapioggia. Mantelli, cappucci e cappelli di pelle risolvevano il problema della pioggia nel mondo classico ed in quello medievale.
Il museo di Gignese, indubbiamente singolare nel suo contenuto, nasce nel 1939, per iniziativa di Igino Ambrosini, ultimo rappresentante di una generazione di padri e fratelli ombrellai di mestiere.
Già la struttura dell’edificio che i visitatori si trovano di fronte quando giungono al museo risulta singolare e curiosa: osservandola dalla chiesa parrocchiale si ha l’impressione che l’edificio abbia la forma di tre ombrelli aperti l’uno a fianco all’altro.
I pezzi conservati all’interno del museo sono ben 150, tra parasole e parapioggia che ripercorrono l'evoluzione della moda dal 1800 ai giorni nostri. Oltre a questa esposizione che raccoglie prodotti finiti, si può poi fare un excursus tra i materiali di copertura, la seta e le fibre sintetiche, le impugnature in avorio, in legno, in argento, le minuterie che contribuiscono a rendere l'ombrello un oggetto pratico, bello ed elegante. Il primato attuale della plastica non deve infatti farci dimenticare che l’avvento dell’era industriale tutto sommato è recentissimo rispetto alla plurimillenaria storia dell’ombrello come di molti altri oggetti, che sono invece molto più anziani e possiedono caratteristiche diverse che giocoforza dipendono dall’epoca in cui sono stati creati.
Proprio per questo motivo il museo propone anche delle testimonianze storiche sull'uso del parasole e del parapioggia, con l’ausilio di figurini di moda e delle testimonianze dell'attività degli ombrellai: questi ultimi sono ritratti nelle foto dei “pionieri”, cioè le varie famiglie di ombrellai della zona, i primi a specializzarsi in questo mestiere che in fondo è anche un’arte e di conseguenza ad esportare le loro capacità creative e tecniche all’estero e nel resto dello stivale. Ci sono poi gli attrezzi di lavoro, contenuti nelle “barselle”, le sacche di cuoio o di legno contenenti l'occorrente per le riparazioni, gli oggetti legati alla vita quotidiana degli ambulanti fino ad arrivare alle fatture delle fabbriche sparse in tutta Italia.
Due grandi ombrelloni, dipinti da Felice Vellan, raccontano nei loro spicchi due vite esemplari di ombrellai. La nascita povera, l'apprendistato, i primi guadagni lontano da casa, il felice matrimonio e la famiglia, il successo ed il ritorno al paese in cui l'ex emigrante può profondere le sue ricchezze per il bene comune.
Come in molti atri casi, anche a Gignese un museo conserva e tiene in vita qualcosa che rende quel paese unico e diverso da altri paesi, sempre legato alla produzione e alla conservazione di un artefatto che siamo abituati a considerare di fabbricazione industriale ma che a Gignese rappresenta un patrimonio collettivo che non si estinguerà fino a che qualcuno avrà voglia di raccontarlo…
Non vi resta che mettervi al volante, puntare il navigatore in direzione Gignese e godervi questa singolare visita!

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