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di
Gian Luigi ed Eugenio Bonardi
Quando
si è lontani da casa, in prima linea in trincea, e si desidera
inviare proprie notizie, si possono utilizzare pochi mezzi di
comunicazione. I più semplici all’epoca erano la
lettera e la cartolina. Spesso gli scritti venivano censurati,
soprattutto quando contenevano espliciti, anche se involontari,
riferimenti a luoghi o notizie considerati segreti militari. Gli
argomenti poi, a causa della drammaticità delle situazioni,
erano resi scarsi dal momento emotivo, e dal poco tempo a disposizione
per coordinare idee e notizie. La situazione esigeva per lo più
rapidi scambi di saluto e brevi esternazioni sentimentali: “io
sto bene, e tu? tornerò presto, e i tuoi? baci a tutti”.
Come fare allora per raccontare meglio e di più? Il segreto
era crearsi fonti immediate da cui trarre in fretta notiziole
semplici da trasmettere. Un diario personale era un mezzo efficacissimo
per tramandare sensazioni e commozioni, ma non immediato: serviva
soprattutto come compagno di viaggio per i giorni del ricordo.
Papà Eugenio ha escogitato un gioco perché le sue
lettere non rimanessero un semplice saluto con brevi notizie,
ma avessero contenuti più ampi: sorteggiava di volta in
volta delle parole, o frasi, utilizzandole come spunto per trasmettere
immagini di circostanze e curiosità vissute nell’immediato
o per fare brevi considerazioni o per esprimere giudizi e sensazioni.
Ne è nato uno stravagante dizionarietto, colmo di verità
concrete sulla vita degli alpini al fronte russo, tanto da offrirci
l’illusione di una nostra personale partecipazione: essere
lì a toccare, ad osservare, ad ascoltare. Siamo di fronte
ad uno spaccato gustoso e tragico di vita, rappresentata con schietto
realismo e nella tradizione del migliore ”humor” dell’Alpino.
Colpisce il lettore la spontanea semplicità delle espressioni
non particolarmente curate, ma vive e cariche di pensieri, fatti
e notizie, che si snodano, senza velleità letteraria, a
formare messaggi capaci di evidenziare molto di ciò che
solitamente rimane nel “nascosto” di una esperienza
vissuta in prima linea. Il tenente Eugenio Bonardi al comando
dei muli e delle carrette, nei giorni che precedettero la fase
più cruenta del tentativo di liberarsi dalla sacca, era
uomo e soldato del suo tempo, ardimentoso e fedele al proprio
giuramento di dedizione verso la Patria ed il suo Re. Vicino era
ormai il tempo delle ultime battaglie vittoriose della Tridentina,
ma alla luce dei fatti che seguirono, i riferimenti alla grande
Italia, al grande corpo degli Alpini, alla speranza di vittoria,
all’idea che il comunismo fosse una questione di sorpassato
idealismo hanno il pregio di rivelare con sincera semplicità
lo stato d’animo di una intera generazione di giovani, cui
Eugenio era fiero di far parte. Oltre l’ultima “vittoria”
a Nikolajewka erano in attesa la dura ritirata e la lunga prigionia,
mentre il mondo si preparava a “voltare pagina”.
UNO
STRAVAGANTE DIZIONARIO DAL FRONTE RUSSO
dal 13 ottobre 1942 al 26 dicembre 1942
Lettera invita alla
moglie Nelly, datata 13 ottobre 1942
“Mio tesoro,
con questa lettera inizio una serie di lettere che, oltre alle
novità su quello che succede e alla risposta alle tue care
lettere, prenderanno argomento da parole che io tirerò
a sorte ogni volta da un vocabolarietto. Tali parole formeranno
il tema che io svolgerò in riferimento a questa mia nuova
campagna. Hai capito? Ed ora incomincio subito. La prima parola
sorteggiata è Influenza
omissis
baci fortissimi Geniolino tuo”
13 ottobre 1942 XX°
INFLUENZA
Come malattia, per fortuna, non se n’è ancora sentito
parlare. Nel senso di aver influenza su qualcuno sì, perché
ha molta importanza questa dote negli Ufficiali, specialmente
in combattimento; e qui ci sono Ufficiali ottimi che esercitano
molta influenza sui loro Alpini. Per es. Gianni, Quey, Ballico,
Albisetti, Marchioni ecc. Io sono stato troppo sbalzato da un
posto all’altro e comando sempre facce nuove; i “veci”
sentono ancor molto la mia influenza, ma i nuovi devo ancora provarli
bene. Nel reggimento ci sono dei veri trascinatori: il magg. Bracchi,
comandante del “Vestone”, il magg. Bongiovanni comandante
del “Verona”, il capitano Signori sono plusdecorati
ed esercitano per il loro ardimento un indiscusso fascino.
RUOTA
Parlare di ruote a me, che comando le carrette! Quante ruote ho
visto! Sono un incubo per me. Le prime volte le osservavo con
timore; aspettavo che si sfasciassero da un momento all’altro,
che trascinassero nella polvere tutto il carico delle mie carrette,
che ci facessero affaticare per ore ed ore, che ci obbligassero
a rimaner lontani e soli nelle sconfinate e pietrose strade russe.
Poi ho fatto l’abitudine alla loro voce lamentosa, al loro
scricchiolio di vecchie ruote malferme, ma coriacee, e loro non
mi hanno tradito. Ne ricordo 2 sole rotte, nel lungo viaggio di
andata; una rottura tranquilla priva di teatralità, povere
ruote sfiancate dal peso e dall’età. E una si è
lasciata curare e s’è rimessa di nuovo in movimento.
Ne ricordo altre sollevate al cielo da carrette capovolte, trascinate
nella nuova posizione normale ed hanno proseguito coriacee e malferme
il loro gracidio... E quante altre ruote ho visto! Centinaia di
ruote di treni in movimento; di treni capovolti, schiantati dalla
legge di guerra, arrugginite, ferme. Ruote di automezzi in movimento;
dispettose ruote che soffiavano sugli appiedati litri di polvere
grigia. Da una ruota di un autocarro usato ho fatto togliere da
Fortunato un bel pezzo di copertone; pensavo a suole, pei piedini
di Ninin e di Lalla; il copertone è rimasto a quota 118.
Ricordo le enormi ruote dei copertoni lucidi di due superbi “Bianchi
Miles” tra i quali si alzava l’altarino di una S.
Messa al campo. E tutti pensiamo alle ruote benedette che ci riporteranno
al vostro affetto dolce...
VERSO
Pochi animali strani, pochi versi strani....ricordo solo lo squittire
dei grossi uccelli nascosti nella Steppa...rumore improvviso a
pochi passi, di uccelli fuggenti, che ti fa salire il sangue,
di notte, allo scuro, quando scruti le erbe temendo un’imboscata.
Ricordo il verso disperato di un porcellino trascinato per il
codino dagli alpini: piccolo, roseo lattante che voleva la madre...e
anche noi l’avremmo preferito. Ricordo il qua qua disperato
delle oche affrante da 20 km. di marcia... ricordo il gracchiare
petulante di corvi in stuolo nero sulle nostre teste nelle ore
più inopportune. Versi di poesia. Qualcuno di noi porta
Dante in tasca. L’altra sera un Ufficiale Rumeno ha accennato
alla sua passione per Leopardi. Un altro ha esclamato “Giustizia
mosse il mio alto fattore fecemi la Divina Potestate – la
somma sapienza e il primo amore...” Sono rimasto stupito.
Poi ha cercato nella sua mente quello che per lui è il
miglior verso di Dante. Io gli ho suggerito “Considerate
la vostra semenza – fatti non foste a viver come bruti –
ma per seguir virtute e conoscenza” Ma lui ha trovato: “che
nel pensier rinnova la paura”. Ha detto che ci sono Ufficiali
Rumeni con Dante in tasca.
14 ottobre 1942 XX°
FILA
14 ottobre 1942 XX°
Parola militare che ci fa balzare agli occhi le lunghe file di
Alpini sui leggeri saliscendi delle sconfinate pianure russe,
le lunghe file di muli composti e pazienti, le file di carrette,
le colonne di autocarri avvolti nella polvere. La fila è
un simbolo di disciplina; è una realtà che fa inorgoglire
i generali che, vedendo in distanza la fila snodantesi come serpe
nero, esclamano: “Che belle truppe!”
15 ottobre 1942 XX°
AVANTIERI
O ieri l’altro. Poco da dire – 23 km. di marcia ieri
l’altro e poco sole. E poche avventure ch già ti
ho raccontato.
ROSSO
Colore caratteristico di questa guerra contro i Rossi –
e caratteristico di ogni guerra perché è il colore
del fuoco. I nostri caporali hanno sostituito il rosso dei loro
gradi che spiccava troppo, col nero. Il Commissario Politico russo
fatto prigioniero aveva dei filetti rossi alla giubba e li spiegava
fingendosi meccanico, ma gli altri prigionieri l’hanno smascherato:
l’hanno a morte con loro! Il rosso brilla sulle bandiere
italiane e tedesche. Compare di sera all’orizzonte nei tramonti
russi, che ricordano quelli delle paludi pontine...il rosso purtroppo
è color di sangue violento dei nostri feriti e ricordo
giorni or sono, la gamba insanguinata di Odorici. Niente rosso
nella natura e poco nelle vesti locali o sulle labbra delle contadine.
GAMBALE
Gloria ai miei eroici stivaloni che, partiti in brutte condizioni
da Torino, resistono intrepidi e non si sono ancora sfasciati
dopo 458 km. di marcia! Durante il viaggio in treno sono state
fatte ricche offerte per un paio di gambali; perfino dell’oro
di valore inestimabile, ma chi voleva privarsene? I Tedeschi e
i Russi li hanno quasi tutti; solo noi usiamo gli scarponi!
UFFICIALE PAGATORE
Bella parola. Un grato ricordo al collega Tempini che abbiamo
lasciato due mesi or sono ammalato in una cittadina ucraina. Sarà
ancora là col materiale del secondo blocco o sarà
rientrato in Italia? Un grato ricordo al cap. Scolari pagatore
di Reggimento, mercè il quale ingrassano in Patria i libretti
delle nostre mogliettine e si possono formare progetti di avvenire
su basi solide. Bella parola perché gira, rigira, il denaro
conta molto e le guerre hanno sempre alla base e allo scopo la
sua conquista.
PODESTA’
Qui il Podestà si chiama Starosta. Ricordi i libri di Sienkiewich?
E c’è in tutti i villaggi, anche in quelli occupati,
dove ha mantenuto la sua autorità e dove collabora con
noi e con i Tedeschi all’organizzazione e al riordinamento.
E’ gente di media età, vestita in borghese, talvolta
con la fascia bianca, come i nostri contadini. L’eleganza
è una cosa sconosciuta in tutti i siti che ho visto finora.
17 ottobre 1942 XX°
FRETTA
Brutta parola sulla linea del fuoco. Perché la fretta crea
confusione facendo perdere la calma. Quando un reparto ha fretta
è brutto segno. Ricordiamo la fretta che ci spinse a Chiaf
e Sofint in Albania e quella che ha portato i miei compagni in
linea il 1 settembre. Ricordo la fretta che prende gli uomini
al segnale di attacco nemico. L’alpino e il mulo poi sono
simboli antitetici al concetto di fretta – il loro passo
è pesante, ma sicuro e senza fretta, muli e alpini vanno
molto lontani. Oggi abbiamo toccato e superato i 500 km. di marcia
nelle polveri russe. E non è finita...Ma la fretta talora
è piacevole, quando prende il nemico attaccante o attaccato
che deve far le valigie e scappare.
DI NUOVO
Piccola frase che esprime l’ansiosa ricerca di chi è
lontano dai suoi luoghi; la ricerca di novità sia sul mondo
proprio, lontano, sia sul mondo nuovo che sta vedendo. All’ordine
del giorno la frase: “Che c’è di nuovo?”
E tutti pendono dalle labbra del bene informato, di quello che
annuncia l’ultima novità. Le fonti di novità
sono due: le informazioni ufficiali e “Radio naia”.
Le informazioni ufficiali si fondano sempre su verità sacrosante,
ma spesso l’imprevisto si prende a briga di smentirle. Radio
naia, (la voce del popolo) invece è sempre esagerata nelle
sue affermazioni, ma il suo fondo di vero si dimostra sempre esatto
in fin dei conti e le sue predizioni non fallano. “Che c’è
di nuovo?” “Hanno preso la tal città”
“Pare che l’armistizio sia imminente” “La
tal nazione entrerà in guerra con noi...” “Verremo
trasportati in treno...” Radio naia impera e l’alpino
si culla sull’informazione e pur giurando che non è
vera, che son le solite balle, mentre in fondo la piccola speranza.....
ATTENZIONE
Dote da richiedersi al massimo in ogni guerra, in particolare
questa, contro dei maestri di ogni genere di trucco. L’occhio
deve essere sempre vigile, la mente sempre in lavoro giorno e
notte; non si devono mai chiudere tutti due gli occhi perché
il nemico può venire da destra e da sinistra, davanti,
di dietro e di fianco, dall’alto, col paracadute, di sotterra
con mine o gallerie. La vedetta deve avere i cento occhi di Argo;
ogni disattenzione può esserle fatale. I russi ne hanno
inventate tante, che a descriverle occorrerebbe un volume intero.
Per fortuna gli alpini hanno innata la virtù dell’attenzione
e nella loro apparente ingenuità sanno esser furbi e non
si fanno pescare...ma pescano! L’attenzione non è
dote da prima linea, ma bisogna esercitarla dovunque, anche mille
km. indietro.
19 ottobre 1942 XX°
BURRO
Condimento prezioso che richiediamo a tutte le sussistenze e a
tutti gli abitanti. Un pochino se ne trova qua e là. Scaratti
me ne ha fatto avere mezzo Kg. I tedeschi l’hanno in scatola;
ne ho assaggiato un filo su, alla quota 188, la mattina dopo il
famoso contrattacco di Ballico. Purtroppo non lo si può
mandare coi pacchi.
TRATTORE
Se per trattore intendi il gerente di una trattoria, calcola che
in Russia non ce ne siano. Mi sono chiesto se esistano alberghi
qui. Se invece pensiamo alla macchina agricola, ve ne sono in
abbondanza. Molti abbandonati, arrugginiti nei campi, perché
gli uomini sono alla guerra, alcuni sono al lavoro anche qui in
linea, perché c’è molto da lavorare. La Russia
è la nazione delle macchine e i nostri alpini contadini
si fermano ogni tanto a bocca aperta ad osservare macchinoni nuovi
e a discutere fra di loro il funzionamento.
22 otttobre 1942 XX°
TEMPORALE
Un vero e proprio temporale, se la mia memoria non falla, non
l’ho ancora visto in Russia. Dubito quasi che ne possano
venire di forti; tutto è monotono qui e un forte temporale
con tuoni e fulmini romperebbe questa monotonia. Anche la pioggia
(nella famosa stagione delle piogge) è stata molto scarsa
finora e solo in questi giorni ne viene un po’ a tratti.
L’unico giorno piovoso sul serio è stato (coincidenze
che succedono sotto la naia) quello della marcia più lunga.
23 ottobre 1942 XX°
P.M. 398
E
La più piccola paroletta, inutile nei discorsi internazionali
dove si saltano articoli, avverbi, preposizioni e congiunzioni...
Questa lettera mi ricorda i nostri ultimi giochetti dei grandi
del passato: era la lettera degli Assi. Michelangelo, Mozart,
Socrate e Colombo. Ho pensato molto, durante una marcia, ad una
ripetizione del gioco con la mia mogliettina accanto, al calduccio
della casetta, mentre le due bimbine faranno un malestro ogni
quarto d’ora distraendoci continuamente...e il giro andrebbe
avanti lo stesso. Sarebbe, sarà molto più accurato
e preciso dell’altro, dovranno entrarci tutte le persone
celebri, senza eccezioni, e dovremo spillarle da un’enciclopedia
enorme che non ne dimentichi alcuna. Certi poi saranno in parecchie
categorie: p.e. Cesare (condottiero e scrittore) Leonardo (fisico
e pittore) ecc... E troveremo anche un nuovo sistema di punteggio.
TEMPO
Lasciamo da parte il tempo metereologico che richiederà
un’altra parola. Abbiamo del tempo in Russia? Indubbiamente
sì, ogni tanto...e allora il diario è più
completo...si può scrivere più spesso ai propri
cari...si può mangiare con calma...e dormire quieti...si
può perfino farci la partitina a carte...o scrivere le
regole del bridge. Ma è tanto raro che bisogna tenerlo
prezioso. Quest’inverno ne avremo parecchio a disposizione;
speriamo che anche i Russi ne abbiano bisogno!
RAPPORTO
L’incubo dei capitani, Ricordi?. “A rapporto signor
Capitano” Il colonnello Chierici poi è uno specialista
in quantità di “rapporti” per cose da nulla;
il comandante di compagnia può star scrivendo, mangiando,
riposando, che un porta ordini gli dice “Il colonnello vi
attende a rapporto”. Bisogna piantar lì la bistecca
e correre. Per fortuna sono rapporti brevi, ma spesso non lo sono.
Se il col. Chierici si lascia prendere dalla vena oratoria, è
finita! il rapporto dura un’ora!.
Altre volte il colonnello scrive a casa 8 fogli di carta da lettera...e
allora i 5 capitani attendono la fine dell’interminabile
documento. Invece Iannelli teneva un solo rapporto al giorno,
ma di due ore l’uno! Insomma noi ci lamentiamo sempre dei
superiori... Eppure il col. Signorini ne tiene pochi e corti e
tranquilli (con Chierici par di essere in palcoscenico per una
commedia, con Iannelli par di assistere ad una esecuzione capitale)
Perchè non fanno tutti come lui?
LONTANO - AVANTI
Avverbio molto appropriato ai luoghi. Qui dovunque tu volga lo
sguardo vedi lontano, il panorama non è mai chiuso, incassato.
La lontananza qui è normalità, mentre da noi è
eccezione. E’ tale da far cadere le braccia. Che dirà
il contadino che si vede davanti agli occhi il terreno senza confine?
Che penserà il pellegrino che non vede la fine alla sua
strada? L’inverno poi paralizza e aumenta le lontananze.
E non siamo, si noti, nella parte più vasta e monotona
della Repubblica sovietica. Come sarà la Steppa dei Chirghisi?
E l’immensa pianura siberiana? Roba da brividi! Il solo
pensiero di un salottino intimo acquieta...
25 ottobre 1942 XX°
P.M. 398
INCIDENTE
Brutto argomento per chi sta viaggiando in treno. Qualche incidente
da Torino a oggi c’è stato. Il povero alpino del
“Vestone” finito a Brescia sotto il treno nella fretta
dei saluti...La disgraziata bomba che ha colpito il Comando del
“Tirano” in pieno...poi altri meno gravi: l’ufficiale
del “Novara Cavalleria” che s’è bucato
un braccio col parabello la notte del contrattacco di quota 188
e altri paurosi: quello accadutomi contro le mitragliatrici della
254 di Stefanini in una notte di settembre; e l’incidente
umoristico del colonnello che perde il treno ad Augusta; e infine
quello grave raccontatomi alcuni minuti fa: s’è bruciata
la casa che conteneva gli ufficiali di una compagnia del “Verona”,
5 sono ustionati.
QUARTIERE
E’ di moda nell’inverno russo dove tutti i reparti
cercano il loro quartiere invernale. I più resistenti (per
es. noi alpini) alterneremo la vita di quartiere in piccoli paesi
con la vita di linea; ma sapremo trasformare in quartiere anche
la prima linea, stante l’ingegnosa attività dei nostri
uomini e il valore autentico in materia di costruzioni del nostro
Comandante Chierici. Il quartiere è indispensabile, perché
la vita all’aperto è inconcepibile d’inverno.
Non è da pensare che i Russi siano più resistenti
di noi al freddo: quando il termometro precipiterà, ogni
famiglia si ritirerà nella propria casetta e farà
vita a sè coi viveri e la legna accumulati. Si saluteranno
tra parenti e amici, magari vicini di casa, e fino a primavera
non si vedranno.
GIALLO
Ecco il colore delle messi e delle biade; il colore che furoreggia
in Russia. Mentre l’Italia è la terra fertile del
verde e i suoi soldati sono vestiti di grigio verde, in Russia
c’è l’ossessione del giallo, anche la terra
ha del giallo e i soldati Russi vestono il Kaki- Anche le facce
si avvicinano alla tinta gialla: la steppa è gialla, e
gialli i campi di girasole...
27 ottobre 1942 XX°
INSUFFICIENTE
C’è il giovanotto insufficiente per la chiamata alle
armi e quello sta a casa a Milano a fare il gagà e detta
legge in alta strategia nei salotti, nei bar e nei circoli e dice
“Abbiamo obbligato il nemico a ritirarsi di 100 km...”.
C’è il rancio insufficiente che fa tirar moccoli
all’alpino contro la porca naia...C’è la chiamata
insufficiente a bridge come quando tu dichiari 1 fiori sulla dichiarazione
di 1 picche dell’avversario, e invece tu devi dire 2 fiori
e ci sono 5 regolette, ma ti scriverò a suo tempo. Poi
ci sono altre insufficienze, ma non le ricordo.
VETTOVAGLIAMENTO
Pastosa parola che fa pensare a torte e a tacchini ripieni! Ufficiale
al vettovagliamento: carica ambita dal 99% degli ufficiali: vero
capitano Scolari della guerra italo-greca? E’ l’ultimo
cerchio di un paradiso che ha all’empireo la sussistenza.
Il nostro addetto al vettovagliamento è Pelizzari e, caso
strano, è quello che mangia meglio, perché tutti
i viveri passano attraverso lui e un goccio d’olio, un po’
di burro, un pizzico i farina lui te lo dà sempre, purché
tu ti ricordi di portargli tre frittelle o una fetta di torta.
Però, a onor del vero, bisogna dire che sotto Chierici
anche l’Ufficiale ai viveri è combattente e deve
fare, a turno, le sue brave pattuglie.
18 ottobre 1941 XX°
P.M. 398
AUTOCARRO
Mezzo amico e importantissimo per combattere le distanze; diventa
traditore quando si trova fango o sabbia. Allora si impianta al
suolo e fa i capricci più cocciuto di un mulo e nessuno
lo muove, salvo il potente trattore. Autocarro e Alpino sono termini
antitetici, eppure l’Alpino lo guarda con invidia e vorrebbe
salirci su. Ma quando l’alpino va in autocarro nasce un
sospetto, l’abbiamo già provato in Albania e qui
abbiamo avuto la riprova. Accelerare la marcia al fronte, significa
che il fronte ha bisogno di noi...e non si ritorna tutti! Meglio
allora andare a piedi. Ne avrò visti a migliaia di autocarri,
e tutti, passando, sollevano polvere bianca, nera, rossa, grigia,
di tutti i colori. Solo il magg. Bracchi rallentava superandomi
per farmi mangiar meno polvere! Così ho visto autocarri
sventrati a lato delle strade. Io ho avuto a che fare per due
giorni con autocarri, quando ho dovuto raggiungere la linea la
prima volta. Gli sbalzi che fatto in quell’occasione sono
inenarrabili, e le cannonate che mi hanno ricevuto all’arrivo
erano un benvenuto poco cordiale.
EQUIPAGGIAMENTO
E’ l’elemento fondamentale che fa vincere la guerra
invernale. Qui d’inverno i nemici non combattono più
fra di loro, ma contro un nemico potente: il gelo! e la miglior
arma di difesa è l’equipaggiamento. Quest’anno
quest’arma è tutta per noi. Noi e i nostri alleati
siamo bene equipaggiati (si parla di cappotto a pelo per ogni
alpino,) mentre i russi non lo sono più. Se continua a
piovere, ci assicurava un prigioniero, 20 giorni fa, ci arrenderemo
in massa. Sarà da credere? Però, dopo poche gocce,
5 di loro si sono consegnati a noi bagnati fradici.
DOMENICA
Il giorno santo che finora è stato quasi sempre celebrato
con la S. Messa detta nei luoghi più impensati, al coperto
e all’aperto, su un carro armato o tra due autorazzi o su
un treno in corsa! Qui purtroppo la domenica non si differenzia
dagli altri giorni. La mia più dura marcia è stata
fatta di domenica e verso le 15 sentivo due alpini dirsi “pensare
che a quest’ora, a Torino facevamo la coda per andare al
Varietà. Anche la domenica precedente abbiamo marciato
per 25 km. E la domenica prima è morto Salvadori. La precedente
abbiamo dato il cambio al “Tirano” in linea. La precedente,
Gianni ha ritrovato il corpo di Cappelli...ecc. I Russi tengono
conto della domenica? Penso di si, perché mi par di notare
che si mettano addosso qualche panno meno stracciato.
ROCCIA
Termine sconosciuto ai Russi: forse bisogna andare fin sul Caucaso
per trovarne. Qui è fin troppo trovar dei sassi...però
si parla di riccia ogni tanto, perché al nostro tavolo
della 253 c’è nientemeno che un accademico istruttore
di “roccia”, Gianni, un nativo di Val d’Aosta
coi suoi ghiacci e le sue rocce. Quey è un nativo dei villaggi
dolomitici con le loro imponenti masse pietrose. Ballico...ogni
tanto tutti lo ricordano...
30 ottobre 1942 XX°
P.M. 398
BESTIA
Molta fauna ma poco eccezionale in Russia. Sai che la Russia è
una delle più gran produttrici di bestie: bovini, equini,
suini e ovini. Difatti ne ho visti molti molti. Bestie strane:
il cammello tronfio che la 255 si trascina dietro. Micini e cagnolini
sono carini come in Italia. Però la nostra bestia è
il mulo che meriterà il suo capitolo a parte. Di renne,
finora, neppur l’ombra. Molti maialini ma non codini.
IERI
Ieri 29 ottobre è successo quello che ti ho descritto più
addietro. La data 29 ti ricorda qualche cosa? E questa non sarà
la data del nostro rientro in Italia l’anno venturo?
INTATTO
Ottima qualità per un reduce di guerra. Io sono rientrato
intatto due volte; per la legge “non c’è due
senza tre” tornerò intatto anche stavolta. Anche
altre cose si pretendono intatte: per es. vino e latte...e mogli
o fidanzate. C’è una cosa poi che deve tornare intatta:
l’onore! E l’alpino ha sempre tenuta alta la propria
bandiera e l’onore delle nostre armi.
LAMPADINA TASCABILE
Ce n’è di vari tipi: di quelle che si accendono a
scatto, ma quando non hanno più pila si è terra...ci
sono quelle che si accendono a dinamo con la pressione delle dita,
sono perpetue e fanno un suono piacevole, ma povere dita...M’hai
annunciato l’arrivo di una di queste ultime e ringrazio
di nuovo te e la tu mamma. Questo prezioso oggettino c’è
servito spesso: Gianni ne ha una e, in mancanza di candela, una
sera siamo andati a letto schiacciando a turno la pila dinamo.
RIFIUTO
E’ una parola molto in voga nelle gerarchie superiori; noi
piccoli subalterni siamo sempre fermi davanti l rifiuto. C’è
il superiore che lo usa per sistema; c’è quello che
lo usa razionalmente. Il colonnello Signorini per fortuna è
del secondo tipo. E’ una parola antipatica, è vero,
ma bisogna capire che spesso il rifiuto è dato per il nostro
bene, da persone che la sanno e che la vedono più lunga
di noi...
3 novembre 1942 XX°
P.M. 398
EST
E’ il polo pericoloso per noi. Ogni postazione d’arma
è rivolta ad est; ogni pattuglia si dirige all’est;
all’est è protesa la nostra attenzione. E’
la guerra contro l’est. Questa paroletta che suscita tanta
curiosità in chi ne è lontano, noi stiamo scandagliandola
, noi stiamo svestendola dal suo alone di mistero e vediamo che
in fondo in fondo c’è molto lavoro da compiere in
scopa e pattumiera. Abbasso l’Est!
INDIVIDUARE
Lavoro di binocolo e di occhi acuti; lavoro di osservatori, di
vedette, di ricognitori, di esploratori. Compito delicato di pattuglie
terrestri ed aeree. Individuare le postazioni, le basi, i ricoveri,
le costruzioni, gli accampamenti e i depositi dell’avversario
per batterli, occuparli, distruggerli, paralizzarli. Compito delicato
e non facile. Come non è facile individuare una persona
che ti corre incontro in cameratesco abbraccio e ti chiede notizie
della moglie e della piccola: una persona che ti par di aver visto
altrove e forse spesso (in divisa o borghese?) e poi scopri chi
è = ah, è uno dei camerieri del caffè teatro
a Lecco. Sono cose che succedono in Russia.
VISO
Parola dolce se penso a te e alle bambine; parola tenera e commovente
se rima con sorriso e paradiso. Parola cara anche se si pensa
al noto viso degli italiani, famigliare e caratteristico. Mentre
i Russi hanno un viso antipatico; dagli occhi chiari da gatto,
traditori, vuoti, crudeli con una piega orientale ed una brutta
espressione. Le donne invece sono molto più vicine alle
nostre:; certe hanno bellissimi visi e bellissimi e bellissimi
occhi da sante, altre hanno la faccia piena delle nostre contadinotte.
Che sia vero che in Russia i maschi sono una razza inferiore?
OPERAIO
Simbolo del lavoro; e ad onor del vero cene sono molti anche in
Russia di operai, ma i nostri sono operai più abili, più
pratici: sono i migliori operai del mondo. Se la loro direzione
fosse perfetta come perfetto è il loro lavoro batteremmo
chiunque. Tra gli alpini gli operai sono in 2a linea; prima ci
sono i contadini, (non parlo di linea di fuoco, si capisce) ma
i contadini non sono gli operai del suolo?
STAZIONE RADIO
Il prodigio di Marconi che ci tiene collegati tra di noi con cifrari
segreti e ci tiene collegati con la Patria, per mezzo delle note
voci degli annunciatori. E’ il mezzo celerissimo che ci
fa conoscere le gioiose vittorie dei camerati di altri fronti,
che ci rievoca le dolci e allegre canzoni della nostra terra,
che ci fa sentire la voce dei nostri più celebri comici,
che ci distrae coi risultati del calcio p del giro d’Italia.
Il battaglione ne ha una di radio e quando siamo vicini ci è
caro ascoltare...ma io ti ho scritto della radio e non della stazione,
non importa.
5 novmbre 1942 XX P.M.
398
OSPEDALE MILITARE
Macchie bianche rosso crociato su sfondo giallo. Poi ti avvicini
e odi lamenti di gente giovane misti a risa di gente allegra:
i nostri feriti e i nuovi convalescenti. Ne ho visti parecchi
passando; l’organizzazione in questo campo è molto
superiore che in Albania- Due ne ho visitati il 3 settembre (compivo
i 29) un vero ospedale con molti alpini distesi sul pagliericcio:
i gloriosi feriti del Valchiese e del Vestone. E tra loro il viso
del buon Ghiringhelli assetato di una buona parola da parte del
suo ex ufficiale; la faccia stravolta di Dusi, la faccetta allegra
da babbuino del giovane Biraghi tutto orgoglioso della sua ridicola
feritella...l’altro ospedale era in tendoni e l’ho
cercato il 14 settembre per salutare Festini ferito e l’ho
trovato più magro e più lungo del solito, tutto
sorridente d’un triste sorriso; lho accarezzato. Forse mi
invidiava.
7 novembre 1942
Ecco la composizione del nostro plotone mitraglieri, esclusi ufficiali:
1 sergente maggiore - 1 sergente - 2 caporali maggiori - 4 caporali
- 38 alpini;
distretto a cui appartengono;
Brescia 29 – Treviglio 6 – Reggio Emilia 5 –
Verona 3 – Cuneo 1 – Belluno 1 – Modena 1;
Età:
20 anni 15 – 21 anni 4 – 22 anni 5 – 23 anni
2 – 24 anni 3 – 25 anni 3 – 28 anni 3 –
29 anni 4 – 30 anni 3 – 31 anni 4;
Scuole fatte:
1^ avviamento al lavoro: 3 – 5^ elementare 11 – 4^
elementare 21 – 3^ elementare 7 – 2^ elementare 2
– analfabeti 2;
Mestiere:
contadini 31 – meccanici 2 – armaioli 2 – falegnami
2 – manovali 1 – operai in oleificio 1 – panettieri
1 – filatori 1 – carpentieri 1 – muratori 1
– minatori 1 – mugnai 1 – idraulici 1;
Stato famiglia:
celibi 37 – sposati senza figli 3 – sposati con 1
figlio 2 – sposati con 2 figli 3 – sposati con 3 figli
1.
11 novembre 1942 XX°
P.M. 398
SPUGNA
Oggetto mai visto nè usato da noi in Russia. Ma il termine
indica anche il bevitore e un bevitore d’eccezione, e quelli,
come sai, non mancano mai tra le genti di monte. Purtroppo una
celebre spugna, un maresciallo del Vestone, noto per tale sua
qualità dall’uno all’altro polo, è rimasto
il 1^ settembre nel tragico campo di girasoli. Forse la mancanza
di una decente razione di vino l’ha determinato a brindare
in Paradiso, col generale Cantore in più ampi calici, alla
nostra salute e alla nostra vittoria. Un’altra celebre spugna
non è più tra noi, ma è viva e vegeta nel
Vestone: Pocapaglia, che resterà certo novello alfiere
delle spugne per prosciugare le cantine della città italiana
che avrà l’onore di ospitare il &° Alpini
al suo ritorno.
PARACADUTE
Largo fiore dai bianchi petali che cresce nell’aria; fiore
curioso, senza profumo e insidioso in tempo di guerra. Al contatto
col suolo si affloscia e muore, ma l’insidia vive...e spara!
Qualcuno giura di averlo visto dall’apparecchio russo che
si è abbattuto giorni fa davanti alle nostre linee, m l’immaginativa
degli alpini è fertile: può produrre anche fiori
bianchi. Altri più piccoli portano invece viveri e munizioni,
e questi fiori sono i benvenuti per le povere truppe isolate.
Ma speriamo di non averne bisogno.
GRIDO
Voce umana il cui tono e timbro sono alterati dal sentimento e
dalla volontà. Grida di dolore “Mamma mia!”
“Ahi!” “Oh Dio!“ di feriti e moribondi.
Grida di gioia “Evviva” “Bene” di vincitori
e di gaudenti. Grida di paura “Aiuto!” “Caross
Italianski!” di sconfitti e fifoni! Grida di dovere “Chi
va là!” “Ruki vjer!” (mani in alto) “Arrendetevi!”
“Siete circondati!” Grida di esaltazione idealistica
“Viv il Re!” “Viva l’Italia!” “Forza
Romana!” (gridava Gianni a quota 228) “Nippon banzay!”
(urlano i Giapponesi) E il grido voluto dal fato, quello che tutti
noi aspettiamo, lo grideremo con le nostre donne e i nostri cari:
sarà il peana di vittoria!
BESTIAME
Mansueta accolta di musi umidi e tranquilli il cui unico pensiero
è di brucare, ruminare, masticar. E noi li trucidiamo senza
pietà. Viviamo sulla loro pelle. La Russia ne è
piena e noi ne approfittiamo e anche voi. Abbiamo visto molti
buoi e vacche, molti cavallini, molti ridicoli porcellini (è
un animale che mette allegria) e galline, oche...animali che attirano
in modo speciale le brame degli alpini. Pecore ne ho viste, non
caprette che son bestiole montane, non muli, che sono animali
alpini.
15 novembre 1942 XX°
89 P.M. 398
LUNEDI’
Tra poche ore. Il giorno della Luna che ci è amica nelle
pattuglie. Il giorno dei risultati di calcio che ci giungono un
po’ in ritardo, ma che riceviamo con molto interesse.
NO
Paroletta antipatica in tutte le lingue. Usata dai grandi contro
i piccoli e dai prepotenti contro i deboli. In certi casi però
indice di carattere: di qui non si passa!
ZANZARA
La sua assenza è una delle gioie del mio viaggio russo.
E’ un animaletto che sta bene al caldo e qui di caldo ce
n’è un gran poco. Credo di averne vista una sola
in questi mesi. Vero mogliettina che non vale la pena di caricarmi
una zanzariera di un kg. per una sola zanzara di un centigrammo?
Era preferibile una... topiera!
OSSERVAZIONE
I fine compito attuale delle nostre pattuglie, te ne ho già
scritto. Col fratello collegamento forma la sigle O.C. molto in
voga negli insegnamenti tattici. Con la sorella sicurezza non
forma sigle ma fissa i più importanti doveri di un reparto
che deve combattere.
TAZZA
Lo si chiama gavettino. E’ il fratellino minore della gavetta
alpina; molti lo han perso, forse per il disuso, perché
di vino ne vediamo ogni morte di vescovo. Molti han perso la gavetta
e lo adoperano al suo posto riboccante di brodo e di tubi. Tazza
è il nome ufficiale, ma se la chiami così, gli alpini
ti guardano con faccia da accento interrogativo. In dialetto si
chiama “gaitì”. Ti piace?
17 novembre 1942 XX°
P.M. 398
ESSERE (verbo)
Qui si combatte per l’essere e il non essere. I pignoli
o i feriti potranno anche obbiettare che c’è anche
“l’essere a metà” o l’essere per
un quarto o per tre quinti e sfileranno tutta la serie di frazioni,
ma se questo può valere per le nazioni, equivarrebbe ad
un compromesso. Possiamo anticiparlo: l’Italia sarà
lei; per lei vale l’essere completo, assoluto.
PECORA
Gentile animale che fornisce bistecche e lana. E’ quello
che ci salva dall’inverno russo. Forse Napoleone lo odiava
e fu costretto ad abbandonar l’impresa su queste terre.
E’ un animale che non pecca d’intelligenza, ma è
così generoso e caro da farsi perdonare le su lacune. Se
parlando delle penne nere dicessi “son come le pecore”
parrebbe una frase stonata applicata ai migliori combattenti i
uno dei migliori eserciti, eppure si può dire, perché
anche l’alpino è caro e generoso è paziente
e non troppo intelligente (ufficiali esclusi) e poi, come le pecore,
tende a fare quello che fanno gli altri, specialmente quello che
fanno i veci e gli Ufficiali.
ESPLORAZIONE
Arduo compito che richiede doti particolari morali e fisiche:
ardimento e rapidità. L’esplorazione è il
termine più tecnico dell’ardito (che è un
termine crudo). L’esploratore è il più indisciplinato,
ma è il miglior combattente. Ballico e Quey lo dimostreranno.
Il suo dovere è difficile: bisogna che cerchi il nemico,
che non torni indietro mai senza saper dire quanti sono i nemici,
dove si trovano, che intenzioni hanno e molte altre notizie.
20 novembre 1942 XX°
P.M. 398
UFFICIALE PUBBLICO
Starosta e Politrucchi sono i due soli esemplari di pubblici ufficiali
sovietici che mi sono capitati tra i piedi. I primi sono tranquilli
contadini un po’ più colti della massa, che la vedono
più chiara con noi che col sistema bolscevico. I secondi
sono cani rabbiosi turbolenti e velenosi pieni di malizie e di
trucchi (è forse questa l’etimologia dei politruk
data al commissario politico?) che portano alla distruzione l’esercito
rosso e il color rosso!
OSTERIA
Lontano sogno dell’Alpino. Niente freddo, nè colpi
e un dolce liquore che scende e accende l’occhio e i pensieri...Dove
si può parlar di guerra senza subirla, dove il cameratismo
si suggella a suon di bicchieri. Qui in questo paese freddo, apatico,
slavato e fanatico, niente osterie, niente uva, nè vino!
Qui l’alpino morrebbe d’inedia; ma l’immagine
della cara, calda osteria lontana e abitudinaria, dove parlar
di guerra e vantarsene, tiene accesa la fiammella della speranza.
BARRRIERA
Ostacolo che separa. Ostacolo da abbattersi se ci separa dai nostri
cari. Tra noi c’è la barriera della distanza; la
elimineremo liquidando il nemico. Ostacolo da costruirsi e rinforzarsi
se ci separa dal nemico ed ecco i grandi lavoratori delle Alpi
costruire camminamenti, formar barriere di fuoco, ostacoli contro
i carri armati. Del resto le nostre native Alpi non sono una naturale
barriera che protegge l’Italia e le sue bellezze? E noi
stessi, non dobbiamo il nostro glorioso nome di Alpini a questa
immane barriera? Invece i Russi non ne hanno e sperano sull’eventuale,
sul freddo, sullo spazio, sulle distanze! Ci vuol altro per fermarci!
Chiesi mi fa notare che mancherebbe la macchinetta per i tubetti
di sigarette!
24 novembre 1942 XX°
P.M. 398
NEBBIA ARTIFICIALE
E’ un oggetto di lusso che anche noi dovremmo avere, quando
si va all’attacco di fortini e postazioni avversarie. Così
si rendono ciechi i loro mezzi di fuoco e si può avanzare
più tranquilli. Purtroppo al momento opportuno ci è
mancata...speriamo in seguito.
BARBIERE
Ne abbiamo due ora in Compagnia: Setti e Mafizzoli; il primo è
stato uno degli attori, forse il principale di quella pattuglia
a lieto fine, che ho fatto in settembre e che ha avuto momenti
così drammatici. Il secondo è un essere tranquillo
e sdentato che ha partecipato con me ad un’altra pattuglia
calma alcune notti fa. Tutti e due radono peli a chili a nostri
bravi alpini le cui barbe lussureggiano e a furia di radere gli
altri, sono i meno rasati della Compagnia.
USCITA
Mentre in pace l’uscita è libera (libera uscita)
in guerra l’uscita è dovere, provocato da ordine
superiore (lavori) da allarme ( combattimento) da obbligo di compiere
particolari servizi. Se la guerra fosse comoda, l’uscita
sarebbe ridotta al minimo. Tutti starebbero al calduccio nelle
proprie baracche a brontolare ed a parlare delle proprie case.
Ma la guerra è bella ma scomoda.
TAVOLA
Ecco uno dei pochi piaceri che ci restano (in Grecia e in Francia
mancava anche questo). Qui ci riuniamo due volte al giorno, l’umore
è alto, si parla meno di servizio, si mangiano cibi che,
conditi da invidiabile umorismo, sembrano da re. Si faceva, giorni
or sono, anche la partita a carte. Ora non più, fino a
che non riceveremo il cambio. La tavola è l’oggetto
quadrupede che porta tutto ciò. Viva la tavola! C’è
stato un periodo in cui i superiori odiavano le tavole: guai se
vedevano le compagnie trascinarsele dietro; dicevano che erano
comodità e pesi inutili. Poi si sono riconciliati con loro,
ed ora i più alti Comandi mangiano su fior di tavole imbandite...Tavole
sono anche chiamate le più belle e più lisce assi,
e anche queste sono preziose per il rivestimento e la copertura
delle baracche. Tutti ne vanno a caccia, quasi fossero selvaggina.
27 novembre 1942 XX°
P.M. 398
DIVERSO
In guerra è così, tutto è diverso dal desiderio,
tutto si desidera diverso dal reale. Ma il diverso è dispettoso
e capriccioso (come un nanetto dalla bile concentrata in piccolo
corpo) e ci tradisce sempre. Guai a fidarsi di lui! Poi verrà
l’armistizio e il diverso perderà la sua bile e si
vestirà a festa, prenderà a braccetto il sogno e
la speranza e li trasformerà in realtà. Per noi
il diverso vorrà dire Polonia, caratteristica, ordinati
villaggi tedeschi, fiorito eden austriaco, confine: porta del
Paradiso e Paradiso: Brescia – Verona – Milano –
Reggio Emilia – ma sì, anche Lecco – Cesana
– Garbagnate Rota! E allora viva il diverso!
UFFICIALE
Strano signore un po’ più ben vestito degli altri.
Un po’ più ornato d’oro degli altri. Per alcuni
un culto, per altri un pensiero d’ira repressa. Simbolo
del suo reparto che, poco alla volta, si uniforma a lui nel carattere,
nella forma, nel modo di camminare, di mangiare, di parlare, di
combattere. Negli stessi eserciti ha un valore diverso come lo
ha nelle varie armi di un esercito. Tra noi e tra i Rumeni, l’Ufficiale
è un fratello maggiore con tutti i pregi e i difetti dei
fratelli maggiori; or egoista, ora generoso, ed ora capriccioso...Tra
gli Ungheresi e tra i tedeschi l’Ufficiale è un Dio
cui spettano tributi divini, i cu ordini, non solo, non si discutono,
ma non si possono discutere.
CITTA’
Ecco dove la nostra civiltà schiaccia la Russia. Proprio
nelle città. Da noi belle strade pavimentate e asfaltate,
portici rilucenti di preziose vetrine dove la donna si sofferma
con gusto, bei palazzi di ogni stile, Chiese e castelli, comodità
e gente ben vestita. Qui, tolti i palazzi pubblici imponenti per
mole, non per criterio artistico, tolte le fabbriche veramente
grandiose, il resto lascia perplesso l’osservatore: le strade,
benedetti Russi, dove le avete dimenticate? Forse sono tutte a
Mosca o a Pietroburgo? Perché in città di mezzo
milione di abitanti deve il turista preoccuparsi di mantenere
l’equilibrio sulla traballante troika? E i palazzi? Solo
il governo ne ha forse diritto? O sono palazzi quelle grosse case
bianche regolari, senza ornamenti? E le chiese, vanto architettonico
delle città occidentali? L’unica discreta che ho
visto, pare un castello; forse è camuffata. E un’altra
aveva il cupolone color verde come nei nostri paesetti di campagna.
No qui c’è una successione di casette di solo pian
terreno, col suo orto. Una casetta, un orto, una casetta, un orto,
una casetta, un orto, fino alla fine! E queste le chiamano città.
E qui abitano centinaia di migliaia di persone e il loro buongusto
non vomita!
NON – NIENTE
Il nulla. Il tao dei Cinesi. Il rien dei Francesi, il gnent dei
Bresciani, il gnit dei Russi, il nicht dei Tedeschi e il nothing
degli Inglesi! Vedi che noi di Brescia in qualche cosa ci avviciniamo
ai Russi? Oh Dio, preferiremmo che loro abbiano il nostro vino
e la nostra uva; loro forse pretenderebbero i loro semi di girasole...ma
accontentiamoci della similianza dei nostri niente, gnent e gnit.
Avete latte? “Gnit”. Avete galline? “gnit”
avete uova “gnit!!!” Triste concetto. In Albania il
tema sinfonico era un’altro: sca’. C’è
questo? “sca’” c’è quello “sca’”
Poi c’erano gli eruditi, quelli che si piccavano di saper
l’italiano e quelli rispondevano: nònce (non c’è)
nònce, nònce fino alla noia. Qui gli eruditi non
vogliono saperne d’italiano e la not è sempre quella:
gnit, gnit, gnit. Gente priva di fantasia.
29 novembre 1942 XX°
P.M. 398
ASSE
Quello metaforico tra Roma e Berlino sostiene i nostri ideali
e le nostre aspirazioni e picchia e picchierà sodo fino
a raggiungerli. Quello reale, liscio e piallato ricopre le nostre
baracche, la terra dei pavimenti e riveste le pareti di gesso.
La sua caccia è difficile, perché è quasi
sparito dalla circolazione. Interi villaggi russi ci hanno rifornito
di assi.
SUBITO
Il motto che classifica l’alpino svelto. Motto diplomatico
che bisogna dare al superiore invece di un semplice “sì”
per farsi prendere in buona considerazione. Del resto, in linea,
non c’è altra paroletta imperante; tutto deve essere
fatto subito; non c’è possibilità di rinvio.
Ad ogni subitaneità del nemico bisogna rispondere ancor
più “subito!” Si giunge al prevenire. Però
subito richiede la precisione, perché un subito scapolo
porta al pasticcio, in conseguenza al dover rifare ciò
che si è fatto e quindi al contrario del subito. Il subito
scapolo (senza precisione) porta alla negazione di sè stesso.
2 dicembre 1942 XX°
P.M. 398
CHE ORA E’?
Sono le 10 e 8 minuti. Ecco una domanda che ricorre spesso. La
fa la vedetta che attende l’ora di ricevere il cambio e
di scaldarsi un po’ le membra intirizzite. La fa il comandante
che attende l’ora dell’attacco. La fa ogni alpino
in attesa del rancio o della posta...che ora è? chiedono
gli uomini in marcia in attesa della sosta. Ma che ora è?
ci chiediamo tutti stupiti quando ci chiamano troppo presto al
mattino o quando vediamo le tenebre scender di sera in ore insolite.
ZATTERONE
Parte di ponte di fortuna che si caccia nei grossi fiumi per poter
passare di là. E’ il terrore dei Russi che più
volte se li son visti costruire davanti agli occhi sul Dnieper,
sul Dniester, sul Donek, sul Don. E’ la sicurezza per gli
attaccanti che evitano mercè sua i bagni gelati.
4 dicembre 1942 XX°
P.M. 398
MOLTO
Un avverbio che acquista significato dall’espressione con
cui è usato. Qui però suona più simpatico
del suo antagonista “poco”. Molto nemico – molto
onore. Il desiderio del molto è comune: rancio? Molto!
Pasta? Molta! Sigarette? Molte! E ancora molto riposo, molta sete
di vino, molte armi e munizioni, E il molto è lecito...Ma
l’alpino lo confonde spesso col troppo. Molta minestra è
per lui un paio di gavette: roba da sfamare una famiglia! Il molto
però spesso pesa. Una marcia comporta molti km., molta
polvere, molto sudore. Le costruzioni campali comportano molto
lavoro e l’inverno reca molto freddo. Questi “molto”
non mancano mai.
VETERINARIO
Il nobile mestiere di medico chirurgo dei muli. Con qualche cavallo,
alcune mucche e pecore l’attività di Brusati si è
ora ampliata. E’ una professione che ha i suoi pro e i suoi
contro. Il veterinario è l’unico ufficiale al sicuro:
è sempre lontano dalla linea, perché il grosso dei
muli non può seguirci in linea; ma tolto il pericolo delle
revolverate nemiche e concessagli una maggior comodità
e tranquillità d’animo, è sempre un mestiere
improbo. E’ un continuo rischio bazzicare tra le zampe elastiche
dei nostri irrequieti muli e le loro revolverate non sono meno
temibili delle altre. Inoltre il lavoro d’incisioni e di
tagli a decimetri quadrati sulla carne viva, richiede un certo
sangue freddo. Ecco perché lo giudico un missionario.
TRASPORTABILE
E’ la categoria media dei feriti. Quelli feriti seriamente,
ma non gravi, sono trasportabili. E’ un linguaggio da retrovie,
perché dalla linea tutti devono essere trasportati. Ora
poi i mezzi di trasporto sono sufficienti (non in Albania): slitte
a mulo, slitte Staderini a barella, autoambulanze. Qui è
un piacere..facciamo: debiti scongiuri!)
DINTORNI
Quando in Italia si parla dei dintorni, la fantasia immagina o
gli occhi ammirano un dolce lieto panorama di verde pace campestre
o ville-giardino o mari infrangentesi sugli scogli o rozze bellezze
di pietra stagliate nel cielo. Qui la parola dintorni è
sparita: c’è solo sul vocabolario. Quello che vediamo
intorno a noi non accende la nostra fervida fantasia di italiani
e i nostri occhi abituati al bello non sanno adattarsi alla piatta
monotonia di questi paesaggi.
RESISTENZA
Dote guerriera propria degli alpini e della roccia. Qui il nemico
s’infrange, come flutto agli scogli e la schiuma rugge,
stride, sibila, ma deve ritirarsi brontolando. Anche il nemico
astratto non intacca la resistenza dell’alpino. Il freddo,
il caldo, la fatica, neve, polvere, fango, bufere di pianura,
tormente di monti, sabbie di deserti: tutto s’infrange contro
la resistenza delle uniche forze veramente corazzate che esistono:
salute, buon umore, adattabilità, forza e spirito di sacrificio.
E l’alpino le ha tutte fuse insieme e le chiama: resistenza,
6 dicembre 1942 XX°
P.M. 398
LETTERA
Sogno del povero soldato; simbolo del postino. Ne arrivano di
ogni specie: ne partono di tutti i colori. Lettere tra fratelli
soldati (Charo fratello...) Lettere di vecchie madri (...e la
malia metterai quando fa freddo...) di sorelle (...la Lisa si
è sposata con quel...) di mogli...(...che ti penso sempre,
come spero che sia anche di te...) E lettere per ufficiali, profumate,
con calligrafie più sicure, quasi tutte femminili (“mio
dolcissimo amore...figliolo carissimo...) Lettere di ufficio in
busta gialla (“si prega d precisare i dati dell’alpino
disperso nel combattimento...) Buste gialle contenenti lettere
pericolose (,,,infliggo 9 giorni di arresti semplici...) Buste
aperte dalla censura con qualche nero sulla lettera: non deprimete
il morale di chi è al fronte! Lettere attese, sospirate,
sognate, per cui l’arrivo è più dolce della
lettura e si vorrebbe così strette, tenerle senza mai aprirle...
12 dicembre 1942 XX°
P.M. 398
AMMALATO
Persona calcolata privilegiata (se non è grave) nella mentalità
dell’alpino. Dal regno della linea l’ammalato passa
al regno dell’infermeria, dove Bianchi, Panato e Redaelli
formano il triunvirato regnante. mentre Carpone, Gambascu, Padella
e Stefàna sono i ministri laboriosi. Qui l’ammalato
guarisce per forza ed è costretto ad esser trasferito al
freddo regno di prima. Anche i cittadini del regno degli ammalati
hanno le loro caratteristiche. Gabrielli e il capor. Fontana sono
ormai soci onorari e benemeriti, non si ammalano mai sul serio
e non guariscono mai. Ci sono gli ammalati strani che di sera
hanno 40 di febbre e al mattino più niente. Ci sono quelli
che si accontentano di poche linee... Ci son quelli che hanno
febbroni da mulo. E ci sono gli specialisti che collezionano malattie
un po’ più originali delle solite: scabbia ecc. C’è
poi un ammalato che non vuol cambiare regno: il tenente colonnello
quando è indisposto. E lo vedi sempre al suo posto di lavoro.
PARTENZA
Incessante ritornello di Radio-scarpa. Sogno comune di milioni
di uomini in linea da una parte e dall’altra. Sogno particolare
degli Alpini che sognano per implicito la direzione: Italia. E’
il riposo dell’occhio sulle valli e sui monti comuni, tanto
diverse da queste. Perché “partenza” non significa
nulla in sé; acquista significato dal luogo d’arrivo:
Partenza a Torino, voleva dire “Russia”. In ogni modo
vuol sempre dire novità e i giovani ne sono assetati, convinti
come sono di trovarsi sempre in mezzo al peggio.
14 dicembre 1942 XX°
P.M. 398
FASCIA MOLLETTIERA
Son le fasce che portiamo alle gambe, un oggetto di corredo che
tutti consumano, che tutti cercano, che non c’è mai.
E gli alpini allora si arrangiano con grande scandalo dei comandanti
formalisti. Rinunciano al non plus ultra dello scik (per loro)
allo sbuffo di 2 metri di circonferenza per ogni pantalone e se
lo tirano giù fino alle scarpe; oppure infilano calzettoni
fuori ordinanza inviati dalle loro donne o create dalle maniche
dei farsetti a maglia (nuovo scandalo) ed ecco avviato il problema
delle fasce. Ma certi resistono; certi le portano finché
sono a brandelli e vedi il bianco dei mutandoni e il rosa dei
polpacci con qualche pelo nero trasparire di sotto. Ma i polpacci
sono la parte più resistente di un buon alpino.
ROTAIA
Lungo nastro di ferro che l’occhio ha seguito in viaggio
per migliaia di km. e che il cuore spera riveder presto e seguire
all’indietro per altrettante migliaia di km. Le rotaie russe
sono più lunghe di quelle tedesche. I Russi in fuga si
sono disturbati a spezzarle ogni 50 metri con apposite macchine,
togliendo del lavoro ai Tedeschi che le rimettono presto in atto.
Ne ho viste di tutti i colori, dal lucido color argento delle
più usate allo squallido color bruno delle arrugginite
dalle piogge. Le rotaie sono un gran richiamo per gli eserciti.
Gli attacchi puntano tutti su di loro. Vite umane si giocano per
la loro conquista, ed esse stan lì, mute interminabili
e cieche pronte a servire pazientemente questo o quel padrone.
INGRESSO
La parte più sudicia delle nostre baracche; qui si lascia
il fango degli scarponi. Nemmeno in pace i Russi curano l’ingresso
delle loro case; l’interno è molto confortevole.
Porte cigolanti mal applicate se pur ermetiche, qualche gradino
sconnesso, molto fango e molta polvere, nessun ornamento. Un abisso
dai begli ingressi delle nostre ville e dei nostri palazzi. Nessun
campanello, nessun indirizzo, nessun battente, qualche volta un
numero male scritto.
MANOVELLA
In una nazione di meccanici ne trovi in ogni casa. Di ogni forma
e di ogni peso. E le usi a qualsiasi lavoro pur non sapendo spesso
perché furono costruite. I nostri autisti poveretti, ne
fanno uso spietato. Per far ricantare i motori schizzinosi sulle
vaste pianure. Ma la povera manovella non può aiutarli.
E’ troppo debole. Par dire “lasciami in pace, non
vedi che cosa piccina sono? come posso spingere questi macchinoni,
che tutti gli elementi sono contro di me? E si sforza contro la
cocciutaggine degli autisti, finché si spezza.
21 dicembre 1942 XX°
P.M. 398
ADUNARSI
Riunirsi in gergo militare, ma mentre il termine riunirsi suona
lieve e piacevole e s’incornicia su sfondo di bottiglie
e di gaio conversare, il termine adunarsi è brusco –
è un ordine, è un’abitudine della naia, ed
ha per sfondo: marce, combattimenti, noiose riviste uno per uno,
discorsi che dicono sempre la stessa cosa. Eppure l’adunarsi
caratterizza la forza perché il singolo né è
né si sente forte quando è in divisa, mentre l’unione
dà l’impressione della potenza e valorizza ogni individuo.
Ecco perché l’adunarsi che suona infido all’orecchio
di chi sta in basso, ha un suono caro per chi sta in alto e strappa
sorrisi di orgoglio a facce non atte a sorridere.
AZZURRO
Colore del cielo di casa nostra, degli eroi e degli occhi slavi.
Anche qui il cielo è azzurro, ma pare un’altra cosa
del cielo italiano, pare timido, silenzioso, quasi fuori posto,
in un mondo così uniforme ed ha perso la sua vanità
perché gli specchi che gli si offrono hanno un fondo fangoso.
Azzurro colore di eroi, simbolo del Paradiso dove i morti rivivono.
Azzurro di occhi slavi, slavati. Slavato vien da Slavo o da lavare?
Occhi infidi, come un mare immenso privo di fondo e di rumore.
Occhi che affogano in sé sentimenti cattivi di odio, vendetta,
ira e concupiscenza. Povera Russia che per amore del rosso ha
rovinato il colore dei bei pensieri e della felicità.
ATTENTI!
Urlo del capo che si propaga ai militari allineati. Uno scatto,
uno scoppio di tacchi battuti, cento statue. E’ la forma
del tempo di pace. Un sussurro di un’ombra passeggera, una
raccomandazione in sordina, un segno con l’indice teso ad
indicar la minaccia. E la forma del tempo di guerra. Là
c’è parata. Quà è un modo di vivere
normale, categorico, che non ammette attenuanti. Là è
un’espressione di disciplina. Quà è un senso
che deve pervadere la mente e obbligare l’occhio e l’orecchio.
ARRIVO
Ogni arrivo è benvenuto per chi sta in linea. Meno l’arrivo
del nemico; ma quello si chiama attacco. Arrivano i pacchi dall’Italia!
Arrivano i complementi. Arriva il rancio. Arriva il postino. Arrivano
artiglierie. Se si tratta di colpi, no.
Esempio: sibilo, schianto, fischi, fiammata. Una voce timida:
“E’ per noi! Colpo in arrivo!”.
23 dicembre 1942 XX°
P.M. 398
TENENTE COLONNELLO
E’ il grado del nostro capo. Gli Alpini, poi il “Tenente”
lo dimenticano sempre e perciò Chierici passa di grado.
E’ uno di quei gradi intermedi tra il medio e l’alto.
Dicono che anche il comandante dei Russi che abbiamo di fronte,
abbia lo stesso grado e che sia giovanissimo. Ma il nostro “vecchietto”
non ha nulla da invidiare a nessuno per vitalità e coraggio;
credo che sia un esempio raro: lui va sempre allo scoperto e se
gli tirano vicino, né piega la testa, né cambia
l’argomento di cui stava parlando. Ha già 3 medaglie
d’argento e una di bronzo, è sicuro di vincere ed
è un continuo grattacapo per i nostri nemici perché
ne combina loro di tutti i colori.
GAS
Mai visto. Eppure la Russia è la patria del “Primus”
uno dei primi vanti della loro rivoluzione. Si vede che i fornelletti,
i profughi se li sono portati via con sé in braccio, come
figli. Anche il gas però è evidente che rappresentava
un privilegio delle città sui paesi, come l’elettricità,
perché nella patria del comunismo, dove tutti dovrebbero
essere uguali, tra città e villaggi, ci sono più
differenze che da noi.
GIORNO
Qui il giorno è più lungo perché lo si vive
24 ore, mentre a casa lo viviamo 14 o 15 ore. Però là
assume vari colori e il nero non trionfa, qui invece con 9 ore
di chiaro ne abbiamo 15 di scuro. Poi tutto è sovvertito;
il chiaro rappresenta qui un po’ di riposo, là attività;
qui il nero è ansia e movimento, là distensione
di muscoli e di nervi, riposo dolce... che la guerra sia contro
natura?
ORECCHIO
Organo complementare dell’occhio nella vigilanza: la vedetta
può perdere gli altri sensi, non vista e udito. Organo
principe nel collegamento telefonico, dove una voce lontana e
confusa sussurra frasi incomprensibili che l’orecchio teso
tenta di carpire allo spazio quasi sforzandosi di penetrare nell’apparato
telefonico per sentir meglio.
OGNI
Anche in tedesco ha un’altra pronuncia da “tutto”.
E’ una paroletta di grande valore in un esercito perché
poche son le norme individuali, molte quelle collettive. Ogni
uomo abbia i viveri di riserva. Ogni uomo esca con l’elmetto.
Ogni uomo metta l’arma in sicurezza.
OSTE
Gran bevitori gli alpini! ma nessuno, da borghese, fa l’oste,
forse perché chi vende vino non può sentirne l’odore...o
forse perché gli osti, panciuti e rotondi, col viso bianco
e rosso e glabro, non sono idonei alle asprezze della vita alpina.
In ogni modo la mancanza di Osti non incide sul morale delle nostre
truppe; è la mancanza di vino che si fa sentire. Osti russi
non se ne son visti. Il vino qui è raro come da noi i liquori,
e i Russi ne sono avidi. A darne loro un goccio, ottieni di tutto.
24 dicembre 1942 XX°
P.M. 398
GASSATO
Cioè colpito dal gas: una cosa molto più grave della
gassosa. Finora nessun gassato in vista e speriamo così
fino alla fine perché sarebbe un male per tutte due le
parti e i nemici non ci guadagnerebbero davvero nell’innovazione.
GIURAMENTO
Frase che si lega alla Patria. al Re, alla bandiera. Frase solenne
che deve incidere lo spirito di chi la pronuncia, con lettere
indelebili. Frase solenne, la cui solennità appare in momenti
gravi, quando gli istinti della natura cozzano a conflitto con
lei e devono essere dispersi perché questa deve essere
regola d’onore.
LA MATTINA
La mattina è il periodo più calmo di chi combatte
in questo fronte. Spossati dalla veglia notturna i soldati riposano
allora per essere pronti alla seguente veglia notturna. Qui il
giorno ormai si riduce alla mattina, ma siccome in quest’ora
si dorme, ritorneremo in Patria senza ricordarci del chiaro colore
diurno. Siamo ridotti ad un nuovo genere di uccellacci rapaci
notturni come gufi, allocchi o barbagianni privi di palpebre e
dalla vista acuta che infilza l’oscurità.
MARTELLO
Piccolo arnese da falegname molto usato nei giorni scorsi per
battere le travi delle nostre baracche, per sistemare porte e
finestre, per adornare di icone le novelle nude pareti. Qui in
Russia, sappiamo, il martello è simbolico: rappresenta
il distintivo dell’operaio proletario che lavora per il
popolo e per tutti, fuorché per sé, il cui lavoro
quindi è di minor rendimento, è un lavoro fiacco
e abitudinario di macchina. Ma sarà il martello stesso
che si rivolterà e schiaccerà l’idra comunista,
prima che la sua lingua malefica abbia avvelenato il mondo.
ULCERA
Un termine che sa di borghese, di clinica, di gente scartata dal
servizio militare. Un termine quindi di cui non c’è
da discorrere. Un termine ignorato qui, dove la malattia più
grave è la bronchite. Qui è il regno delle ferite
e della morte violenta, non dei mali occulti che macinano lentamente
l’organismo.
MAGGIORE
Il primo grado che incuta timore: è la prima penna bianca
in ordine gerarchico. E’ col tenente colonnello il grado
di chi comanda un battaglione. Qui però solo il Valchiese
ha il privilegio di un tenente colonnello. Di maggiori c’è
Paroldo, neo promosso che impera sulle salmerie.
MARESCIALLO
Altro grado, il più alto dei sott’ufficiali. Razza
di militare che è sempre imboscato; razza che tu scovi
nei depositi dei distretti, nei magazzini dove i visi diventano
più paonazzi e le pance s’arrotondano, dove essi
seggono come imperatori (circondati da schiavi) ai cui ordini
non si può muovere obiezioni perché altrimenti si
sollevano citazioni di date di fogli e di numeri di protocollo
che stordiscono. C’era un solo maresciallo nel Vestone:
Zaro, celebre bevitore; la morte lo ha voluto con sé il
1^ settembre per non far eccezione alla regola.
FORCHETTA
Quello strumento a 4 o 5 punte che serve ad infilare i cibi, fa
ridere. Un buon cucchiaio ha in se un che di serio e di rispettabile,
l forchetta no, lei è qualcosa di raffinato, di effeminato
ed imboscato. E alle truppe alpine non è stata assegnata
in dotazione e gli alpini fanno abbondante uso di quella naturale
forchetta a 5 punte che si chiama mano – più o meno
lavata – “tanto mi han fatto l’antitifica”.
Eppure, ironia delle cose, un buon mangiatore, vedi Tempini, Biffi
ecc. si dice una buona forchetta...Perché non un buon cucchiaio?
26 dicembre 1942 XX°
P.M. 398
FARINA
La copiosa manna ucraina. Un giorno non lontano diventerà
la manna delle nostre nazioni, non appena il tuono vittorioso
della guerra contro i Russi avrà spento il suo eco profondo.
Farina bianca trovata a quintali nelle case abbandonate e trasformata
in pagnotte gustose; farina gialla più rara, trovata in
terreno scoperto al tiro nemico e contesa al fuoco russo per riassaporare
dopo mesi di astinenza il caldo sopore di una polenta alla bresciana.
FUCILE MITRAGLIATORE
La petulante sorella maggiore delle armi individuali. E’
una compagna imperfetta ma fedele del combattente e sa bene obbedire
a chi si prende cura di lei e la prova e la accarezza e rinuncia
per lei d una coperta. Bisogna pulirla spesso e tenerla al calduccio
come fosse una persona umana e allora dalla sua gola nera trae
un canto focoso che crea il panico nell’avversario e la
soddisfazione nel tiratore.
BIVIO
Punto dove la via allarga le braccia, forse per stirarle. Punto
equivoco e pericoloso qui in questa terra russa dove le bufere
di vento e di neve cancellano anche la via semplice e fanno sparire
le baracche. Nei camminamenti il bivio è di moda, anzi
si moltiplica e diventa trivio e quadrivio e via dicendo. Si può
esser sicuri che su due vie da scegliere, prima si prova sempre
quella sbagliata. Come quando si cerca una chiave nella tasca,
che la si trova sempre nell’ultima.
BERSAGLIO
Nei baracconi o nelle gare di tiro a segno, il bersaglio è
una cosa finta, un po’ comica: figure di cartapesta, palline
di celluloide, cerchi concentrici. In guerra anche lui si fa serio:
qui il bersaglio è l’uomo. La pallina, il cerchio,
il fantoccio si sono concentrati in un essere umano che vive;
è uno dei più duri articoli del codice di guerra.
Ciascuno di noi è bersaglio di mille armi di ogni calibro
che attendono in agguato, alcune occulte, altre ancora frugando
e squarciando il terreno. Provare per credere.
VITELLO
Mansueto figlio della mucca, vittima predestinata senza alcuna
dichiarazione di guerra, dell’umana ingordigia. Ma non compassioniamolo,
egli segue la sua sorte. Sorte particolarmente sanguinosa nelle
regioni russe, ricche di bovini. Compassioniamo invece l’uomo
che è ridotto alla sorte del vitello per non aver seguito
la legge di Dio.
VARCO
Passaggio che facilita l’ingresso o l’uscita dall’ostacolo.
Tale è il passo aperto nelle più impervie montagne.
E i Tedeschi nel Caucaso ne san qualcosa: loro che puntano sempre
all’occupazione di tali varchi. Tale è la rottura
inferta strisciando nel reticolato nemico, di dove si penetra
per dilagare sulle postazioni avversarie. Tale è il punto
di sfondamento da un accerchiamento, di dove poter mettersi in
salvo per evitare il proprio annientamento. E tali sono altri
innumerevoli varchi che portano alla luce e alla salvezza o spingono
a contatto del nemico.
BASTA PAROLE, SI VA ALL’ATTACCO
Il 26 dicembre 1942
ha avuto termine l’interessante gioco di sorteggio di parole
dal vocabolarietto. L’offensiva dei Russi denominata ”Operazione
Piccolo Saturno”, mirata a sconvolgere le linee nemiche
e ad accerchiare i superstiti, stava per produrre i suoi effetti
anche nei confronti della Tridentina, fino a quel momento parzialmente
risparmiata dalle logiche di strategia militare dei nemici. L’offensiva
si faceva di giorno in giorno più pressante e non era più
tempo di attesa. Quello fu probabilmente il momento di abbandonare
le “baracche”, lasciare le trincee e formare quel
gruppo combattente capace, nei giorni successivi di gennaio, di
aprire il varco verso la ritirata. Che la situazione stesse precipitando,
lo si legge anche nel brano concitato ed apprensivo tratto da
una lettera scritta da papà a mamma Nelly il 30 dicembre
1942:
“Il
28 dicembre brutta giornata, da dimenticare. Giornata che mi fa
togliere dai miei ricordi alcune figure note, spesso nominate
anche nel mio diario. La giornata tragica ha avuto il suo inizio
con la morte di un povero artigliere, colpito in pieno mentre
stava osservando da una feritoia. Poi, a sera, i nemici sono penetrati
presso la baracca di Gianni (il famoso bunkern Ghedi) dove stavamo
io, Chiesi e Zini. Per fortuna Gianni era appena uscito; gli hanno
preso il suo attendente Boschetti e hanno ferito il suo porta-ordini
Tavelli. Gianni ha tentato di strappar loro di mano il suo attendente,
ma non è riuscito per scarsità di mezzi e munizioni.
Speriamo che lo trattino bene. Purtroppo la nostra pattuglia,
comandata da Artioli, è stata sorpresa da loro alle spalle
e nella notte ferale abbiamo dovuto raccogliere i corpi del povero
Artioli e del suo attendente, mentre il vecchio brontolone Ceretti
manca all’appello. Anche i Russi però hanno avuto
delle perdite e due di loro sono rimasti prigionieri. Ora, alla
mia mensa un posto è vuoto, quello di Artioli, che ha preso
posto su, in alto, in una mensa più numerosa...In tutta
la faccenda io e i miei non siamo stati toccati. Ora anche Gianni
non avrà più scherzi del genere. Ieri, molta vigilanza
e nessuna novità. Oggi è S. Eugenio e mi tiro le
orecchie. Dopodomani entreremo nel 1943: l’anno del ritorno,
ed ogni giorno mi arrampicherò per un gradino sulla lunga
strada che porta in cima tutti i miei cari che ho una gran voglia
di riabbracciare. Ti scriverò più a lungo nelle
mie prossime lettere; ora ricevi molti baci cari e dispensane
qualcuno anche alle nostre due innocenti bambine, che il Signore
le tenga lontane da tutte le bruttezze del mondo.”
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