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di
Gian Luigi Bonardi
Dedicato
a Piero e Cinzia, Vitto e Nirvana, Gian Luigi e Ludovica con Perry
e Pepita, Elio e Franca, Rodolfo e Donatella, Enzo e Gina, Giovanni
e Marisa, Lele e Pina, Pino e Alfonsina, Claudio e Daniela, Roberto
e Licia, Pino e Adriana con Carlo, Pippo e Marzia con Greta, Beppe
e Biancamaria con Alberto e Francesco, Giancarlo e Rachelina,
Gianfranco e Donatella, Gilberto e Carla con Marco, Lucio e Rita,
Claudio e Claudia con Vinicio e Maria, Franco e Carolina, Pier
e Nevea, Maura e Roberto, che hanno intrapreso la “Grandavventura
1 dal Don al Mar Nero”, sulle orme dell’A.R.M.I.R.
e dei Cosacchi, tra cippi e spiagge con le nostre casette a quattro
ruote.
E dedicato a papà, che mi ha accompagnato nel ricordo
offrendomi la traccia per il viaggio nella memoria dei nostri
cari Alpini.
PER
ASPERA AD ASTRA
Ciao,
papà,
come hai potuto osservare abbiamo portato a termine questo nostro
percorso della memoria, e mi piacerebbe molto poterti raccontare
di persona le mie impressioni, le conferme, le sorprese, le commozioni,
i commenti.
Oggi, 3 settembre, sarebbe stato il tuo compleanno; da allora
sono trascorsi ben sessantadue anni, e mancherebbe solo qualche
giorno al famoso 8 settembre di quel tempo, quando gli “amici”
Tedeschi ti hanno prelevato di forza, internandoti a Czestochowa
in Polonia. Altro argomento quello, ma ne riparleremo. Per ora
accontentiamoci di colloquiare a distanza. Tu sai dove sono, io
non so dove sei, ma ho la presunzione di immaginare che mi vuoi
ascoltare.
Un primo pensiero monopolizza la mia concentrazione, mentre ripasso
mentalmente le numerose letture sull’argomento “ritirata
di Russia”: quella degli Alpini fu vera gloria? E “a
che serve riparlarne?” Non tutti sicuramente la pensano
allo stesso modo, e non tutti apprezzano che si rinnovi l’argomento.
Certamente la situazione politica del tempo ha illuso numerosi
ed illustrissimi Italiani. Molti infatti hanno optato per la convenienza
di un intervento bellico che avrebbe potuto recare frutto alla
Patria, e favori al futuro tavolo della pace, dopo la “inequivocabile”
vittoria. Ma non si può vincere una partita di ping pong
usando uno stuzzicadenti invece di una racchetta. Ecco che già
ci sono le premesse per ritenere che alla base del reclutamento
vi fossero le ragioni per adottare per buona parte un metodo costrittivo,
con poca buona pace per i “dissidenti” soggetti alla
leva obbligatoria. Allora perché la maggior parte dei militari
era volontaria? Volontari, si, forse per ragioni non ben ancora
chiarite a noi posteri, ma proviamo a supporne almeno due. La
prima ragione potrebbe essere legata a motivi economici: “vieni
che ti dò la paghetta, e, a vittoria conseguita, potresti
ottenere da reduce una discreta sistemazione”. Bisogno di
sistemarsi l’avevano quasi tutti i giovani del tempo. La
seconda ragione, più nobile, potrebbe essere riferita all’affetto
che i giovani mostravano per valori come la Patria, la Famiglia,
la Fede, basati sulla convinzione che l’Autorità
costituita fosse la prima vera garanzia per una vita ordinata
ed efficiente all’interno della quale potevano fiorire,
come in un’alcova protetta, l’amore per i propri famigliari
e la fede in un Dio buono e riconoscente, che tutto sa perdonare
e comprendere, che sa infondere prudenza, speranza, giustizia,
fortezza, temperanza. In quel misto di ordine e qualunquismo,
di fede e di patriottismo, la società si attendeva di crescere
puntando sui grandi progetti socio economici, che avrebbero dovuto
sortire in un futuro “inequivocabilmente” migliore.
Per ottenere tutto questo era necessario non perdere il passo
rispetto a chi stava ponendo in caldo una imponente torta, alla
faccia degli altri, e nel forno scemavano vite necessarie a tener
viva la fiamma. Per non perdere una fetta di quella torta, occorreva
fare qualche cosa, la Patria aveva bisogno di sublimi sacrifici,
occorreva dar fondo ad ogni risorsa, anche all’oro delle
fedi nuziali. Per la necessaria difesa della fetta di torta i
nostri volontari, e non volontari, vennero inquadrati, vennero
loro consegnate divise ed equipaggiamento, vennero armati ed inviati
al fronte. Ma l’inquadramento non era stato sottoposto a
sufficiente addestramento. Le divise, “carine” a detta
delle nostre nonne ancora viventi, erano adatte a parate militari
e a film propagandistici, più che a combattimenti in situazioni
abnormi. E l’equipaggiamento? E le armi? Ho letto che non
ve n’erano abbastanza neanche al momento dell’arruolamento,
e già la prima paghetta se ne andava per l’acquisto
di qualcosa di più efficiente del fucile di ordinanza,
avanzo della prima guerra mondiale. Armiamoci e partite! I generali
non erano d’accordo, i politici non erano d’accordo,
il popolo, non era in grado di sapere e rispondeva alla propaganda
con baldanzosa assuefazione e temeraria sottomissione. La ragion
di stato ha prevalso. Francia, Albania, Grecia, Russia, Africa,
migliaia di giovani vite vendute alla ragione della guerra, come
se la guerra avesse davvero una ragion d’essere. E i nostri
Alpini, dirottati dalla direzione verso il Caucaso, vennero inviati,
loro malgrado, sul Don, a contenere forze nemiche preponderanti,
pronte, in attesa dell’inverno e del congelamento del fiume,
in attesa di dilagare, subendo e provocando massacri e terrore.
Pochi o nulli i rinforzi. Contro gli Alpini, oltre al nemico,
hanno tramato la pioggia di Grecia, il fango, la neve ed il ghiaccio
dell’Unione Sovietica. Che fare? Che pensare?
Caro papà, so che ci è voluto tanto, ma troppo coraggio.
In Ucraina già avevi scoperto che il “popolo nemico”
non era poi così diverso dagli Italianski: aveva sentimenti
simili, era propenso ad aiutare ed a farsi aiutare, familiarizzava
facilmente e condivideva il senso di stupore per quella strana
guerra che poneva di fronte ideologie diverse ma uomini tanto
simili nel modo di parlare, cantare, sorridere, abbracciare, piangere,
confidarsi. Anche per il nemico la guerra era soprattutto una
questione di obbedienza e sottomissione a superiori esigenze patriottiche.
In Russia avevi avuto la conferma della inutilità della
guerra, che non fa vincere l’Uomo, ma la sola preponderanza
e modernità dei mezzi di sterminio come i T 34 e le katiusce.
Che pensare? No, pensare troppo non era concesso; la segretezza
di certe operazioni era necessaria, quella di altre era il risultato
del completo annullamento di mezzi di comunicazione. E quella
necessità ha prodotto solo confusione, e tu, come tanti
altri ufficiali, hai dovuto assumerti le responsabilità
dei Superiori in decisioni immediate. Dal tuo diario si legge
il percorso geografico del tuo Valchiese, e ti mostri fieramente
orgoglioso delle vittorie conseguite dalla Tridentina. Ma non
compare con molta evidenza quale forza misteriosa ti ha spinto
ad essere, con la tua Compagnia, insieme al caro tuo amico Giorgio
Gaza, tanto coraggioso da esporti fin dall’inizio, quasi
sempre all’avanguardia, e con tanta fortuna. Solo più
tardi, nel diario di prigionia, ho creduto di trovare la risposta
al quesito. Essere al fronte senza notizie dall’Italia e
dal resto del mondo, senza ricevere rinforzi o aiuti via terra
o via cielo, senza avere più precisi ordini da eseguire,
faceva perdere automaticamente la fiducia nel felice conseguimento
dell’impresa. Erano forse venuti meno quel “credere,
obbedire e combattere” che avevano infiammato i cuori dei
più animosi? Forse sì, ma allora che si doveva fare?
Che si poteva pensare? Sul fare non c’era dubbio: cercare
di guadagnare al più presto la via del ritorno, portando
con sé quanti più compagni possibile. Sul che cosa
pensare era impresa più difficile. La cosa migliore era
cercare in sé stessi i motivi che potevano legittimare
la decisione di sfondare le linee nemiche per ottenere le vie
della salvezza, oltre la sacca. Alcuni non trovarono ragioni sufficienti,
e consumarono il loro coraggio con un ultimo disperato gesto.
Altri, perduta ogni speranza di salvezza, si sono offerti lentamente
alla morte per congelamento. Per fortuna molti altri, risparmiati
dalla fame, dalla dissenteria, dall’assideramento, dalle
cannonate dei T 34 o dallo schiacciamento sotto i loro cingoli,
dai colpi di fucile, di katiuscia e di mortaio, dalle pallottole
delle mitragliatrici, dal coltello e dalla baionetta del nemico,
hanno riscoperto in sé le ragioni di un coraggio più
illuminato, quel coraggio che nel catechismo era ed è ancora
definito Fortezza, una virtù e un dono dello Spirito. La
disperazione e l’istinto di conservazione hanno certamente
completato il quadro psicologico. Anche tu, come tanti altri,
hai allora forse invocato con la preghiera, insieme al tuo amico
don Pierino, sufficiente forza interiore per far prevalere sul
male facile il bene difficile. Così ti sei riscoperto capace
di lealtà, assetato di giustizia, di speranza, di saggezza,
d’amore, di fede nella possibilità di costruire un
futuro di certezze e di pace, ed hai voluto difendere quei valori,
sapendo che comunque la tua esistenza era necessaria per tè
stesso, per tua moglie, per i tuoi figli, per i tuoi genitori,
per i tuoi compagni ed amici, per la tua Patria. Il vero coraggio
degli Alpini, la Fortezza, quel coraggio mirato e consapevole,
li ha resi, al momento opportuno, capaci di azioni al limite del
possibile, capaci di sentirsi Uomini fino in fondo, non importa
con quali pregi o con quali difetti, ma Uomini veri, degni del
più sacro rispetto. Fu dunque vera gloria, papà,
la vostra, ed il nostro “viaggio della memoria”, almeno
per questa riscoperta e conferma di un valore unico ed insostituibile,
vale la pena, credo, di non essere dimenticato. Avevi ragione
papà: “per aspera ad astra”, la lezione mi
ha coinvolto, terrò presente anche in futuro.
QUEL
BREVE PEZZETTO DI MEMORIA
Sto
osservando, dalla finestra sul balcone di casa mia, un merlo,
che ha afferrato con le zampette malferme l’ultimo rametto
della grande pianta che sovrasta il crocevia, e da esperto funambolo
si destreggia tra le numerose foglioline che tremano al soffio
discreto del vento, mostrando rapidi sprazzi di luce riflessa
nel verde del loro fruscio. Uno spicchio di cielo terso e una
nuvola bianca, a forma di tartaruga, completano la scena verso
l’alto di questo pomeriggio inoltrato.
Guardando verso il basso posso vedere frettolosi passanti, auto
in sosta, fili elettrici, strade, marciapiedi, l’edicola,
la signorina con il setter al guinzaglio, le sei strade convergenti
verso il semaforo, i tavolini del bar sottostante. Ebbene si,
è proprio vero, qui da noi si gode la natura solo a spicchi,
guardando verso l’alto, e nel ristretto scenario si cercano
istantanee curiose e ci si spinge verso il cielo, alla ricerca
di fruscii e di silenzi lontani, almeno finchè non passi
la filovia o non risuoni l’ambulanza, o il rombare monotono
delle auto ferme al semaforo non preannunci l’arrivo in
abbondanza di gas tossici contro i ben chiusi doppi serramenti.
Il merlo comunque se n’è andato, forse inseguendo
la luminosità che va scemando, oltre le case di fronte,
inseguendo il sole che cala in un orizzonte che da qui non si
è mai visto. Ma noi sappiamo che l’orizzonte è
laggiù, verso occidente e ancora più in là,
oltre il mare, oltre i monti e le pianure, più in là
ancora: attraversa l’altro emisfero fino a raggiungere di
nuovo il nostro oriente e risalire, lentamente, così da
rendere noi orizzonte per altri, poi ancora avanti, il giorno
si ripete, e passano altri giorni, mesi, anni.
Questa potrebbe essere la vera storia del tempo, e nel tempo appunto
c’è tanta storia, così come negli orizzonti
ci sono tanti spazi che si vestono d’ombra e di luce con
precisa alternanza e si concedono alla nostra fantasia per suggestivi
viaggi nell’ignoto, e alla nostra conoscenza, per altrettanto
suggestivi viaggi nella memoria. Chissà da dove è
venuto quello scanzonato merlo, e dove sarà diretto? Avrei
voluto che mi concedesse più tempo, almeno il tempo di
scambiare due parole ed un fischio sui nostri orizzonti raggiunti
e oltrepassati nell’estate appena trascorsa, e scoprire
che il nostro potrebbe non essere stato solo un casuale incontro,
ma un inconsapevole ritrovarci.
Domani, senza riconoscerci, potremmo forse ancora casualmente
incontrarci da qualche altra parte, in altro tempo e spazio. Ancora
una volta non ci sarà il tempo della memoria, né
quello dei saluti “da uomo ad uomo”. Vola, amico merlo,
vola sulle tue strade d’aria, col soffio del vento, ineccepibile
professionista del turismo; guarda laggiù i palazzi, i
campanili, le cupole dorate, le punte affilate degli abeti, le
macchie gialle dei girasoli; insegui le grandi cicogne che planano
in piccole alcove su tralicci e camini, fermati al campo di mais
per lo spuntino e non meravigliarti se, proprio lì vicino,
hai visto passare in fila casette a quattro ruote, su strade dissestate,
fra carretti ed oche. Allora forse anche tu, amico merlo, sei
divenuto protagonista d’una foto, d’un saluto e d’un
breve pezzetto di memoria. Il rifiorire del ricordo raccoglie
i miei pensieri fino a quel momento impegnati nel volo pindarico,
e li riconduce repentinamente sulla mia scrivania di casa, riversandoli
nel computer. Questa è la conferma più probante
del nostro ritorno, ora rimane il tempo di ricostruire l’avventura,
ripercorrere gli orizzonti, riordinare abbracci, sorrisi, commozioni.
LA
GRANDA MELA
Ventidue
equipaggi, singolarmente o a gruppi di due, di tre, anche di cinque
e forse più, provenendo da città e paesi della nostra
Italia, (penisola ed isole comprese), hanno percorso itinerari
differenti, per giungere a Medyca, il primo grande appuntamento
per scambiare abbracci e saluti, presso il confine polacco/ucraino.
“La Granda” aveva così adempiuto al primo proposito
di riunire gli “spicchi” dell’intero “frutto”
che ha partecipato alla “Grandavventura 1 dal Don al Mar
Nero”.
Quando un camper lascia il proprio rimessaggio o comunque qualsiasi
proprio luogo di “riposo” per la partenza verso una
nuova meta, è assoggettato ad una serie di operazioni che
comprendono: pulizia radicale, riassetto, controllo delle sue
varie componenti meccaniche, elettriche, idrauliche, svuotamento
e riempimento. Il camper viene tenuto gelosamente all’oscuro,
dall’equipaggio, sulle intenzioni che riguardano la nuova
avventura, ma ogni volta è necessario che si trovi in perfetta
forma, pronto ad assuefarsi senza problemi ad ogni comando del
proprio guidatore e ad ogni suggerimento del relativo navigatore.
Solitamente il compito di provvedere alle necessità del
“mezzo” vengono assunte dall’”uomo di
famiglia”, mentre la componente femminile dell’equipaggio
si arroga ( e per fortuna) il compito di ripulire gli interni,
svuotare i cassetti e i mobiletti dei loro trascorsi “contenuti”
e ripristinare l’ordine delle necessità di vestiario,
di pulizia, di toilette e di culinaria. Il gavone, o il garage,
possono essere fonte di discordia in un equipaggio anche ben equilibrato,
soprattutto quando si tratta di scegliere come “farcirlo”.
Lui vorrebbe inserire porta attrezzi, bottiglie di vino e di liquore,
computer, fili elettrici, corde, tiranti, ganci, e possibilmente:
una tanica di carburante, contenitori di olio da motore e di acqua
per raffreddare il radiatore. Lei più semplicemente vorrebbe
inserire: catini, secchi, stendibiancheria, riserve di detersivi,
acque minerali, ricambi di asciugamani e vestiari da post-doccia,
prodotti per l’igiene del bagno e dell’acqua grigia,
scottex, carta igienica e tanti, tanti scatoloni vuoti pronti
ad ingoiare souvenirs e probabili altri acquisti del futuro viaggio.
Non sembra far discutere invece, sempre che lo spazio ci sia,
la scelta di inserire nel garage biciclette e gonfiabici, o, in
alternativa, un efficiente scooter menomato di parabrezza, con
tanto di guanti, giacconi, caschi e bloster. Altra scelta che
non guasta gli umori: il tavolino con relative seggioline e, perché
no, poltroncine o sdraio rilasanti, magari con ombrellino anti
sole.
La partenza per una estiva “Grandavventura” comporta
una speciale cura nel riempire concordemente il gavone o il garage
di pasta, latte, vino, acqua minerale e scatolame vario. Si può
non rinunciare alle biciclette, sempre spazio permettendo, ma
conviene rinunciare allo scooter e suoi accessori. E’ appunto
dopo questo tipo di preparazione che anche il nostro equipaggio
(Ludovica, il sottoscritto ed i cagnetti Perry e Pepita) ha iniziato
il proprio percorso verso il Don, previo accertamento che non
mancassero i necessari documenti di viaggio (patenti, carte d’identità,
polizze assicurative, autorizzazioni a condurre il camper, visti,
inviti, permessi, passaporti (per i cani oltre al passaporto (si
fa per dire: personale) era necessario anche il certificato veterinario
di buona salute).
Per l’occasione non è stata dimenticata una piccola
biblioteca di racconti storici sulla seconda guerra mondiale ed
in particolare sulla “ritirata di Russia”, pronti
per essere distribuiti ai volontari lettori desiderosi di approfondire
argomenti utili alla prima parte del nostro viaggio, quello dedicato
alla memoria dei nostri Alpini e di quanti altri parteciparono
all’epica lotta.
Via quindi verso Brescia, a raggiungere l’equipaggio di
Pina ed Elio (vero nome di Lele, tenutoci segreto quasi fino al
termine del viaggio) e l’equipaggio di Giovanni e Marisa.
Con loro abbiamo proseguito oltre Tarvisio verso Austria, Slovacchia
e Polonia, fino appunto a Medyca, raggiunta il 3 agosto con un
po’ di ritardo. Quella che in seguito ci è piaciuto
definire la “Granda mela” si è definitivamente
composta presso il confine fra Polonia e Ucraina con l’arrivo
dell’ultimo spicchio: l’equipaggio di Giuseppe, Biancamaria,
Alberto e Francesco, proveniente dalla incantevole Sicilia, che
con nostra sorpresa e soddisfazione ci offriva, con Giuseppe,
l’unico ed insostituibile “medico di bordo”.
A Medyca dunque ha avuto inizio formalmente la “Grandavventura
1 dal Don al Mar Nero”, e ad ogni spicchio della “Granda
mela” è stato attribuito il “numero di colonna”:
dal 1 (capicolonna: Piero e Cinzia) al 22 (codacolonna: Roberto
e Maura).
RADICI
Dopo
aver vistitato Kiev, superata Poltava e la frontiera ucraino/russa
a Karkiv, siamo giunti sul “territorio della memoria”
a Belogoroje e a Rossosh. Nikolajewka era vicina, le voci, nei
baracchini, esigevano serietà, ed ogni battuta spiritosa
venniva sospesa, o scivolava nel silenzio.
Il primo scopo del nostro viaggio, come proposto e voluto, ha
ricevuto attenzione e rispetto unanimi, salvo rarissime, incolpevoli
eccezioni.
Condurre le nostre ruote gommate sui territori che furono teatro
delle ultime battaglie nei pressi del Don, delle quali sono stati
protagonisti i nostri Alpini, ha subito confermato l’interesse
dei partecipanti. Attraverso i baracchini rimbalzavano domande
e risposte sulla composizione dell’A.R.M.I.R, sulla dislocazione
delle nostre truppe e degli altri contingenti, sulle direzioni
prese durante la ritirata e sui luoghi che sono stati oggetto
delle battaglie più cruente. Pino Danese, il più
esperto in materia, documenti alla mano, era puntualmente pronto
ad offrire ragguagli sui nomi delle località, sulla composizione
dello C.S.I.R. (Corpo di Spedizione Italiano in Russia), compresi
nomi di generali ed ufficiali del nostro Corpo d’Armata,
delle Divisioni, dei Battaglioni, delle Compagnie, dei Plotoni.
La distinzione fra una penna bianca ed una penna nera era solo
uno dei chiarimenti richiesti, insieme a tanti altri particolari
su episodi conosciuti e tramandati in testimonianze scritte ed
orali.
Dalle nostre comode e calde casette potevamo osservare “dal
vivo” gli interminabili campi di girasole, le balche che
luccicavano tra pioggia e sole, la strada ferrata, i gruppi di
piante verdeggianti che nascondevano paesini composti di piccole
casette ad uno o massimo due piani, e i tanti sgabelli di vendita
di prodotti agricoli, dislocati ai lati della strada e presidiati
da intere famiglie: nonni, genitori, figli, nipotini, cani, torelli
ed oche compresi. Suggestione delle letture? Ritorno alla mente
di racconti di papà che credevo non uditi o dimenticati?
Ho ipotizzato, insieme a molti altri, come potevano essere state
quelle distese in pieno inverno, a quaranta sotto zero, sopraffatte
dalla neve e dal ghiaccio. Abbiamo immaginato di osservare sulla
bianca, infinita distesa l’interminabile serpentone grigio
nero di Alpini, con i loro muli superstiti, gli slittini trascinati
a stento, i carretti prestati dai paesani ricolmi di feriti e
i tanti, tanti sbandati al seguito. L’immagine riproduceva
le mie letture fatte sull’argomento, ed il serpentone avanzava
lentamente, senza rumore, in senso contrario al nostro, quasi
che volesse avere come riferimento la nostra stessa strada, a
lato della ferrovia. L’immagine avrebbe potuto riguardare
un giorno di poco antecedente il 31 gennaio 1943, quando papà
con i tanti altri, in marcia da Nikolajewka, era diretto a Bolske
Troshoje, dove quel “fiume di pellicce spelacchiate.!”
avrebbe ricevuto “i primi soccorsi, le prime strette di
mano, i primi elogi”.
La fantasia, quando si fa prepotente, suggerisce poi fatti ed
episodi che possono considerarsi “al limite della realtà”.
Così mi piace supporre che in quei luoghi, a combattere
il freddo e la fame e a difendermi dal nemico, ci fossi già
stato anch’io, se non altro nelle intenzioni e nei desideri
di papà, fin da allora sostenuto dalla speranza in un futuro
migliore che comprendeva l’idea di una famiglia numerosa,
per la quale il sottoscritto aveva forse già avanzato la
propria candidatura a partecipare. Ecco che allora il mio sentimento
legato all’approfondimento della memoria storica si è
fatto più insistente e più esigente. Forse proprio
in quelle “radici” sta il segreto di una voglia di
esserci che assomiglia ad un ritorno su luoghi già noti
per riflettere, verificare, commentare.
UN ASILO PER LA PACE
L’importanza
strategica di Rossosh durante la seconda guerra mondiale, è
un dato ampiamente riconosciuto e confermato dalla storia. Conquistata
dai Tedeschi, che ne fecero baluardo per la preventivata offensiva
sul Don soggiornandovi nella prima fase bellica, la città
venne poi consegnata agli Italiani, che ne fecero la sede del
loro comando militare, finchè non dovettero restituirla
ai Russi, in modo, come sappiamo, non certo indolore. Ma che impressione
fa oggi al turista italiano questa città “eroica”,
che in molte vie e piazze fa bella mostra di carri armati, katiusce,
monumenti esaltanti la potenza bellica? Lascio ad altri il compito
di approfondire l’argomento. Personalmente mi limito ad
osservare che quei “simboli”, probabilmente i resti
di un retaggio politico-culturale che va fortunatamente attenuandosi,
non producono sicuramente l’effetto di educare la popolazione
a sentimenti di pace e di condivisione, ma l’effetto di
propagandare il significato che forza, potenza e invincibilità
siano ancora oggi valori da difendere, per un bene comune che,
al contrario, rischia di essere di fatto il bene del più
forte, potente e invincibile.
Più accettabile è invece la “memoria”
degli eroi raffigurati nella grande piazza con effigi monumentali,
allineati a semicerchio, certamente meritevoli del nostro rispetto
e della nostra preghiera. L’affermazione della nostra propensione
per il perdono, la pace, lo sviluppo, la concordia tra i popoli
(proposito anche del nostro viaggio), ci fa guardare comunque
con estrema simpatia il popolo Russo, incapace di ostilità
sleale verso gli Italiani, anche nei momenti più “crudi”
della guerra. Quel sentimento è reciprocamente condiviso
dai due popoli, unanimi nel dare giudizi non altrettanto benevoli
nei confronti dei nostri ex alleati germanici. “Mai più
guerra”, come dice l’amico Mario Rigoni Stern, come
ripetiamo noi, come si augura il simpatico prof. Morosov, che
con tanto entusiasmo e commozione ci ha guidato all’interno
dell’Asilo, costruito dagli Alpini per i bimbi Russi, come
segno di pace e di amicizia. Il sorriso dei tre piccoli bimbi
biondi, ospiti dell’asilo, che agitavano le manine nel tipico
gesto di saluto è un ricordo che vale più di tante
parole. All’interno delle stanze adibite a museo, poste
sotto le aule e il refettorio, ho esaminato con commozione tutti
i documenti, le fotografie dei caduti Italiani, dei prigionieri,
dei vivi e gli oggetti a ricordo dei tristi giorni di guerra.
Invano ho cercato di riconoscere fra i gagliardetti quello del
“Valchiese”; ho dovuto accontentarmi di quello del
“Gruppo Alpini di Brescia” e di quello della “Tridentina”.
L’effetto della visita è stato comunque toccante,
e penso che chi ha avuto un parente, un amico o un conoscente
protagonista di quella tragedia, ha certo più di altri
potuto ascoltare e comprendere, facendosi accompagnare dal professore
sul sentiero della “memoria”, fino a quel giorno di
visita. Di quella memoria ora anche noi, con la nostra presenza
e con la consegna del nostro gagliardetto, facciamo parte. L’intervista
televisiva richiestami a sorpresa poco dopo mi ha trovato emozionato
ed impacciato. Avrei preferito che la telecamera riprendesse tutti
noi uniti in un grande cerchio, con i piccoli ospiti dell’asilo,
ma il desiderio non era realizzabile. Nei giardini prospicienti
l’asilo il nostro voler essere insieme ci ha visti invece
allineati con le nostre bandiere davanti al monumento eretto dagli
Alpini raffigurante il fatidico cappello con penna, segno di concreta
riconoscenza.
MAI
PIU’ GUERRA!
Caro
papà,
come hai potuto leggere fino ad ora, il nostro “viaggio
della memoria” non sembra essere stato inutile, e tu sai
quanto sia importante oggi affermare con decisione “Mai
più guerra!”. Lo ribadisce l’amico Mario Rigoni
Stern, lo conferma il prof. Morosov, lo sanno tuo fratello Gianni
Bonardi, i tuoi amici Peppino Prisco e Giorgio Gaza, il tuo cappellano
don Pierino, i nostri conoscenti Iacoviello Giuseppe, disperso,
Carion Guerrino, zio di Vitto, fante della Cosseria, il generale
Mario Odasso dello Stato Maggiore, il soldato Moreschi Giacomo,
superstite lasciatosi quasi morire per assideramento e salvato
da un compagno di Bergamo; e ancora l’artigliere Dino Marenco,
papà di Piero, della Ravenna, e altri nomi noti come don
Gnocchi e Guareschi, lo scrittore di “Don Camillo e Peppone”.
“Mai più guerra” scrivono anche tutti gli autori
dei libri della piccola biblioteca storica della Granda, da me
approntata per l’occasione, in memoria della tua “biblioteca
da campo” che allestivi appena possibile.
Chi ha sperimentato sulla propria pelle una guerra, certamente
sa quanto essa sia inutile. Così anche tu lo sai, ed avevi
capito che i tuoi Alpini avevano bisogno di non pensare solo a
come uccidere o farsi uccidere; solo a resistere alla minaccia
del freddo; solo ad essere prepotenti o a farsi suggestionare
da suggerimenti tipo “boia chi molla”. All’occasione,
da buon consigliere e stratega, eri capace di tirar fuori un mazzo
di carte, o una sigaretta, o fogli congelati di enigmistica, e
ti arrogavi il compito di “distrarre la truppa” insegnando
bridge, o allestendo uno spettacolino comico-drammatico, o improvvisandoti
maestro di coro, o proponendo ed organizzando i più disparati
tornei fisici ed intellettuali. Ne abbiamo avuto testimonianza
da tanti reduci. Ciò nonostante, per corrispondere al richiamo
della sopravvivenza tua e degli altri, con il coraggio della tua
fortezza ti sei personalmente esposto, per essere esempio, come
era dovere per ogni ufficiale, partecipando alle operazioni più
rischiose, delle quali sono testimonianza le croci di guerra d’Albania
e la medaglia di bronzo di Russia che hai portato fino a casa,
attraverso la ritirata. Ecco, siamo passati per i luoghi delle
tue battaglie e ad ogni nome di località, che cercavo di
decifrare traducendone la scritta dal cirillico, ho trovato un
ricordo che ti appartiene, e che ora appartiene anche a tutti
noi, che abbiamo avuto l’occasione di leggere il tuo preciso
e circostanziato diario.
Datscha, Andrejewca, Podgornoje, Opit, Repjewka, Postojalyi, Novo
Kalitva, Novo Charkowka (Charkowskaja), Krauzowka, Sheljakino,
Varwarowka, Nikitowka, Arnautowo, Terenkina, Alexandrowka, Nowo
Dimitrowka.
Alcune località le abbiamo raggiunte e oltrepassate; di
altre abbiamo solo notato i cartelli stradali con la direzione
e la distanza; nelle più importanti abbiamo sostato, per
offrire al sacrificio di ogni combattente, caduto o sopravvissuto,
con riguardo particolare per gli Italiani, ma senza distinzioni
di nazionalità, momenti di silenzio, di affetto, di lettura,
di canto e di preghiera.
A Livenka (Nikolajewka) abbiamo improvvisato la cerimonia più
toccante, deponendo, ai piedi del cippo eretto dai Russi che ricorda
i caduti Italiani della seconda guerra mondiale, i simboli della
vostra lotta contro la fame ed il freddo: pane, vino, ghiaccio
e calzerotti, oltre all’omaggio di un mazzo di fiori tricolori
a ricordo della nostra e vostra Patria.
La famiglia Odasso ha sfoggiato due cappelli d’Alpino ed
un gagliardetto, adempiendo ad una promessa. Nell’unanime,
quasi religioso silenzio del nostro ascolto Ludovica ha regalato
il dolce e commovente canto “Centomila gavette di ghiaccio”,
e sono sicuro che tu, papà, eri presente nel suo cuore
ad ispirarne la voce che si disperdeva nel verde circostante fino
a raggiungere, sospinta da un impercettibile coro, le balche che
si ergevano all’orizzonte. Brevi cerimonie anche a Pavlosk,
con la lettura del brano del sottoscritto “Livenka, voci
senza nome” e il ripetuto canto di Ludovica, nonché
a Kasinka, con omaggio di fiori al cippo rappresentante lo stivale
d’Italia.
Il nostro “viaggio della memoria” potrebbe concludersi
qui, con il ricordo del terrapieno di Nikolajewka impraticabile
per il fango, il sorriso di alcuni ragazzi venuti ad osservarci
e a chiedersi il perché di tanto interesse per un sottopasso
di ferrovia.
Lì accanto ci osservava spaventato un piccolo torello incatenato.
Di lì a poco una nutrita mandria di mucche sarebbe passata
presso i nostri camper, sollevando un polverone irrespirabile.
Forse anche questa volta Livenka vuole allontanarci a suo modo,
così come a suo modo ci ha accolto, con la sbarra del passaggio
a livello chiusa, quasi volesse chiederci, prima di entrare, un
minuto di silenzio.
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