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Diario
di Bordo in rima di Gian Luigi Bonardi - Capitolo 18 |
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Agosto, PSKOV |
Cambiare
ancora rime mi da fiato
per proseguire codesta avventura,
dalla rima baciata mi commiato
e mi accingo a quest’ultima stesura.
Ancora un po’ di Russia provinciale
dobbiamo ripercorrere domani,
con il solito traffico locale
con i sorpassi a destra e i “contromani”.
Con i tergicristallo in movimento
respingiamo la pioggia torrenziale;
di fare un pensierino non mi sento,
il baracchino ha flebile il segnale.
E dentro la terribile bufera
anche la previsione di “Bernacca”
che avremmo avuto sole alla frontiera
dentro il cb sembrò un muggir di vacca.
Finalmente giungiamo alla dogana
ci disponiamo tutti lì in disparte
in attesa che arrivi la “Befana”
a regalarci un: “dai che si parte!”
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Quelle tre ore di burocrazia
furono ancor sorbite con pazienza
nessun di noi fu colto da pazzia,
solo perché di vino eravam senza.
Il doganiere ebbe comprensione
dei poveri turisti itineranti
e colto da improvvisa compassione
ad Uno suggerì di andare avanti
a disporsi già oltre, compattati,
nell’attesa che visti e documenti
fossero stati tutti controllati
e firmati dai suoi “luogotenenti”.
Sistemati così come previsto,
mentre la pioggia lenta si dirada,
nell’attesa ciascun del proprio visto,
si sta fuori dai camper sulla strada. |
Mentre
il sole si affaccia a mezzogiorno,
polarizza la nostra digitale
la dacia verde col recinto intorno
posta sul lato del bagnato viale.
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Uno
a colonna “saliamo in vettura
i controlli son stati completati,
adesso continuiamo l’avventura”.
Si parte ancora tutti allineati.
La frontiera polacca è ancor lontana,
e tutti abbiamo un certo languorino.
C’è sulla strada un suono di campana;
ci si ferma al primo paesino.
La sosta si rivela rilassante:
due barzellette, pranzo e penichella
tutto questo al turista itinerante
fa rammentare che la vita è bella.
Sistemata una vite di mansarda
dopo una pastasciutta con ragù
e un ultimo bicchiere di Bonarda
mi stendo in letto e non mi alzo più.
Le redini del nostro quattroruote
passano in mano della Ludovica
“vuolsi così colà ciò che si puote”
e la “casetta”, in men che non si dica,
al comando dell’Uno di partire,
si pone con stimata precisione
al suo settimo posto, per finire
con tutti gli altri in circolazione.
Intanto il Trentadue chiede soccorso,
rallenta, e la sua acqua va in pressione:
certo il chilometraggio che ha trascorso
era la causa della confusione.
Fatto sta che ha bisogno di una mano
ci si consulta con i baracchini;
quel che è certo è che deve andare piano
e ha bisogno di aiuti più vicini.
Quindici presta subito servizio;
Ventiquattro s’aggrega per il fatto
d’aver capito già dal primo indizio
l’origine precisa del misfatto.
Turismo itinerante è anche questo:
se qualcheduno nelle grane sta
trova sicuramente chi più presto
sa confermargli solidarietà. |
Sull’autostrada
restiamo quaranta
e procediamo con i fari accesi,
ormai la notte umida ci agguanta.
“Svoltare sulla destra, siamo intesi?
sveglia ragazzi che siamo arrivati
ancora pochi metri, sistemarsi,
abbiam la sauna, siamo fortunati”
e tutti per la cena a rinfrescarsi.
M’han detto che la sauna è fatiscente,
che il gabinetto non si può usare…
in verità non me ne importa niente,
“abbiamo tutto in camper, lascia andare”.
In breve coi cagnetti sistemati
abbiam concluso la lunga giornata
nei nostri bei lettucci preparati
per l’indimenticabile ronfata.
La notte scende placida e silente,
forse sta già sognando tutto il campo,
nel dormiveglia qualcheduno sente
il tuono che riecheggia dopo il lampo.
Di sveglio non c’è solo il Trentadue,
preoccupato per la sua vettura,
ma forse siamo ancora più di due
a ricordare nella notte scura,
tutte quelle romantiche emozioni
da noi vissute nei passati giorni.
Ci ricompare Mosca, i suoi lampioni
che illuminan Moscova e i suoi dintorni;
il museo Pushkin, il centro nucleare,
l’anello d’oro, la sosta in piazza Rossa,
San Pietrobugo, la Neva ed i suoi ponti.
Ricordar tutto credo non si possa,
meglio dormire per essere pronti
al viaggio che ci spetta l’indomani.
Con un irrefrenabile sbadiglio
sotto il cuscino infilo le mie mani;
mi trovo anch’io nel sogno qualche miglio. |
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