Diario di Bordo in rima di Gian Luigi Bonardi - Capitolo 17
15 Agosto, L'IMPRESA ALL'ERMITAGE E PER LE VIE DI SAN PIETROBURGO
Levata alle cinque del mattino.
Quindici a Nove “Sarò indovino,
oggi diluvierà per tutto il giorno.”
Nove “Tu proprio non capisci un corno,
dopo rimbombi con pioggia impazzita
vedrete una bellissima schiarita.”
“Sarà”, diceva il Ventitre sommesso,
“ma per fortuna io non ho scommesso”.
In realtà la cosa si fa seria,
mentre si manifesta l’intemperia
ci disponiamo tutti allineati
per numeri crescenti incolonnati.
“Deve giungere qui la polizia
prima di allora non darò il via”
Uno ripete a tutti le istruzioni:
“speriam che oggi tutto qui funzioni”.
Ecco, ci siamo, c’è la polizia,
si sposta già l’intera compagnia.
Ci scorta una vettura sul davanti,
una in centro, una dietro a tutti quanti.
Quarantadue ha la ruota gemellata
ed una pietra le si è incastrata;
Ventiquattro fa sfoggio di esperienza:
con il crik gliela fa tornare senza.
E’ ferragosto, un’acqua torrenziale
si rovescia davanti a ogni fanale.
Nel silenzio dell’alba il serpentone
attraversa le vie d’ogni rione;
con precedenza su ogni altro autista.
S’avanza la colonna camperista;
traversa ponti, piazze, vie, contrade,
s’insinua dentro i vicoli e le strade,
ma la sua corsa sembra deviare
rispetto al luogo dove deve andare.
Uno a colonna “qui non si capisce;
come mai questa corsa non finisce
all’Hermitage, come concordato?
Forse la polizia se l’è scordato,
ormai qui siamo già in periferia,
io l’abbandono, la lascio andar via
e mi fermo in attesa d’istruzione.”
I poliziotti vedon confusione,
ritornati riprendon posizione,
e all’Uno che ad andare non si mette
mostrano con furore le manette.
Sta per crollare qui la situazione,
si fa un appello all’Organizzazione.
L’omino dal capello inricciolito
accogliendo quel disperato invito,
manda la Olga, pronta a contrattare
per una soluzione regolare.
Olga sotto il diluvio è incamminata,
a metà per fortuna è accompagnata
dai poliziotti nell’auto centrale
che la conducon fino al fondo viale
Di quella discussione non so niente,
ma so che il poliziotto renitente
si rimise a guidare le casette
verso la meta, ed eran già le sette.
Con quella pioggia da disperazione
giungiamo all’Hermitage con emozione.
Dall’Arco di Trionfo son ripresi
i camper con i fari tutti accesi:
“guarda, Tassone, questa è un’altra gloria
che della Granda passerà alla storia!”

La polizia adesso sta in disparte,
forse pensando che anche questa è arte,
anzi, vedendoli troppo a noi vicini
fa sloggiare anche tutti i netturbini
Il Casarin intanto con coraggio
fotografa l’intero paesaggio
da un tetto sotto all’Ammiragliato,
dall’Ammiraglio stesso accompagnato.


E’ l’ora del tripudio, si fa festa,
anche la più piccina si ridesta,
e quasi a farlo apposta, sul più bello
cessa la pioggia e vien chiuso l’ombrello.
Anche stavolta Nove ha detto il vero,
lontano c’è uno squarcio in mezzo al nero,
l’azzurro ci raggiunge con ritardo
ma è per dare luce allo stendardo.



Qualche minuto ancora per la gloria
di questa nuova italica vittoria,
i camper sono ancora addormentati
noi siam felici, anche se bagnati.
 
Quarantaquatto camper compattati
anche sull’Ermitage si son fermati,
e ciascuno di noi, nel dire addio
può ripetere forte “c’ero anch’io!”.
Mentre la luna appare su nel cielo
sbirciando tutto quanto dietro a un velo
e ci rammenta l’ora di partire
perché la notte già sta per finire,
vien l’ordine “rimettersi in sfilata
è tempo di formar la ritirata”.
Ancora un bicchierino di spumante
dà forza al turista itinerante
per dar l’ultimo sguardo ed andar via
sorseggiando con gioia e nostalgia.

La scorta ci fa strada nel ritorno,
e ci abbandona quando ormai il giorno
ripopola di Sanpietroburghini
le piazze ed i vialetti nei giardini.
Ripercorriamo ancor la “Prospettiva”
il ponte sulla Neva che saliva,
coi domatori di cavalli ai lati,
case e palazzi vengon rispecchiati
nel fiume che ci scorre sulla destra.
Sono le otto e ancor dalla finestra
seguiamo il serpentone che va via
fino a raggiunger la periferia.
Qui, presso il verde si fa la fermata
e La Granda rimane abbandonata
per tempo superiore alla pazienza.
A volte l’abbandono è un’esigenza:
se non se ne conosce la ragione
può crearsi spiacevol confusione.

In quella sosta eravamo invitati
a rimanere presso i verdi prati,
a far correre i cani nei vialetti,
a rimandare i piccoli nei letti,
a far passare il tempo per tre ore
e a chiedere “partiamo?, per favore!”
Forse era meglio fare un riposino
dopo l’alzata di primo mattino.
Nel frattempo l’omino “strozza pelo”
ci preparava con paziente zelo
i conguagli di spesa e di gestione
da regolare alla conclusione;
peccato che nessuno ci credeva
mal sopportando il tempo che perdeva.
Finalmente con saggia decisione:
Uno a colonna, “in altra posizione
ci conviene più avanti parcheggiare
ove tutti potremo anche pranzare”.
Non s’aspettava altro in quel momento
subito fu sopito ogni commento.
Così a una stazione di servizio
oltre ai panini sanammo lo sfizio
di sorbirci un gelato con pazienza…
sempre aspettando a lungo la partenza.
Ed ecco che l’omino del capello,
mentre dormivo, proprio sul più bello,
lasciata l’auto da competizione,
giunge mostrando la sua dedizione….
 Uno a colonna “è meglio proseguire;
quest’oggi a Pskov dovremo finire,
ci fermeremo solo per il pranzo
e avrem pochi chilometri d’avanzo”
Un semaforo è rosso, e la capretta
con un cane curioso e una vecchietta
osservano ogni nostro movimento
dal primo fino all’ultimo momento.
Lasciamo la gentile compagnia,
anche stavolta è l’ora di andar via.
A Psocov era tempo di cenare;
per il ritardo non potemmo andare
a visitare Cremlino e castello;
lo facemmo di notte. Suggestiva
era la cattedrale che svaniva
circondata dal buio delle mura
erette in una strada stretta e scura;
oltre l’angolo in fondo stava il fiume,
ai lati barcollava un solo lume
che rifletteva il suo fascio d’argento
di tanto in tanto, assecondando il vento.
E nella piazza tutta illuminata
i giovani al finir della serata
affollavano la paninoteca
prima di andare tutti in discoteca.
A noi bastava il “cinema Bianchini”
nei nostri camper fra coltri e cuscini.
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