Diario di Bordo in rima di Gian Luigi Bonardi - Capitolo 15
13 Agosto, PETERHOF, TSARKOE SELO
Il mattino seguente, di buon ora
suonò la sveglia nell’”accampamento”.
Ed ecco verdi e gialli pronti ancora
tutti insieme per il trasferimento.
A Peterhof la prima colazione;
sosta idraulica quasi comandata;
un minuetto ci dà l’emozione
mentre attendiamo, prima dell’entrata.
 
E finalmente tutti oltre la sbarra
a rimirar le statue e le fontane,
e l’acqua, con quel suono da chitarra
che vola nelle zone più lontane.


Tra i giardini all’inglese e alla francese
ed il tardo-barocco del Rastrelli
l’idea di Pietro il Grande forma prese:
Peterhof è un complesso fra i più belli.
Di statue e di fontane ve n’è tante
ma menzionarle tutte non ha senso;
tutte dorate: quella più importante
è la cascata, uno scenario immenso.
La Granda si raccolse ad ascoltare
la storia delle bronzee statue d’oro
e osservò i getti d’acqua zampillare
con cadenza ritmata da ogni foro.


Quell’acqua è convogliata in un canale
che, a perdita d’occhio, si riversa
passando sotto un ponte e sotto un viale
fino al mar di Finlandia, ed è dispersa
con perizia in altre direzioni,
altre fontane va ad alimentare:
di Adamo, d’Eva, e quella dei leoni;
passa La Granda, fatevi ammirare!
La tartaruga d’oro che sputacchia
un getto d’acqua dritto verso l’alto
suscita ilarità, e si ridacchia
vedendo lo zampillo fare il salto.

 
Passeggiando giungiamo fino al mare
ciascuno si è portato il proprio pranzo
e La Granda si va ad accomodare
sui sassi, ove non lascia alcun avanzo.

 
Non avendo portato il desinare
c’è chi approfitta d’un nuovo sorriso,
per ricordo si fa fotografare
romanticamente viso a viso.

 
Uno scoiattolino fa la posta
di fianco al viale ci guarda passare
come se fosse stato messo apposta
a sentir noi che stiamo a conversare.


 
Quella facciata esterna bianca e azzurra
barocca e riccamente decorata,
come in favola antica ci sussurra
la storia di una fata innamorata.
Decorazioni poste sull’esterno
con pilastri, colonne ed atlanti
ci fanno immaginare se d’inverno
siano tutte di neve sfavillanti.

Tsarkoe Selo è palazzo sì sfarzoso
che descriver gli interni è un’utopia,
in questa sede sarebbe noioso
più facile con la “fotografia”.
E fotografi e cineoperatori
ne abbiamo tanti in seno al nostro gruppo
che ritrassero stanze con decori:
ne avremo poi comunque lo sviluppo.
E tra i metodi di ripresa usati,
quello che più mi parve originale
fu stare sulle spalle accomodati
per l’immagine ancora più speciale.

 
Sale da pranzo e tavole imbandite,
specchi, intagli dorati nel soffitto,
pareti d’ambra tutte rivestite
v’è molto più di ciò che ora ho scritto.
Dopo tanto vagare si va fuori
ci si siede per terra, sul gradino,
un massaggio di piedi con dolori
e si sorbisce un fresco gelatino.

 
Mentre ancor l’Uno sta tra quelle sale
completando la caccia ai souvenirs,
Andrea, con mossa sempre “tale e quale”
si procura una Russa da svenir.

Si dà così l’addio a Tsarkoe Selo
ormai siamo nell’ora del ritorno.
Che successe sul pullman non vi svelo,
ricordo solo che, a me d’intorno,
s’era fatto un silenzio sepolcrale.

 
 
Mentre la moglie dorme lì vicina,
il Sei dietro la lente dell’occhiale
aveva un’espressione “birichina”.

 Addormentati e stanchi, ma contenti,
giunti alla base proprio all’imbrunire,
tra i camper si consumano i commenti,
ma in breve siamo già tutti a dormire.
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