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Diario
di Bordo in rima di Gian Luigi Bonardi - Capitolo 14
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Agosto, IL LUOGO DELLA SOSTA, GITA IN BICICLETTA |
E’
un giorno nuovo, nuova situazione.
anche la rima vien modificata
di questa strana mia composizione,
e da baciata diviene alternata.
Oggi giorno speciale: libertà,
di andar coi propri mezzi o in compagnia
dove si voglia, dentro la città…
tre biciclette in attesa del “Via!”
Ma prima d’iniziare l’escursione,
portammo i due cagnetti a far pipì,
facemmo docce, e dopo colazione,
guardammo tutto ciò che stava lì.
I camper sono ben allineati,
i camperisti hanno spazio esiguo,
nel mezzo si sistemano i bucati,
la luce è erogata in modo ambiguo.
A sinistra un sentiero vien da fuori,
costeggia un largo e immobile canale
che un tempo forse era dei migliori
per olimpiche gare da Abbagnale.
Una strada si snoda fra le erbacce,
più in là v’è un tennis, si gioca a pallone,
pensiamo d’esser proprio sulle tracce
lasciate lì da olimpico campione.
C’è poi uno strano gioco complicato
ove s’alternano vecchi giocatori:
lanciando qualche cosa su un selciato
provocano incontenibili rumori.
La mia curiosità non ha confine,
ma questa volta non feci attenzione
a come quel bel gioco avesse fine
e chi ne fosse al termine il campione.
Sul ponticello alcuni pescatori
facevan fare il bagno al vermicello
stando in paziente attesa, là di fuori
senza badar se il tempo fosse bello.
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Mi
chiedevo se fosser boccaloni
quei pesci boccheggianti in acqua morta
piuttosto che quei russi sonnacchioni
quasi tutti di prede senza scorta.
Al limite del campo della sosta
un cespuglietto verde con paletto
sembrava fosse stato messo apposta
perché il Perri facesse il bisognetto;
il camper di Simona era lì accanto
con la dolce gattina sguinzagliata:
osservammo quei due come d’incanto
farsi la posta e darsi una sguardata.Incontro
anche la professoressa;
ci scambiamo simpatiche opinioni;
comprendo che si trova un po’ perplessa
nel valutare certe situazioni:
il fatto che l’omino “trita pelo”
tenga per sé gli orari dei programmi
tacendo con gran scrupolo e con zelo,
(forse dentro di sé ha troppi drammi)
a chiunque gli faccia una domanda,
“sarà forse sua maleducazione?
o forse è necessario che La Granda
instauri qui una manifestazione?”.
Proprio sul bello della chiacchierata
Perri e Pepita rompono i discorsi:
prodigandosi in scodinzolata
per la carezza iniziano a proporsi.
A questo punto la professoressa
presa da un’improvvisa tenerezza,
dimenticando d’essere perplessa,
concesse l’attesissima carezza.
Subito dopo anche il professore,
la giornalista con il suo consorte,
il genovese ed altre due signore
ai due cagnetti fecero la corte. |
Giunse
l’ora del nostro separarci:
la maggior parte ancora accompagnati,
noi con le bici a disimpegnarci,
sperando di non essere bagnati,
nel traffico di quella gran città
seguendo una cirillica cartina
da mostrar solo se in difficoltà.
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Ma
in mano avevamo la piantina
circostanziata, e scritta per intero
in nostra amata lingua nazionale;
fui fiero d’esser “Italiano vero”
in quei momenti non sembrò banale.
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Purtroppo
a quella visita speciale
pensammo che portare insieme a noi
anche un solo minuscolo animale
sarebbe stato un incubo del poi.
Accovacciati in unico cestino
Perri e Pepita stanno in compagnia
stretti stretti si godono il caldino,
aspettando che qualcuno faccia spia.
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Oltre
il ponte ove stanno i pescatori
col vermicel, già prima ricordati,
lungo la strada una caserma, e fuori
marciano in fila dodici soldati;
portano insieme un letto sgangherato
senza lenzuola e senza materasso,
con il solito ritmo cadenzato;
avanti a tutti quello che dà il passo.
Mi sembrava una strana processione,
o forse, poiché vengo da lontano,
pensai che fosse un’esercitazione
d’una pattuglia un poco fuori mano.
Nel mezzo della via c’è un cane enorme
che abbaia ad altri cani più piccini:
è il capobranco, ed al can che non dorme
hanno insegnato di non star vicini,
e l’equipaggio, pedalando lesto
seguì l’insegnamento a perfezione,
in quanto il cane era proprio desto.
Oltre il canale v’era già il bastione
della Fortezza sopra menzionata,
dove mi hanno messo in posizione
per una foto presso l’inferriata.
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Ci
ferma una turista, ed emettendo
suoni in russo, slovacco od ostrogoto,
(confesso non mi stavo divertendo
scoprendo il mio sapere così vuoto),
domanda a gesti se sappiamo ancora
d’una nave famosa lì ancorata.
“La cartina in cirillico, signora,
è la sola risposta un po’ assennata”.
La richiedente venne soddisfatta;
a noi l’impegno di andare a scoprire
quale importanza avea nave siffatta,
paragrafo del Touring, sta a sentire:
l’Aurora fu la prima nave amica
per i terremotati siciliani:
da quei dintorni, in men che non si dica,
con l’intero equipaggio diè le mani;
oltre a questo, alla Rivoluzione
più importante d’ottobre diede il via,
sparando il primo colpo di cannone…,
una storia di guerra e di poesia.
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Terminato
il minuto del sapere
tra cannoni a riposo ed altre armi
la contraerea ha posto da sedere
e per fortuna non ci sono allarmi.
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Fra
così tanti e forti sentimenti
prima di andar sul ponte a pedalare
trascinati dal ritmo degli eventi
in una foto ci lasciamo andare.
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La
strada spesso da’ delle sorprese:
il pullman con la dedica a Togliatti
ci fa restar con le pupille tese
e ci fa rammentare i nostri fatti.
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Più
avanti i luoghi del Penitenziario
che non riconoscemmo lì al momento,
lo dico per dover di questo diario,
ci parvero un grandioso monumento.
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Nella
sosta, Andrea guarda passare
la “bella della strada”, e mi confessa
d’essersi messo ieri a chiacchierare
con una tipa che fa vita stessa,
e aver capito, come non si sa,
che la professionista di quartiere
non così facilmente te la dà,
ma possiede un depliant del suo mestiere
per la scelta del tipo di servizio;
prima di dare, se è davvero esperta,
vuole almeno trovare qualche indizio
e render più efficace la sua offerta.
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Allibisco,
mi sento d’altri tempi,
l’amore non si vende, si conquista
al diavolo la lista degli esempi!
E Andrea con noi riprende la sua pista.
Per dare più efficacia alla lezione
andiamo su una piazza a quel convento,
simbolo di virtù e di redenzione,
che Elisabetta, zar di quel momento,
ha fatto progettar per educare
giovani nobildonne e signorine,
perché avesser col tempo ad imparare
belle maniere e portamento fine.
Il convento di Smolnyj azzurro e bianco
con stile russo ed anche occidentale,
d’un barocco brillante, ma un po’ stanco,
oggi è adibito a sfoggio musicale.
Peccato che la parte più in altura:
le cupole con le tre bocce d’oro,
fosse coperta da un‘impalcatura
facendone disperdere il decoro.
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In
quella piazza la mia bicicletta
ha fatto colpo in più di una persona;
sfoggiando un italiano senza fretta
mi dissero che val più d’un’icona,
di quelle viste nelle iconostasi
quelle sontuose, che non hanno prezzo…
eran solo uno scherzo quelle frasi…
badammo a biciclette e a ciascun pezzo.
Giungiamo all’Hotel Mosca, avanti al quale
c’è il monastero di Alexander Nevskij,
che conserva all’interno, bene o male,
spoglie di personaggi e i loro teschi.
Venimmo qui a sapere, un po’ commossi
che in quel monastero stan sepolti
il Giacomo Quarenghi e il Carlo Rossi,
architetti italiani, che di molti
palazzi, visti in mezzo alla città,
furono artefici e progettatori.
Di quei palazzi l’itala beltà
Sta nella scelta arguta dei colori.
La costruzione color bianco e rosso
specchia il suo fianco dentro al canaletto
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peccato
che il canale non sia mosso,
la maleducazione è un gran difetto!
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Turismo itinerante è constatare
quanto le affinità abitudinarie
dei popoli che andiamo ad incontrare
non siano poi tra loro tanto varie.
Dietro l’angolo di quel monastero
ci si presenta ancora una sorpresa:
un auto sconquassata, onor del vero,
sta lì nascosta, come fosse offesa.
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E’
meglio abbandonare il luogo ameno
e pedalare ai bordi dei canali
tenendo sempre pronto il proprio freno.
A un certo punto, in uno di quei viali
ci troviamo sul “set”, senza volerlo,
di un drammatico film, proprio al momento
(l’emozione era in gola nel vederlo),
in cui stava in azione lo strumento
utilizzato per il disinnesco
di qualche ordigno o bomba da attentato.
Forse m’han detto “se sei lì stai fresco!”
e subito mi sono allontanato.
Turismo itinerante è non capire
la lingua incomprensibile degli altri,
ma esser pronti subito a fuggire:
anche se poco furbi, essere scaltri.
Così giungiamo al “ponte della banca”
con i leoni dalle ali d’oro.
Poniam le bici a fianco di una panca,
filmando pensiam già ad un ristoro.
E’ qui che, con la sua “faccia di tolla”
Andrea “circonveisce” una signora,
e con l’aria di chi proprio non molla
fa una foto che dura quasi un’ora,
quindi pretende che le due figliole,
ritratte con la mamma sopra il ponte,
si pongan sul suo fianco, dove vuole:
richiesto, li fotografo di fronte.
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E
questo è un punto in più nella tenzone
che vede pareggiare in quegli istanti
numero Uno e il futuro campione.
Meglio non commentar, tiriamo avanti!
La Prospettiva Nevskij in bicicletta
non è certo la cosa più prudente,
meglio un parcheggio escogitato in fretta
e proseguir tra tutta quella gente.
Spettacolare, affollata e famosa,
la grande strada affascina il turista;
si fa lo shopping, ci si mette in posa
per una foto, certo non da artista,
e tra una cosa e l’altra ci si siede
presso il solito global tavolino,
forse per dare più riposo al piede
che consumare un semplice spuntino.
Le bici son comunque ben legate,
strette tra loro e poste bene in vista.
Andrea ed io lanciamo alcune occhiate
alle ragazze russe da rivista;
Ludovica ci manda le bordate.
Così lustrati bene entrambi gli occhi
riprendemmo ciascun la nostra bici,
dimenticammo di esser stati sciocchi
e via per ritrovare i nostri amici.
Sulla via del ritorno la facciata
d’un gran palazzo, con due tipi appesi;
ci parve una simpatica trovata
mentre raschiavan li abbiamo ripresi.
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Il
rientro fu breve, con amore
aprimmo il camper con circospezione;
i cagnetti, sorpresi dal rumore
scodinzolarono per l’emozione,
poi come frecce al loro posticino
si diressero educatamente,
ciascuno fece il proprio bisognino
fino a capir che non c’era più niente.
Questa volta per loro è grande festa.
Dopo le docce e d’aver riposato,
constatando che l’ora era ancor presta,
e poiché avevamo ancora fiato,
decidemmo di prendere i guinzagli
e portare anche loro in bicicletta
attenti che la zampa non s’incagli
dentro al cestino, nella rete stretta.
Oggi non son finite le sorprese,
andiam ben oltre il limite preposto
e raggiungiamo il mare finlandese,
che volevam vedere ad ogni costo.
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Lungo
quel sentierino, in mezzo ai prati,
i cagnetti seguivano le ruote,
saltellando felici e certo grati
di percorrere strade così vuote.
Vedemmo i pescatori sul canale,
lo sci acrobatico d’uno specialista,
pattinatori a ruote per il viale.
Dentro nel bosco, per un’altra pista
siam giunti nel laghetto dell’amore,
ove Cupido usa la faretra.
Ai lati stavano vecchie signore
sedute sulle scalinate in pietra,
presso il tempietto coppie innamorate
attendevano il lancio della freccia,
e certo alcune furon folgorate. |
Una
ragazza aperse la sua treccia
restando stretta presso il fidanzato
mirando i cigni e tante paperette
che scivolavan nel lago incantato.
Dovevamo tornar, eran le sette.
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Al
campo base v’era confusione:
eran rientrati i pullman degli amici.
I cani erano pieni di emozione,
depositammo lì le nostre bici.
Nove faceva al camper il bagnetto
dopo d’averlo tutto insaponato
“scusa, ti posso metter nel filmetto?”
e, detto fatto, venne immortalato.
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Altri
intanto scambiavano opinioni
sui costi della vodka e del caviale:
braccia conserte o dentro i pantaloni,
un raffreddore e un gesto assai normale.
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Sul
tavolino posto bene in vista
la prima vodka fu distribuita,
mentre si preparava un’altra lista
per altra vodka ancor più preferita.
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Intanto
rimbalzavano commenti
sui fatti della libera giornata;
venivan ricordati quei momenti
speciali d’una lunga passeggiata.
All’improvviso un rombo di motore
i camperisti fece sobbalzare:
qui il “tour operator” con onore
presentò la sua auto secolare.
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Le
giovani facevano gruppetto
scambiandosi segreti ed emozioni,
due ragazzi giocavano a calcetto,
gli altri erano spesso dormiglioni.
Dopo la cena in camper consumata
un ultimo ritrovo a centro campo
per preparar la prossima giornata,
osservando nel ciel l’ultimo lampo. |
Ai
guardiani, con gesto solidale,
bicchierini di grappa a tutto spiano
capaci di riempire e di far male.
Inutile pregarli di far piano,
“che non è vodka, e che un sol bicchierino
può dare un comportamento strano,
ancor più triste che un bicchier di vino,
a chi senza volerlo ne approfitti”.
Malgrado ogni raccomandazione,
finirono così, con occhi dritti
senza bene capir la situazione. |
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