Diario di Bordo in rima di Gian Luigi Bonardi - Capitolo 12
10 Agosto, SAN PIETROBURGO. L'ERMITAGE, GIRO PER LA CITTA', LA CENA
S’è fatto giorno, con look rinnovato
si va nel nostro pullman parcheggiato.
Come sorpresa abbiam la nuova guida
che a bassa voce, in mezzo a tante grida,
sa raccontar con molto sentimento,
anche se imperfetto è il suo accento,
le storie e i fatti sanpietroburghini,
sia quelli vecchi che i più vicini.
La voce col microfono ci incanta,
ma senza… gli scompare tutta quanta;
beato chi vicino può ascoltare
per gli altri proprio nulla c’è da fare.
Lungo il percorso, tanto di cappello:
giardini Mikhajlovskij, con castello,
palazzi, colonnati, grandi piazze,
si vedono i ragazzi e le ragazze
nei parchi passeggiar man nella mano;
dall’Hermitage non siam tanto lontano.
Di Caterina il merito sovrano
d’aver commissionato a un Italiano
dopo il Palazzo, un’altra costruzione
per custodire più capolavori
fatti per conquistar la mente i cuori.
La lunga, lunga coda dell’entrata
per La Granda è una breve “svicolata”
e ai soliti turisti giapponesi
non resta che guardare un po’ sorpresi.

 
Più sorpresi siam noi, quando all’interno
l’esposizion del Palazzo d’Inverno
si mostra in tutta la magnificenza
facendo sfoggio di grande opulenza.

Le volte decorate, i colonnati,
le pareti e i soffitti affrescati,
fregi, bassorilievi, tutto intorno
pareva fosse lì solo da un giorno.
Quella carrozza d’oro affascinante
sbalordisce il turista itinerante.

Non potendo trasmetter per iscritto
l’armonico colore di un soffitto
o la bellezza dei capolavori
nati da mescolanze di colori,
o sentimenti, pazzia e passione
che fanno grande ogni commozione,
segnalo solo il caso un po’ speciale
del cacciator feroce di animale
che legato coi suoi cani a testa in giù
venne arrostito, ed ora non c’è più:
a farlo fuori furon le sue prede
che a lui resero ciò che ad esse diede.

 
C’è poco da ridire, in quell’ambiente
ti sembra d’esser poco o più di niente,
ma quando approfondisci il tuo passato
ti senti grande, e fiero, e tanto grato
d’essere parte di quell’emozione
perché sei figlio di tanta legione
di pittori, scultori ed architetti,
autori così abili e perfetti
da essere l’orgoglio di chiunque
passi di qui venendo da dovunque.
Noi, figli dell’italico gambale,
abbiam rappresentanza mica male
in quel lontano angolo di artisti;
possiamo dire d’esserci rivisti
in compagnia di tale Raffaello,
di Leonardo, Giorgione e Pisanello,
d’Angelico Beato e di Tiziano,
di tanti altri, osservati man mano:
Canova, Buonarroti e Caravaggio
soltanto questi per averne un saggio.
Dopo i moderni e gli impressionisti
i macchiaioli e i grandi cubisti
l’ora del pasto si faceva stretta;
al self service andammo di gran fretta.

Pasto completo. Mezzi riposati,
in poco tempo ci siamo rialzati;
la pennichella era da saltare,
nel pomeriggio v’eran da guardare
la Neva, i parchi, i monumenti, i viali,
le basiliche e i ponti sui canali.
La “Venezia del nord” viene chiamata
San Pietroburgo, d’acque circondata,
che d’inverno son tanto congelate
da permettere lunghe passeggiate
a chi si senta così baldo e fiero
da farsele a ventuno sotto zero.
Fatto l’appello col pullman si parte.
Prima passiamo dal “Campo di Marte”,
che un tempo era zoologico giardino
ed ospitava un elefantino,
un animale strano e sconosciuto
che qualcuno allo zar avea venduto.
Fin qui la cosa sembra assai banale,
ma bisogna saper che all’animale
ogni sera, durante ogni “festino”,
veniva offerta vodka in bicchierino,
e venendo pian piano ubriacato,
morì dopo un sol anno alcolizzato.
Giro turistico nella Prospettiva…
La guida dal microfono istruiva.
E così fra palazzi in stile impero
e monumenti in stile più severo,
attraversato il ponte sulla Neva,
da cui l’Ammiragliato si vedeva
con le guglie dorate, oltre la sponda,
mentre i battelli facevano onda,

scendiamo in una piazza lì vicina,
ove la sposa fa la ramanzina
al proprio sposo che stava brindando
mentre noi lo stavam fotografando.
Passa intanto un drappello militare
e la Pina si sente circondare,
ma appena se ne avvede tenta invano
di prender qualche giovane per mano.
In braccio aveva già preso un’orsetto
e l’avea posto stretto sopra il petto.

Neoclassico e pulito il colonnato
di marmo bianco fa da porticato,
in alto c’e’ la statua del Nettuno:
con Neva e fiume Volkov: un tutt’uno.


Il palazzo con dodici sporgenze
sta vicino al palazzo delle scienze,
l’uno era adibito a ministero,
l’altro al più elevato magistero.
San Nicola si spande nei canali
venuti da tre ponti, tutti uguali.
Sant’Isacco ha la cupola gigante;
sul suo prato sta un passero ruspante.

 
Quando già qualcheduno ha mal di calli
giungiamo ai “Domatori di cavalli”
costruiti sul ponte dal Colonna
poco prima dei tempi della nonna.
Forse più tardi viene l’imbrunire,
ma purtroppo è già ora di finire
la visita turistica mirata:
San Pietroburgo è città incantata.
Trovato il tempo per un pisolino
si va al supermercato a far bottino.
In tardo pomeriggio, per la cena
riusciamo a imbellettarci a mala pena:
questa sera ci attende il ristorante…
speriam nell’abbuffata da gigante.

Ripercorriamo un poco contrariati
le strade nei medesimi tracciati;
il traffico è cessato, finalmente,
e questo un breve viaggio ci consente.
Nel pullman è tornata l’allegria:
turismo itinerante è mandar via
ragioni di contrasto e di disguido…
che cosa ci sto a far, se non mi fido?
E questa volta, altro che premiata
la fede in un’amabile serata.
Luci soffuse, ingresso con scaletta,
a destra puoi andar nella toiletta,
a sinistra le tavole imbandite
attendono di essere inghiottite.

 
Antipasto alla vodka con caviale,
poi ravioli e secondo con maiale:
un euro in più se vuoi la maionese…
Pina non vuol pagar, fa la scozzese,
ma riempie la serata d’allegria.
Intanto lo spettacolo s’avvia.
Al suono di una musica incantata
sulla pedana tutta illuminata:
stelle d’argento, nuvole, campane,
le melodie di canti familiari,
folcroristiche danze sotto i fari;

il canto melodioso del solista;
il ballo spensierato da rivista
e i cori, così amabili e struggenti
da sembrare melodici lamenti.
Avvolti in una simile atmosfera
forse scoprimmo la Russia più vera
nei gesti degli atletici balletti,
negli zuavi rossi, nei giacchetti,
e nei graziosi passi delle Russe
le cui bellezze non eran discusse.
E dopo aver provato l’emozione
di donne senza gonne a pantalone,
colpiti dalla grazia di Cicciornia
alcuni quasi son finiti in sbornia.

 

Per quanto breve, e questo fu il peccato,
lo spettacolo ci ha rigenerato,
e fummo pronti al termine, a sorpresa,
di ballo ad una autonoma ripresa.
Il camperista ha un sogno nel cassetto:
partecipare a qualunque balletto,
sia esso il liscio o il sudamericano;
nel ballo, a volte, un poco di baccano
serve per compattar la compagnia:
“chi non partecipa è un ladro o una spia”.
Anch’io per questo fui chiamato al ballo,
e tacqui del dolor che avevo a un callo.
Bella serata, tanta commozione,
ma ancora ci mancava una canzone.
Il complessino intona “L’Italiano”
quindi fa una canzon di Celentano.
La pronuncia è stentata, ma l’effetto
porta ogni gradimento sopra il tetto.
E in coro i camperisti tutti quanti
cantando fanno applausi da giganti.
Preme all’esterno gente e fa barriera;
adesso tocca ai Russi la balera,
per noi turisti è l’ora del ritorno,
ancora che aspettiamo viene giorno.
Buona notte al Troika ristorante,
buona notte al turista itinerante
e buona notte a voi, Perri e Pepita
che oggi avete avuto un’altra vita.
E per risposta invece di abbaiare
i due cominciano a scodinzolare
e nell’attesa che schiarisca il dì
vanno nel prato a fare la pipì.
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