| di Remo Spertino.
Il Tratto da Lucca a Roma
Continua
dal numero precedente
verso Abbadia S. Salvatore
Telefono al Monastero dei Cistercensi di Abbadia S. Salvatore per
chiedere ospitalità, la voce che mi risponde che dice avere
il posto per noi, chiedo quanto si spenderà.
Dopo l’esperienza di Monteriggioni è meglio essere
prudenti…Ridendo la voce risponde: “Intanto venite,
poi vedremo.”
Dopo 26,5 km. di percorso raggiungiamo Abbadia S. Salvatore, un
borgo abbastanza grande con un bel centro storico, cosa abituale
in queste zone cariche di storia. Suoniamo alla porta del Monastero
Cistercense, da una finestra si affaccia un monaco, ci invita ad
attendere e scende ad aprirci. Noto che assomiglia molto al Crdinale
Tonini del quale ha la stessa figura e lo stesso portamento.
Scopriremo che è il Priore del Monastero, Capo della Comunità
di tre Monaci.
Ci accompagna in una cella ristrutturata con l’aggiunta di
un annesso con i servizi, nella cucina/sala da pranzo dove potremo
cucinare. Alla domanda di come sdebitarci, dice di lasciare una
offerta in cucina, ma piccola piccola perché viene intascata
dalla donna delle pulizie che è già pagata. Dopo esserci
rinfrescati facciamo un giro per il paese e comperiamo di che preparare
la cena.
Il menù che propongo a Sergio è a piatto unico: pasta
e patate condita da parmigiano grattugiato e burro fritto. Il piatto
che ho apprezzato ed imparato a cucinare,dai vecchi della Val Maira.
La pasta costava relativamente poco, il formaggio che usavano non
era parmigiano, ma nostrano stagionato, le patate le coltivavano
e fabbricavano pure il burro col latte delle loro vacche. Era un
piatto economico e nutriente, non obbligava a scendere alla bottega
nei lunghi e duri mesi invernali. Terminiamo con un pezzo di formaggio
pecorino, innaffiamo il tutto da ben 2 bottiglie di generoso vino
locale.
Concludiamo la giornata visitando velocemente la Chiesa . Beviamo
il caffè in un bar poi andiamo a letto.
la Chiesa Cistercense di Abbadia S. Salvatore
Al risveglio ci prepariamo per la nuova tappa, ma prima ascoltiamo
la Messa e visitiamo la Chiesa Cistercense: ha una Cripta Romanica
degna della fama di costruttori di questi Monaci e di un tempo quando
nulla pareva impossibile. Ha delle esili colonnine, nessuna uguale
alle altre. Chiediamo l’ormai abituale timbro sulla Credenziale,
così conosciamo un secondo Monaco che sentendomi parlare
riconosce la voce che ha telefonato per chiedere ospitalità.
Sornione domanda come mi sia trovato da loro. Ci scambiamo qualche
parola, chiede quale significato diamo al pellegrinaggio, ognuno
di noi ha idee diverse in proposito. Vorrei raccontare che…
ma la voglia di riprendere il cammino ci chiama. Salutiamo i Monaci
e ci muoviamo alla volta di Acquapendente distante 33,5 km.. Siamo
stupiti per il tempo, fresco, ma che si mantiene sereno da ormai
molti giorni.
Vogliamo raggiungere il km. 146 della Cassia, il tratto è
noioso, strada asfaltata nei castagneti. Forse è per ciò
che il prossimo borgo si chiama Piancastagnaio. E’ in bella
posizione, riparato dalle colline che lo circondano. Di qui telefoniamo
alla Casa di Lazzaro a chiedere ospitalità per la notte.
Una Suora dice non esserci problemi, hanno tutto il posto che vogliamo.
Continuiamo rassicurati, ci fermiamo a pranzare in un bar, ordiniamo
due birre e ci viene consentito di consumare i nostri viveri.
Nel pomeriggio arriviamo ad Acquapendente, attraversato il paese
una ripida stradina ci porta alla Casa di Lazzaro, un vecchio e
grande Monastero costruito in cima alla collina, accoglieva molte
Religiose. Oggi sono rimaste in due ed occupano l’estremità
della casa , quella adiacente alla Chiesa, lasciando abbandonato
il resto. Mi spiace di non aver chiesto il nome alla Suora milanese
che ci accoglie. Quando timbra le Credenziali viene a sapere che
siamo del nord Italia, si anima e ci riempie di attenzioni. Ci lascia
scegliere la camera, ci porta nella cucina e quando le diciamo che
saremmo noi a prepararci il pasto ci offre un pacchetto intonso
di pasta. Nel corridoio delle Celle c’è un forte odore
di fumo di sigaretta, al nostro rumoreggiare un uomo esce dalla
cella di fronte alla nostra, ci saluta e si informa su di noi. La
Suora si avvicina e gli intima di ritirarsi, ci spiega essere un
sacerdote che qui vive la sua convalescenza dopo un lungo periodo
di infermità.
Come già in altre strutture anche quì l’ospitalità
è gratuita, siamo però liberi di lasciare un’offerta
se ce lo possiamo permettere.
Dopo aver sbrigato i riti del lavaggio indumenti e provveduto a
rinfrescarci, scendiamo a fare un giro nel paese, costruito tra
due colline, per questo ha le strade come nelle montagne russe,
in continuo sali scendi. Comperiamo viveri sia per la cena che per
la colazione di domani.
Stasera il menù prevede Pasta alla Carbonara che cucino come
piatto principale, terminiamo con il solito pezzo di formaggio ed
una mela. Sazi ed affaticati dai 34 km. percorsi andiamo a riposare.
Partiamo prima delle 8, la Suora che ci ha accolto, una delle due
che occupano il Monastero che potrebbe accoglierne più di
30, è ad una finestra per salutarci ed augurarci buon viaggio.
Oggi è sabato 20 ottobre, la nostra meta vorrebbe essere
Montefiascone, passato alla storia per l’EST EST EST, attribuitogli
per l’eccellenza dei suoi vini, dal famiglio del Cardinale
che si recava a Roma e che a Montefiascone attribuì non uno
ma ben tre EST.
MONTEFIASCONE
incontro imprevisto
Passiamo tutto il giorno e ben 39 km. a costeggiare il lago di
Bolsena. Il tempo è coperto, spira il vento di tramontana,
impetuoso e molto freddo, a volte ci fa sbandare quasi fossimo ubriachi.
Passiamo per S. Lorenzo Nuovo che di nuovo ha poco, di qui telefoniamo
a Padre Franco del Convento dei Cappuccini di Montefiascone, e chiedere
un letto per la notte. Raggiungiamo ed attraversiamo Bolsena, bellissimo
il borgo attraversato da stradine tortuose tutte lastricate in pietra.
Cerchiamo la Chiesa del miracolo, che ha reso famoso il Borgo ed
il Lago, peccato sia chiusa,. Non possiamo attardarci nell’attesa
che riapra. Seguo il buon Sergio, mi fà visitare tutto l’entroterra
del lago, il ginocchio mi duole e così decido di tenermi
sulla Cassia per evitare la strada bianca, corta ma disagevole.
Ci diamo appuntamento all’entrata di Montefiascone.
Mi pare di essere immobile, continui giri attorno a colline, poi
quando sono ad 1 km. dall’abitato Sergio telefona, dice che
mi aspetta all’inizio della salita per la Cattedrale. Infatti
lo trovo in un bar. Cerchiamo un fiasco del vino pubblicizzato EST
EST EST, accontentandoci di una bottiglia di rosso da tavola in
assenza dell’altro che non trovamo. Assieme attraversiamo
tutto il paese perché il Convento è diametralmente
opposto a dove siamo noi. Finalmente arriviamo dopo aver percorso
39 km.!
Ad accoglierci c’è una ragazza di Avigliana, che è
Curatrice del Convento, segue i lavori di riparazione di una parte
dell’immobile danneggiato da una tromba d’aria. Conosciamo
pure Padre Franco, molto assomigliante al comico Grillo. La ragazza
ci sistema in una camera con letti a castello, dice che non possiamo
usare né la cucina né il refettorio perché
hanno ospiti a cena.
Non ce la sentiamo di tornare in paese per acquistare viveri, vista
la distanza, così ceniamo come possiamo con quanto ci resta
nello zaino senza neppure tavolo e sedie. Appena terminato ci consumare
quel po’ che abbiamo, non resistendo al freddo che il vento
mi ha fatto penetrare nella ossa, mi corico coprendomi bene. Bussano
alla porta: è la ragazza vestita in lungo, truccata e profumata:
ci invita a cenare con loro e così presentarci agli invitati.
Rifiutiamo di essere il loro passatempo!
E’ stato questo momento che ha un po’ rovinato l’ospitalità
altrimenti perfetta…
Lasciamo un’offerta su di un letto e partiamo da Montefiascone
che è ancora presto, ma solo per perderci ancora una volta.
Perdesi non è drammatico, alla fine tutto si risolve allungando
di qualche km., ciò scoccia, se pensi a quante cose non vedi
per ritrovare il giusto cammino, devi essere attento a dove ti dirigi.
Da contare pure che la stanchezza aumenta in modo esponenziale,
allungare di 4 km. a volte ti fa superare il limite tra stanchezza
e sfinimento.
Ritroviamo la Cassia e dopo 20 km raggiungiamo Viterbo.
Pranziamo, nella sala d’aspetti della stazione, con il panino
che ci siamo fatti preparare in un villaggio da un ambulante. Per
4 € abbiamo avuti 2 panini riempiti all’inverosimile
di eccellente porchetta al forno, rimediando il cibo bastante per
2 pasti. Vorrei proseguire, ma il ginocchio è in crisi, decidiamo
di percorrere in treno il tratto Viterbo-Capranica, così
facciamo, anche perché Sergio ha appuntamento per mercoledì
24 con l’udienza collettiva di Benedetto XVI in Piazza S.
Pietro. A causa mia è in forte ritardo.
la preparazione del pranzo con la porchetta al forno
CAPRANICA - SUTRI
Sergio telefona al parroco di Caprinica che ci ospiterà
nei locali Parrocchiali. Quando il treno ci posa alla stazione di
Caprinica crediamo che l’odierna via crucis si finita. Niente
di più errato: dalla stazione ferroviaria al centro abitato
ci sono 5 km. di provinciale, non ci resta che, anche se di mal
umore, proseguire. Il tratto di strada si snoda tra piantagioni
di nocciole, tutto in queste colline è enorme: il noccioleto
è di almeno 5-600 m. di lunghezza, le nocciole sono state
raccolte, ma ne restano molte sul terreno. Sono frutti enormi, ne
apro qualcuna, sono molto buone, così ne raccolgo una manciata,
anche Sergio si trattiene a raccoglierne alcune, io proseguo pian
piano, in modo che il ginocchio non si affatichi troppo.
Finalmente , in un freddissimo pomeriggio sferzato dalla tramontana,
arriviamo s Caprinica, cerchiamo la casa dove dovremmo alloggiare:
è la Casa Parrocchiale. Suoniamo e telefoniamo invano.
Ci rifugiamo in un bar, chiediamo un cappuccino per scaldarci, chiediamo
pure come trovare il prete al ragazzo che ci serve. Ci fa notare
che senza auto il parroco non si muove e l’auto è parcheggiata
sotto casa.
Ritorniamo a suonare ma sempre inutilmente, poi finalmente alle
18,15 il prete si affaccia, ci apre per accoglierci in un salone
freddo e spoglio, che dice essere nostra abitazione.
Chiediamo un materasso ed un paio di coperte cadauno, risponde
che ci può lasciare il salone così com’è,
per l’acqua c’è un rubinetto al fondo del cortile.
Mi ribello, facendogli notare che al telefono ha accettato di ospitarci,
perciò ci aspettiamo di avere il minimo per passare la notte.
“Può mostrare la sua camera, per vedere se anche lei
dorme sul suolo e senza coperte?” chiedo. Sergio può
rimanere se vuole, io non ho intenzione di accettare questa indegnità.
Cercherò ospitalità altrove, e da cristiani. Ancora
qualche parola dura poi mi carico dello zaino ed esco, Sergio mi
segue e ritorniamo avviliti al bar. Chiedendo alla ragazza, che
nel frattempo ha preso servizio, veniamo a sapere che in paese non
abbiamo alcuna possibilità di ricovero, l’unica possibilità
stà nel rivolgerci alle Carmelitane di Sutri distante pochi
km..
Intanto si è fatto notte. Telefono, mi risponde la segreteria
del Convento dicendo “ in caso di urgenza potete lasciare
un messaggio “. Reputo la nostra situazione una di queste
e lascio un messaggio. Poco dopo riprovo, risponde una Suora, cerco
di illustrare la nostra disavventura, lei mi interrompe spiegando
di conoscerla bene e ci invita al Convento.
Siamo in tempo per l’ultimo bus per Roma, ferma anche a Sutri,
lo prendiamo quasi al volo, l’autista ci informa che l’autobus
effettua il servizio fino alla Stazione Ostiense di Roma, di conseguenza
la tariffa è di 7 €, ma ci porta volentieri gratis fino
a Sutri. Poco dopo suoniamo alla porta del Convento di Clausura
delle Carmelitane. La porta si apre con uno scatto, entriamo, ci
troviamo in un ingresso/anticamera con un passa vivande ed una grata
da dove una voce femminile ci fa avvicinare.
E’ una giovane Monaca ad accoglierci seppure nascosta dalla
grata della Clausura. Ci chiede le Credenziali, le timbra, ci informa
che si pagano 20 € per la camera nella foresteria, la biancheria
(lenzuola, federa ed asciugamani). E’ pure compresa la prima
colazione, domani la troveremo apparecchiata in questo locale. Saliamo
nel nostro quartierino, ha letti preparati con magnifiche ed antiche
coperte ricamate.
Quante avventure (o disavventure) oggi: abbiamo percorso 27 km.
a piedi, un tratto in treno, l’ultimo in autobus, ora siamo
finalmente al coperto ed al caldo.
Dopo esserci sistemati usciamo ed andiamo a cenare in una Pizzeria
da Asporto, per 8 € ci servono 4 generosi tagli di pizza, birra
ed un dolce.
Scambiamo due parole con la ragazza del locale, le spieghiamo di
essere ospiti delle Carmelitane, chiede se abbiamo conosciuta la
giovane Monaca, l’unica che intrattiene i contatti con il
mondo.
Si occupa di tutte le incombenze richiedenti di avere rapporti con
persone al di fuori della clausura. Ha la patente, la vedono sovente
con l’auto per il paese. E’ pure molto bella oltre che
giovane.
A dimostrare che le vocazioni non sono del tutto finite.
Da qui mancano 63 km. a S. Pietro.
Ci siamo svegliati alle 7 stamattina: ieri avevamo detto alla Monaca
che saremmo stati pronti alle 7,30 per la colazione. Sul tavolino
della saletta all’ingresso, troviamo tutto pronto: caffettiera
Moka da 4 tazze con il caffè fumante, un bollitore con latte
caldo, panini dolci caldi di forno, biscotti e marmellata.
scorcio sull'anfiteatro etusco a Sutri
Proprio ciò che ci vuole per affrontare la tramontana ed
il cammino. Molto pericoloso il percorso, la Cassia si è
trasformata in super strada a 4 corsie. Di positivo c’è
che non ci perdiamo.
Ripartiamo sotto un cielo coperto incombente, la tremenda tramontana
continua a soffiare, come già ha soffiato negli ultimi due
giorni, ci fa traballare e disperde il calore corporeo. Quasi preferirei
la pioggia.
Uscendo da Sutri attraversiamo il Parco Archeologico Etrusco e
possiamo ammirare, seppure attraverso i cancelli sbarrati, l’anfiteatro.
La strada corre lungo un dirupo calcareo nel quale sono scavati
numerosi antri, alcuni puntellati da muriccioli, altri alti sul
dirupo, non abbiamo riferimenti per stabilirne l’origine ed
il loro iniziale utilizzo, sicuramente sono i resti di abitazioni
rupestri della scomparsa Civiltà Etrusca.
colazione al Convento delle Carelitane
Prevediamo di percorrere i 22,5 km. che ci separano da Campagnano
di Roma, telefoniamo al Parroco del paese che ci accoglierà
per la notte nella Casa Parrocchiale.
Dico a Sergio di avere un brutto presentimento in fatto di Case
Parrocchiali, mi risponde di avere un po’ di fede: a cosa
serve la Provvidenza?
Verso mezzogiorno passiamo vicino ad un ristorantino: è
un buco, ma ci fermiamo a consumare un piatto di carne alla pizzaiola
con broccoli e ½ litro di rosso. Paghiamo 9 € cadauno.
CAMPAGNONE DI ROMA
Siamo a Campagnano di Roma alle 14,30, il Parroco non è
disponibile fino alle 16. Aspettiamo in un bar nei pressi della
Casa Parrocchiale, per sottrarci dal tremendo vento gelido.
E’ Don Renzo, il parroco, ad accoglierci, un signore alto
e slanciato, dai modi cortesi ma sbrigativi. Nel suo ufficio ci
timbra la Credenziale, ci consegna pure due stampati che ci chiede
di compilare senza fretta. Ha una Cassa Pellegrini: una scatola
da biscotti: “potete mettere qui la vostra offerta, grande
se ne avete i mezzi, modesta se non potete dare di più o
per attingere se siete in difficoltà, ma non ora, prima di
lasciare la Casa Parrocchiale”.
Dal sottotetto preleviamo materassi e coperte, scendiamo al 1°
piano, decisamente più caldo, ci accompagna nel Salone, è
insieme biblioteca e sala giochi per i ragazzi. Di fronte ci sono
i servizi con acqua calda, doccia, lavabo e vasca per bucato. Nel
lasciarci ci raccomanda di essere qui alle 19,30.
Visto che non siamo eccessivamente stanchi, ci permettiamo un giro
per la cittadina, formata da un misto di edifici che rappresentano
gli stili di tutte le epoche dell’espansione della città,
troviamo edifici con stemmi nobiliari sopra portali di marmo decorato,
case a stucco notoriamente liberty, allontanandoci dal centro, le
case si trasformano fino a diventare le villette con giardino di
costruzione attuale. Nella piazza principale c’è il
Chiosco dell’Ufficio del Turismo, la simpatica l’impiegata
ci rifornisce di prospetti e mappe sul Parco di Veijo. Alle 19,30
siamo di ritorno alla Casa Parrocchiale.
Ci raggiunge signore, è il responsabile della Caritas locale,
ci consegna un cesto contenente la nostra cena. E’ loro abitudine
offrire la cena ai pellegrini che pernottano quì, cena fredda
ma abbondante: insalata mista, 3 fette di prosciutto crudo ed altrettante
di cotto, un trancio di provolone, uno di pecorino ed una mozzarella,
un assortimeto di frutti di stagione e ben 6 panini in un sacchetto
di carta. La mente mi torna all’accoglienza di un altro prete
a Caprinica, rifletto e concludo: mai mettere limiti alla Provvidenza.
Dopo aver cenato scendendo, incontriamo il Presidente della Banda
Musicale che ci invita ad assistere alle prove nella nuova Casa
Parrocchiale.
Lasciamo la vecchia Casa Parrocchiale e poco distante raggiungiamo
la nuova. E’ stata costruita semi interrata, così da
non creare un impatto negativo sull’ambiente circostante,
ha ampi locali destinati alle varie attività parrocchiali
e oratoriali, è provvista di Cappella, Bar, Saloni Riunioni,
sala della Banda Musicale, un alloggio Ospiti ecc. tutto è
tirato a specchio, pare di essere in una sede Bancaria.
E’ stato messo in atto l’abbattimento dei limiti architettonici
a favore dei disabili, utilizzando scivoli, ascensore e servizi
dedicati proprio a questo. Il Presidente della Banda mi spiega questo,
esprime tutta l’ammirazione e la stima sia sua che della popolazione
per l’opera del Parroco, Don Renzo, l’ anima di tutto.
Mi rendo conto che è proprio lui il catalizzatore non solo
della Parrocchia, ma del Comune intero.
Ascoltiamo parte delle prove Bandistiche, poi la stanchezza ci vince
e rientriamo al nostro “accampamento”.
Nella vecchia Casa Parrocchiale è in corso una riunione:
presiede Don Renzo, discute con i collaboratori, che lo aiutano
nel gravoso compito che si è addossato.
A noi non resta che andare a letto, domani abbiamo ancora la strada
ad aspettarci.
verso La Storta
Prima di addormentarmi penso: “Magari fosse così dappertutto…”
Passo una notte orribile, il dolore provocato dalla caduta di qualche
giorno fa è tornato alla sua massima intensità e nonostante
le pastiglie non riesco a riposare. Anche il freddo ha contribuito
a rendere duro il pernottamento.
Ci alziamo alle 7,30, alle 8 facciamo colazione nel bar vicino alla
Casa Parrocchiale, poi ci incamminiamo. Il cielo è coperto
e la tramontana ci perseguita. Dopo la dura notte sono irascibile
ed insofferente. Alla ennesima battutaccia di Sergio esplodo. Gli
dico che preferisco continuare solo e lui si allontana. Il dolore
mi costringe a trascinarmi, è con grande sforzo che proseguo.
Raggiungo Fornello, seguo i segnali, aggiro l’abitato, per
seguire quelli messi non so bene come, mi trovo in un campo arato,
incontro e seguo un tratturo, finalmente scorgo in lontananza tre
persone. Mi impegno e riesco a raggiungerle, chiedo informazioni,
mi viene consigliato di proseguire, raggiungerò una rotonda,
di quì devo attenermi alle indicazioni stradali. Seguendo
il loro consiglio mi ritrovo nel punto esatto dove sono passato
più di un’ora fa.
Non mi lascio più ingannare dai segnali, seguo la provinciale,
ritrovo la Cassia e di qui raggiungo l’abitato di La Storta,
già nel Comune di Roma.
Anche oggi pesano molto i km. in più. Non mi spiego i cartelli
che ti fanno perdere. Sono stato troppo fiducioso a portare solo
la guida. Non ho una carta stradale che mi indichi i le direttrici
per Roma. Le cartine che completano la Guida sono perfino troppo
dettagliate, ma non indicano i collegamenti con le statali, per
di più ho il GPS senza la cartografia…
LA STORTA COMUNE DI ROMA
Sono a Roma, ma in realtà mancano ancora 14 km. a S. Pietro,
sono sfinito e dolorante, la tramontana non ha smesso di soffiare
mi sballottola, ho percorso 31,5 km. anziché i 24 previsti.
Non mi resta che trovare dove dormire, consultando la Guida suono
direttamente alla porta del Centro di Spiritualità Nostra
Signora del Sacro Cuore, sperando che Sergio abbia prenotato quì.
Una Suora, mi fà entrare, non ha prenotazioni di pellegrini,
ma già che ci sono, se desidero, posso fermarmi.
C’è da pagare la mezza pensione che ammonta a 35€.
Non ho sufficiente contante, lei mi indica lo sportello Bancomat
più vicino. Trovo esagerata la somma, ma accetto, sono letteralmente
sfinito perciò non discuto. Il Centro possiede un enorme
caseggiato, l’ho scambiato per un Condominio.
Mi viene assegnata la camera 304, la cena è alle 19,30 al
piano interrato.
Prendo possesso della 304 , ha l’avvolgibile della finestra
guasto, il rubinetto gocciolante ed il riscaldamento spento.
Come non fare il paragone con altre sistemazioni trovate in questo
sia pur breve tratto della Francigena?
colline romane
Ho notato, che l’ospitalità a pagamento è esercitata
solo dagli Ostelli della Gioventù e da poche istituzioni
ecclesiastiche. In questi casi si spende molto per avere poco. Tra
questi ultimi escludo le Carmelitane di Sutri, si sono fatte pagare,
ma come non ringraziarle per averci tolto dai pasticci? Mi chiedo
pure dove sia finito l’insegnamento evangelico sull’ospitalità
ai forestieri ed ai pellegrini: “chi accoglierà loro
accoglierà me.”? Sicuramente il Vangelo in certi strati
della Chiesa non è più di moda o forse ho travisato
l’insegnamento?
Non mi resta che inchinarmi alla necessità ed accettare l’inevitabile
sorridendo; penso che sicuramente è l’ultima notte
che passo sulla strada, ho intenzione di prendere il primo treno
per Cuneo non appena visitato S. Pietro. Decisione sofferta ma inevitabile
viste le mie condizioni generali, d’altronde ho raggiunto
il mio obiettivo: arrivare a Roma. Qui sono già nel Comune
di Roma…
Ceno in un enorme salone, può comodamente ospitare 200 persone,
tutto questo spazio per me solo. Sul tavolino trovo tubi freddi,
ma con moltissima salsa (uso caserma), fesa di tacchino ed un purè
con rimasugli di spinaci, una mela chiude il pasto; dopo essermi
servito di una fettina di fesa, la Suora cerca di togliermi il piatto
di portata, la fermo, ho ancora appetito, lei si giustifica: toglie
il vassoio perchè il rimanente non si guasti….
Il ragioniere del Convento, giunto nel frattempo, mi è commensale.
Un Convento che ha bisogno di un Ragioniere a tempo pieno….
mi spiego?
Con lui parliamo per la durata della brevissima cena, poi le suore
hanno reclamato la sua presenza nel loro refettorio, in una sala
adiacente ed io salgo alla 304.
Sono stato avvisato che la prima colazione sarebbe stata servita
alle 8, dopo aver assistito alla Messa. Ho caricato la sveglia per
sicurezza anche se la notte non è stata tranquilla a causa
del freddo.
Alle 7,30 scendo nella Cappella, per assistere alla Messa, sono
con 28 Monache e 6 civili. La Cappella è al pian terreno,
accanto alla Reception, una sala che pare bassa data la lunghezza,
il Sacerdote Celebrante, ora seduto in raccoglimento, ha circa 70
anni.
Suona una campanella ed il rito incomincia. Trovo toccante il trasporto
e l’immedesimazione del Sacerdote, con slanci e sussurri,
gettando le braccia al cielo o prostandosi profondamente celebra
la Messa. La sua figura un po’ ieratica ben si addice ad un
Monastero. Il suo immedesimarsi con le parole sacre, il fervore
delle sue invocazioni fanno pensare al comportamento che doveva
essere proprio dei primi cristiani. E’ la Messa più
sentita alla quale ho assistito fin’ora.
La funzione termina, scendo nell’interrato per la colazione,
condivido ancora la mensa con il ragioniere del Centro.
Panini dolci, marmellata con un tazzone di caffè- latte.
Saluto ed esco nel freddo ed umido mattino. Percorro i primi 2 km.
poi mi arrendo.
Mi pare di cercare il martirio continuando in questo caos di automezzi.
Il codice della strada qui non esiste, ha ragione chi ha il claxon
più potente.
R O M A
Prendo il treno della linea Ostiense, mi lascia a poco più
di 1 km. da Piazza S. Pietro.
Fine ingloriosa di un pellegrinaggio iniziato male. Ma tant’è:
fin c’è vita c’è la speranza di, magari,
ritornare in altra occasione e con un’altra ottica.
Anche Piazza S. Pietro è una delusione. Tutto il Colonnato
del Bernini è blindato, mancano solo i Cavalli di Frisia,
trovo la Polizia di Stato, i Carabinieri, la Guardia di Finanza,
i Vigili Urbani ed a completare il quadro anche la Protezione Civile
e la Guardia Forestale a presidiare la piazza.
Penso sia scoppiata una guerra, ma poi ricordo che è mercoledì:
già Sergio mi aveva spiegato di avere pure lui l’invito
per l’Udienza Generale che si tiene appunto il mercoledì
e di averne uno anche per me. Mi chiedo dove sia ora Sergio.
Ai miei occhi più che un udienza tutto questo pare estratto
di follia pura.
Ciò nonostante vorrei entrare un momento in S. Pietro, accarezzare
il piede della statua bronzea del Padrone di Casa, ringraziare di
essere arrivato alla meta, ma ho lo zaino con diverso materiale
vietato: bastoncini da treking in metallo, coltello e postate pure
in metallo. Chiedo a diverse botteghe se me lo tengono, pagando
il deposito, ma tutte mi negano ciò. Chiedo sia alla Polizia
di Stato che ai Carabinieri come posso risolvere il problema, mi
viene risposto che l’unica maniera per entrare nella Basilica
è liberarmi dello zaino, ma non sanno indicarmi come.
Mi reco all’Ufficio Accoglienza del Pellegrino dove non hanno
idea di cosa io possa fare e nasce anche un problema quando presento
la Credenziale per il timbro del passaggio sia per la chiusura del
Pellegrinaggio. Che quest’ufficio sia stato creato per tenere
un gruppo di impiegati al riparo dal brutto tempo? Mi chiedo a cosa
servono questi locali e i 5 o 6 impiegati ed in che modo accolgano
i Pellegrini se non vogliono aiutarmi in una situazione tanto elementare,
neppure sanno cosa sia una Credenziale. Non posso incolpare la burocrazia
Italiana specializzata nel complicare le cose: siamo nello Stato
del Vaticano, insomma!!!
I ricordi vanno alle precedenti mie visite della Basilica.
Non la vedi grande, attraversi il piazzale, cammini e non riesci
a raggiungerla. Solo quando sei al suo ingresso noti l’enormità
della costruzione. Entri e anche qui non noti la sua immensità.
Avanzi, ma per le sue proporzioni perfette, ti pare di essere fermo
sempre allo stesso punto, ciò ti fà sentire piccino
piccino. La maestà della Madre di tutte le Chiese ti lascia
attonito.
primo approccio con il Cupolone
Visiti con timore riverenziale i monumenti che essa racchiude ed
ancora rimani sbalordito. Vedi la Pietà e capisci la grandezza
di Michelangiolo. Accarezzi il piede alla statua del primo pontefice,
Pietro, così come hanno fatto milioni di pellegrini che,
forse a maggior titolo, qui sono giunti da chissà dove e
che con le loro mani l’hanno consumato nel corso dei secoli.
Poi visiti e Tombe dei Papi, altri Pietro, che hanno fatto attraversare
la Storia alla Chiesa Cattolica.
Certamente i problemi dai quali volevo fuggire con questo pellegrinaggio
(anche se non riuscito come avrei voluto e sperato, è pur
sempre un pellegrinaggio) non si sono risolti da soli, ma ho un
altro spirito per affrontali. Il ridicolo della mia situazione,
dopo aver percorso 370 km. da pellegrino, è che non posso
onorare il Padrone di Casa.
Non ho intenzione di fermarmi una notte a Roma, contavo che appena
visitato S. Pietro, con il treno, sarei ritornato a Cuneo.
Decido di comportarmi come il cuneese che dopo tanti sacrifici è
riuscito a vedere Roma ma non il Papa. Prendo il bus n° 40,
mi scarica alla Stazione Termini. Sono le 10, alle 10,30 salgo sull’Intercity,
in serata sono a Cuneo ed a casa.
MERITA TRARRE DELLE CONCLUSIONI???
MA SI, TRAIAMOLE…
Il percorso è magnifico, incomparabili i paesaggi, meravigliosa
la gente con la quale sono venuto in contatto, innumerevoli i monumenti,
anche i più umili meritano di essere ammirati.
Perché inquietarmi per pochi casi di inciviltà e
per qualche momento di sofferenza?
A pareggiare con questi, basta ed avanza pensare alle esperienze
positive che ho vissuto.
Basta pensare agli Agostiniani di San Giminiano (no Brian, Braian),
ad Altopascio, alla Casa di Lazzaro, a Suor Ginetta ed a Suor Teresita
(Santa Teresita), ai Monaci Cistercensi di Abbadia S. Salvatore,
al magnifico Don Renzo di Campagnano, alla Misericordia di S. Miniato
Basso, al ragazzo del banchetto di frutta ed i suoi doni, alle Carmelitane
di Sutri, al pellegrino Sergio ed a suo cognato Piero, al dott.
Ugo e alla sua 4X4, al tempo, quello meteorologico, che non ha pianto
sulle mie miserie, ma ha consentito che raggiungessi la meta asciutto.
L’atteggiamento più evidente notato nelle differenti
forme di Ospitalità le classifico, grossolanamente, in due
maniere di ricevere il Pellegrino: nel caso di Ospitalità
Povera (quella che è gratuita o dove accettano un offerta),
l’incaricato dell’accoglienza si avvicina con atteggiamento
umile, quasi a scusarsi di non avere o non potere darti di più,
è pure con umiltà che accetta la tua offerta. Sovente
suggeriscono di lasciarla su un tavolino o in una cassettina, sicuramente
per non metterti in imbarazzo e così lasciarti la libertà
di dare secondo possibilità e coscienza .
Il secondo, quello dove si richiede una tariffa, è quasi
con alterigia che questa viene presentata. Forse si vergognano un
po’ nell’esigere un prezzo per quello che in tutti i
paesi primitivi è legge donare?
L’Ospitalità ai viandanti era sacra, in molti Paesi
lo è ancora. Solo nella nostra civilissima epoca, ed a queste
latitudini, le più antiche ed onorate tradizioni sono diventate
obsolete.
Bastano la Provvidenza e la buona volontà, queste sì
che aiutano a realizzare il tuo cammino. |