I VIAGGI E I DIARI DI BORDO
"Carrara e la sua storia - prima parte"

di Giuliano Tabaracci

Cenni Storici

La città di Carrara ha una storia molto antica. Sull'origine del nome della città sono state fatte diverse ipotesi. Secondo alcuni, il nome deriverebbe dall'antico ligure "Kar", che significia "pietra", quindi "luogo delle pietre". Secondo San Gerolamo, il nome "Carrara" deriverebbe dalle parole "Car" (città sui carri) e "Iara" (luna), quindi "città della luna sui carri". Per il geografo Emanuele Repetti, il nome deriva invece dal francese "Carriere", cava, derivato a sua volta dal latino "Carrariae"; ulteriore supposizione è quella del danese Wilhelm Wanscher, secondo cui "Carrara" deriva dall'egiziano Kar-Rha (tempio del Sole).
I primi insediamenti nel territorio carrarese risalgono al IX secolo a.C., quando la zona era occupata dai Liguri Apuani, una popolazione di origine celtica. Questa antica stirpe ligure occupava una regione che si estendeva dalla fascia costiera fino all'odierna Lunigiana (testimonianza di questa antica popolazione sono le numerose statue stele che ancora oggi si possono ammirare nei musei). Nel 193 a.C. i Liguri Apuani, riuniti assieme alle altre stirpi liguri, si spinsero oltre l'Arno nel tentativo di respingere gli assalti romani. Nel 186 a.C. Roma subì una pesante sconfitta: il console Quinto Marcio, che guidava un esercito composto da circa novemila unità, fu attirato in un agguato in una località nei pressi dell'attuale Fosdinovo, in seguito ribattezzata "saltus Marcius" (forse l'odierna Marciaso), dove quattromila soldati furono uccisi dagli Apuani. L'episodio fu poi riportato da Tito Livio nel trattato "Ab urbe condita". Roma ebbe la meglio soltanto nel 180 a.C. (ma le lotte continuarono per tre anni), quando i comandanti Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tanfilo sconfissero gli Apuani, deportandone circa 47.000 nel Sannio e facendo amministrare la zona a dei coloni che fondarono il porto di Luni, di cui oggi si possono ammirare le rovine.
In seguito alla fondazione di Luni e alla scoperta dei giacimenti marmiferi (I secolo a.C circa), cominciò l'intenso sfruttamento delle cave di marmo, estratto dagli schiavi sotto la guida di tecnici, portato a Luni con i carri e poi imbarcato. Le antiche cave dell'epoca Romana comprendono gia i tre bacini marmiferi principali: il bacino di Torano (cave di Mandria e del Polvaccio), quello di Miseglia (cave di Canalgrande, Fantiscritti e Tagliata) e soprattutto quello di Colonnata (cave del Bacchiotto, di Calaggio, di Gioia, di Fossa Ficola e di Fossacava).
Molti dei monumenti della Roma antica, soprattutto quelli più splendidi e imponenti, furono costruiti utilizzando il marmo proveniente dalle cave di Carrara. Fu grazie all'estrazione del marmo che a ridosso delle cave si svilupparono i primi villaggi in cui risiedevano gli addetti ai lavori: questi insediamenti costituiscono il nucleo più antico della città di Carrara.
Sotto il regno dell'imperatore Tiberio Claudio Nerone le cave passarono al fisco patrimoniale della casa degli Augusti; le decime sul marmo vennero incassate dall'erario imperiale tramite un tributo denominato vectigalis. Questo tributo diede poi dato il nome al toponimo di Vezzala, antico quartiere della città di Carrara in cui si trovavano gli uffici e le abitazioni dei funzionari del fisco incaricati di riscuotere il vectigalis.
Lo sviluppo della colonia continuerà fino al 476, quando la caduta dell'Impero Romano comporterà anche la crisi delle cave, che diventarono un rifugio lontano dalle coste battute dai barbari.
Dopo la caduta dell'Impero, varie popolazioni si succedettero sul territorio carrarese.
I primi ad arrivare furono i barbari Goti, che occuparono alcune località a monte facilmente difendibili e che si ritiene abbiano fondato i paesi di Codena, Bergiola e Gotara.
Nella prima metà del VI secolo i Bizantini di Giustiniano sconfissero i Goti e riconquistarono la regione, insediandosi di preferenza nelle zone pianeggianti (in questo periodo Luni tornò ad un nuovo splendore). La regione aveva per i Bizantini una grande importanza strategica e militare: si trovava sul limite settentrionale della Provincia Italica da loro controllata, era attraversata da due importanti strade (la via Aurelia verso Ventimiglia e la futura Via Francigena che conduceva oltre il Passo della Cisa. Inoltre, il porto di Luni garantiva un facile accesso via mare alle truppe di Bisanzio.
I Bizantini costruirono una serie di fortificazioni nell'alta Lunigiana per impedire l'accessoo dei barbari; anche la zona di Carrara fu interessata da diverse opere militari difensive a scopo interno: la villa romana di Moneta fu riadattata come fortilizio, mentre altre fortificazioni furono costruite presso Castellaro, Castelpoggio, La Costaccia, Castrum Volpilionis, Castelbaito, Il Malpasso.

I Bizantini furono definitivamente sconfitti nel 642 dai Longobardi di Rotari che preferirono la valle di Carrara, maggiormente difendibile, al centro costiero di Luni. Luni, in quanto sede del vescovo, venne apertamente osteggiata dai Longobardi, che ne sminuirono l'importanza accorpandola al ducato di Lucca e favorendo sul piano religioso i monaci della vicina abbazia del Brugnato. Durante la dominazione Longobarda il potere della Chiesa nella cosa pubblica si ridusse fortemente.
Le classi nobili Longobarde si insediarono a Carrara, dove adesso si trova il quartiere del Cafaggio (da cafadium, zona riservata ai nobili), località che circondarono con il broilo (zona riservata allo svago e alla caccia); con questi insediamenti la città di Carrara iniziò a costituirsi come centro urbano: in questi anni conobbe una veloce espansione. Inoltre, da questi antichi nobili Longobardi discesero i ceppi delle famiglie degli Obertenghi e degli Adalberti.
I Longobradi acquisirono anche alcuni territori in pianura per destinarli all'agricoltura. Particolarmente significativa è la collocazione del loro cimitero, nella località lungo il fiume Carrione oggi chiamata Perticata (dall'usanza dei Longobardi di piantare delle lunghe pertiche sul luogo di sepoltura dei loro morti).

Quando, nel 773, i Longobardi vennero sconfitti da Carlo Magno, Carrara divenne un feudo dei vescovi di Luni. La valle di Carrara fu usata più volte dalla popolazione di Luni come rifugio dalle scorrerie dei pirati e dalle difficili condizioni della costa (che si stava velocemente impaludando ed era soggetta alla malaria). In particolare, sembra che la popolazione di Luni si trasferì per qualche anno a Carrara dopo il sacco della loro città ad opera dei Normanni di re Hasting dell'860. È possibile che il vescovo di Luni San Ceccardo, storico patrono di Carrara, fosse uno dei profughi rifugiatisi nella zona oppure che fosse stato ucciso da Hasting durante il saccheggio.
Tra il 945 e il 963 l'imperatore Ottone I del Sacro Romano Impero confermò ufficialmente il possesso del feudo di Carrara (con Massa, Avenza e Moneta) ai vescovi conti di Luni. Ad ogni modo la situazione di Luni stava velocemente peggiorando e pare che già nel 998 il vescovo Gottifredo avesse trasferito parte del suo seguito a Carrara. Il trasferimento fu agevolato anche dalla rinuncia di alcuni nobili imperiali all'amministrazione dei territori del feudo di Carrara, aumentando così il potere e la legittimazione della Chiesa sul territorio.
A seguito dell'anno mille fu fondata la Chiesa di Sant'Andrea, che risalirebbe al 1035. Nel 1058 la città di Luni viene definitivamente abbandonata; i suoi abitanti si trasferirono quasi tutti a Sarzana; altri gruppi fondarono gli insediamenti di Ortonovo e di Nicola. Nonostante la perdita della loro città in questo periodo i vescovi di Luni vedono aumentare di molto il loro potere; l'esercizio della loro autorità sul feudo di Carrara incontrerà via via un'opposizione sempre più forte da parte della popolazione locale.
I primi ad opporsi ai vescovi furono tuttavia i feudatari locali, dopo il 1100. I vescovi alla fine ebbero la meglio; con la Pace di Lucca del 1124: il potere sul feudo di Carrara venne suddiviso tra i vescovi e i feudatari della Lunigiana loro alleata. Nel 1151 Carrara divenne ufficialmente la sede vescovile (lo stesso anno le chiese di S.Andrea e di Avenza sono date in amministrazione a Lucca). Già nel 1187, però, i vescovi di Luni si trovarono impegnati in una difficile guerra contro i marchesi Malaspina, guerra che interessò tutta la Lunigiana e si protrasse per molti anni. Al termine del conflitto, nel 1202, il potere dei vescovi ne risultò in parte indebolito. Per questo motivo, nel 1207, il vescovato fu trasferito a Sarzana, in una località più centrale per gli interessi dei vescovi di Luni e più facilmente gestibile.
Lo spostamento dei vescovi nella città vicina fu occasione per la poplazione locale, essenzialmente ghibellina, per riprendere le lotte contro la Chiesa. La città infatti andava sempre più consolidando la sua struttura, espandendosi e riprendendo l'estrazione e il commercio del marmo, grazie soprattutto allo sviluppo delle città vicine, in primis Pisa e Firenze.
Dalle lotte popolari che ne seguirono risultarono vincitori i ghibellini, soprattutto grazie al fatto che la rivolta contro il potere dei vescovi stava assumendo un carattere generalizzato in varie località della zona. Come risultato la città riuscì a costituirsi in un Comune.
La forma organizzativa di Carrara è quella del Comune di Valle, in cui tutti gli insediamenti sparsi sul territorio erano considerati eguali, e ognuno di essi eleggeva i propri rappresentanti da inviare al Consiglio Comunale. Anche questa forma di organizzazione si inserisce nell'ottica di indebolimento del potere vescovile, che trova difficile controllare un'organizzazione così frammentata.
Nel 1215, Federico II tolse Carrara ai Vescovi e la affidò a Guglielmo Malaspina, che cominciò la costruzione della Rocca a difesa della città. La città si divise tra parte guelfa, ancora soggetta al vescovo (essenzialmente la zona di S.Andrea), e parte ghibellina, fedele al nuovo signore (quartieri di Cafaggio e Vezzala).
Nel maggio del 1217 il vescovo di Luni Marzucco si trovò costretto a fare concessioni al Comune di Carrara; le concessioni però non soddisfarono gli abitanti: nei tumulti che ne seguirono, che coinvolsero anche la città di Sarzana, il vescovo venne ucciso.
Dopo questo incidente, che forse segnò il punto più basso del potere vescovile, la curia di Luni andò lentamente ricostituendosi. La sua influenza aumentò progressivamente (nel 1219 la rivolta di Sarzana fu definitivamente sedata), e già nel 1229 il vescovo Guglielmo godeva di nuovo di indiscussa autorità.
Come risultato, nel 1230 tutta la zona tornò sotto il dominio dei vescovi di Luni. I Carraresi non gradirono questo ritorno, volendosi liberare della pesante autorità vescovile, così nel 1235, nella chiesa di San Pietro nel borgo di Avenza, furono regolamentati i rapporti tra il vescovo e il comune di Carrara. Nel 1260 questi statuti vennero poi rinnovati nella chiesa di S.Andrea; i nuovi statuti non si limitarono a regolamentare le relazioni politiche tra il comune di Carrara e i vescovi di Luni, ma entrarono anche nel merito della sfera economica. l'applicazione di questi nuovi statuti fu così disinvolta da parte degli abitanti di Carrara da attirare su di essi la scomunica da parte del vescovo (31 marzo 1261).
Nel frattempo l'estrazione del marmo continuò in maniera incessante, con esportazioni a Siena, Firenze, Pisa, Genova, Roma, Milano, tanto che Carrara divenne così famosa da muovere l'interesse di Dante, che soggiornò nel castello di Fosdinovo presso i Malaspina e citò la zona di Carrara nella sua Commedia. Carrara diventò nel 1495 la sede dei Malaspina, che si trasferirono nella vicina Massa nella seconda metà del Cinquecento: questo perché Carrara era interessata da lotte che vedevano opposti i carraresi ai soldati francesi di Carlo V, che visitò la città nel 1541. Tuttavia le lotte finirono presto e nel 1554 fu fondato il ducato, di cui Carrara divenne capitale insieme a Massa: il governo della città fu preso da Alberico I Cybo Malaspina, all'epoca ventiduenne. Sotto il dominio di Alberico I, Carrara ebbe un grande sviluppo sia economico che culturale. La città diventò meta dei maggiori artisti dell'epoca: tra gli altri, Michelangelo Buonarroti faceva visite frequenti a Carrara per scegliere il marmo destinato alle sue sculture. Anche lo sviluppo urbanistico conobbe un'importante accelerazione: furono erette nuove chiese, la città fu circondata da una più ampia cerchia di mura e fu creata l'attuale piazza Alberica, che divenne il centro economico e culturale della città insieme alla via Alberica, che collegava la piazza al palazzo dei Malaspina. Il duca Alberico morì nel 1623 e fu succeduto da Carlo I (1623-1662), Alberico II (1662-1690), Carlo II (1690-1710), Alberico III (1710-1715), Alderamo (1715-1731), per arrivare a Maria Teresa, che assume il governo del ducato nel 1731 e nel 1741 si sposa con Ercole III d'Este, erede del ducato di Modena.
Con l'avvento di Maria Teresa, Carrara passa sotto il ducato di Modena. Fu fondata l'Accademia di Belle Arti (1769), che sorse a fianco del palazzo principesco, e nel 1751 iniziarono i lavori per la costruzione di un porto che avrebbe dovuto supportare l'estrazione del marmo, liberando Carrara dalla dipendenza dei porti delle città vicine. Negli ultimi anni del '700, Carrara cominciò a risentire degli echi giacobini, in particolare dopo la morte di Maria Teresa (1790): i francesi occupano Modena e i carraresi, volendo mantenere vivo il senso di autonomia che li ha sempre contraddistinti nella storia, diedero vita a una rivolta popolare contro le forze francesi. Carrara passò sotto Elisa Bonaparte Baciocchi, che intensificò l'estrazione e il commercio del marmo e cominciò le opere di bonifica del litorale. Nel 1815, con la Restaurazione, Carrara tornò a essere un Principato autonomo, sotto la guida di Maria Beatrice d'Este: alla morte di quest'ultima, la città tornò sotto il ducato di Modena, prima sotto Francesco IV (1829-1845), quindi sotto Francesco V (1846-1859). I moti rivoluzionari per l'indipendenza avevano fatto presa anche su Carrara, dove scoppiò una rivolta guidata da Domenico Cucchiari e dove si moltiplicarono le logge massoniche: la città ebbe per Mazzini un ruolo fondamentale per la sua azione, poiché a Carrara egli scelse molti dei suoi più diretti collaboratori, tra cui Felice Orsini, il futuro attentatore di Napoleone III. Carrara entrò a far parte poi del regno d'Italia.


CARRARA E LE SUE CAVE DI MARMO

Le cave di marmo erano probabilmente già utilizzate durante l'età del rame dai primitivi abitanti della zona per produrre utensili vari e oggetti decorativi e commemorativi da interrare nei sarcofagi con i defunti. Con i Romani si sviluppò l'attività estrattiva vera e propria, e a partire dall'epoca di Giulio Cesare (48-44 a.C.) rifornisce di blocchi di marmo bianco le maggiori costruzioni pubbliche di Roma e numerose dimore patrizie. L'esportazione avviene tramite il porto di Luni, per cui veniva detto marmo lunense. Dal V secolo l'attività estrattiva subisce un periodo di stasi a seguito delle invasioni barbariche. In seguito con la maggiore diffusione del Cristianesimo il marmo viene richiesto in grandi quantità per l'edificazione di edifici religiosi e per il loro arredo interno. La fervente attività delle cave si deve soprattutto ai Magistri cumacini, tra cui Giovanni Pisano e Nicola Pisano, che lo utilizzano per le loro opere nell'Italia centrale. In seguito fu il marmo utilizzato da Michelangelo per le sue sculture e veniva a scegliere personalmente i blocchi nelle quali realizzare le proprie opere. Nel XX secolo, molto uso si fece del marmo di Carrara durante il fascismo: Mussolini donò perfino del marmo per una delle due moschee della Spianata del Tempio di Gerusalemme.
Le cave
Le cave sono luoghi dove da molti secoli avviene l'escavazione e la lavorazione del marmo e possono essere di due tipi: chiuse e a cielo aperto. Per il modo con il quale viene prelevato il marmo, la profondità di prospettiva delle pareti bianche, gli ampi spazi, la precisione simmetrica dei gradoni, i piani di lavorazione sembrano gradinate di anfiteatri. L'estrazione del marmo in cava è stato un continuo divenire di documenti vivi e drammatici attraverso i secoli, dai primitivi cunei di legno, al sistema della tagliata dei romani, al rivoluzionario filo elicoidale, all'attuale filo diamantato, tanto veloce quanto pericoloso, tra gli anfratti delle cave e i candidi e scoscesi ravaneti sono conservati gli eroismi, le fatiche, i sacrifici dei cavatori che con tenacia e capacità continuano ancora oggi a demolire queste montagne tagliandole, frantumandole e smontandole pezzo a pezzo, in piccoli blocchi per poi inviarli nel mondo.
Descrivere tutte le cave che ci trovano nel bacino marmifero di Carrara sarebbe un’impresa troppo difficile per condensarla in poche righe: ci limiteremo pertanto ad un breve riepilogo facendo notare che le notizie sono tratte dal bellissimo libro “Guida alla cave di marmo di Carrara” di Frederick Bradley edito da”Internazionale marmi e macchine Carrara”. Nel bacino marmifero di Carrara si contano 190 cave, di cui un centinaio attive: fino al 1995 le cave hanno costituito un caso a parte nella normativa mineraria nazionale in quanto la materia era ancora regolamentata dalle Leggi Estensi del 1751 in base alle quali i canoni di concessione venivano calcolati non sulla ricchezza mineraria del sottosuolo ma sul reddito agrario della concessione, risultando, quindi, irrisori rispetto al valore reale dell’area. Questa situazione consentiva anche la pratica del settimo, un subaffitto della concessione a terzi del marmo prodotto: solo nel 1995 il comune di Carrara, con una storica sentenza, è riuscito a legiferare una normativa in cui il canone di concessione viene calcolato sul reale valore del prodotto di cava e vietando ogni forma di subaffitto. Tutte le cave esistenti sono ordinate per numerazione progressiva e all’ingresso di ognuna è posto un cartello identificativo riportante il nome della cava e il numero con il quale è identificata all’Ufficio Catastale. La quasi totalità delle cave risulta compresa da ovest a est nel grande anfiteatro naturale che parte dal Monte Uccelliera (m. 1246) al Monte Borla (m. 146), al Monte Sagro (m. 1749) alla Cima di Gioia (m. 810) e al Monte Brugiana (m. 960): possiamo dire che il bacino marmifero è compreso in tre valli che sono separate fra loro dalle pendici del Monte Maggiore (m. 1396); il paesaggio è stato profondamente modificato dalle escavazioni e dai ravaneti, le discariche di marmo frutto delle escavazioni che ricoprono di bianco le valli, oltre che dalle strade di arroccamento che incidono i ripidi versanti.
Storia – Le prime notizie relative all’estrazione del marmo nella zona di Carrara risalgono al I sec. a.C. quando la regione era sotto la dominazione romana: allora il marmo veniva chiamato marmor Lunense in quanto il centro di estrazione era identificato nella città di Luni, colonia fondata dai Romani e dal cui porto salpavano verso Roma navi lapidariae cariche di questo materiale; studi approfonditi hanno rilevato in diverse località la presenza di tagliate attribuibili all’età romana. Non solo, ma sono stati anche rinvenuti utensili utilizzati per lo scavo oltre a iscrizioni ed epigrafi che testimoniano come in epoca romana l’attività estrattiva fosse ben organizzata: il taglio veniva effettuato con mazzoli e scalpelli, cercando di sfruttare le fratture naturali della massa rocciosa ed inserendo nelle fessure delle formella a forma di V che venivano poi bagnate. Dopo i Romani per molti secoli non si hanno più notizie sulla escavazione del marmo: solo verso la fine del Duecento, sotto l’Impero di Federico I, si ha la rinascita delle attività estrattive nei bacini carraresi: anche in quel periodo la tecnica di escavazione era simile a quella praticata dai Romani e, praticamente, tale rimase fino al ‘700 quando si iniziò ad usare l’esplosivo e,in particolare, la polvere nera. La tecnica di abbattimento con esplosivo era chiamata varata : stabilita la parete da abbattere si procedeva ad scavare a mano un lungo foro alle fine del quale si scavava con acido cloridrico una camera sufficiente a contenere la quantità necessaria di polvere nera; l’impiego di questa tecnica aveva però il difetto di distruggere gran parte del marmo e di produrre una grande quantità di materiale di scarto. Per avere nuove tecniche in sostituzione dell’uso di esplosivo: nel 1889 all’Esposizione Internazionale di Parigi fu presentato un impianto che consentiva il taglio di marmo con filo elicoidale, brevettato da un belga trent’anni prima: l’impianto aveva il grande pregio di effettuare tagli di grande dimensione direttamente sul monte e costituì una rivoluzione nel campo dell’escavazione del marmo. L’impianto consisteva in un filo di 5 mm. di diametro formato dall’avvolgimento in forma elicoidale di tre piccoli cavi d’acciaio: il filo veniva mosso da un motore elettrico che imprimeva il movimento per mezzo di una frizione collegata ad una serie di pulegge; nella sua corsa il filo veniva fatto passare solo per una piccola parte della sua lunghezza a contato con il marmo da tagliare. Il taglio avveniva per la discesa dentro la massa rocciosa di una parte di filo compresa fra due montanti: la cosa più curiosa è che non era il filo ad incidere il marmo bensì la miscela di acqua e sabbia che veniva fatta colare costantemente sul filo stesso. Questo portò molto sollievo al lavoro dei cavatori e ci fu un minor spreco di marmo:con l’avvento del filo elicoidale le cave assunsero l’ aspetto a bancate che ora presentano abitualmente ma restava sempre il problema del trasporto del marmo fino ai luoghi carico, per cui, fra il 1876 e il 1890, su costruita una ferrovia adibito al trasporto del marmo. Questa ferrovia collegava i principali centri di stoccaggio dei blocchi dei tre bacini marmiferi carraresi (Torano, Miseglia e Colonnata) con le segherie in pianura, il porto di Marina di Carrara e la rete ferroviaria nazionale: fu una impresa enorme dati i mezzi dell’ epoca: si dovevano superare 450 m. di dislivello per una lunghezza totale di 22 km. attraversando un gran numero di ponti e ferrovie. La “Ferrovia marmifera” operò a lungo in sostituzione della rete stradale, ma la concorrenza con i moderni mezzi di trasporto la rese antieconomica ed il trasporto del marmo su rotaia cessò definitivamente nel 1964: parte del tracciato fu smantellato, parte trasformato in sede stradale: tra le opere più importanti restano ancora in piedi i Ponti di Vara, all’ imbocco del Bacino di Miseglia, che una volta costituivano un importante nodo ferroviario ed ora solamente strada di transito per i camion. Per quanto concerne il trasporto del marmo dai tempi antichi fino all’ avvento della ferrovia o delle strade di accesso, bisogna dire che veniva usato il sistema della lizzatura: ma questo è un argomento talmente vasto ed affascinante che sarà meta di una dettagliate relazione che farò quanto prima.
Le cave attuali – Attualmente l’ escavazione del marmo viene attuata in tre fasi: taglio al monte di grosse bancate di roccia, ribaltamento delle stesse bancate sul piazzale di cava e riquadratura in blocchi di dimensioni commerciali. - Il taglio al monte rappresenta la prima parte dell’attività produttiva e consiste nell’ isolare dal corpo marmoreo una porzione di roccia che sia di forma e dimensioni idonee ai blocchi che si vogliono ottenere: per effettuare il taglio non si usa più il filo elicoidale bensì la tagliatrice a filo diamantato che è comparsa alla fine degli anni ’70 del Novecento. Con questa macchina si procede nel modo seguente: si fa una serie di perforazioni verticali ed orizzontali con macchine perforatrici che consentono fori di grosso diametro in modo da formare un canale continuo nella massa rocciosa, all’interno di tale canale viene inserito il filo diamantato che sarà chiuso ad anello attorno alla puleggia del blocco motore della tagliatrice, al momento del taglio la puleggia motrice, mossa dal motore elettrico, imprime movimento al filo che è mantenuto costantemente in tensione a stretto contatto con la superficie rocciosa. Il taglio è eseguito direttamente dal filo diamantato, formato da un cavo d’ acciaio sul quale è inserita una serie di anelli diamantati (perline) distanziati l’ uno dall’ altro da piccole molle che permettono un movimento alternato: è dunque l’ abrasione diretta dei diamanti inseriti sulle perline che determina il taglio senza necessità di ricorrere alla sabbia silicea mentre necessita ancora l’ acqua per permettere l’ evacuazione dei residui di marmo. Un’ altra macchina per il taglio al monte che sta raccogliendo sempre più consensi è la tagliatrice a catena derivata da macchine usate per l’ escavazione in miniera: consiste in un blocco motore che ha la possibilità di spostarsi su binario tramite una cremagliera ed è al quale è collegato un braccio di 3 metri sui cui scorre un nastro fornito di denti a teste di widia di 40 mm. di larghezza; con questa macchina è possibile effettuare tagli verticali ed orizzontali ed il suo utilizzo si sta diffondendo anche nelle cava a cielo aperto dove nel taglio al monte viene spesso abbinata alla tagliatrice a filo diamantato. Ribaltamento della bancata: una volta separata la bancata dalla massa rocciosa si procede al suo ribaltamento sul piazzale di cava: in primo luogo sul piazzale viene preparato il cosiddetto cuscino costituito da un cumulo di detriti di marmo frammisti alla fanghiglia prodotta dai tagli,e la cui funzione è quella di ammortizzare la caduta della bancata per limitarne le rotture; per il ribaltamento vero e proprio si ricorre all’ utilizzo di martinetti oleodinamici che consistono in pistoni scorrevoli dentro cilindri d’ acciaio capaci di esercitare spinte di alcune tonnellate oppure si usano cuscini divaricatori in metallo, inseriti direttamente nello spessore lasciato dal taglio del filo diamantato: una volta posizionati, i cuscini vengono riempiti d’acqua così da esercitare la spinta laterale necessaria. Un altro sistema ancora per ribaltare le bancate è quello della trazione diretta tramite un cavo d’ acciaio collegato direttamente ad una pala meccanica. Riquadratura della bancata: dopo essere stata ribaltata sul piazzale di cava, la bancata è pronta per essere riquadrata in blocchi di dimensioni commerciali: questa operazione riveste una grande importanza perché è ora che si definisce il valore del marmo scavato; in genere le dimensioni dei blocchi si aggirano su 1,8 x 2,0 x 2,8 metri. Nella maggior parte dei casi la riquadratura dei blocchi avviene tramite l’ uso della tagliatrice a filo diamantato oppure tramite una macchina che utilizza la stessa tecnologia di taglio della tagliatrice a filo diamantato ma ne differisce completamente per struttura: si tratta di un telaio formato da due pulegge di grosso diametro su cui ruota ad anello il filo diamantato; il telaio scorre in senso verticale lungo due montanti di supporto consentendo di effettuare il taglio del blocco posto su un carrello sottostante. Dopo essere stati riquadrati, i blocchi di marmo sono pronti per il trasporto alle segherie: il caricamento dei blocchi sui camion avviene generalmente tramite l’ impiego di pale meccaniche di portata adeguata.
tipi di cava: i tipi di cava presenti nei bacini di Carrara si possono così riassumere: Cave di versante e culminali, cave a fossa e a pozzo, cave in sotterraneo. – Cave di versante. Rappresentano il tipo più comune: sono così chiamate perché si sviluppano lungo i versanti della montagna dove, in genere, disegnano una geometria a gradini ognuno dei quali può costituire uno o più fronti di escavazione; la coltivazione avviene per arretramento dei gradini fino al limite dell’ area sfruttabile, partendo dal più alto e procedendo verso il basso. Si possono ascrivere a questo gruppo anche le cave aperte lungo i crinali delle montagne, dette cave culminali, che, differenza delle prime, non avendo alcun lato limitato da pareti rocciose, beneficiano di condizioni morfologiche particolarmente favorevoli.

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