Cenni Storici
La città di Carrara ha una storia molto antica. Sull'origine
del nome della città sono state fatte diverse ipotesi.
Secondo alcuni, il nome deriverebbe dall'antico ligure "Kar",
che significia "pietra", quindi "luogo delle
pietre". Secondo San Gerolamo, il nome "Carrara"
deriverebbe dalle parole "Car" (città sui carri)
e "Iara" (luna), quindi "città della luna
sui carri". Per il geografo Emanuele Repetti, il nome deriva
invece dal francese "Carriere", cava, derivato a sua
volta dal latino "Carrariae"; ulteriore supposizione
è quella del danese Wilhelm Wanscher, secondo cui "Carrara"
deriva dall'egiziano Kar-Rha (tempio del Sole).
I primi insediamenti nel territorio carrarese risalgono al IX
secolo a.C., quando la zona era occupata dai Liguri Apuani,
una popolazione di origine celtica. Questa antica stirpe ligure
occupava una regione che si estendeva dalla fascia costiera
fino all'odierna Lunigiana (testimonianza di questa antica popolazione
sono le numerose statue stele che ancora oggi si possono ammirare
nei musei). Nel 193 a.C. i Liguri Apuani, riuniti assieme alle
altre stirpi liguri, si spinsero oltre l'Arno nel tentativo
di respingere gli assalti romani. Nel 186 a.C. Roma subì
una pesante sconfitta: il console Quinto Marcio, che guidava
un esercito composto da circa novemila unità, fu attirato
in un agguato in una località nei pressi dell'attuale
Fosdinovo, in seguito ribattezzata "saltus Marcius"
(forse l'odierna Marciaso), dove quattromila soldati furono
uccisi dagli Apuani. L'episodio fu poi riportato da Tito Livio
nel trattato "Ab urbe condita". Roma ebbe la meglio
soltanto nel 180 a.C. (ma le lotte continuarono per tre anni),
quando i comandanti Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tanfilo
sconfissero gli Apuani, deportandone circa 47.000 nel Sannio
e facendo amministrare la zona a dei coloni che fondarono il
porto di Luni, di cui oggi si possono ammirare le rovine.
In seguito alla fondazione di Luni e alla scoperta dei giacimenti
marmiferi (I secolo a.C circa), cominciò l'intenso sfruttamento
delle cave di marmo, estratto dagli schiavi sotto la guida di
tecnici, portato a Luni con i carri e poi imbarcato. Le antiche
cave dell'epoca Romana comprendono gia i tre bacini marmiferi
principali: il bacino di Torano (cave di Mandria e del Polvaccio),
quello di Miseglia (cave di Canalgrande, Fantiscritti e Tagliata)
e soprattutto quello di Colonnata (cave del Bacchiotto, di Calaggio,
di Gioia, di Fossa Ficola e di Fossacava).
Molti dei monumenti della Roma antica, soprattutto quelli più
splendidi e imponenti, furono costruiti utilizzando il marmo
proveniente dalle cave di Carrara. Fu grazie all'estrazione
del marmo che a ridosso delle cave si svilupparono i primi villaggi
in cui risiedevano gli addetti ai lavori: questi insediamenti
costituiscono il nucleo più antico della città
di Carrara.
Sotto il regno dell'imperatore Tiberio Claudio Nerone le cave
passarono al fisco patrimoniale della casa degli Augusti; le
decime sul marmo vennero incassate dall'erario imperiale tramite
un tributo denominato vectigalis. Questo tributo diede poi dato
il nome al toponimo di Vezzala, antico quartiere della città
di Carrara in cui si trovavano gli uffici e le abitazioni dei
funzionari del fisco incaricati di riscuotere il vectigalis.
Lo sviluppo della colonia continuerà fino al 476, quando
la caduta dell'Impero Romano comporterà anche la crisi
delle cave, che diventarono un rifugio lontano dalle coste battute
dai barbari.
Dopo la caduta dell'Impero, varie popolazioni si succedettero
sul territorio carrarese.
I primi ad arrivare furono i barbari Goti, che occuparono alcune
località a monte facilmente difendibili e che si ritiene
abbiano fondato i paesi di Codena, Bergiola e Gotara.
Nella prima metà del VI secolo i Bizantini di Giustiniano
sconfissero i Goti e riconquistarono la regione, insediandosi
di preferenza nelle zone pianeggianti (in questo periodo Luni
tornò ad un nuovo splendore). La regione aveva per i
Bizantini una grande importanza strategica e militare: si trovava
sul limite settentrionale della Provincia Italica da loro controllata,
era attraversata da due importanti strade (la via Aurelia verso
Ventimiglia e la futura Via Francigena che conduceva oltre il
Passo della Cisa. Inoltre, il porto di Luni garantiva un facile
accesso via mare alle truppe di Bisanzio.
I Bizantini costruirono una serie di fortificazioni nell'alta
Lunigiana per impedire l'accessoo dei barbari; anche la zona
di Carrara fu interessata da diverse opere militari difensive
a scopo interno: la villa romana di Moneta fu riadattata come
fortilizio, mentre altre fortificazioni furono costruite presso
Castellaro, Castelpoggio, La Costaccia, Castrum Volpilionis,
Castelbaito, Il Malpasso.
I Bizantini furono definitivamente sconfitti nel 642 dai Longobardi
di Rotari che preferirono la valle di Carrara, maggiormente
difendibile, al centro costiero di Luni. Luni, in quanto sede
del vescovo, venne apertamente osteggiata dai Longobardi, che
ne sminuirono l'importanza accorpandola al ducato di Lucca e
favorendo sul piano religioso i monaci della vicina abbazia
del Brugnato. Durante la dominazione Longobarda il potere della
Chiesa nella cosa pubblica si ridusse fortemente.
Le classi nobili Longobarde si insediarono a Carrara, dove adesso
si trova il quartiere del Cafaggio (da cafadium, zona riservata
ai nobili), località che circondarono con il broilo (zona
riservata allo svago e alla caccia); con questi insediamenti
la città di Carrara iniziò a costituirsi come
centro urbano: in questi anni conobbe una veloce espansione.
Inoltre, da questi antichi nobili Longobardi discesero i ceppi
delle famiglie degli Obertenghi e degli Adalberti.
I Longobradi acquisirono anche alcuni territori in pianura per
destinarli all'agricoltura. Particolarmente significativa è
la collocazione del loro cimitero, nella località lungo
il fiume Carrione oggi chiamata Perticata (dall'usanza dei Longobardi
di piantare delle lunghe pertiche sul luogo di sepoltura dei
loro morti).
Quando, nel 773, i Longobardi vennero sconfitti da Carlo Magno,
Carrara divenne un feudo dei vescovi di Luni. La valle di Carrara
fu usata più volte dalla popolazione di Luni come rifugio
dalle scorrerie dei pirati e dalle difficili condizioni della
costa (che si stava velocemente impaludando ed era soggetta
alla malaria). In particolare, sembra che la popolazione di
Luni si trasferì per qualche anno a Carrara dopo il sacco
della loro città ad opera dei Normanni di re Hasting
dell'860. È possibile che il vescovo di Luni San Ceccardo,
storico patrono di Carrara, fosse uno dei profughi rifugiatisi
nella zona oppure che fosse stato ucciso da Hasting durante
il saccheggio.
Tra il 945 e il 963 l'imperatore Ottone I del Sacro Romano Impero
confermò ufficialmente il possesso del feudo di Carrara
(con Massa, Avenza e Moneta) ai vescovi conti di Luni. Ad ogni
modo la situazione di Luni stava velocemente peggiorando e pare
che già nel 998 il vescovo Gottifredo avesse trasferito
parte del suo seguito a Carrara. Il trasferimento fu agevolato
anche dalla rinuncia di alcuni nobili imperiali all'amministrazione
dei territori del feudo di Carrara, aumentando così il
potere e la legittimazione della Chiesa sul territorio.
A seguito dell'anno mille fu fondata la Chiesa di Sant'Andrea,
che risalirebbe al 1035. Nel 1058 la città di Luni viene
definitivamente abbandonata; i suoi abitanti si trasferirono
quasi tutti a Sarzana; altri gruppi fondarono gli insediamenti
di Ortonovo e di Nicola. Nonostante la perdita della loro città
in questo periodo i vescovi di Luni vedono aumentare di molto
il loro potere; l'esercizio della loro autorità sul feudo
di Carrara incontrerà via via un'opposizione sempre più
forte da parte della popolazione locale.
I primi ad opporsi ai vescovi furono tuttavia i feudatari locali,
dopo il 1100. I vescovi alla fine ebbero la meglio; con la Pace
di Lucca del 1124: il potere sul feudo di Carrara venne suddiviso
tra i vescovi e i feudatari della Lunigiana loro alleata. Nel
1151 Carrara divenne ufficialmente la sede vescovile (lo stesso
anno le chiese di S.Andrea e di Avenza sono date in amministrazione
a Lucca). Già nel 1187, però, i vescovi di Luni
si trovarono impegnati in una difficile guerra contro i marchesi
Malaspina, guerra che interessò tutta la Lunigiana e
si protrasse per molti anni. Al termine del conflitto, nel 1202,
il potere dei vescovi ne risultò in parte indebolito.
Per questo motivo, nel 1207, il vescovato fu trasferito a Sarzana,
in una località più centrale per gli interessi
dei vescovi di Luni e più facilmente gestibile.
Lo spostamento dei vescovi nella città vicina fu occasione
per la poplazione locale, essenzialmente ghibellina, per riprendere
le lotte contro la Chiesa. La città infatti andava sempre
più consolidando la sua struttura, espandendosi e riprendendo
l'estrazione e il commercio del marmo, grazie soprattutto allo
sviluppo delle città vicine, in primis Pisa e Firenze.
Dalle lotte popolari che ne seguirono risultarono vincitori
i ghibellini, soprattutto grazie al fatto che la rivolta contro
il potere dei vescovi stava assumendo un carattere generalizzato
in varie località della zona. Come risultato la città
riuscì a costituirsi in un Comune.
La forma organizzativa di Carrara è quella del Comune
di Valle, in cui tutti gli insediamenti sparsi sul territorio
erano considerati eguali, e ognuno di essi eleggeva i propri
rappresentanti da inviare al Consiglio Comunale. Anche questa
forma di organizzazione si inserisce nell'ottica di indebolimento
del potere vescovile, che trova difficile controllare un'organizzazione
così frammentata.
Nel 1215, Federico II tolse Carrara ai Vescovi e la affidò
a Guglielmo Malaspina, che cominciò la costruzione della
Rocca a difesa della città. La città si divise
tra parte guelfa, ancora soggetta al vescovo (essenzialmente
la zona di S.Andrea), e parte ghibellina, fedele al nuovo signore
(quartieri di Cafaggio e Vezzala).
Nel maggio del 1217 il vescovo di Luni Marzucco si trovò
costretto a fare concessioni al Comune di Carrara; le concessioni
però non soddisfarono gli abitanti: nei tumulti che ne
seguirono, che coinvolsero anche la città di Sarzana,
il vescovo venne ucciso.
Dopo questo incidente, che forse segnò il punto più
basso del potere vescovile, la curia di Luni andò lentamente
ricostituendosi. La sua influenza aumentò progressivamente
(nel 1219 la rivolta di Sarzana fu definitivamente sedata),
e già nel 1229 il vescovo Guglielmo godeva di nuovo di
indiscussa autorità.
Come risultato, nel 1230 tutta la zona tornò sotto il
dominio dei vescovi di Luni. I Carraresi non gradirono questo
ritorno, volendosi liberare della pesante autorità vescovile,
così nel 1235, nella chiesa di San Pietro nel borgo di
Avenza, furono regolamentati i rapporti tra il vescovo e il
comune di Carrara. Nel 1260 questi statuti vennero poi rinnovati
nella chiesa di S.Andrea; i nuovi statuti non si limitarono
a regolamentare le relazioni politiche tra il comune di Carrara
e i vescovi di Luni, ma entrarono anche nel merito della sfera
economica. l'applicazione di questi nuovi statuti fu così
disinvolta da parte degli abitanti di Carrara da attirare su
di essi la scomunica da parte del vescovo (31 marzo 1261).
Nel frattempo l'estrazione del marmo continuò in maniera
incessante, con esportazioni a Siena, Firenze, Pisa, Genova,
Roma, Milano, tanto che Carrara divenne così famosa da
muovere l'interesse di Dante, che soggiornò nel castello
di Fosdinovo presso i Malaspina e citò la zona di Carrara
nella sua Commedia. Carrara diventò nel 1495 la sede
dei Malaspina, che si trasferirono nella vicina Massa nella
seconda metà del Cinquecento: questo perché Carrara
era interessata da lotte che vedevano opposti i carraresi ai
soldati francesi di Carlo V, che visitò la città
nel 1541. Tuttavia le lotte finirono presto e nel 1554 fu fondato
il ducato, di cui Carrara divenne capitale insieme a Massa:
il governo della città fu preso da Alberico I Cybo Malaspina,
all'epoca ventiduenne. Sotto il dominio di Alberico I, Carrara
ebbe un grande sviluppo sia economico che culturale. La città
diventò meta dei maggiori artisti dell'epoca: tra gli
altri, Michelangelo Buonarroti faceva visite frequenti a Carrara
per scegliere il marmo destinato alle sue sculture. Anche lo
sviluppo urbanistico conobbe un'importante accelerazione: furono
erette nuove chiese, la città fu circondata da una più
ampia cerchia di mura e fu creata l'attuale piazza Alberica,
che divenne il centro economico e culturale della città
insieme alla via Alberica, che collegava la piazza al palazzo
dei Malaspina. Il duca Alberico morì nel 1623 e fu succeduto
da Carlo I (1623-1662), Alberico II (1662-1690), Carlo II (1690-1710),
Alberico III (1710-1715), Alderamo (1715-1731), per arrivare
a Maria Teresa, che assume il governo del ducato nel 1731 e
nel 1741 si sposa con Ercole III d'Este, erede del ducato di
Modena.
Con l'avvento di Maria Teresa, Carrara passa sotto il ducato
di Modena. Fu fondata l'Accademia di Belle Arti (1769), che
sorse a fianco del palazzo principesco, e nel 1751 iniziarono
i lavori per la costruzione di un porto che avrebbe dovuto supportare
l'estrazione del marmo, liberando Carrara dalla dipendenza dei
porti delle città vicine. Negli ultimi anni del '700,
Carrara cominciò a risentire degli echi giacobini, in
particolare dopo la morte di Maria Teresa (1790): i francesi
occupano Modena e i carraresi, volendo mantenere vivo il senso
di autonomia che li ha sempre contraddistinti nella storia,
diedero vita a una rivolta popolare contro le forze francesi.
Carrara passò sotto Elisa Bonaparte Baciocchi, che intensificò
l'estrazione e il commercio del marmo e cominciò le opere
di bonifica del litorale. Nel 1815, con la Restaurazione, Carrara
tornò a essere un Principato autonomo, sotto la guida
di Maria Beatrice d'Este: alla morte di quest'ultima, la città
tornò sotto il ducato di Modena, prima sotto Francesco
IV (1829-1845), quindi sotto Francesco V (1846-1859). I moti
rivoluzionari per l'indipendenza avevano fatto presa anche su
Carrara, dove scoppiò una rivolta guidata da Domenico
Cucchiari e dove si moltiplicarono le logge massoniche: la città
ebbe per Mazzini un ruolo fondamentale per la sua azione, poiché
a Carrara egli scelse molti dei suoi più diretti collaboratori,
tra cui Felice Orsini, il futuro attentatore di Napoleone III.
Carrara entrò a far parte poi del regno d'Italia.
CARRARA E LE SUE CAVE DI MARMO
Le cave di marmo erano probabilmente già utilizzate
durante l'età del rame dai primitivi abitanti della zona
per produrre utensili vari e oggetti decorativi e commemorativi
da interrare nei sarcofagi con i defunti. Con i Romani si sviluppò
l'attività estrattiva vera e propria, e a partire dall'epoca
di Giulio Cesare (48-44 a.C.) rifornisce di blocchi di marmo
bianco le maggiori costruzioni pubbliche di Roma e numerose
dimore patrizie. L'esportazione avviene tramite il porto di
Luni, per cui veniva detto marmo lunense. Dal V secolo l'attività
estrattiva subisce un periodo di stasi a seguito delle invasioni
barbariche. In seguito con la maggiore diffusione del Cristianesimo
il marmo viene richiesto in grandi quantità per l'edificazione
di edifici religiosi e per il loro arredo interno. La fervente
attività delle cave si deve soprattutto ai Magistri cumacini,
tra cui Giovanni Pisano e Nicola Pisano, che lo utilizzano per
le loro opere nell'Italia centrale. In seguito fu il marmo utilizzato
da Michelangelo per le sue sculture e veniva a scegliere personalmente
i blocchi nelle quali realizzare le proprie opere. Nel XX secolo,
molto uso si fece del marmo di Carrara durante il fascismo:
Mussolini donò perfino del marmo per una delle due moschee
della Spianata del Tempio di Gerusalemme.
Le cave
Le cave sono luoghi dove da molti secoli avviene l'escavazione
e la lavorazione del marmo e possono essere di due tipi: chiuse
e a cielo aperto. Per il modo con il quale viene prelevato il
marmo, la profondità di prospettiva delle pareti bianche,
gli ampi spazi, la precisione simmetrica dei gradoni, i piani
di lavorazione sembrano gradinate di anfiteatri. L'estrazione
del marmo in cava è stato un continuo divenire di documenti
vivi e drammatici attraverso i secoli, dai primitivi cunei di
legno, al sistema della tagliata dei romani, al rivoluzionario
filo elicoidale, all'attuale filo diamantato, tanto veloce quanto
pericoloso, tra gli anfratti delle cave e i candidi e scoscesi
ravaneti sono conservati gli eroismi, le fatiche, i sacrifici
dei cavatori che con tenacia e capacità continuano ancora
oggi a demolire queste montagne tagliandole, frantumandole e
smontandole pezzo a pezzo, in piccoli blocchi per poi inviarli
nel mondo.
Descrivere tutte le cave che ci trovano nel bacino marmifero
di Carrara sarebbe un’impresa troppo difficile per condensarla
in poche righe: ci limiteremo pertanto ad un breve riepilogo
facendo notare che le notizie sono tratte dal bellissimo libro
“Guida alla cave di marmo di Carrara” di Frederick
Bradley edito da”Internazionale marmi e macchine Carrara”.
Nel bacino marmifero di Carrara si contano 190 cave, di cui
un centinaio attive: fino al 1995 le cave hanno costituito un
caso a parte nella normativa mineraria nazionale in quanto la
materia era ancora regolamentata dalle Leggi Estensi del 1751
in base alle quali i canoni di concessione venivano calcolati
non sulla ricchezza mineraria del sottosuolo ma sul reddito
agrario della concessione, risultando, quindi, irrisori rispetto
al valore reale dell’area. Questa situazione consentiva
anche la pratica del settimo, un subaffitto della concessione
a terzi del marmo prodotto: solo nel 1995 il comune di Carrara,
con una storica sentenza, è riuscito a legiferare una
normativa in cui il canone di concessione viene calcolato sul
reale valore del prodotto di cava e vietando ogni forma di subaffitto.
Tutte le cave esistenti sono ordinate per numerazione progressiva
e all’ingresso di ognuna è posto un cartello identificativo
riportante il nome della cava e il numero con il quale è
identificata all’Ufficio Catastale. La quasi totalità
delle cave risulta compresa da ovest a est nel grande anfiteatro
naturale che parte dal Monte Uccelliera (m. 1246) al Monte Borla
(m. 146), al Monte Sagro (m. 1749) alla Cima di Gioia (m. 810)
e al Monte Brugiana (m. 960): possiamo dire che il bacino marmifero
è compreso in tre valli che sono separate fra loro dalle
pendici del Monte Maggiore (m. 1396); il paesaggio è
stato profondamente modificato dalle escavazioni e dai ravaneti,
le discariche di marmo frutto delle escavazioni che ricoprono
di bianco le valli, oltre che dalle strade di arroccamento che
incidono i ripidi versanti.
Storia – Le prime notizie relative all’estrazione
del marmo nella zona di Carrara risalgono al I sec. a.C. quando
la regione era sotto la dominazione romana: allora il marmo
veniva chiamato marmor Lunense in quanto il centro di estrazione
era identificato nella città di Luni, colonia fondata
dai Romani e dal cui porto salpavano verso Roma navi lapidariae
cariche di questo materiale; studi approfonditi hanno rilevato
in diverse località la presenza di tagliate attribuibili
all’età romana. Non solo, ma sono stati anche rinvenuti
utensili utilizzati per lo scavo oltre a iscrizioni ed epigrafi
che testimoniano come in epoca romana l’attività
estrattiva fosse ben organizzata: il taglio veniva effettuato
con mazzoli e scalpelli, cercando di sfruttare le fratture naturali
della massa rocciosa ed inserendo nelle fessure delle formella
a forma di V che venivano poi bagnate. Dopo i Romani per molti
secoli non si hanno più notizie sulla escavazione del
marmo: solo verso la fine del Duecento, sotto l’Impero
di Federico I, si ha la rinascita delle attività estrattive
nei bacini carraresi: anche in quel periodo la tecnica di escavazione
era simile a quella praticata dai Romani e, praticamente, tale
rimase fino al ‘700 quando si iniziò ad usare l’esplosivo
e,in particolare, la polvere nera. La tecnica di abbattimento
con esplosivo era chiamata varata : stabilita la parete da abbattere
si procedeva ad scavare a mano un lungo foro alle fine del quale
si scavava con acido cloridrico una camera sufficiente a contenere
la quantità necessaria di polvere nera; l’impiego
di questa tecnica aveva però il difetto di distruggere
gran parte del marmo e di produrre una grande quantità
di materiale di scarto. Per avere nuove tecniche in sostituzione
dell’uso di esplosivo: nel 1889 all’Esposizione
Internazionale di Parigi fu presentato un impianto che consentiva
il taglio di marmo con filo elicoidale, brevettato da un belga
trent’anni prima: l’impianto aveva il grande pregio
di effettuare tagli di grande dimensione direttamente sul monte
e costituì una rivoluzione nel campo dell’escavazione
del marmo. L’impianto consisteva in un filo di 5 mm. di
diametro formato dall’avvolgimento in forma elicoidale
di tre piccoli cavi d’acciaio: il filo veniva mosso da
un motore elettrico che imprimeva il movimento per mezzo di
una frizione collegata ad una serie di pulegge; nella sua corsa
il filo veniva fatto passare solo per una piccola parte della
sua lunghezza a contato con il marmo da tagliare. Il taglio
avveniva per la discesa dentro la massa rocciosa di una parte
di filo compresa fra due montanti: la cosa più curiosa
è che non era il filo ad incidere il marmo bensì
la miscela di acqua e sabbia che veniva fatta colare costantemente
sul filo stesso. Questo portò molto sollievo al lavoro
dei cavatori e ci fu un minor spreco di marmo:con l’avvento
del filo elicoidale le cave assunsero l’ aspetto a bancate
che ora presentano abitualmente ma restava sempre il problema
del trasporto del marmo fino ai luoghi carico, per cui, fra
il 1876 e il 1890, su costruita una ferrovia adibito al trasporto
del marmo. Questa ferrovia collegava i principali centri di
stoccaggio dei blocchi dei tre bacini marmiferi carraresi (Torano,
Miseglia e Colonnata) con le segherie in pianura, il porto di
Marina di Carrara e la rete ferroviaria nazionale: fu una impresa
enorme dati i mezzi dell’ epoca: si dovevano superare
450 m. di dislivello per una lunghezza totale di 22 km. attraversando
un gran numero di ponti e ferrovie. La “Ferrovia marmifera”
operò a lungo in sostituzione della rete stradale, ma
la concorrenza con i moderni mezzi di trasporto la rese antieconomica
ed il trasporto del marmo su rotaia cessò definitivamente
nel 1964: parte del tracciato fu smantellato, parte trasformato
in sede stradale: tra le opere più importanti restano
ancora in piedi i Ponti di Vara, all’ imbocco del Bacino
di Miseglia, che una volta costituivano un importante nodo ferroviario
ed ora solamente strada di transito per i camion. Per quanto
concerne il trasporto del marmo dai tempi antichi fino all’
avvento della ferrovia o delle strade di accesso, bisogna dire
che veniva usato il sistema della lizzatura: ma questo è
un argomento talmente vasto ed affascinante che sarà
meta di una dettagliate relazione che farò quanto prima.
Le cave attuali – Attualmente l’ escavazione del
marmo viene attuata in tre fasi: taglio al monte di grosse bancate
di roccia, ribaltamento delle stesse bancate sul piazzale di
cava e riquadratura in blocchi di dimensioni commerciali. -
Il taglio al monte rappresenta la prima parte dell’attività
produttiva e consiste nell’ isolare dal corpo marmoreo
una porzione di roccia che sia di forma e dimensioni idonee
ai blocchi che si vogliono ottenere: per effettuare il taglio
non si usa più il filo elicoidale bensì la tagliatrice
a filo diamantato che è comparsa alla fine degli anni
’70 del Novecento. Con questa macchina si procede nel
modo seguente: si fa una serie di perforazioni verticali ed
orizzontali con macchine perforatrici che consentono fori di
grosso diametro in modo da formare un canale continuo nella
massa rocciosa, all’interno di tale canale viene inserito
il filo diamantato che sarà chiuso ad anello attorno
alla puleggia del blocco motore della tagliatrice, al momento
del taglio la puleggia motrice, mossa dal motore elettrico,
imprime movimento al filo che è mantenuto costantemente
in tensione a stretto contatto con la superficie rocciosa. Il
taglio è eseguito direttamente dal filo diamantato, formato
da un cavo d’ acciaio sul quale è inserita una
serie di anelli diamantati (perline) distanziati l’ uno
dall’ altro da piccole molle che permettono un movimento
alternato: è dunque l’ abrasione diretta dei diamanti
inseriti sulle perline che determina il taglio senza necessità
di ricorrere alla sabbia silicea mentre necessita ancora l’
acqua per permettere l’ evacuazione dei residui di marmo.
Un’ altra macchina per il taglio al monte che sta raccogliendo
sempre più consensi è la tagliatrice a catena
derivata da macchine usate per l’ escavazione in miniera:
consiste in un blocco motore che ha la possibilità di
spostarsi su binario tramite una cremagliera ed è al
quale è collegato un braccio di 3 metri sui cui scorre
un nastro fornito di denti a teste di widia di 40 mm. di larghezza;
con questa macchina è possibile effettuare tagli verticali
ed orizzontali ed il suo utilizzo si sta diffondendo anche nelle
cava a cielo aperto dove nel taglio al monte viene spesso abbinata
alla tagliatrice a filo diamantato. Ribaltamento della bancata:
una volta separata la bancata dalla massa rocciosa si procede
al suo ribaltamento sul piazzale di cava: in primo luogo sul
piazzale viene preparato il cosiddetto cuscino costituito da
un cumulo di detriti di marmo frammisti alla fanghiglia prodotta
dai tagli,e la cui funzione è quella di ammortizzare
la caduta della bancata per limitarne le rotture; per il ribaltamento
vero e proprio si ricorre all’ utilizzo di martinetti
oleodinamici che consistono in pistoni scorrevoli dentro cilindri
d’ acciaio capaci di esercitare spinte di alcune tonnellate
oppure si usano cuscini divaricatori in metallo, inseriti direttamente
nello spessore lasciato dal taglio del filo diamantato: una
volta posizionati, i cuscini vengono riempiti d’acqua
così da esercitare la spinta laterale necessaria. Un
altro sistema ancora per ribaltare le bancate è quello
della trazione diretta tramite un cavo d’ acciaio collegato
direttamente ad una pala meccanica. Riquadratura della bancata:
dopo essere stata ribaltata sul piazzale di cava, la bancata
è pronta per essere riquadrata in blocchi di dimensioni
commerciali: questa operazione riveste una grande importanza
perché è ora che si definisce il valore del marmo
scavato; in genere le dimensioni dei blocchi si aggirano su
1,8 x 2,0 x 2,8 metri. Nella maggior parte dei casi la riquadratura
dei blocchi avviene tramite l’ uso della tagliatrice a
filo diamantato oppure tramite una macchina che utilizza la
stessa tecnologia di taglio della tagliatrice a filo diamantato
ma ne differisce completamente per struttura: si tratta di un
telaio formato da due pulegge di grosso diametro su cui ruota
ad anello il filo diamantato; il telaio scorre in senso verticale
lungo due montanti di supporto consentendo di effettuare il
taglio del blocco posto su un carrello sottostante. Dopo essere
stati riquadrati, i blocchi di marmo sono pronti per il trasporto
alle segherie: il caricamento dei blocchi sui camion avviene
generalmente tramite l’ impiego di pale meccaniche di
portata adeguata.
tipi di cava: i tipi di cava presenti nei bacini di Carrara
si possono così riassumere: Cave di versante e culminali,
cave a fossa e a pozzo, cave in sotterraneo. – Cave di
versante. Rappresentano il tipo più comune: sono così
chiamate perché si sviluppano lungo i versanti della
montagna dove, in genere, disegnano una geometria a gradini
ognuno dei quali può costituire uno o più fronti
di escavazione; la coltivazione avviene per arretramento dei
gradini fino al limite dell’ area sfruttabile, partendo
dal più alto e procedendo verso il basso. Si possono
ascrivere a questo gruppo anche le cave aperte lungo i crinali
delle montagne, dette cave culminali, che, differenza delle
prime, non avendo alcun lato limitato da pareti rocciose, beneficiano
di condizioni morfologiche particolarmente favorevoli.
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