I VIAGGI E I DIARI DI BORDO
"La Valle dei Templi di Agrigento"

di Luigi Grazia

I greci la chiamarono Akragas, Agrigentum sotto i romani, Karkint e Gergent sotto gli arabi, successivamente Grigentum e Gergentum, poi Girgenti fino al 1927, oggi la conosciamo come Agrigento, la “ la città dei templi” e non solo.
Certamente è il centro abitato che ha cambiato più volte il nome.
La valle dei templi che si allunga ai piedi della città moderna è una delle mete obbligate per quanti apprezzano le testimonianze del passato.
Nel tempio di Giove Olimpico eretto circa 3 mila anni fa, precisamente poco oltre il 480 a.C., è uno dei maggiori edifici dell’architettura greca. Misura m.112,60 x 56,30, restano queste superbe rovine raccolte intorno all’enorme basamento.
Tra le colonne del tempio si trovavano colossali figure di telamoni crollate al suolo dopo un terremoto.
Poco più avanti sorge il famoso Tempio della Concordia, il meglio conservato sulla parte più alta della collina.
La passeggiata nella valle si snoda lungo il suggestivo percorso dei templi. Dopo il Tempio di Giunone si scende un leggero pendio.
Più giù si stagliano le 4 colonne del Tempio di Castore e Polluce che delimitano gli angoli di una vasta area.
Il pittoresco gruppo oggi è l’emblema di Agrigento. Le ore più vicine al tramonto sono le più consigliate se si vuole ritrovare l’atmosfera ed il fascino che incantarono il poeta tedesco Goethe che visitò il sito archeologico nella metà del ‘700.
Appena più sotto a ridosso della valle, si apre un profondo avvallamento dove sorge un bellissimo giardino con la vegetazione riportata agli antichi splendori con le piante curate come erano in questa piccola valle al tempo della dominazione araba di 2000 anni fa.
Questo “restauro” lo si deve al F.A.I. (Istituto per la tutela dell’ambiente italiano).
Notare il particolare sistema di irrigazione delle sorgenti che sgorgano spontaneamente dal sottosuolo e l’efficace canalizzazione delle acque.
Furono proprio gli arabi a portare gli aranci in Sicilia ed a insegnarci l’arte del giardinaggio.
Oggi il giardino offre una piacevole sosta all’ombra degli aranceti e mandorli nella assolata Valle dei Templi.
A metà strada tra la valle ed il centro cittadino incontriamo la Cavea che ospitava le assemblee dei cittadini seduti sui gradini ad ascoltare ed a partecipare al governo della città.
E’ noto che furono proprio i greci ad inventare la democrazia.
Vorremmo consigliare la visita al museo archeologico a chi non li ama e non ha la consuetudine di frequentarli.
Cambierà idea quando si troverà di fronte ad alcuni capolavori in assoluto dell’arte antica.
Le scene dipinte sui vasi e piatti raccontano storie affascinanti dei nostri antenati greci d’Occidente.
La città del periodo greco conobbe un lungo periodo di benessere e persino del lusso sfrenato a quanto è dato vedere dalle scene dipinte sui reperti archeologici e dalle iscrizioni sulle lastre.
Ad esempio un ricco signore avrebbe ospitato per il banchetto delle nozze di sua figlia 20.000 invitati.
Molte ed importanti testimonianze aspettano ancora di venire alla luce e di essere correttamente interpretate.
Non è raro incontrare giovani archeologi lavorare al recupero ed alla pulitura, nonché catalogazione dei frammenti.
Agrigento è anche la città natale del più noto ed apprezzato drammaturgo del ‘900, Luigi Pirandello. Subito fuori dalla città sul delimitare di un’altra vallata denominata Il Caos, sorge la casa dove nacque lo scrittore. “Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna di ulivi saraceni affacciati agli orli di un altopiano d’argille azzurre sul mare africano” esso scrisse.
La sua casa natale è stata restaurata con grande cura ed ospita una piccola raccolta ma significativa di cose che gli appartennero: manoscritti, locandine, manifesti dei suoi spettacoli, il prezioso vaso greco che custodì a lungo le sue ceneri, molte fotografie, anche quella dell’attrice Marta Abba legata allo scrittore da un’affettuosa amicizia come si direbbe oggi e musa ispiratrice di molte sue opere.
Tra gli altri cimeli l’originale della pagella scolastica quando Pirandello, adolescente, frequentava le scuole tecniche di Agrigento.
L’unica insufficienza, quattro in italiano scritto.
Qualche decennio più tardi verrà insignito del premio Nobel per la letteratura.
Un piccolo viale dietro l’abitazione porta ad un grande masso di granito dentro al quale sono state poste le sue ceneri secondo le sue ultime volontà. “Sia lasciato passare in silenzio la mia morte, preghiera di non farne neppure cenno, niente vorrei avanzasse di me”.
Invece la sua città gli ha dedicato, piazze vie, giardini e scuole ed un teatro, il più bello di tutta l’isola.
Ancora oggi la critica letteraria non riesce ad entrare compiutamente nel mondo poetico dei suoi personaggi tanto sono complessi i ruoli da esso creati.
La storia di Agrigento tra ‘800 e ‘900 è legata alle zolfare, cioè le miniere di zolfo. A pochi chilometri dalla città il paesaggio si fa improvvisamente secco e giallastro sotto il Sole cocente.
E’ la terra delle zolfare. Ancora oggi sono evidenti le bocche da cui veniva in superficie la colata dello zolfo che con i suoi vapori bruciava la campagna per decine di chilometri.
A Comitini, si trova una villa, un tempo di proprietà di un ricco proprietario di miniere, dove sono conservate le testimonianze del lavoro disumano dei minatori.
Tra loro molti bambini.
L’altissimo calore e la fortissima umidità costringevano tutti a lavorare completamente nudi nelle anguste gallerie.
Le ultime miniere restarono in funzione sino ad una trentina di anni fa.
La provincia era il feudo dei Tomasi di Lampedusa principi di Salina ed in particolare il paese di Palma di Montechiaro si trova tuttora un monastero di clausura donato alle suore da un antenato dell’illustre famiglia dove presero i voti le tre figlie giovanissime e la stessa moglie dopo la scomparsa del loro caro.
Il principe Giuseppe nato a Palermo nel 1896 e morto a Roma nel 1957 autore del Gattopardo (edito postumo a Milano nel 1959) si è ispirato ai personaggi ed i luoghi di Palma di Montechiaro.
E’ una stupenda rievocazione della Sicilia del 1860, dell’aristocrazia isolana nel momento del trapasso tra il dominio borbonico ed il Regno d’Italia, dove il personaggio del capofamiglia, Fabrizio Tomasi di Lampedusa principe di Salina, di fronte ai tempi “nuovi”, disincantato eppure conscio della fine irrevocabile delle vecchie istituzioni e della società di cui fa parte.
Un presagio di morte percorre tutto il romanzo, rispecchiandosi nella desolata e solitaria campagna siciliana, negli antichi paesi feudali, nei palazzi quasi abbandonati (mirabile la descrizione di Donnafugata, uno dei possedimenti dei Salina) e toccando il culmine nella grande scena del ballo dell’aristocrazia a Palermo dove il principe Fabrizio intravede la deformazione della morte sui volti dei giovani lieti e felici nel vortice delle danze.
Anche la cinematografia americana si impossessò della trama. Tornando ai nostri tempi attraverso la grata del convento di Palma di Montechiaro è possibile acquistare ottimi dolci di mandorle preparati dalle monache di clausura.
Sono proprio quelli descritti nel romanzo. Il palazzo ducale dei Tomasi di Lampedusa conserva soffitti lignei scolpiti di grande bellezza ed aperto al pubblico.
Sulla strada che riporta in città il castello di Montechiaro domina il territorio, costruito a picco sul mare e costituì per secoli una efficace difesa contro i pirati barbareschi che saccheggiavano queste terre.
Facciamo ritorno ad Agrigento e percorriamo il corso principale del centro storico, la via Atenea, è qui che gli agrigentini vengono tutte le sere per fare due passi , curiosare tra i caffè e le vetrine dei negozi alla moda.
Tuttavia i temi dei tempi passati si affacciano ancora nella vita di oggi e non è raro assistere al passaggio di gruppi folcloristici che rivelano ancora una volta il cuore antico di questa città.

Note tratte da:
Edizioni della U.T.E.T.
T.S.I.
T.C.I.

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