| di Graziella Vignazza
Santi
Un sospiro di vento sta spazzando il cielo. L’aria è
fresca, limpida e trasparente come dopo un temporale. M’incanto
a guardare le luci tremolanti al di là dello Stretto e le
ombre nere dei monti. Domani approderemo in Sicilia dove la primavera
è già sbocciata, benché manchi quasi un mese.
Il mattino dopo le operazioni d’imbarco a Villa San Giovanni
e di sbarco a Messina avvengono velocemente. È mercoledì,
c’è soltanto il traffico usuale. Senza difficoltà,
seguendo le indicazioni, raggiungiamo la A 20 direzione Palermo
che percorreremo fino al casello di Falcone.
La prima tappa siciliana è il Santuario di Tindari. La strada
sale a tornanti, fiancheggiata da siepi di fichi d’India.
Il cielo è sereno, fa caldo, una leggera foschia non impedisce
di vedere la chiesa isolata in cima al monte e le sagome delle isole
Eolie tuffate nel mare. Lasciato il camper al parcheggio, ci avviamo
al Santuario costeggiando un gruppo di bancarelle che vendono il
sacro ed il profano allegramente accostati, cioè immagini
della Madonna, rosari, ecc., pistacchi, mandorle, fichi secchi.
L’aspetto esterno del Santuario nuovo, la cui costruzione
impiegò diversi anni ad essere completata, dal 1956 fino
alla metà degli anni ‘70, è vagamente arabo.
All’interno, dove una luce avvolgente filtra dalle grandi
vetrate colorate, è conservata la Madonna bizantina nera
proveniente dalla vecchia chiesa, oggi non visitabile. L’immagine
è racchiusa in una teca dorata sospesa nel vuoto. Due grandi
angeli di pietra sembrano sorreggerla mentre l’accompagnano
al cielo. Anche il tabernacolo pare librarsi nell’aria. Un
altare che accosta con leggerezza l’antico al moderno.
Dalla piazzetta antistante la chiesa, praticamente una terrazza
sul mare, inizia la stradina che porta in cima a Capo Tindari. Una
casa a sinistra ha una lapide murata sulla facciata. Porta incisa
una poesia di Salvatore Quasimodo, illustre ospite che tra questi
monti lambiti dal mare veniva a cercare silenzio ed ispirazione.
Poco oltre è la zona archeologica in posizione suggestiva.
Si tratta di un quartiere di epoca romana completo di abitazioni,
terme, villa patrizia con resti di mosaici, basilica. Un po’
discosto è il teatro di origine greca (IV secolo a.C.), utilizzato
anche dai Romani. Ancora pochi passi ed eccoci ad ammirare il panorama
da Capo Tindari. Qualsiasi aggettivo non mi sembra capace di comunicare
l’emozione che si prova lassù, nel silenzio totale
di fronte ad una meraviglia della natura.
Tornati sull’autostrada riprendiamo il viaggio verso occidente
fino a Santo Stefano di Camastra, paese famoso per la ceramica.
Non occorre andare a cercare i negozi, sono tutti sulla strada statale
che attraversa l’abitato. Dopo averne visitati parecchi arriva
il colpo di fortuna insperato, entriamo in un grande negozio con
annesso laboratorio artigianale. Il proprietario, gentilissimo,
c’invita a visitare il locale dove stanno lavorando un vasaio
e due pittori, anche loro molto felici di rispondere alle nostre
domande. Sotto i nostri occhi nasce dal nulla un vaso a due colli
intrecciati e le decorazioni in varie tonalità di rosso che
sono tipiche della ceramica di Santo Stefano di Camastra. Quando
usciamo sono passate due ore e non ce ne siamo accorti, ormai è
il tramonto. Scendiamo a pernottare a Villa Margi dove il parcheggio
sul mare, vista la stagione, è deserto.
Il mattino successivo si discute su quale direzione prendere. Andare
verso Mistretta per vedere “Fiumara d’arte”, museo
all’aperto di opere contemporanee la prima delle quali, “Finestra
sul mare”, abbiamo qui davanti agli occhi, oppure raggiungere
subito Cefalù? Optiamo per una terza soluzione, dettata dalla
necessità di fare rifornimento di acqua, cioè una
deviazione per Castelbuono, il paese dove cresce il frassino che
dà la manna e dove abbiamo notizia di un camper service.
A parte la bellezza del paesaggio che ricorda le valli alpine, la
puntata a Castelbuono è perfettamente inutile. Il camper
service è sparito, nessuno sa dirci se, eventualmente, è
stato spostato altrove. Per avere un po’ d’acqua ci
rivolgiamo al buon cuore del guardiano del cimitero.
Sotto nuvole e piovaschi che sembrano temporali estivi arriviamo
alla bianca Cefalù accucciata ai piedi della Rocca. Non vedendo
l’indicazione del porto dove si può parcheggiare sul
piazzale antistante, né il divieto ai camper nel centro storico
(ma c’era? Quella strada era un cantiere), ci troviamo ingolfati
in stradine poco più larghe del mezzo, che non sarebbe ancora
nulla se non fossero intasate dal parcheggio selvaggio. Ci districhiamo
con fatica per sbucare sul lungomare e trovare un bel divieto; nemmeno
il parcheggio a pagamento che si apre su tale strada è utilizzabile,
non ci sono posti. Proviamo a cercare il parcheggio dei pullman,
ma prima di arrivarci avviene il miracolo di uno spazio libero davanti
ad alcuni condomini. Ci avviamo verso Piazza Duomo per visitare
il monumento più importante di Cefalù. L’origine
normanna della chiesa (1131) è testimoniata dalla massiccia
struttura, quasi di fortezza, accentuata dai due torrioni della
facciata. Interventi dei secoli successivi, come monofore, bifore,
loggette, il portale quattrocentesco e le decorazioni stile arabo,
hanno alleggerito ed insieme arricchito le severe linee originarie.
Il sole che accentua il colore ocra della pietra avvolge l’edificio
in un alone dorato. Dell’interno posso ammirare soltanto le
colonne ed i capitelli. Sono in corso dei lavori di restauro e l’altare
maggiore è celato da funebri veli violacei, essendo già
cominciato il periodo quaresimale. Di fronte al Duomo si apre Via
Madralisca dove si trova il Museo omonimo. Esso espone le collezioni
che il barone Enrico Piraino di Madralisca, personaggio dai tanti
interessi nato a Cefalù nel 1809, lasciò in eredità
alla città. Vorrei vedere, soprattutto, il famoso “Ritratto
d’ignoto” di Antonello da Messina. Non è possibile,
il museo è chiuso. Altrettanto sprangate sono le varie chiese
settecentesche che posso ammirare soltanto dall’esterno.
Di nuovo sull’autostrada, ma per pochi chilometri. Oltrepassata
Termini Imerese imbocchiamo la strada litoranea alla ricerca di
un luogo adatto alla sosta notturna. Non è facile. La costa
è una sfilata infinita di case-vacanza, avvicinarsi al mare
è impossibile, gli edifici sono costruiti sulla spiaggia.
È quasi notte quando ci fermiamo a Casteldaccia.
La levataccia per arrivare a Bagheria prima che si mettano in moto
i residenti è compensata dal trovare parcheggio sul centrale
Corso Umberto. Intanto che aspettiamo l’apertura di Villa
Palagonia girovaghiamo alla ricerca delle altre ville barocche non
aperte al pubblico perché private, tranne Villa Cattolica
che si trova un po’ fuori città ed ospita la Galleria
d’arte moderna. Anche Villa Palagonia è di proprietà
privata, ma non è abitata che dal guardiano. I famosi mostri
di pietra che ornano i cornicioni del muro perimetrale del giardino
sono quasi indecifrabili, la sporcizia che li ricopre ne fa un ammasso
nero. La facciata principale, concava, decorata con stucchi, pinnacoli,
balconcini e l’immancabile stemma patrizio dei primi proprietari,
i principi Gravina di Palagonia, è molto bella, ma parecchio
trascurata. Uno scalone a due rampe sale al primo piano. L’interno
visitabile si compone di un atrio affrescato con scene raffiguranti
le fatiche di Ercole; da qui si entra nella Sala degli specchi dalle
pareti ricche di marmi policromi, affreschi, vetri colorati e busti
marmorei di personaggi vari. Il soffitto è tutto ricoperto
di specchi che, forse, avrebbero bisogno di una bella lavata. Malgrado
questo, la sala è molto attraente. Restano ancora da visitare
la Cappella e la Sala del biliardo, poi più nulla, eppure
la Villa è grande. Le mie domande hanno avuto risposte differenti
da persone diverse : Sono appartamenti privati – Stanno andando
allo sfacelo. Se quest’ultima è la verità, è
un peccato, per non dire peggio, che l’unica villa settecentesca
aperta al pubblico tra quelle che sono il vanto di Bagheria, sia
lasciata andare in malora senza che nessuno se ne preoccupi.
Un po’ frastornati da emozioni contrastanti, ci mettiamo
in cammino per Palermo. Man mano che penetriamo in città
il traffico cresce, però ci riteniamo fortunati che l’autostrada,
sulla quale ci eravamo immessi a Bagheria, sfoci nel Viale Regione
Siciliana che come un anello circonda buona parte di Palermo, permettendo
di raggiungere la nostra meta (l’area di sosta) senza troppo
disagio. Sistemato il mezzo, partiamo alla scoperta della capitale
della Sicilia. L’autobus ci lascia a Piazza Ruggero Settimo
sulla quale si affaccia l’imponente facciata bicolore dell’ottocentesco
Teatro Politeama, sormontato da una quadriga bronzea che sembra
sul punto di spiccare il volo. Imboccata la Via Ruggero Settimo,
che in seguito diventa l’elegante Via Maqueda, si oltrepassa
il Teatro Massimo, tempio lirico palermitano, anch’esso costruito
alla fine del 1800. Sbirciando le vetrine dei negozi, mentre i passi
si pongono automaticamente uno di seguito all’altro, arriviamo
ai Quattro Canti, una piccola piazza che fin dal secolo XVII simbolizza
il crocevia dei quattro settori della città. Ogni canto è
animato da statue, fontane e balconcini barocchi. Continuando nella
stessa direzione da cui proveniamo, ecco a sinistra la cinquecentesca
Fontana Pretoria, animata da statue e giochi d’acqua ed il
Palazzo delle Aquile. La sede del Municipio è un edificio
molto antico, però ciò che vediamo oggi è il
frutto dell’ultimo rifacimento avvenuto alla fine del 1800.
Tornando ai Quattro Canti, s’imbocca il Corso Vittorio Emanuele
per arrivare alla Cattedrale. Costruita nel 1184 e modificata nei
secoli successivi, non ha perduto nulla dell’imponenza degli
edifici normanni. L’ampio piazzale ornato di balaustra e statue,
le decorazioni delle facciate, i portali rinascimentali di stile
gotico fiorito catalano, il caldo colore della pietra, danno respiro
ed arricchiscono le severe linee originali. Ben diverso l’interno,
tanto da sembrare quello di un’altra chiesa. Rifatto a cavallo
del 1700-1800, ha forme neoclassiche e colori tetri che stridono
con il calore dell’esterno. Due cappelle della navata destra
custodiscono i sarcofagi di personaggi illustri: Costanza d’Aragona,
Enrico VI, Federico II, Ruggero II, ed altri. Nella Cappella di
Santa Rosalia, a destra del presbiterio, è posta l’urna
d’argento in cui sono raccolti i resti della protettrice di
Palermo.
Un bel giardino di palme e fiori precede il Palazzo dei Normanni.
In realtà fu costruito dagli Arabi nel secolo XI, i Normanni
lo ampliarono e ne fecero una reggia sontuosa. Durante il regno
di Federico II, sovrano amante delle lettere e delle arti, divenne
un faro della cultura a livello europeo. Oggi è la sede del
governo regionale. Uno splendido esempio di ricchezza e raffinatezza
è la Cappella Palatina, a cui si accede dal retro del Palazzo
dopo aver oltrepassato la Porta nuova. Sotto un soffitto ligneo
di fattura araba, le pareti sono interamente ricoperte d’immagini
sacre coloratissime, frutto della paziente tecnica del mosaico.
Con il bus ci portiamo a Piazza Marina. Sotto l’ombra di
alberi di ficus centenari attira la nostra attenzione una corona
di fiori appoggiata ad un cippo. Palermo ha commemorato l’anniversario
della morte del leggendario detective italo-americano Joe Petrosino,
venuto in Sicilia dagli USA per indagare sulla “manonera”,
l’antenata della mafia, assassinato in questa piazza il 12
marzo 1909. Poco distante un gruppo di bambini dà calci ad
un pallone, qualche anziano si gode il tepore del sole, una mamma
passeggia spingendo una carrozzina. Il medievale Palazzo Chiaramonte
pare guardare compiaciuto questa scena idilliaca. Il congestionato
traffico palermitano sembra lontano, ma bastano i pochi metri che
separano dal lungomare per ritrovare la realtà cittadina
con tutto il suo rumore. Torniamo velocemente sui nostri passi per
imboccare una serie di stradine che conducono a Palazzo Abatellis
dov’è collocata la Galleria d’arte. Al di là
del degrado indescrivibile delle abitazioni, ci chiediamo se per
effetto di qualche strano potere siamo stati proiettati a migliaia
di chilometri nella casbah di un’infima città araba.
Dai vicoli stretti e puzzolenti, dove il sole sicuramente non entra
mai, escono musiche magrebine a tutto volume, le persone che incontriamo
sono di chiara origine arabo-orientale, le pochissime case ripulite,
compreso Palazzo Abatellis, sembrano addirittura fuori posto. Siamo
sconcertati da un simile spettacolo.
Lasciamo perdere la Galleria d’arte, è passata la
voglia di visitarla, andiamo invece allo Spasimo, incuriositi da
tale nome. Il fascino di questo complesso, che fu chiesa, lazzaretto,
magazzino ed oggi, accuratamente ristrutturato, spazio espositivo
e sala per concerti, viene forse dai resti imponenti della cinquecentesca
chiesa di Santa Maria dello Spasimo a cui manca il tetto, o dall’albero
che cresce dentro il muro? Non lo so, so soltanto che il tutto è
molto suggestivo. Non altrettanto si può dire della vicina
Piazza dello Spasimo, un’area deserta dove pare siano appena
passati i bulldozer a demolire. In un angolo dello spiazzo si nota
un po’ di verde al di là di una cancellata. È
il piccolo giardino che racchiude la chiesa della Magione; di fronte
ad essa il Palazzo Ajutamicristo, dal nome di famiglia di chi lo
fece costruire alla fine del 1500. Sarebbe un bell’edificio,
se non desse l’impressione di essere abbandonato da tempo.
Raccontare Palermo in poche righe è impossibile, visitarla
in modo approfondito richiede alcuni giorni, noi ne abbiamo abbastanza,
preferiamo salire a Monreale. Anche qui i Normanni, popolo cristiano
sceso dall’Europa del nord, hanno lasciato un segno incancellabile.
Si deve a Guglielmo II la costruzione di un complesso comprendente
l’Abbazia, il Duomo, il Chiostro ed il Palazzo Reale. Il Duomo
conserva la struttura massiccia tipica delle chiese-fortezza normanne.
Nel XVIII secolo fu aggiunto il portico sulla facciata che, a mio
parere, ha l’unico fine di mortificare il bel portale con
intagli e mosaici. L’interno lascia letteralmente a bocca
aperta. Appena entrati non si può fare a meno di sentirsi
bloccati da tanta magnificenza. I muri che separano le cappelle
e le colonne che suddividono lo spazio in tre navate, sono interamente
rivestiti di mosaici bizantini eseguiti tra il XII ed il XIII secolo.
Sullo sfondo dorato che brilla anche nella penombra è un
susseguirsi d’immagini e scene sacre dal forte impatto emotivo,
come il Cristo Pantocratore che ricopre l’intero catino dell’abside.
Fuori del Duomo si trova l'ingresso al Chiostro benedettino, giunto
fino a noi nonostante l’antica abbazia di cui faceva parte
sia andata quasi del tutto distrutta. È un’altra meraviglia
dell’ingegno umano con quei capitelli elaborati da cui scendono
colonne ritorte di chiara ispirazione araba, splendenti di mosaici
colorati che luccicano al sole.
Con gli occhi colmi di tanta bellezza affrontiamo il cammino per
Trapani. Il paesaggio montano, prima tranquillo e verde, diventa
selvaggio e pietroso per poi digradare in una pianura coltivata
che si stende fino al mare. Sostiamo casualmente per il pranzo in
un ristorante di Balestrate, paese marino non deturpato da palazzi
moderni. Il ristoratore si lamenta che il luogo non sia turisticamente
valorizzato. Ha ragione. La nuova passeggiata lungo il mare sovrasta
la spiaggia di sabbia finissima che muore contro un promontorio,
il panorama è incantevole, ma io non posso fare a meno di
pensare al giorno che qui arrivassero orde di turisti.
Le chiacchiere scambiate con un vicino di tavolo ci mettono la
voglia di andare a San Vito Lo Capo, deviando dall’itinerario
fissato prima della partenza. E qui comincia l’avventura di
un pomeriggio e parte della sera persi in un viaggio continuo. Strada
facendo controllo gli appunti dai quali risulta che nella Riserva
dello Zingaro è vietato l’ingresso ai cani (e noi abbiamo
un’affettuosa cagnetta extracomunitaria salvata da morte sicura).
Giunti a Scopello facciamo dietro front diretti a Segesta con l’intenzione
di pernottare nel parcheggio degli scavi e visitarli l’indomani.
Il parcheggio cintato osserva lo stesso orario di apertura della
zona archeologica, quindi lo troviamo chiuso. Pensiamo alla vicina
Calatafimi, ma quando dal fondo valle la vediamo sulla cresta di
un monte, desistiamo, pensando che lassù non sarà
facile trovare uno spazio pianeggiante. Intanto è scesa la
notte, senza luna, nera e densa come inchiostro. La zona è
pressoché deserta, ogni tanto s’incontra un piccolo
gruppo di case, poi finalmente l’autostrada per Trapani. Oltrepassata
la zona dell’aeroporto finiamo il pellegrinaggio tra mare
e monti al deserto parcheggio d’imbarco per l’isola
di Mozia.
Con la luce del giorno, il panorama si rivela una salina a vista
d’occhio. Gli unici elementi che movimentano il paesaggio
terrestre, a parte qualche casa isolata, sono i mulini a vento,
tuttora in uso per pompare le acque da un bacino all’altro,
e strani coni di tegole che proteggono i cumuli di sale dalle intemperie
All’orizzonte emergono dal mare le macchie verdi delle isole
dello Stagnone, tra le quali si cela Mozia, piccolo scrigno di grandi
tesori. La storia dell’isola di San Pantaleo, nome ufficiale
attuale, inizia dai Fenici che nell’VIII secolo a.C. ne fecero
un centro per i loro commerci nel Mediterraneo. L’attività
principale era l’importazione della porpora con la quale tingevano
i tessuti di lana prodotti nelle filande impiantate sull’isola,
poi esportavano il prodotto finito. Questa fiorente attività
durò fino al 397 quando Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa,
assediò l’isola costringendo gli abitanti a rifugiarsi
sulla terraferma dove fondarono Lilibeo, l’odierna Marsala.
Dopo questo avvenimento si ha notizia di un breve insediamento di
monaci; furono loro a dare all’isola il nome di San Pantaleo.
Per secoli la Motya fenicia fu dimenticata. Occorre arrivare alla
fine del 1800 per riaverne notizie, quando fu acquistata da un siciliano
di origine inglese, Giuseppe Whitaker, la cui famiglia si era arricchita
con il commercio del vino. Casualmente, durane alcuni lavori, affiorarono
i primi reperti fenici. L’avvenimento diede l’avvio
ai primi scavi, in seguito proseguiti in modo scientifico. Ciò
che venne alla luce è straordinario. Passeggiando sui sentieri
dell’isola, sotto una vegetazione lussureggiante ed in mezzo
ai vigneti, s’incontrano le fortificazioni che la proteggevano
verso la terraferma poiché le acque basse permettevano di
raggiungere l’isola a piedi. Nelle fortificazioni si aprivano
due porte. Dalla Porta Nord partiva una strada selciata che affiorava
dal mare; fino ad una trentina di anni fa era ancora possibile percorrerla.
Oltre la Porta Nord è stata scoperta una Necropoli ed il
Tophet, area sacra a cielo aperto dove si conservavano le ceneri
dei sacrifici umani. Dalla parte opposta dell’isola si trova
un bacino artificiale interno con un canale di collegamento al mare,
il Cothon. Non si è scoperto a che cosa servisse, forse era
un bacino di carenaggio per la costruzione e la riparazione delle
navi. Ciò che meraviglia, oltre l’opera in sé,
è che bacino e canale sono interamente rivestiti di lastre
di pietra. Ed ancora: la Porta Sud, la Casa dei mosaici, la Casa
delle Anfore ed, infine, la villa padronale che ospita il Museo
dei reperti ritrovati durante gli scavi. È una collezione
importante e molto varia, ma ciò che affascina di più
è la statua detta “Efebo di Mozia”. Scolpita
in un marmo bianco lucente, rappresenta un giovane uomo abbigliato
con una lunga veste plissettata. Immagino l’emozione di coloro
che lo videro sbucare dalla terra per la sua seconda nascita.
Per una strada litoranea non segnata sulla carta giungiamo a Marsala
(appena sei chilometri). La prima impressione è quella di
una città moderna del sud con i tetti a terrazza, nel senso
che sembra costruita dopo la seconda guerra mondiale. Il centro
storico, con qualche palazzetto settecentesco, ruota attorno alla
Piazza della Repubblica. Su questo piccolo spazio si affaccia la
Chiesa Madre, al momento inglobata nei ponteggi del restauro e,
quindi, chiusa alle visite. Un lato della piazza è occupato
dalla Loggia o Palazzo Senatorio; mi chiedo per quale motivo sia
dipinto di un orribile color cioccolato diluito. Dalla piazza scende
la Via Garibaldi che termina alla porta omonima. Prima dell’arrivo
dei Mille si chiamava Porta del mare ed era stata eretta nel 1600
in onore di Carlo II, re di Spagna e di Sicilia. È un’opera
elaborata che riflette il gusto ridondante del barocco spagnolo.
Evitiamo il Museo Archeologico e l’Insula romana (per oggi
basta antichità), non si possono visitare le Cantine Florio
perché è domenica, allora ci dirigiamo a Mazara del
Vallo. La cittadina è un fiume di auto che cammina in una
sola direzione, quella consentita dal senso unico. Sono cariche
di famiglie che vanno a spasso e come noi non possono fermarsi da
nessuna parte essendo i posti adibiti al parcheggio già tutti
occupati.
Non resta che proseguire oltre, puntando a caso su un posto al
mare. Ed è così che arriviamo a Tre Fontane, frazione
marina di Campobello di Mazara. I turisti pendolari della domenica
stanno abbandonando questo posto che torna al letargo nell’attesa
di un altro week-end. Proprio per questo lo troviamo bellissimo.
Non c’è altro rumore che quello del mare e del vento
che smuove la sabbia rosata accumulandola in dune.
La strada statale che corre lontana dal mare porta alla “bianca”
Sciacca. Sarà la mancanza del sole, ma più che bianca
mi è parsa grigia e, nel complesso, alquanto mal tenuta.
Fanno eccezione la Piazza Scandagliato, una terrazza sul porto,
il Palazzo Steripinto dalla bella facciata a bugnato e l’imponente
palazzo delle Terme immerso in bei giardini.
Il viaggio prosegue verso Agrigento con breve sosta a Porto Empedocle,
la Vigata di Camilleri-Montalbano (un cartello all’ingresso
del paese ricorda questa notorietà derivata da una fiction
televisiva). Parcheggiati accanto all’ampia spiaggia di sabbia
fine come cipria incontriamo i primi camperisti scesi dal nord a
svernare. Da qui in poi ne troveremo altri che stanno trascorrendo
i mesi freddi al sole siciliano.
Pochi chilometri di una strada diretta separano Porto Empedocle
da San Leone; ad un bivio sbagliamo strada dirigendoci verso Agrigento.
Il caso ci ha portato davanti alla Casa natale di Luigi Pirandello.
Il famoso commediografo, premio Nobel per la letteratura, nacque
in questa casa il 28 giugno 1867. L’edificio, una costruzione
rurale del 1700 dove la famiglia si era rifugiata per salvarsi da
un’epidemia di colera che infestava la Sicilia, non ha pregi
artistici. Nelle varie stanze dove mobili, tappeti sul pavimento,
quadri alle pareti, danno la sensazione di non essere mai state
abbandonate dal proprietario, sono raccolti i cimeli pirandelliani.
Si possono ammirare tra l’altro: fotografie, manoscritti originali,
locandine teatrali, il collare di Accademico d’Italia ed il
vaso antico (460 a.C.) in cui furono raccolte in un primo tempo
le ceneri di Pirandelllo, morto a Roma nel 1936. In seguito i resti
furono traslati sotto il pino dove lo scrittore amava sostare. Purtroppo
il vialetto che porta alla sepoltura è chiuso ed il famoso
pino lo si guarda da lontano, muto scheletro annerito da un fulmine.
San Leone, appendice a mare di Agrigento, è molto graziosa
e comoda. Un ampio parcheggio sul porto, un bel viale di palme e
giardini che costeggia il mare ed una serie di ristoranti, bar e
negozi, il bus che transita ufficialmente ogni venti minuti. In
pratica è meglio non fidarsi troppo della tabella degli orari
appesa alle fermate, quando c’è e quando queste ultime
sono segnalate. Ci serviamo del mezzo pubblico per la visita alla
Valle dei Templi, cercando di arrivarci la mattina presto prima
che faccia troppo caldo. Dopo circa tre ore trascorse a passeggiare
in uno splendido angolo di Grecia nostrana tra olivi e mandorli,
sotto un sole che col procedere della mattinata si è fatto
ardente come fosse già estate, è svanita la voglia
di visitare il Museo Archeologico. Come altre cose che abbiamo eliminato
dall’itinerario, anche il Museo e la città di Agrigento
saranno meta di un prossimo viaggio che abbiamo già deciso
che “s’ha da fare”.
Di nuovo in viaggio, questa volta nell’interno montuoso dell’isola.
La campagna in questa stagione è molto bella. Sul verde dei
prati e dei campi di grano spiccano le macchie colorate di peschi
e ciliegi in fiore; s’incontrano piantagioni di fichi d’India,
pochi paesi e qualche casa sparsa. All’uscita da una curva
appare Piazza Armerina distesa sulla cresta di un colle, con il
Duomo sul punto più alto. L’immagine mi fa pensare
ad una chioccia che allarga le ali per proteggere i pulcini. Arrivare
al sagrato della chiesa non è impresa facile. In teoria è
possibile, anche se le strade della città medievale sono
strette e ripide, in pratica un po’ difficoltoso a causa del
solito parcheggio selvaggio. Il Duomo, edificato nel 1604 sui resti
di una chiesa quattrocentesca di cui rimane il campanile, occupa
il centro dell’omonima piazza su cui si affaccia anche il
barocco Palazzo Trigona. All’esterno della chiesa, di un caldo
colore ocra movimentato da un bel portale a colonnine, cornici ed
altro, fa da contrasto l’interno in stile “bavarese”
giocato sul bianco delle pareti, l’azzurro delle decorazioni
e l’oro del pulpito e degli organi (due) posti lungo la navata
centrale.
L’attrazione più visitata di Piazza Armerina si trova
nel fondo di una valle a cinque chilometri dal centro. È
la splendida Villa del Casale, dimora d’epoca romana costruita
tra il III ed il IV secolo, giunta fino a noi quasi intatta grazie
ad uno smottamento del terreno che la seppellì, nascondendola
e preservandola per secoli. Si visita seguendo un percorso obbligato
che consente di ammirare tutta la bellezza dei pavimenti musivi
dove sono riprodotte scene di caccia, animali esotici nei loro ambienti
naturali, scene rurali, le fatiche di Ercole e le famose “ragazze
in bikini”. I colori sono vivaci, lo stile delle rappresentazioni
incredibilmente moderno. Sui muri resistono tracce delle decorazioni
pittoriche che arricchivano ancora di più gli ambienti.
Il castello di Donnafugata illumina la notte di questo piccolo
borgo sperduto nella campagna tra Comiso e Santa Croce Camerina.
Nessun rumore, anche le mucche dello stallo vicino al parcheggio
tacciono. Siamo giunti troppo tardi per la visita, aspetteremo l’indomani
godendo intanto il silenzio che risveglia ricordi ed immagini legate
alla vicenda del Gattopardo. Il castello non ha uno stile identificabile
in un’epoca precisa, ma è il piacevole insieme di epoche
successive. Il nucleo più antico è una torre del 1300
a cui furono addossati gli edifici, costruiti man mano che se ne
sentiva la necessità. L’ultimo rimaneggiamento risale
alla metà del 1800. Quella che fu la dimora di Corrado Arezzo,
ultimo barone della sua dinastia, si compone di centoventidue stanze
sistemate su due piani che racchiudono un cortile centrale. Si visitano
ventisei sale del primo piano accompagnati da una guida. Le stanze
sono pavimentate con pietra nera locale e gli arredi originali risalgono
in gran parte al 1800. Molto lussuoso il salone delle feste di gusto
viennese, curioso quello con la carta da parati riproducente gli
stemmi di tutte le casate siciliane, un po’ sconvolgenti le
stanze del vescovo, una tutta rossa, l’altra completamente
azzurra; ed ancora: il salone degli specchi, il salotto del barone
con vari quadri, la sala della musica con pianoforti ed affreschi
che raffigurano paesaggi siciliani, una pinacoteca, la sala del
biliardo. Circondano il castello otto ettari di un folto parco ancora
in fase di restauro, ma in parte visitabile. Bisogna riconoscere
al Comune di Ragusa, attuale proprietario del complesso, il merito
di aver restaurato e messo a disposizione del pubblico questo magnifico
esempio di dimora nobiliare.
Ed eccoci a Ragusa. Seguendo l’indicazione per Modica troviamo
facilmente i nuovi parcheggi ai piedi di Ragusa Inferiore (Ibla)
e della scala che porta a Ragusa Superiore. Viste dal basso, con
i raggi del sole che incendia i tetti, sono entrambe affascinanti
con tutte quelle case abbarbicate alla roccia con la quale si confondono.
C’è il tempo per una sola visita, non sappiamo quale
delle due Ragusa scegliere. La città è il frutto della
ricostruzione seguita al terribile terremoto del 1693 che sconvolse
tutta la Sicilia sud-orientale. Fu in seguito a questi avvenimenti
che nacque la Ragusa Nuova o Superiore. Alla fine si decide per
Ibla, il nucleo abitato fin dall’antichità. Stradine
lastricate, da cui partono vicoli e scalinate, si arrampicano fino
alla coreografica piazza della Basilica di San Giorgio. La chiesa,
ultimata nel 1775, è opera di Rosario Gagliardi, un architetto
dell’epoca molto attivo in Sicilia. Dalla elaborata facciata
barocca discende una scalinata delimitata in basso da una cancellata
altrettanto ricca. Mentre la si osserva ci si accorge con stupore
che l’edificio è leggermente obliquo rispetto alla
prospettiva della piazza, come se non volesse vedere ciò
che accade ai suoi piedi. Con la curiosità insoddisfatta
di un perché senza risposta, ci spostiamo nella vicina piazza
Pola, dove si trova la chiesa di San Giuseppe, disegnata dallo stesso
architetto di San Giorgio. Chiusa per restauri. In tutta la Sicilia
sono molti i restauri in atto, soprattutto di edifici religiosi.
C’incamminiamo per il Giardino Ibleo, posto sulla punta estrema
della collina. Accanto all’ingresso si erge la trecentesca
chiesa di San Giorgio Vecchio; all’interno del giardino sono
racchiuse altre tre chiese: quella dei Cappuccini, dalla semplice
facciata, quella di San Giacomo e quella di San Domenico, tutte
chiuse. Gli ultimi tiepidi raggi del sole illuminano e riscaldano
questo parco pubblico molto curato.
Per trascorrere la notte scendiamo a Marina di Ragusa, una ventina
di chilometri dal capoluogo. Non è il solito paese marino
con palme e spiaggia che vive pochi mesi l’anno. È
stabilmente abitato dai ragusani che lo preferiscono alla città,
ha un centro assai animato anche in questa stagione e, termometro
indiscutibile della quantità di popolazione residente, possiede
un supermercato.
Breve visita a Modica, conosciuta in passato come la “città
delle cento chiese”, oggi in gran parte distrutte o sconsacrate.
Come Ragusa è nettamente divisa in due parti: la città
moderna in alto, l'antica in basso. Dalla pianeggiante Piazza Matteotti
l’insediamento storico, anch’esso ricostruito dopo il
terremoto del 1693, si arrampica sulle pendici dei monti che delimitano
la conca. Il tessuto urbano è simile a quello di Ibla: stradine
selciate, vicoli, scalette, palazzetti barocchi. Anche la Cattedrale
è stata ideata da Rosario Gagliardi ed è pure dedicata
a San Giorgio. Che sia frutto di uno stesso progetto salta immediatamente
agli occhi, però la facciata di questa chiesa è assai
più ricca e diversa è la collocazione urbanistica
dovuta al rifacimento di una chiesa esistente fin dal 1090. Stretta
tra le case, s’innalza altissima al cielo alla sommità
di una scalinata di ben duecentocinquanta gradini. L’interno
è il deja-vu rococò bavarese. Situata in basso, vicino
alla Piazza Municipio, si fa notare un’altra chiesa, quella
dedicata ai Santi Pietro e Paolo, preceduta da una balconata con
le statue degli Apostoli. I “Santoni” li chiamano gli
abitanti di Modica.
Ci spostiamo a Pozzallo per la sosta pranzo. Niente parcheggio,
il lungomare è in rifacimento e la piazza del porto satura
di veicoli. Proseguiamo per Marina d’Ispica fino a trovare
una piazzola sulla spiaggia. Il tempo è bellissimo, il calore
del sole è mitigato da un vento fresco che solleva la sabbia
e le onde del mare. Nel pomeriggio saliamo ad Ispica. È una
tappa sentimentale. Una nostra carissima amica è originaria
di questo paese, o almeno tale immaginavo che fosse. Invece Ispica
è una cittadina molto ordinata, ha strade incredibilmente
larghe, negozi eleganti, la Chiesa Madre barocca, naturalmente in
restauro. Trascorriamo la notte in un minuscolo borgo sul mare sotto
un cielo nero letteralmente “trapunto di stelle”.
Trasferimento a Siracusa dove cerchiamo invano l’area di
sosta per i camper. La segnaletica ci guida fino al Parco Archeologico
della Neàpolis poi sparisce, o forse siamo noi a non vederla
più. Dopo un paio di giri si trova il posto per lasciare
il mezzo a due passi dall’ingresso del Parco. In un’area
dove il lavoro dell’uomo e della natura si sono felicemente
amalgamati si trova un concentrato di storia siracusana. I Greci
giunsero su questi lidi nel 734 a.C. ed ecco l’imponente Teatro
Greco interamente scavato nella roccia. Dopo due secoli la città
cadde nelle mani dei tiranni, la versione antica dei moderni dittatori.
A loro perenne ricordo rimane l’Ara di Ierone II, un altare
sacrificale lungo circa duecento metri la cui ampiezza mette i brividi
pensando a tutte le persone che vi sono state immolate. I tiranni
furono sostituiti dai Romani che edificarono il loro Anfiteatro
attorno al III-IV secolo d.C. Un po’ discosta dall’area
sopra descritta, ma sempre all’interno del Parco Archeologico,
è situata la zona della cave di pietra dette Latomie ed il
famoso Orecchio di Dionisio, una grotta dall’acustica eccezionale
che deve il suo nome addirittura al Caravaggio.
Dal Parco Archeologico al Santuario della Madonna delle lacrime
il passo è breve, ma il salto di qualità enorme. Il
cono rovesciato che caratterizza il panorama di Siracusa è
un inno al cemento e, a mio parere, al cattivo gusto. Se questo
era il progetto migliore uscito da un concorso internazionale…
Per visitare l’isola di Ortigia ci spostiamo con il bus.
Il biglietto ha la validità di due ore, sufficienti per fare
una passeggiata nella culla di Siracusa già abitata da popolazioni
sicule quando vi giunsero i Greci. La sensazione più immediata
che si riceve passeggiando per Ortigia è stata lasciata dagli
ultimi dominatori stranieri, gli Spagnoli: balconi di ferro battuto
dai disegni elaborati, edifici con facciate ricche di colonne e
decorazioni varie, i resti delle mura che fino al 1800 fortificavano
l’isola. Poi si scoprono i ruderi del Tempio di Apollo risalenti
alla fine del VII secolo a.C., l’ottocentesca Fontana di Artemide
nella bella Piazza Archimede, la Piazza del Duomo interamente ricostruita
dopo il già più volte citato terremoto del 1693. Fanno
corona alla chiesa il Palazzo Vermexio, il Palazzo Beneventano del
Bosco con un bel cortile interno, l’ex Palazzo del Senato,
oggi sede municipale, la Chiesa di Santa Lucia con una ricca balconata
di ferro battuto. La facciata barocca del Duomo cela un interno
in cui si può leggere parte della lunga storia di questo
edificio sacro che inizia nel V secolo a.C. con la costruzione di
un tempio dedicato ad Atena. I Romani lo modificarono, altrettanto
avvenne nel VII secolo d.C. quando fu inglobato in una chiesa cristiana
ed ancora modificato in epoca normanna. Della sua origine greca
sono visibili, lungo la navata sinistra, le colonne doriche incastrate
nel muro. La parte destra della chiesa è un susseguirsi di
cappelle adorne di affreschi e statue.
Scendendo alla costa s’incontra la Fonte Aretusa, la ninfa
che si gettò in mare per sfuggire ad un corteggiatore indesiderato.
Le oche starnazzanti e le piante di papiro galleggiano sull’acqua
sporca, piena di porcherie. Guardo altrove. La gente che passeggia,
il gruppo di giovani che prende il sole, i tavolini dei bar che
attendono i clienti. Poi lungo la costa, fino alla fortezza costruita
dal normanno Federico II, il Castello di Maniace, che chiude la
punta meridionale di Ortigia.
Usciamo dalla città sulla litoranea settentrionale, direzione
Augusta. È la solita ricerca serale di un posto tranquillo
per passarvi la notte. Dovremo fare parecchi chilometri. Tra Siracusa
ed il bivio per Augusta la costa è impestata, in tutti i
sensi, dagli impianti petrolchimici costruiti spesso sulla riva
del mare. L’aria è puzzolente, si guarda la campagna
chiedendosi come possano vivere le povere piante in questo ambiente,
per non parlare degli uomini.
L’incontro con Catania è tutt’altro che entusiasmante:
case malandate, strade sporche, brutti ceffi (almeno così
mi sembrano). Poi, oltrepassata la stazione centrale, inizia d’incanto
la città dei bei condomini, dei giardini curati e rigogliosi
di palme e fiori pieni di gente che passeggia nell’attesa
dell’ora del pranzo. L’ottima segnaletica ci conduce
senza problemi al Campeggio Jonio, nel quartiere nord di Ògnina,
sulla strada per Aci Castello. Il posto è talmente bello
che decidiamo per un pomeriggio di relax; staremo a guardare le
rocce nere che spuntano dal mare ed un gruppo di ragazzi che tenta
i primi bagni dell’anno.
Il giorno seguente sarà interamente speso a visitare la
città, partendo dal capolinea dell’autobus in Piazza
Borsellino. Oltrepassata la seicentesca Porta Uzeda ci si trova
in Piazza del Duomo al cui centro troneggia il simbolo di Catania,
l’elefante di pietra lavica d’epoca romana posto in
cima ad un obelisco egizio. Sulla piazza si affacciano il Palazzo
municipale, l’ottocentesca ed un po’ nascosta Fontana
dell’Amenano che utilizza le acque di un fiume sotterraneo
e la Cattedrale dedicata alla patrona Sant’Agata (alla stessa
Santa è intitolata la piccola chiesa che sta sulla via accanto).
Una cancellata ricca di ghirigori ed una breve scalinata precedono
l’ingresso alla Cattedrale. Nell’interno colpiscono
i grandi quadri dalle ricche cornici dorate piene di foglie e svolazzi,
la cappella di Sant’Agata che ricorda la decorazione eccessiva
di certe chiese spagnole, i sarcofagi scolpiti di personaggi illustri
e per contrasto, la semplice tomba di Vincenzo Bellini. Le grate
sul pavimento servono ad aerare le Terme romane che si stendono
sotto la chiesa e la piazza. La Catania antica è ancora in
buona parte nascosta nel sottosuolo dove l’hanno confinata
i terremoti e le eruzioni vulcaniche.
Dopo un giro nel pittoresco mercato del pesce imbocchiamo Via Garibaldi
che abbandoniamo in Piazza Mazzini per dirigerci alla Via dei Crociferi.
Questa è preceduta da una piazzetta il cui centro è
occupato dal grande monumento al cardinale Dusmet. A sinistra la
casa natale di Vincenzo Bellini, oggi sede di due musei, uno dedicato
al musicista, l’altro allo scultore catanese Emilio Greco;
a destra la chiesa di San Francesco dove il piccolo Vincenzo cominciò
a dare prova del suo talento. Passato l’arco che segna l’inizio
della barocca Via dei Crociferi comincia la sequenza di edifici
non visitabili. Le chiese di San Benedetto, San Francesco Borgia
e San Giuliano sono sprangate, l’ex Collegio dei Gesuiti è
diventato la sede dell’Istituto d’arte; riusciamo a
vedere il primo cortile, l’ex chiostro, grazie alla gentilezza
della signora che sorveglia l’ingresso. I palazzi settecenteschi
che caratterizzano la via sono in uno stato pietoso.
Svoltiamo in Via Antonino di Sangiuliano per raggiungere San Nicolò
e l’attiguo convento. La chiesa è aperta, ma praticamente
impacchettata per i lavori di restauro. Il convento è occupato
dalla Facoltà di lettere. Ci fermiamo pochi minuti a guardare
le ricche finestre decorate con intagli, poi ce ne andiamo un po’
delusi. Scendiamo su Via Etnea passando accanto al Teatro romano,
o greco che sia, soffocato in stradine con case fatiscenti.
La Via Etnea, la più centrale e lunga della città,
quella dello struscio e dei negozi eleganti è, manco a dirlo,
parzialmente in rifacimento. La Colleggiata, definita “una
tipica opera del tardo barocco catanese”, è nascosta
dietro i teli che proteggono i lavori. Zigzagando tra gli operai,
le buche e le interruzioni del cantiere stradale arriviamo alla
Piazza Stesicoro caratterizzata dal bianchissimo monumento a Vincenzo
Bellini. Sul lato opposto sono visibili i resti dell’Anfiteatro
(II secolo d.C.) che delimitava a nord la Catania romana. Poco oltre
è situata la Villa Bellini, il giardino cittadino, ombroso
e ben curato, dove fare una sosta che ricarichi le energie perse
nella lunga camminata.
Il viaggio in Sicilia sta terminando ed ancora non ho visto l’Etna.
Malgrado il cielo quasi sempre sereno, il vulcano continua a nascondersi
dietro una cortina di nuvole. Tentiamo una conoscenza ravvicinata,
ma giunti a Zafferana Etnea la troviamo immersa nell’effetto
nebbia prodotto dalle nuvole basse. Meglio tornare alla costa dove
ancora splende il sole. Proseguendo sulla strada litoranea che corre
alta sul mare approdiamo a Giardini Naxos – località
Recanati – all’area per camper Lagani, vicino ai carabinieri.
Il paese non presenta attrattive particolari, tranne si desideri
visitare gli scavi archeologici di Naxos e l’annesso Museo
sul promontorio di Capo Schisò. Degli agrumeti che una volta
erano il vanto di Giardini non si vede l’ombra.
Nel pomeriggio saliamo a Taormina, utilizzando l’autobus
che passa vicino all’area di sosta. Appena lasciata la costa,
la strada s’inerpica stretta tra muri di cinta e ville, una
curva dopo l’altra; senza la preoccupazione della guida si
gode in pieno lo splendido panorama.
Nel 400 a.C. gli abitanti di Naxos furono sconfitti dal tiranno
di Siracusa Costui permise loro di insediarsi sul Monte Tauro ed
essi diedero vita a Tauromenion, ossia l’odierna Taormina.
Benché la stagione non sia quella delle grandi vacanze la
città è piena di turisti, più numerosi gli
stranieri che gli Italiani. Lungo il centrale Corso Umberto, chiuso
a valle dalla Porta Messina ed a monte dalla Porta Catania, è
un via vai continuo di gente che affolla i caffè, le pasticcerie,
i tanti negozi di souvenir ed anche le boutique delle griffe italiane
più rinomate. Prima di oltrepassare Porta Messina, attira
l’attenzione il Palazzo Corvaja dalla bella facciata quattrocentesca
a bifore. A circa metà del Corso Umberto si apre la Piazza
IX Aprile, una terrazza panoramica sulla costa e sull’Etna
(mi dicono, però oggi non si vede); gli altri lati della
piazza mostrano tre chiese, due delle quali essendo attigue sono
state trasformate nella Biblioteca Comunale. La Porta di mezzo,
o Torre dell’orologio, dà accesso alla parte medievale
della città in cui si trova il Duomo risalente al XIII secolo.
La facciata inalbera una serie di merli che fanno pensare ad una
chiesa-fortezza. Dopo il tanto barocco spagnoleggiante visto finora
questa facciata sembra spoglia, anche se arricchita da un bel portale
seicentesco. Un altro portale si trova sul fianco sinistro; è
ornato da un tralcio di vite e risale alla seconda metà del
secolo XV. L’interno ha una struttura gotica sorretta da colonne
monolitiche di marmo rosa. Alcuni bei dipinti si ammirano sugli
altari delle cappelle laterali.
Non rimane che il Teatro Greco. Un’occhiata all’orologio
ci dice che ormai è chiuso, un senso di colpa ci ricorda
che abbiamo perso un sacco di tempo a curiosare nelle vetrine, e
poi quella sosta in pasticceria….. Addio Taormina, ed anche
alla Sicilia. Domani si torna in continente. Addio? Arrivederci
al prossimo viaggio che “s’ha da fare”, assolutamente.
Ma la storia non è ancora finita. Il mattino successivo
finalmente vedo l’Etna, quasi che il vulcano non volesse lasciarmi
partire senza regalarmi la sua immagine. Si eleva vestito di luce,
isolato e regale come un sovrano al di sopra della plebe; a me fa
tenerezza, incappucciato di neve mi ricorda un nonno con il berretto
da notte.
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