I VIAGGI E I DIARI DI BORDO
"Primavera in Sicilia"

di Graziella Vignazza Santi

Un sospiro di vento sta spazzando il cielo. L’aria è fresca, limpida e trasparente come dopo un temporale. M’incanto a guardare le luci tremolanti al di là dello Stretto e le ombre nere dei monti. Domani approderemo in Sicilia dove la primavera è già sbocciata, benché manchi quasi un mese.

Il mattino dopo le operazioni d’imbarco a Villa San Giovanni e di sbarco a Messina avvengono velocemente. È mercoledì, c’è soltanto il traffico usuale. Senza difficoltà, seguendo le indicazioni, raggiungiamo la A 20 direzione Palermo che percorreremo fino al casello di Falcone.

La prima tappa siciliana è il Santuario di Tindari. La strada sale a tornanti, fiancheggiata da siepi di fichi d’India. Il cielo è sereno, fa caldo, una leggera foschia non impedisce di vedere la chiesa isolata in cima al monte e le sagome delle isole Eolie tuffate nel mare. Lasciato il camper al parcheggio, ci avviamo al Santuario costeggiando un gruppo di bancarelle che vendono il sacro ed il profano allegramente accostati, cioè immagini della Madonna, rosari, ecc., pistacchi, mandorle, fichi secchi. L’aspetto esterno del Santuario nuovo, la cui costruzione impiegò diversi anni ad essere completata, dal 1956 fino alla metà degli anni ‘70, è vagamente arabo. All’interno, dove una luce avvolgente filtra dalle grandi vetrate colorate, è conservata la Madonna bizantina nera proveniente dalla vecchia chiesa, oggi non visitabile. L’immagine è racchiusa in una teca dorata sospesa nel vuoto. Due grandi angeli di pietra sembrano sorreggerla mentre l’accompagnano al cielo. Anche il tabernacolo pare librarsi nell’aria. Un altare che accosta con leggerezza l’antico al moderno.

Dalla piazzetta antistante la chiesa, praticamente una terrazza sul mare, inizia la stradina che porta in cima a Capo Tindari. Una casa a sinistra ha una lapide murata sulla facciata. Porta incisa una poesia di Salvatore Quasimodo, illustre ospite che tra questi monti lambiti dal mare veniva a cercare silenzio ed ispirazione. Poco oltre è la zona archeologica in posizione suggestiva. Si tratta di un quartiere di epoca romana completo di abitazioni, terme, villa patrizia con resti di mosaici, basilica. Un po’ discosto è il teatro di origine greca (IV secolo a.C.), utilizzato anche dai Romani. Ancora pochi passi ed eccoci ad ammirare il panorama da Capo Tindari. Qualsiasi aggettivo non mi sembra capace di comunicare l’emozione che si prova lassù, nel silenzio totale di fronte ad una meraviglia della natura.

Tornati sull’autostrada riprendiamo il viaggio verso occidente fino a Santo Stefano di Camastra, paese famoso per la ceramica. Non occorre andare a cercare i negozi, sono tutti sulla strada statale che attraversa l’abitato. Dopo averne visitati parecchi arriva il colpo di fortuna insperato, entriamo in un grande negozio con annesso laboratorio artigianale. Il proprietario, gentilissimo, c’invita a visitare il locale dove stanno lavorando un vasaio e due pittori, anche loro molto felici di rispondere alle nostre domande. Sotto i nostri occhi nasce dal nulla un vaso a due colli intrecciati e le decorazioni in varie tonalità di rosso che sono tipiche della ceramica di Santo Stefano di Camastra. Quando usciamo sono passate due ore e non ce ne siamo accorti, ormai è il tramonto. Scendiamo a pernottare a Villa Margi dove il parcheggio sul mare, vista la stagione, è deserto.

Il mattino successivo si discute su quale direzione prendere. Andare verso Mistretta per vedere “Fiumara d’arte”, museo all’aperto di opere contemporanee la prima delle quali, “Finestra sul mare”, abbiamo qui davanti agli occhi, oppure raggiungere subito Cefalù? Optiamo per una terza soluzione, dettata dalla necessità di fare rifornimento di acqua, cioè una deviazione per Castelbuono, il paese dove cresce il frassino che dà la manna e dove abbiamo notizia di un camper service. A parte la bellezza del paesaggio che ricorda le valli alpine, la puntata a Castelbuono è perfettamente inutile. Il camper service è sparito, nessuno sa dirci se, eventualmente, è stato spostato altrove. Per avere un po’ d’acqua ci rivolgiamo al buon cuore del guardiano del cimitero.

Sotto nuvole e piovaschi che sembrano temporali estivi arriviamo alla bianca Cefalù accucciata ai piedi della Rocca. Non vedendo l’indicazione del porto dove si può parcheggiare sul piazzale antistante, né il divieto ai camper nel centro storico (ma c’era? Quella strada era un cantiere), ci troviamo ingolfati in stradine poco più larghe del mezzo, che non sarebbe ancora nulla se non fossero intasate dal parcheggio selvaggio. Ci districhiamo con fatica per sbucare sul lungomare e trovare un bel divieto; nemmeno il parcheggio a pagamento che si apre su tale strada è utilizzabile, non ci sono posti. Proviamo a cercare il parcheggio dei pullman, ma prima di arrivarci avviene il miracolo di uno spazio libero davanti ad alcuni condomini. Ci avviamo verso Piazza Duomo per visitare il monumento più importante di Cefalù. L’origine normanna della chiesa (1131) è testimoniata dalla massiccia struttura, quasi di fortezza, accentuata dai due torrioni della facciata. Interventi dei secoli successivi, come monofore, bifore, loggette, il portale quattrocentesco e le decorazioni stile arabo, hanno alleggerito ed insieme arricchito le severe linee originarie. Il sole che accentua il colore ocra della pietra avvolge l’edificio in un alone dorato. Dell’interno posso ammirare soltanto le colonne ed i capitelli. Sono in corso dei lavori di restauro e l’altare maggiore è celato da funebri veli violacei, essendo già cominciato il periodo quaresimale. Di fronte al Duomo si apre Via Madralisca dove si trova il Museo omonimo. Esso espone le collezioni che il barone Enrico Piraino di Madralisca, personaggio dai tanti interessi nato a Cefalù nel 1809, lasciò in eredità alla città. Vorrei vedere, soprattutto, il famoso “Ritratto d’ignoto” di Antonello da Messina. Non è possibile, il museo è chiuso. Altrettanto sprangate sono le varie chiese settecentesche che posso ammirare soltanto dall’esterno.

Di nuovo sull’autostrada, ma per pochi chilometri. Oltrepassata Termini Imerese imbocchiamo la strada litoranea alla ricerca di un luogo adatto alla sosta notturna. Non è facile. La costa è una sfilata infinita di case-vacanza, avvicinarsi al mare è impossibile, gli edifici sono costruiti sulla spiaggia. È quasi notte quando ci fermiamo a Casteldaccia.

La levataccia per arrivare a Bagheria prima che si mettano in moto i residenti è compensata dal trovare parcheggio sul centrale Corso Umberto. Intanto che aspettiamo l’apertura di Villa Palagonia girovaghiamo alla ricerca delle altre ville barocche non aperte al pubblico perché private, tranne Villa Cattolica che si trova un po’ fuori città ed ospita la Galleria d’arte moderna. Anche Villa Palagonia è di proprietà privata, ma non è abitata che dal guardiano. I famosi mostri di pietra che ornano i cornicioni del muro perimetrale del giardino sono quasi indecifrabili, la sporcizia che li ricopre ne fa un ammasso nero. La facciata principale, concava, decorata con stucchi, pinnacoli, balconcini e l’immancabile stemma patrizio dei primi proprietari, i principi Gravina di Palagonia, è molto bella, ma parecchio trascurata. Uno scalone a due rampe sale al primo piano. L’interno visitabile si compone di un atrio affrescato con scene raffiguranti le fatiche di Ercole; da qui si entra nella Sala degli specchi dalle pareti ricche di marmi policromi, affreschi, vetri colorati e busti marmorei di personaggi vari. Il soffitto è tutto ricoperto di specchi che, forse, avrebbero bisogno di una bella lavata. Malgrado questo, la sala è molto attraente. Restano ancora da visitare la Cappella e la Sala del biliardo, poi più nulla, eppure la Villa è grande. Le mie domande hanno avuto risposte differenti da persone diverse : Sono appartamenti privati – Stanno andando allo sfacelo. Se quest’ultima è la verità, è un peccato, per non dire peggio, che l’unica villa settecentesca aperta al pubblico tra quelle che sono il vanto di Bagheria, sia lasciata andare in malora senza che nessuno se ne preoccupi.

Un po’ frastornati da emozioni contrastanti, ci mettiamo in cammino per Palermo. Man mano che penetriamo in città il traffico cresce, però ci riteniamo fortunati che l’autostrada, sulla quale ci eravamo immessi a Bagheria, sfoci nel Viale Regione Siciliana che come un anello circonda buona parte di Palermo, permettendo di raggiungere la nostra meta (l’area di sosta) senza troppo disagio. Sistemato il mezzo, partiamo alla scoperta della capitale della Sicilia. L’autobus ci lascia a Piazza Ruggero Settimo sulla quale si affaccia l’imponente facciata bicolore dell’ottocentesco Teatro Politeama, sormontato da una quadriga bronzea che sembra sul punto di spiccare il volo. Imboccata la Via Ruggero Settimo, che in seguito diventa l’elegante Via Maqueda, si oltrepassa il Teatro Massimo, tempio lirico palermitano, anch’esso costruito alla fine del 1800. Sbirciando le vetrine dei negozi, mentre i passi si pongono automaticamente uno di seguito all’altro, arriviamo ai Quattro Canti, una piccola piazza che fin dal secolo XVII simbolizza il crocevia dei quattro settori della città. Ogni canto è animato da statue, fontane e balconcini barocchi. Continuando nella stessa direzione da cui proveniamo, ecco a sinistra la cinquecentesca Fontana Pretoria, animata da statue e giochi d’acqua ed il Palazzo delle Aquile. La sede del Municipio è un edificio molto antico, però ciò che vediamo oggi è il frutto dell’ultimo rifacimento avvenuto alla fine del 1800.

Tornando ai Quattro Canti, s’imbocca il Corso Vittorio Emanuele per arrivare alla Cattedrale. Costruita nel 1184 e modificata nei secoli successivi, non ha perduto nulla dell’imponenza degli edifici normanni. L’ampio piazzale ornato di balaustra e statue, le decorazioni delle facciate, i portali rinascimentali di stile gotico fiorito catalano, il caldo colore della pietra, danno respiro ed arricchiscono le severe linee originali. Ben diverso l’interno, tanto da sembrare quello di un’altra chiesa. Rifatto a cavallo del 1700-1800, ha forme neoclassiche e colori tetri che stridono con il calore dell’esterno. Due cappelle della navata destra custodiscono i sarcofagi di personaggi illustri: Costanza d’Aragona, Enrico VI, Federico II, Ruggero II, ed altri. Nella Cappella di Santa Rosalia, a destra del presbiterio, è posta l’urna d’argento in cui sono raccolti i resti della protettrice di Palermo.

Un bel giardino di palme e fiori precede il Palazzo dei Normanni. In realtà fu costruito dagli Arabi nel secolo XI, i Normanni lo ampliarono e ne fecero una reggia sontuosa. Durante il regno di Federico II, sovrano amante delle lettere e delle arti, divenne un faro della cultura a livello europeo. Oggi è la sede del governo regionale. Uno splendido esempio di ricchezza e raffinatezza è la Cappella Palatina, a cui si accede dal retro del Palazzo dopo aver oltrepassato la Porta nuova. Sotto un soffitto ligneo di fattura araba, le pareti sono interamente ricoperte d’immagini sacre coloratissime, frutto della paziente tecnica del mosaico.

Con il bus ci portiamo a Piazza Marina. Sotto l’ombra di alberi di ficus centenari attira la nostra attenzione una corona di fiori appoggiata ad un cippo. Palermo ha commemorato l’anniversario della morte del leggendario detective italo-americano Joe Petrosino, venuto in Sicilia dagli USA per indagare sulla “manonera”, l’antenata della mafia, assassinato in questa piazza il 12 marzo 1909. Poco distante un gruppo di bambini dà calci ad un pallone, qualche anziano si gode il tepore del sole, una mamma passeggia spingendo una carrozzina. Il medievale Palazzo Chiaramonte pare guardare compiaciuto questa scena idilliaca. Il congestionato traffico palermitano sembra lontano, ma bastano i pochi metri che separano dal lungomare per ritrovare la realtà cittadina con tutto il suo rumore. Torniamo velocemente sui nostri passi per imboccare una serie di stradine che conducono a Palazzo Abatellis dov’è collocata la Galleria d’arte. Al di là del degrado indescrivibile delle abitazioni, ci chiediamo se per effetto di qualche strano potere siamo stati proiettati a migliaia di chilometri nella casbah di un’infima città araba. Dai vicoli stretti e puzzolenti, dove il sole sicuramente non entra mai, escono musiche magrebine a tutto volume, le persone che incontriamo sono di chiara origine arabo-orientale, le pochissime case ripulite, compreso Palazzo Abatellis, sembrano addirittura fuori posto. Siamo sconcertati da un simile spettacolo.

Lasciamo perdere la Galleria d’arte, è passata la voglia di visitarla, andiamo invece allo Spasimo, incuriositi da tale nome. Il fascino di questo complesso, che fu chiesa, lazzaretto, magazzino ed oggi, accuratamente ristrutturato, spazio espositivo e sala per concerti, viene forse dai resti imponenti della cinquecentesca chiesa di Santa Maria dello Spasimo a cui manca il tetto, o dall’albero che cresce dentro il muro? Non lo so, so soltanto che il tutto è molto suggestivo. Non altrettanto si può dire della vicina Piazza dello Spasimo, un’area deserta dove pare siano appena passati i bulldozer a demolire. In un angolo dello spiazzo si nota un po’ di verde al di là di una cancellata. È il piccolo giardino che racchiude la chiesa della Magione; di fronte ad essa il Palazzo Ajutamicristo, dal nome di famiglia di chi lo fece costruire alla fine del 1500. Sarebbe un bell’edificio, se non desse l’impressione di essere abbandonato da tempo.

Raccontare Palermo in poche righe è impossibile, visitarla in modo approfondito richiede alcuni giorni, noi ne abbiamo abbastanza, preferiamo salire a Monreale. Anche qui i Normanni, popolo cristiano sceso dall’Europa del nord, hanno lasciato un segno incancellabile. Si deve a Guglielmo II la costruzione di un complesso comprendente l’Abbazia, il Duomo, il Chiostro ed il Palazzo Reale. Il Duomo conserva la struttura massiccia tipica delle chiese-fortezza normanne. Nel XVIII secolo fu aggiunto il portico sulla facciata che, a mio parere, ha l’unico fine di mortificare il bel portale con intagli e mosaici. L’interno lascia letteralmente a bocca aperta. Appena entrati non si può fare a meno di sentirsi bloccati da tanta magnificenza. I muri che separano le cappelle e le colonne che suddividono lo spazio in tre navate, sono interamente rivestiti di mosaici bizantini eseguiti tra il XII ed il XIII secolo. Sullo sfondo dorato che brilla anche nella penombra è un susseguirsi d’immagini e scene sacre dal forte impatto emotivo, come il Cristo Pantocratore che ricopre l’intero catino dell’abside. Fuori del Duomo si trova l'ingresso al Chiostro benedettino, giunto fino a noi nonostante l’antica abbazia di cui faceva parte sia andata quasi del tutto distrutta. È un’altra meraviglia dell’ingegno umano con quei capitelli elaborati da cui scendono colonne ritorte di chiara ispirazione araba, splendenti di mosaici colorati che luccicano al sole.

Con gli occhi colmi di tanta bellezza affrontiamo il cammino per Trapani. Il paesaggio montano, prima tranquillo e verde, diventa selvaggio e pietroso per poi digradare in una pianura coltivata che si stende fino al mare. Sostiamo casualmente per il pranzo in un ristorante di Balestrate, paese marino non deturpato da palazzi moderni. Il ristoratore si lamenta che il luogo non sia turisticamente valorizzato. Ha ragione. La nuova passeggiata lungo il mare sovrasta la spiaggia di sabbia finissima che muore contro un promontorio, il panorama è incantevole, ma io non posso fare a meno di pensare al giorno che qui arrivassero orde di turisti.

Le chiacchiere scambiate con un vicino di tavolo ci mettono la voglia di andare a San Vito Lo Capo, deviando dall’itinerario fissato prima della partenza. E qui comincia l’avventura di un pomeriggio e parte della sera persi in un viaggio continuo. Strada facendo controllo gli appunti dai quali risulta che nella Riserva dello Zingaro è vietato l’ingresso ai cani (e noi abbiamo un’affettuosa cagnetta extracomunitaria salvata da morte sicura). Giunti a Scopello facciamo dietro front diretti a Segesta con l’intenzione di pernottare nel parcheggio degli scavi e visitarli l’indomani. Il parcheggio cintato osserva lo stesso orario di apertura della zona archeologica, quindi lo troviamo chiuso. Pensiamo alla vicina Calatafimi, ma quando dal fondo valle la vediamo sulla cresta di un monte, desistiamo, pensando che lassù non sarà facile trovare uno spazio pianeggiante. Intanto è scesa la notte, senza luna, nera e densa come inchiostro. La zona è pressoché deserta, ogni tanto s’incontra un piccolo gruppo di case, poi finalmente l’autostrada per Trapani. Oltrepassata la zona dell’aeroporto finiamo il pellegrinaggio tra mare e monti al deserto parcheggio d’imbarco per l’isola di Mozia.

Con la luce del giorno, il panorama si rivela una salina a vista d’occhio. Gli unici elementi che movimentano il paesaggio terrestre, a parte qualche casa isolata, sono i mulini a vento, tuttora in uso per pompare le acque da un bacino all’altro, e strani coni di tegole che proteggono i cumuli di sale dalle intemperie All’orizzonte emergono dal mare le macchie verdi delle isole dello Stagnone, tra le quali si cela Mozia, piccolo scrigno di grandi tesori. La storia dell’isola di San Pantaleo, nome ufficiale attuale, inizia dai Fenici che nell’VIII secolo a.C. ne fecero un centro per i loro commerci nel Mediterraneo. L’attività principale era l’importazione della porpora con la quale tingevano i tessuti di lana prodotti nelle filande impiantate sull’isola, poi esportavano il prodotto finito. Questa fiorente attività durò fino al 397 quando Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa, assediò l’isola costringendo gli abitanti a rifugiarsi sulla terraferma dove fondarono Lilibeo, l’odierna Marsala. Dopo questo avvenimento si ha notizia di un breve insediamento di monaci; furono loro a dare all’isola il nome di San Pantaleo. Per secoli la Motya fenicia fu dimenticata. Occorre arrivare alla fine del 1800 per riaverne notizie, quando fu acquistata da un siciliano di origine inglese, Giuseppe Whitaker, la cui famiglia si era arricchita con il commercio del vino. Casualmente, durane alcuni lavori, affiorarono i primi reperti fenici. L’avvenimento diede l’avvio ai primi scavi, in seguito proseguiti in modo scientifico. Ciò che venne alla luce è straordinario. Passeggiando sui sentieri dell’isola, sotto una vegetazione lussureggiante ed in mezzo ai vigneti, s’incontrano le fortificazioni che la proteggevano verso la terraferma poiché le acque basse permettevano di raggiungere l’isola a piedi. Nelle fortificazioni si aprivano due porte. Dalla Porta Nord partiva una strada selciata che affiorava dal mare; fino ad una trentina di anni fa era ancora possibile percorrerla. Oltre la Porta Nord è stata scoperta una Necropoli ed il Tophet, area sacra a cielo aperto dove si conservavano le ceneri dei sacrifici umani. Dalla parte opposta dell’isola si trova un bacino artificiale interno con un canale di collegamento al mare, il Cothon. Non si è scoperto a che cosa servisse, forse era un bacino di carenaggio per la costruzione e la riparazione delle navi. Ciò che meraviglia, oltre l’opera in sé, è che bacino e canale sono interamente rivestiti di lastre di pietra. Ed ancora: la Porta Sud, la Casa dei mosaici, la Casa delle Anfore ed, infine, la villa padronale che ospita il Museo dei reperti ritrovati durante gli scavi. È una collezione importante e molto varia, ma ciò che affascina di più è la statua detta “Efebo di Mozia”. Scolpita in un marmo bianco lucente, rappresenta un giovane uomo abbigliato con una lunga veste plissettata. Immagino l’emozione di coloro che lo videro sbucare dalla terra per la sua seconda nascita.

Per una strada litoranea non segnata sulla carta giungiamo a Marsala (appena sei chilometri). La prima impressione è quella di una città moderna del sud con i tetti a terrazza, nel senso che sembra costruita dopo la seconda guerra mondiale. Il centro storico, con qualche palazzetto settecentesco, ruota attorno alla Piazza della Repubblica. Su questo piccolo spazio si affaccia la Chiesa Madre, al momento inglobata nei ponteggi del restauro e, quindi, chiusa alle visite. Un lato della piazza è occupato dalla Loggia o Palazzo Senatorio; mi chiedo per quale motivo sia dipinto di un orribile color cioccolato diluito. Dalla piazza scende la Via Garibaldi che termina alla porta omonima. Prima dell’arrivo dei Mille si chiamava Porta del mare ed era stata eretta nel 1600 in onore di Carlo II, re di Spagna e di Sicilia. È un’opera elaborata che riflette il gusto ridondante del barocco spagnolo.

Evitiamo il Museo Archeologico e l’Insula romana (per oggi basta antichità), non si possono visitare le Cantine Florio perché è domenica, allora ci dirigiamo a Mazara del Vallo. La cittadina è un fiume di auto che cammina in una sola direzione, quella consentita dal senso unico. Sono cariche di famiglie che vanno a spasso e come noi non possono fermarsi da nessuna parte essendo i posti adibiti al parcheggio già tutti occupati.

Non resta che proseguire oltre, puntando a caso su un posto al mare. Ed è così che arriviamo a Tre Fontane, frazione marina di Campobello di Mazara. I turisti pendolari della domenica stanno abbandonando questo posto che torna al letargo nell’attesa di un altro week-end. Proprio per questo lo troviamo bellissimo. Non c’è altro rumore che quello del mare e del vento che smuove la sabbia rosata accumulandola in dune.

La strada statale che corre lontana dal mare porta alla “bianca” Sciacca. Sarà la mancanza del sole, ma più che bianca mi è parsa grigia e, nel complesso, alquanto mal tenuta. Fanno eccezione la Piazza Scandagliato, una terrazza sul porto, il Palazzo Steripinto dalla bella facciata a bugnato e l’imponente palazzo delle Terme immerso in bei giardini.

Il viaggio prosegue verso Agrigento con breve sosta a Porto Empedocle, la Vigata di Camilleri-Montalbano (un cartello all’ingresso del paese ricorda questa notorietà derivata da una fiction televisiva). Parcheggiati accanto all’ampia spiaggia di sabbia fine come cipria incontriamo i primi camperisti scesi dal nord a svernare. Da qui in poi ne troveremo altri che stanno trascorrendo i mesi freddi al sole siciliano.

Pochi chilometri di una strada diretta separano Porto Empedocle da San Leone; ad un bivio sbagliamo strada dirigendoci verso Agrigento. Il caso ci ha portato davanti alla Casa natale di Luigi Pirandello. Il famoso commediografo, premio Nobel per la letteratura, nacque in questa casa il 28 giugno 1867. L’edificio, una costruzione rurale del 1700 dove la famiglia si era rifugiata per salvarsi da un’epidemia di colera che infestava la Sicilia, non ha pregi artistici. Nelle varie stanze dove mobili, tappeti sul pavimento, quadri alle pareti, danno la sensazione di non essere mai state abbandonate dal proprietario, sono raccolti i cimeli pirandelliani. Si possono ammirare tra l’altro: fotografie, manoscritti originali, locandine teatrali, il collare di Accademico d’Italia ed il vaso antico (460 a.C.) in cui furono raccolte in un primo tempo le ceneri di Pirandelllo, morto a Roma nel 1936. In seguito i resti furono traslati sotto il pino dove lo scrittore amava sostare. Purtroppo il vialetto che porta alla sepoltura è chiuso ed il famoso pino lo si guarda da lontano, muto scheletro annerito da un fulmine.

San Leone, appendice a mare di Agrigento, è molto graziosa e comoda. Un ampio parcheggio sul porto, un bel viale di palme e giardini che costeggia il mare ed una serie di ristoranti, bar e negozi, il bus che transita ufficialmente ogni venti minuti. In pratica è meglio non fidarsi troppo della tabella degli orari appesa alle fermate, quando c’è e quando queste ultime sono segnalate. Ci serviamo del mezzo pubblico per la visita alla Valle dei Templi, cercando di arrivarci la mattina presto prima che faccia troppo caldo. Dopo circa tre ore trascorse a passeggiare in uno splendido angolo di Grecia nostrana tra olivi e mandorli, sotto un sole che col procedere della mattinata si è fatto ardente come fosse già estate, è svanita la voglia di visitare il Museo Archeologico. Come altre cose che abbiamo eliminato dall’itinerario, anche il Museo e la città di Agrigento saranno meta di un prossimo viaggio che abbiamo già deciso che “s’ha da fare”.
Di nuovo in viaggio, questa volta nell’interno montuoso dell’isola. La campagna in questa stagione è molto bella. Sul verde dei prati e dei campi di grano spiccano le macchie colorate di peschi e ciliegi in fiore; s’incontrano piantagioni di fichi d’India, pochi paesi e qualche casa sparsa. All’uscita da una curva appare Piazza Armerina distesa sulla cresta di un colle, con il Duomo sul punto più alto. L’immagine mi fa pensare ad una chioccia che allarga le ali per proteggere i pulcini. Arrivare al sagrato della chiesa non è impresa facile. In teoria è possibile, anche se le strade della città medievale sono strette e ripide, in pratica un po’ difficoltoso a causa del solito parcheggio selvaggio. Il Duomo, edificato nel 1604 sui resti di una chiesa quattrocentesca di cui rimane il campanile, occupa il centro dell’omonima piazza su cui si affaccia anche il barocco Palazzo Trigona. All’esterno della chiesa, di un caldo colore ocra movimentato da un bel portale a colonnine, cornici ed altro, fa da contrasto l’interno in stile “bavarese” giocato sul bianco delle pareti, l’azzurro delle decorazioni e l’oro del pulpito e degli organi (due) posti lungo la navata centrale.

L’attrazione più visitata di Piazza Armerina si trova nel fondo di una valle a cinque chilometri dal centro. È la splendida Villa del Casale, dimora d’epoca romana costruita tra il III ed il IV secolo, giunta fino a noi quasi intatta grazie ad uno smottamento del terreno che la seppellì, nascondendola e preservandola per secoli. Si visita seguendo un percorso obbligato che consente di ammirare tutta la bellezza dei pavimenti musivi dove sono riprodotte scene di caccia, animali esotici nei loro ambienti naturali, scene rurali, le fatiche di Ercole e le famose “ragazze in bikini”. I colori sono vivaci, lo stile delle rappresentazioni incredibilmente moderno. Sui muri resistono tracce delle decorazioni pittoriche che arricchivano ancora di più gli ambienti.

Il castello di Donnafugata illumina la notte di questo piccolo borgo sperduto nella campagna tra Comiso e Santa Croce Camerina. Nessun rumore, anche le mucche dello stallo vicino al parcheggio tacciono. Siamo giunti troppo tardi per la visita, aspetteremo l’indomani godendo intanto il silenzio che risveglia ricordi ed immagini legate alla vicenda del Gattopardo. Il castello non ha uno stile identificabile in un’epoca precisa, ma è il piacevole insieme di epoche successive. Il nucleo più antico è una torre del 1300 a cui furono addossati gli edifici, costruiti man mano che se ne sentiva la necessità. L’ultimo rimaneggiamento risale alla metà del 1800. Quella che fu la dimora di Corrado Arezzo, ultimo barone della sua dinastia, si compone di centoventidue stanze sistemate su due piani che racchiudono un cortile centrale. Si visitano ventisei sale del primo piano accompagnati da una guida. Le stanze sono pavimentate con pietra nera locale e gli arredi originali risalgono in gran parte al 1800. Molto lussuoso il salone delle feste di gusto viennese, curioso quello con la carta da parati riproducente gli stemmi di tutte le casate siciliane, un po’ sconvolgenti le stanze del vescovo, una tutta rossa, l’altra completamente azzurra; ed ancora: il salone degli specchi, il salotto del barone con vari quadri, la sala della musica con pianoforti ed affreschi che raffigurano paesaggi siciliani, una pinacoteca, la sala del biliardo. Circondano il castello otto ettari di un folto parco ancora in fase di restauro, ma in parte visitabile. Bisogna riconoscere al Comune di Ragusa, attuale proprietario del complesso, il merito di aver restaurato e messo a disposizione del pubblico questo magnifico esempio di dimora nobiliare.
Ed eccoci a Ragusa. Seguendo l’indicazione per Modica troviamo facilmente i nuovi parcheggi ai piedi di Ragusa Inferiore (Ibla) e della scala che porta a Ragusa Superiore. Viste dal basso, con i raggi del sole che incendia i tetti, sono entrambe affascinanti con tutte quelle case abbarbicate alla roccia con la quale si confondono. C’è il tempo per una sola visita, non sappiamo quale delle due Ragusa scegliere. La città è il frutto della ricostruzione seguita al terribile terremoto del 1693 che sconvolse tutta la Sicilia sud-orientale. Fu in seguito a questi avvenimenti che nacque la Ragusa Nuova o Superiore. Alla fine si decide per Ibla, il nucleo abitato fin dall’antichità. Stradine lastricate, da cui partono vicoli e scalinate, si arrampicano fino alla coreografica piazza della Basilica di San Giorgio. La chiesa, ultimata nel 1775, è opera di Rosario Gagliardi, un architetto dell’epoca molto attivo in Sicilia. Dalla elaborata facciata barocca discende una scalinata delimitata in basso da una cancellata altrettanto ricca. Mentre la si osserva ci si accorge con stupore che l’edificio è leggermente obliquo rispetto alla prospettiva della piazza, come se non volesse vedere ciò che accade ai suoi piedi. Con la curiosità insoddisfatta di un perché senza risposta, ci spostiamo nella vicina piazza Pola, dove si trova la chiesa di San Giuseppe, disegnata dallo stesso architetto di San Giorgio. Chiusa per restauri. In tutta la Sicilia sono molti i restauri in atto, soprattutto di edifici religiosi. C’incamminiamo per il Giardino Ibleo, posto sulla punta estrema della collina. Accanto all’ingresso si erge la trecentesca chiesa di San Giorgio Vecchio; all’interno del giardino sono racchiuse altre tre chiese: quella dei Cappuccini, dalla semplice facciata, quella di San Giacomo e quella di San Domenico, tutte chiuse. Gli ultimi tiepidi raggi del sole illuminano e riscaldano questo parco pubblico molto curato.

Per trascorrere la notte scendiamo a Marina di Ragusa, una ventina di chilometri dal capoluogo. Non è il solito paese marino con palme e spiaggia che vive pochi mesi l’anno. È stabilmente abitato dai ragusani che lo preferiscono alla città, ha un centro assai animato anche in questa stagione e, termometro indiscutibile della quantità di popolazione residente, possiede un supermercato.

Breve visita a Modica, conosciuta in passato come la “città delle cento chiese”, oggi in gran parte distrutte o sconsacrate. Come Ragusa è nettamente divisa in due parti: la città moderna in alto, l'antica in basso. Dalla pianeggiante Piazza Matteotti l’insediamento storico, anch’esso ricostruito dopo il terremoto del 1693, si arrampica sulle pendici dei monti che delimitano la conca. Il tessuto urbano è simile a quello di Ibla: stradine selciate, vicoli, scalette, palazzetti barocchi. Anche la Cattedrale è stata ideata da Rosario Gagliardi ed è pure dedicata a San Giorgio. Che sia frutto di uno stesso progetto salta immediatamente agli occhi, però la facciata di questa chiesa è assai più ricca e diversa è la collocazione urbanistica dovuta al rifacimento di una chiesa esistente fin dal 1090. Stretta tra le case, s’innalza altissima al cielo alla sommità di una scalinata di ben duecentocinquanta gradini. L’interno è il deja-vu rococò bavarese. Situata in basso, vicino alla Piazza Municipio, si fa notare un’altra chiesa, quella dedicata ai Santi Pietro e Paolo, preceduta da una balconata con le statue degli Apostoli. I “Santoni” li chiamano gli abitanti di Modica.

Ci spostiamo a Pozzallo per la sosta pranzo. Niente parcheggio, il lungomare è in rifacimento e la piazza del porto satura di veicoli. Proseguiamo per Marina d’Ispica fino a trovare una piazzola sulla spiaggia. Il tempo è bellissimo, il calore del sole è mitigato da un vento fresco che solleva la sabbia e le onde del mare. Nel pomeriggio saliamo ad Ispica. È una tappa sentimentale. Una nostra carissima amica è originaria di questo paese, o almeno tale immaginavo che fosse. Invece Ispica è una cittadina molto ordinata, ha strade incredibilmente larghe, negozi eleganti, la Chiesa Madre barocca, naturalmente in restauro. Trascorriamo la notte in un minuscolo borgo sul mare sotto un cielo nero letteralmente “trapunto di stelle”.

Trasferimento a Siracusa dove cerchiamo invano l’area di sosta per i camper. La segnaletica ci guida fino al Parco Archeologico della Neàpolis poi sparisce, o forse siamo noi a non vederla più. Dopo un paio di giri si trova il posto per lasciare il mezzo a due passi dall’ingresso del Parco. In un’area dove il lavoro dell’uomo e della natura si sono felicemente amalgamati si trova un concentrato di storia siracusana. I Greci giunsero su questi lidi nel 734 a.C. ed ecco l’imponente Teatro Greco interamente scavato nella roccia. Dopo due secoli la città cadde nelle mani dei tiranni, la versione antica dei moderni dittatori. A loro perenne ricordo rimane l’Ara di Ierone II, un altare sacrificale lungo circa duecento metri la cui ampiezza mette i brividi pensando a tutte le persone che vi sono state immolate. I tiranni furono sostituiti dai Romani che edificarono il loro Anfiteatro attorno al III-IV secolo d.C. Un po’ discosta dall’area sopra descritta, ma sempre all’interno del Parco Archeologico, è situata la zona della cave di pietra dette Latomie ed il famoso Orecchio di Dionisio, una grotta dall’acustica eccezionale che deve il suo nome addirittura al Caravaggio.

Dal Parco Archeologico al Santuario della Madonna delle lacrime il passo è breve, ma il salto di qualità enorme. Il cono rovesciato che caratterizza il panorama di Siracusa è un inno al cemento e, a mio parere, al cattivo gusto. Se questo era il progetto migliore uscito da un concorso internazionale…

Per visitare l’isola di Ortigia ci spostiamo con il bus. Il biglietto ha la validità di due ore, sufficienti per fare una passeggiata nella culla di Siracusa già abitata da popolazioni sicule quando vi giunsero i Greci. La sensazione più immediata che si riceve passeggiando per Ortigia è stata lasciata dagli ultimi dominatori stranieri, gli Spagnoli: balconi di ferro battuto dai disegni elaborati, edifici con facciate ricche di colonne e decorazioni varie, i resti delle mura che fino al 1800 fortificavano l’isola. Poi si scoprono i ruderi del Tempio di Apollo risalenti alla fine del VII secolo a.C., l’ottocentesca Fontana di Artemide nella bella Piazza Archimede, la Piazza del Duomo interamente ricostruita dopo il già più volte citato terremoto del 1693. Fanno corona alla chiesa il Palazzo Vermexio, il Palazzo Beneventano del Bosco con un bel cortile interno, l’ex Palazzo del Senato, oggi sede municipale, la Chiesa di Santa Lucia con una ricca balconata di ferro battuto. La facciata barocca del Duomo cela un interno in cui si può leggere parte della lunga storia di questo edificio sacro che inizia nel V secolo a.C. con la costruzione di un tempio dedicato ad Atena. I Romani lo modificarono, altrettanto avvenne nel VII secolo d.C. quando fu inglobato in una chiesa cristiana ed ancora modificato in epoca normanna. Della sua origine greca sono visibili, lungo la navata sinistra, le colonne doriche incastrate nel muro. La parte destra della chiesa è un susseguirsi di cappelle adorne di affreschi e statue.

Scendendo alla costa s’incontra la Fonte Aretusa, la ninfa che si gettò in mare per sfuggire ad un corteggiatore indesiderato. Le oche starnazzanti e le piante di papiro galleggiano sull’acqua sporca, piena di porcherie. Guardo altrove. La gente che passeggia, il gruppo di giovani che prende il sole, i tavolini dei bar che attendono i clienti. Poi lungo la costa, fino alla fortezza costruita dal normanno Federico II, il Castello di Maniace, che chiude la punta meridionale di Ortigia.

Usciamo dalla città sulla litoranea settentrionale, direzione Augusta. È la solita ricerca serale di un posto tranquillo per passarvi la notte. Dovremo fare parecchi chilometri. Tra Siracusa ed il bivio per Augusta la costa è impestata, in tutti i sensi, dagli impianti petrolchimici costruiti spesso sulla riva del mare. L’aria è puzzolente, si guarda la campagna chiedendosi come possano vivere le povere piante in questo ambiente, per non parlare degli uomini.

L’incontro con Catania è tutt’altro che entusiasmante: case malandate, strade sporche, brutti ceffi (almeno così mi sembrano). Poi, oltrepassata la stazione centrale, inizia d’incanto la città dei bei condomini, dei giardini curati e rigogliosi di palme e fiori pieni di gente che passeggia nell’attesa dell’ora del pranzo. L’ottima segnaletica ci conduce senza problemi al Campeggio Jonio, nel quartiere nord di Ògnina, sulla strada per Aci Castello. Il posto è talmente bello che decidiamo per un pomeriggio di relax; staremo a guardare le rocce nere che spuntano dal mare ed un gruppo di ragazzi che tenta i primi bagni dell’anno.

Il giorno seguente sarà interamente speso a visitare la città, partendo dal capolinea dell’autobus in Piazza Borsellino. Oltrepassata la seicentesca Porta Uzeda ci si trova in Piazza del Duomo al cui centro troneggia il simbolo di Catania, l’elefante di pietra lavica d’epoca romana posto in cima ad un obelisco egizio. Sulla piazza si affacciano il Palazzo municipale, l’ottocentesca ed un po’ nascosta Fontana dell’Amenano che utilizza le acque di un fiume sotterraneo e la Cattedrale dedicata alla patrona Sant’Agata (alla stessa Santa è intitolata la piccola chiesa che sta sulla via accanto). Una cancellata ricca di ghirigori ed una breve scalinata precedono l’ingresso alla Cattedrale. Nell’interno colpiscono i grandi quadri dalle ricche cornici dorate piene di foglie e svolazzi, la cappella di Sant’Agata che ricorda la decorazione eccessiva di certe chiese spagnole, i sarcofagi scolpiti di personaggi illustri e per contrasto, la semplice tomba di Vincenzo Bellini. Le grate sul pavimento servono ad aerare le Terme romane che si stendono sotto la chiesa e la piazza. La Catania antica è ancora in buona parte nascosta nel sottosuolo dove l’hanno confinata i terremoti e le eruzioni vulcaniche.

Dopo un giro nel pittoresco mercato del pesce imbocchiamo Via Garibaldi che abbandoniamo in Piazza Mazzini per dirigerci alla Via dei Crociferi. Questa è preceduta da una piazzetta il cui centro è occupato dal grande monumento al cardinale Dusmet. A sinistra la casa natale di Vincenzo Bellini, oggi sede di due musei, uno dedicato al musicista, l’altro allo scultore catanese Emilio Greco; a destra la chiesa di San Francesco dove il piccolo Vincenzo cominciò a dare prova del suo talento. Passato l’arco che segna l’inizio della barocca Via dei Crociferi comincia la sequenza di edifici non visitabili. Le chiese di San Benedetto, San Francesco Borgia e San Giuliano sono sprangate, l’ex Collegio dei Gesuiti è diventato la sede dell’Istituto d’arte; riusciamo a vedere il primo cortile, l’ex chiostro, grazie alla gentilezza della signora che sorveglia l’ingresso. I palazzi settecenteschi che caratterizzano la via sono in uno stato pietoso.

Svoltiamo in Via Antonino di Sangiuliano per raggiungere San Nicolò e l’attiguo convento. La chiesa è aperta, ma praticamente impacchettata per i lavori di restauro. Il convento è occupato dalla Facoltà di lettere. Ci fermiamo pochi minuti a guardare le ricche finestre decorate con intagli, poi ce ne andiamo un po’ delusi. Scendiamo su Via Etnea passando accanto al Teatro romano, o greco che sia, soffocato in stradine con case fatiscenti.

La Via Etnea, la più centrale e lunga della città, quella dello struscio e dei negozi eleganti è, manco a dirlo, parzialmente in rifacimento. La Colleggiata, definita “una tipica opera del tardo barocco catanese”, è nascosta dietro i teli che proteggono i lavori. Zigzagando tra gli operai, le buche e le interruzioni del cantiere stradale arriviamo alla Piazza Stesicoro caratterizzata dal bianchissimo monumento a Vincenzo Bellini. Sul lato opposto sono visibili i resti dell’Anfiteatro (II secolo d.C.) che delimitava a nord la Catania romana. Poco oltre è situata la Villa Bellini, il giardino cittadino, ombroso e ben curato, dove fare una sosta che ricarichi le energie perse nella lunga camminata.

Il viaggio in Sicilia sta terminando ed ancora non ho visto l’Etna. Malgrado il cielo quasi sempre sereno, il vulcano continua a nascondersi dietro una cortina di nuvole. Tentiamo una conoscenza ravvicinata, ma giunti a Zafferana Etnea la troviamo immersa nell’effetto nebbia prodotto dalle nuvole basse. Meglio tornare alla costa dove ancora splende il sole. Proseguendo sulla strada litoranea che corre alta sul mare approdiamo a Giardini Naxos – località Recanati – all’area per camper Lagani, vicino ai carabinieri. Il paese non presenta attrattive particolari, tranne si desideri visitare gli scavi archeologici di Naxos e l’annesso Museo sul promontorio di Capo Schisò. Degli agrumeti che una volta erano il vanto di Giardini non si vede l’ombra.

Nel pomeriggio saliamo a Taormina, utilizzando l’autobus che passa vicino all’area di sosta. Appena lasciata la costa, la strada s’inerpica stretta tra muri di cinta e ville, una curva dopo l’altra; senza la preoccupazione della guida si gode in pieno lo splendido panorama.

Nel 400 a.C. gli abitanti di Naxos furono sconfitti dal tiranno di Siracusa Costui permise loro di insediarsi sul Monte Tauro ed essi diedero vita a Tauromenion, ossia l’odierna Taormina. Benché la stagione non sia quella delle grandi vacanze la città è piena di turisti, più numerosi gli stranieri che gli Italiani. Lungo il centrale Corso Umberto, chiuso a valle dalla Porta Messina ed a monte dalla Porta Catania, è un via vai continuo di gente che affolla i caffè, le pasticcerie, i tanti negozi di souvenir ed anche le boutique delle griffe italiane più rinomate. Prima di oltrepassare Porta Messina, attira l’attenzione il Palazzo Corvaja dalla bella facciata quattrocentesca a bifore. A circa metà del Corso Umberto si apre la Piazza IX Aprile, una terrazza panoramica sulla costa e sull’Etna (mi dicono, però oggi non si vede); gli altri lati della piazza mostrano tre chiese, due delle quali essendo attigue sono state trasformate nella Biblioteca Comunale. La Porta di mezzo, o Torre dell’orologio, dà accesso alla parte medievale della città in cui si trova il Duomo risalente al XIII secolo. La facciata inalbera una serie di merli che fanno pensare ad una chiesa-fortezza. Dopo il tanto barocco spagnoleggiante visto finora questa facciata sembra spoglia, anche se arricchita da un bel portale seicentesco. Un altro portale si trova sul fianco sinistro; è ornato da un tralcio di vite e risale alla seconda metà del secolo XV. L’interno ha una struttura gotica sorretta da colonne monolitiche di marmo rosa. Alcuni bei dipinti si ammirano sugli altari delle cappelle laterali.

Non rimane che il Teatro Greco. Un’occhiata all’orologio ci dice che ormai è chiuso, un senso di colpa ci ricorda che abbiamo perso un sacco di tempo a curiosare nelle vetrine, e poi quella sosta in pasticceria….. Addio Taormina, ed anche alla Sicilia. Domani si torna in continente. Addio? Arrivederci al prossimo viaggio che “s’ha da fare”, assolutamente.

Ma la storia non è ancora finita. Il mattino successivo finalmente vedo l’Etna, quasi che il vulcano non volesse lasciarmi partire senza regalarmi la sua immagine. Si eleva vestito di luce, isolato e regale come un sovrano al di sopra della plebe; a me fa tenerezza, incappucciato di neve mi ricorda un nonno con il berretto da notte.

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